Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Smettetela di farci la festa

Un libro che ci aiuta a fare il punto in tema di discriminazioni di genere. Un libro che ci aiuta a riflettere su quanta strada abbiamo ancora da fare, quanto sia complesso il nostro percorso per difendere i diritti acquisiti e lavorare sul cambiamento.

Leggere “Smettetela di farci la festa” di Stefania Spanò – Edizioni People 2021 è stato come ripercorrere gli ultimi anni, perché il lavoro di Stefania Spanò è stato il filo rosso che ha contraddistinto e accompagnato tanti passaggi, tutti i momenti in cui le donne sono dovute tornare a lottare, a ribadire concetti e diritti che sembravano acquisiti, o per evidenziare come in realtà i nodi da sciogliere aumentavano anziché diminuire. Ogni vignetta segna un momento, un fatto, un’istantanea di una condizione che sembra immobile o quasi, un riapparire di discriminazioni che dai fatti alle parole sembrano fagocitare le donne. Stefania Spanò è riuscita a tradurre in modo dirompente ciò che le donne sentono e vivono quotidianamente. Lo ha reso con una manciata di parole e con Anarkikka, una nessuna e centomila, come noi siamo. È riuscita a dare voce a ciascuna. Ha tramutato ogni colpo, ogni ferita in un linguaggio che non si arrende, che non si piega e che, come una mimosa, resiste e fiorisce con forza. È come se Anarkikka ci chiamasse tutte, una ad una, ad unirci e a non lasciare che le parole, i femminicidi, la narrazione tossica e l’indifferenza ci travolgano, ci tolgano voce, ci sottraggano spazi di vita e libertà.

Anarkikka è capace di disinnescare l’assuefazione alle discriminazioni e alle violenze di genere. È capace di portarci a riflettere e a comporre in noi una consapevolezza, capace di fermare il flusso e il susseguirsi continuo di informazioni. La testimonianza di come fermandoci riusciamo a osservare bene i fenomeni e la realtà. Anarkikka compie una educazione alle relazioni, ai sentimenti, una rielaborazione di ciò che si crede sull’amore, su quanto ci costruiamo sopra e su come ci viene trasmesso.

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#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

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Segnali che sono misura della condizione femminile 

Chissà come sarebbe svegliarsi in un Paese in cui non fossimo più costrette ad assistere alla minimizzazione, sottovalutazione, normalizzazione della violenza sulle donne. Se i diritti umani fossero uguali per tutti e tutte, se non facessero sempre da contorno a questioni più importanti, se le donne in questo Paese non fossero una presenza trasparente, utile solo per riempire qualche scranno ma tenute attentamente subordinate e sotto controllo. Le istituzioni non sono sufficientemente e uniformemente pronte a scardinare la cultura della violenza e dello stupro, compresa la cultura che ritiene le donne degli esseri umani di serie b o addirittura oggetti. Donne che devono saper stare al proprio posto grate di poter fare da figuranti, portaombrelli, estremità di un oggetto per riparare i sacri corpi e le preziose menti maschili. E non c’è alcuna percezione e consapevolezza nelle donne di questo ordine della subordinazione obbligata. Non può essere altrimenti perché i partiti non investono su questo tipo di caratteristiche, le donne parlanti e ragionanti sono sempre una percentuale da tenere sotto controllo, da isolare e da sfiancare a furia di vedere certe questioni politiche rimosse e insabbiate. Non è assolutamente facile per le donne abituate a usare la propria testa, resistere in certi contesti e restare se stesse. Alcune pressioni e atteggiamenti sono autentiche forme di violenza. Aspetti di sessismo in politica di cui si parla molto poco.

C’è una paura cieca quando si parla di dignità, benessere, diritti delle donne, che al massimo si ritrovano a dover ringraziare per un bonus e per essere ammesse sul palco non come relatrici ma come parapioggia e parasole umani. Le donne prede del sessismo benevolo, più sottile, subdolo, tanto da essere poco riconoscibile. Perché non si insegna alle donne a cogliere certi segnali. Così i ruoli stereotipati di genere passano di generazione in generazione. 

I ruoli sono fissati sempre verso una restaurazione/conservazione del passato. I ruoli immobilizzati tra quello di mamme e di ausili funzionali da cura, di questi uomini potenti ma ancora incelofanati dalle ragnatele di un maschilismo becero e gretto. Nessuno dei relatori, chiaramente tutti uomini, ha avuto un moto umano spontaneo per afferrare l’ombrello. Qui è il nodo culturale. 

E come ci ricorda Graziella Priulla, negare i danni all’immaginario e alle battaglie femminili di decenni, fa parte del sessismo interiorizzato. 

“Le ragazze portaombrello che sono contente della loro umiliazione non dimostrano altro che l’esistenza del sessismo interiorizzato (rileggere Bourdieu: Più l’ordine delle cose è percepito come naturale e legittimo da parte dei dominati, più tranquillamente si realizzano forme di dominio da parte dei dominanti).”

Subordinate a tal punto da non avvertire niente sulla propria pelle e sull’effetto all’esterno.

Mi chiedo perché dopo aver recuperato gli ombrelli non li abbiamo semplicemente dati in mano ai relatori e abbiano avvertito la necessità di mantenerli loro. Se solo una delle volontarie avesse fatto questo gesto, ma non è scattato nulla. E quegli uomini di potere si sono sentiti investiti del diritto di avere qualcuno che reggesse l’ombrello al loro posto. I commenti a posteriori lo dimostrano. 

Volontaria non significa sobbarcarsi tutto passivamente. Non significa stare zitte o difendere posizioni indifendibili per ragioni di fedeltà partitica (questo porta a essere conniventi) come qualcuno mi ha più volte richiesto. E vi assicuro che purtroppo i compiti diversificati per genere non sono rari. È un problema trasversale, non importa il colore politico. A questo punto ci dobbiamo chiedere dove si sia cacciata quella dose di sana insubordinazione che ci fa scattare e dire “no, non ci sto!” Che meraviglia poter riscoprire e praticare il rifiuto all’esecuzione cieca richiesta agli automi. Prima capiamo che è una trappola meglio sarà. Non ci sarà alcun beneficio, solo servitù. 

Non riuscire a vedere la realtà in cui si è immerse fa parte di un programma e di uno schema maschilista collaudato. Fare finta che tutto appartenga alle nebbie del passato, quando il femminismo smascherava appunto il sistema androcentrico. Infatti è molto presente, tutt’altro che raro. 

Le donne devono ancora essere grate, pentirsi per aver espresso la propria opinione, essere genuflesse e fare a meno di evidenziare questioni più che giuste. L’idea che alle donne si chiede sempre di rinnegare se stesse e la propria voce autentica, fare un passo indietro, stare sempre un passo indietro, seguire il capo, non autodeterminarsi perché ci deve essere sempre un uomo a decidere per noi, non sia mai che ci venga in mente di scegliere con il nostro cervello in preda al ciclo e agli sbalzi dell’utero.

Ci chiedono di annullarci, di affidarci agli uomini così tutto si sistemera’, anche le storture, le discriminazioni, anche la violenza. 

Chiaramente un teatro dell’assurdo, che ci strozza e ci allontana dalla meta.

E per di più devo rilevare che  a questa costruzione concorrono i tanti che continuano a restringere gli ambiti e i confini delle discriminazioni, considerandoli separati. Tempo fa scrissi di quanto le non conformità al modello maschile dominante portassero alle discriminazioni di coloro che non si adeguavano e non vi rientravano. 

Come dicevo siamo di fronte a una classe politica che non sempre è adeguata per scardinare i meccanismi di una cultura nociva. Non solo: non è in grado di assumersi le proprie responsabilità e di fungere da esempio positivo di cambiamento. Tanto da riuscire a dichiarare che lo stupro di 12 adolescenti su una quindicenne sia una “bambinata”, un gioco puerile. Stupro di gruppo, una cosetta da poco. Mai chiedersi come ci sono arrivati e cosa non ha funzionato da parte di coloro che avrebbero dovuto educarli. Come se educazione, valori e rispetto delle persone non dovessero già mettere radici sin dai primi anni e iniziare a dare frutti sin da subito. I limiti si insegnano. Come pure a relazionarsi adeguatamente. Perché assolvere e continuare a normalizzare e a banalizzare la violenza potrà generare solo mostri, mostri culturali che non sarà semplice cacciare via, perché evidentemente funzionali a una visione ancora connivente con chi stupra. Deboli e blandi tentativi di contrastare la violenza. Ricordando che le istituzioni sono lo specchio della società, che non si può dichiarare migliore, perché ancora troppo diffusa è la rivittimizzazione della vittima di violenza, corresponsabile e come colei che se l’è cercata. 

Non ci sarà via d’uscita finché non capiremo di dover prendere posizione con forza contro tutto questo, sempre, anche nei contesti più difficili, nei quali facilmente verremo bollate come femministe, isteriche, squilibrate, esagerate e misandriche. Non potremo accettare una via collaborazionista. È necessario sfondare questo muro con coraggio, spiegando alle donne quanto è importante non perdere l’unità e la coerenza in questo lungo e duro cammino di cambiamento. Basta veramente poco per tornare a quando la violenza era un reato contro la morale e non contro la persona. Accade ogni qualvolta si assume un atteggiamento indulgente nei confronti degli uomini violenti, si emettono sentenze che non recano giustizia alle vittime, si accusano le donne di produrre fake news, si sottovalutano i segnali di violenza, non si protegge adeguatamente la donna. Non passa, non può passare, anche se così commenta il sindaco di Pimonte, Michele Palummo. La violenza sottrae un pezzo di vita a chi la subisce e nulla potrà essere più come prima. 

Per questo forse a volte posso sembrare troppo veemente e emotiva nei miei interventi. Io non accetto che si minimizzi, siamo stanche di tutta questa mega giostra del “ci sono altre priorità “. Sì siamo stufe di essere pazienti. Abbiamo bisogno di istituzioni in primis che sappiano fare la loro parte, seriamente. Di parole che non collimano con i fatti ne abbiamo sentite già troppe. 

Liberiamoci di queste prigioni culturali, libereremo energie finora sconosciute. Ne ha bisogno l’intera comunità. 

Abbiamo molto lavoro da fare, iniziando da quanto rilevato dall’ultimo rapporto ombra Cedaw. Un segnale della considerazione data a questo report la possiamo assumerlo dal fatto che a Ginevra fossero presenti solo funzionari governativi e non rappresentanti del governo.

Consiglio di lettura: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2017/07/06/la-bambinata/

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Get up, stand up for women’s rights!

Malala

 

Il 10 dicembre sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata dei diritti umani.
C’è sicuramente uno stridore tra le dichiarazioni di principio che verranno sciorinate in questa occasione e quanto accade da anni in Paesi dilaniati da conflitti e la cui popolazione vede i propri diritti umani pesantemente negati, quasi come se fossero meno umani di altri, come se le loro vite avessero un valore minore. Sì, perché evidentemente l’umanità non ha ancora raggiunto un livello sufficiente di uguaglianza, che sia capace di tradursi in pari diritti e salvaguardia di essi.

I miei diritti non dovrebbero essere dissimili da quelli di un altro, eppure.

E vedo nel conflitto un tentativo di dare atto a un processo di negazione dei diritti, proseguendo in quel lavoro di deumanizzazione che poi giustifica ogni violenza.

Come analizza Chiara Volpato nel suo “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione si può esprimere esplicitamente, tramite strategie che negano apertamente l’umanità di altri individui o gruppi, allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni e violenze, oppure attraverso modalità più sottili, che lesionano l’altrui umanità, poco per volta. Ricorrere a paragoni con animali, mostri, diavoli, considerarli oggetti, merci, strumenti, privi di anima sono tutti metodi per negare la loro appartenenza all’umanità.

Noi donne, come genere storicamente relegato a un gradino inferiore, abbiamo subito molti di questi processi di deumanizzazione.

Quante volte nei conflitti si è ricorso alla deumanizzazione del nemico?

A volte però non basta ed è necessaria un’operazione di “ristrutturazione” della morale, per rendere accettabili certe operazioni di guerra: si parla di guerra santa, giusta, di peacekeeping.

Albert Bandura ci spiega come la deumanizzazione costituisca un processo di disinnesco delle ragioni morali: se percepissimo il nemico come umano, scatterebbero delle reazioni empatiche, proveremmo compassione, angoscia e sensi di colpa.

Pertanto rendendo l’altro inumano, subumano, le nostre sentinelle morali si affievoliscono.

Capite che è più facile trascurare l’incidenza dei “danni collaterali” tra le popolazioni civili e tollerare la violazione dei diritti umani.

Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi, abituati da più di un decennio di guerra al terrore.

Da una parte troviamo l’esposizione mediatica dei corpi dei nemici uccisi, oggetti, proprio come in epoca coloniale, dall’altra c’è la protezione dei “nostri” morti, a cui si attribuisce rispetto e pietà, non sempre estendibili ad altri gruppi.

Ancora una volta i diritti non sembrano valere allo stesso modo per tutti/e.

La deumanizzazione colpisce anche i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, rappresentati dai media come clandestini privi di qualità morali e umane, utilizzati da una certa propaganda politica come un corpo unico di criminali o di terroristi, pericolo per il futuro del paese.

Strettamente connesso a questo tipo di trattamento, è l’oggettivazione. L’oggettivazione è un particolare tipo di deumanizzazione, per cui l’individuo è considerato alla stregua di un oggetto, merce, strumento.

Il prototipo è lo schiavo. Recupero dal testo di Volpato le sette dimensioni del concetto di oggettivazione di Martha Nussbaum:

1. l’oggetto è uno strumento per scopi altrui

2. l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione

3. l’oggetto è un’entità priva di capacità di agire e di essere attivo

4. l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria

5. l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo a pezzi

6. l’oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato

7. l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La strumentalità è molto pericolosa perché rende l’oggetto appetibile e mercificabile, in quanto c’è un mercato che lo richiede.

La sessualizzazione della donna, il suo essere confinato a mero oggetto di attrazione sessuale, la rende strumento di piacere altrui, realizzando quella che MacKinnon analizza come oggettivazione sessuale nella quale le donne sembrano essere immerse.
Le donne vivono qualcosa di simile all’alienazione lavorativa di Marx, una frammentazione tra le loro funzioni sessuali e tutto il resto (Bartky).

L’oggettivazione sembra avere un’altra ricaduta negativa, porta a un impoverimento dell’interazione sociale, portando le donne a esprimere raramente i propri pensieri e opinioni.

Le ricadute peggiori sono quelle che vedono coinvolto l’equilibrio psico-fisico: l’oggettivazione che porta all’auto-oggettivazione che scatena stati depressivi, disfunzioni sessuali e disturbi alimentari. Quando si comprende di non poter raggiungere certi standard, modelli di corpi, scatena una serie di disturbi legati al senso di inadeguatezza.

Questo riferimento all’oggettivazione è un chiaro passepartout per consentire che passino inosservate e impunite tutta una serie di violenze e violazioni di diritti umani fondamentali.

Tutto ciò che indebolisce e mette in discussione l’umanità, consente che anche i diritti possano diventare un optional, da applicare e disapplicare a piacimento.

Ho già parlato altrove dell’oggettivazione che consente di pensare alle donne come merce sessuale per il mercato della prostituzione, di come i corpi vengano separati dall’unicum persona e possano pertanto diventare cose, beni interscambiabili, sostituibili, commerciabili.

Ho letto di recente in un’intervista sul tema della maternità una frase che mi ha dato la misura di questa deformazione oggettivante: “L’utero surrogato è in prestito. A tempo.”

Non è effettivamente così, visto che la donna che si presta a ospitare la gravidanza conto terzi (e non il suo utero, qui rappresentato come elemento esterno e estraneo alla donna, che non dimentichiamo non è un oggetto, un involucro; la gestazione non consiste in una incubatrice meccanica con finalità riproduttive. Ricordiamoci che sono donne e non uteri!) deve sottoporsi a bombardamenti ormonali per niente innocui e i cui effetti non si esplicano solo nell’arco del processo della fecondazione/gravidanza.

Un utero, parte di corpo che viene oggettivata, quasi che fosse “estraibile”, componente meccanica atta alla procreazione, senza alcun nesso con la persona donna.

Una volta oggettivato, tale utero diventa vendibile e dato in comodato d’uso gratuito o a pagamento. A questo punto possiamo farlo anche con altri organi del nostro corpo.

(…)

CONTINUA A LEGGERE SU Mammeonline.net 

http://www.mammeonline.net/content/get-stand-womens-rights

 

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato su Mammeonline il 3 dicembre, ma alla luce di quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in tema di maternità surrogata assume nuove sfumature.

Mi sembra il caso di riportare alcune mie riflessioni sparse su Facebook. Mi interrogo e mi esprimo, almeno questo dovrebbe ancora essere consentito.

“Lottiamo per le adozioni, semplifichiamo l’iter di adozione, apriamolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini. I bambini non sono beni, merci. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Non strumentalizzate il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Sono stanca veramente di certe argomentazioni che si basano sempre sulla nostra capacità di scelta. Ma come diamine si fa a non capire che questa è compravendita di corpi, di pezzi di essi, di bambini conto terzi, questa è violazione dei diritti umani, ci stanno usando, ci stanno riducendo a macchine da riproduzione, ci stanno convincendo che andiamo bene solo per sesso e per riprodurre la specie. Dov’è il progresso e l’emancipazione?”

Ho fatto una grande scoperta, l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Sappiamo che essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, pensare di poter trovare strade più semplici è folle e sinonimo di non aver compreso cosa sia essere madri e padri, di come non ci siano ricette o bacchette magiche.

“A seconda di ciò che conviene a noi stessi ci esprimiamo, non sulla base di un ragionamento generale, non sulla base di un minimo di empatia nei confronti dell’altro/a. Tutto sembra partire e restare confinato al nostro individuo. Sembra che ci siano individui avulsi da un contesto sociale, da regole etiche, ma anche solo da prassi di buon senso. Anche le citazioni e i riferimenti a terzi devono essere funzionali al nostro punto di vista. Siamo in un contesto di un individualismo esasperato, lontani anni luce da un concetto di dono, che poi nei fatti si stenta a rintracciare. Siamo sempre bravi a parlare di altruismo dalla nostra calda poltrona, poi quanti sono disposti a mettere da parte il proprio ego di fronte a una necessità di una persona? E quante di queste azioni non sono funzionali a gratificare e a purificare il nostro ego? Sono sempre le altre che dovranno mettere a disposizione il proprio utero e il proprio corpo, sono sempre gli altri che dovranno vendere un rene, sono sempre gli altri che dovranno lavorare come schiavi per rendere le nostre vite felici e non scalfire il nostro agio. Sempre un “Altro”. Simone de Beauvoir: “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. Ma questa tendenza va superata, va attuato un reciproco riconoscersi, senza prevaricazioni nelle relazioni umane. Se poi il nostro “desiderio” deve per forza essere esaudito, chiaramente ci sarà un essere umano che probabilmente dovrà diventare nostro oggetto, nostro schiavo, nostro strumento. La deumanizzazione è proprio questo, dequalificare un essere umano per consentire di renderlo oggetto.”

A proposito di “dono”ho sostenuto: “Non siamo in una società e in una economia del dono. Siamo in un contesto post – capitalista, con un liberismo galoppante, un individualismo che ti dice che è colpa tua se non riesci a fare qualcosa, dove i datori di lavoro ti convincono a dimetterti dopo la maternità, dove ti chiedono di arrangiarti da sola, dove l’altruismo è raro e le persone tendono a fare cose solo se c’è un tornaconto personale. Io non so se chiederei mai a una amica un tale sacrificio, mi sembra qualcosa di troppo complesso e delicato.”

“La scelta libera, la volontarietà sappiamo bene che sono aspetti difficilmente verificabili, l’altruismo puro è cosa rara e presuppone immagino un legame affettivo, che unito ad altri fattori rende le cose complicate. Quanto siamo veramente in una società del dono? Ci siamo interrogati su questa necessità di genitorialità che implica l’uso di un corpo altrui? Il fatto che si parli di uteri, e poco di donne e delle conseguenze psico fisiche su coloro che portano avanti questa gravidanza, mi fa pensare che non ci sia interesse per le persone, ma che siamo talmente mercificati da non riuscire a ragionare diversamente.”

Ho parlato di surrogata solo tra parenti in modo da avvicinarsi a una ipotesi di “dono” e altruismo, ma chiaramente non sarebbe sufficiente a garantire una copertura efficace delle richieste si Gpa. Mi si parla di amiche disposte ad aiutare, io penso che sarebbe più complesso giudicare la fondatezza di tale “amicizia”, perché posso pagare una donna e chiederle di dichiarare di essermi amica. Contrattualizzare una maternità comporta sempre un elemento “critico”.

Quando si è visto che se ci si oppone a questo mantra della libera scelta si ricevono solo pomodori e accuse di ogni tipo, quando in molte/i preferiscono mantenere una linea ambigua, quando prendere posizione viene vista come un errore, ci consigliano addirittura di tacere almeno in questo frangente, ci vogliono quindi silenziare, che facciamo? Sapete qual è il punto vero? Non vogliamo scavare più di tanto, ci basta la superficie, mica vogliamo parlare di potere, di disuguaglianze, di sfruttamento, delle conseguenze di queste pratiche sempre sulla pelle delle donne, di una libertà che è sempre e solo di chi ha soldi e potere, di un concetto di dono che diventa il lavaggio di coscienza collettivo, di una refrattarietà all’adozione perché genitorialità troppo complicata, di un contesto dove io pretendo di disporre delle vite e dei corpi altrui.

“Io mi chiedo che senso ha combattere contro le disuguaglianze, la violazione dei diritti, la violenza di genere se poi si arriva a concepire che una strada di emancipazione dalla povertà, dalle difficoltà può essere la vendita di sé o di una parte del proprio corpo, o addirittura di bambini. Mi sembra che abbiamo accettato di buon grado la donna come un oggetto, naturalmente le Altre donne, ricreando così la solita dicotomia tra donneperbene e donnepermale. Indietro tutta. A questo punto sono ipocrite tutte le battaglie verso pari diritti e dignità.”

“Non c’è modo di ragionare seriamente, non vediamo chiaramente nemmeno che ci stanno fregando, ancora una volta, in quanto donne e in quanto vagina-munite a fini di sfruttamento sessuale e utero-munite a fini riproduttivi. Non c’è verso, per loro tutto deve essere possibile, l’autodeterminazione col corpo e le vite delle altre.. le altre naturalmente.”

“Qui si va dritte al suicidio di tutte le conquiste di decenni di riflessioni sulle donne come esseri umani. Qui si va dritte verso l’autorizzazione a fare di noi qualsiasi cosa il mercato chieda. Nessuno è in vendita, questa dovrebbe essere una regola fondamentale, invece la si propone come soluzione di vita. Non me ne faccio niente della libertà di disporre del mio corpo se poi perdo la salute e resto sempre un oggetto senza diritti.”

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Quel che non volete sapere e vedere oltre le scritte sui muri

manifestazione 10 ottobre

 

Ho provato a raccontare il presidio-manifestazione di sabato 10 a Milano, dal punto di vista delle donne, per mettere a fuoco i motivi per cui eravamo in piazza. Ringrazio Dol’s Magazine per avermi ospitata.

Qui un estratto:

Se provassimo per un solo istante a sgombrare il campo da questa spazzatura che è piovuta addosso al corteo di sabato, pacifico, spontaneo, indipendente, di donne che si sono ritrovate a raccontare cosa sta accadendo in Italia. Se provassimo a capire cosa significa l‘assenza totale di spazi di riflessione e di confronto pubblici in cui informare le donne sui loro diritti.

Se provassimo a chiederci dove le nuove generazioni si informano o spesso si disinformano. Se provassimo a capire i veri motivi per cui eravamo lì, anziché oscurarli. Se riuscissimo a interrogarci al di là delle scritte, sulla situazione delle donne in Italia, sarebbe un bel segnale di civiltà e di capacità di provare empatia.

Ci siamo appropriate di uno spazio, la strada, per raccontare i bisogni delle donne, per una volta, siamo tornate noi donne a esprimerci con la nostra sola voce. E se ci foste stati, in mezzo alla parola fregna, che male non fa, avreste potuto ascoltare anche altro. Gli obiettori di coscienza che hanno svuotato la legge 194 e di fatto incrinano e ostacolano l’esercizio di quello che a livello europeo è stato definito come un diritto inalienabile. Abbiamo chiesto che servizi come i consultori vengano rafforzati e diffusi sul territorio. Abbiamo ricordato che la salute sessuale e riproduttiva delle donne non è negoziabile o subordinabile a nessun discorso confessionale, che deve essere sempre tutelata e garantita, che non vogliamo ingerenze di nessun tipo sulle nostre scelte di donne.

Continua a leggere l’articolo completo su Dol’s Magazine.

http://www.dols.it/2015/10/14/quel-che-non-volete-sapere-e-vedere-oltre-le-scritte-sui-muri/

 

P.s.

Grazie al Ricciocorno per questo splendido pezzo che ci parla di miti funzionali e ci interroga sul senso di alcune affermazioni e tendenze sul femminismo:

il mito che vuole le donne di oggi distanti o addirittura ostili al femminismo, a cosa serve?

La sua funzione è forse simile a quella che può assolvere una dichiarazione di morte del patriarcato?

https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/10/14/chi-e-morto-alzi-la-mano/

 

Grazie anche a Lorella Zanardo per aver parlato di questo piccolo spazio femminista e per aver contribuito a dare un’immagine viva del femminismo italiano 🙂

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/13/news/dalla-parte-delle-donne-1.234270?ref=fbpe

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Ain’t I a Woman?

Sojourner Truth

 

Sojourner Truth, nel 1851, Convegno per i diritti delle donne dell’Ohio, che si tiene ad Akron.

“Ain’t I a Woman? Non sono forse una donna, io?
La ripete ben quattro volte, questa domanda. Come se volesse inciderla nella memoria di ciascuno dei partecipanti a quel congresso in cui si parla dell’abolizione della schiavitù, ma non dei diritti delle donne, dell’uguaglianza tra i sessi.”

Così ci racconta Milton Fernández nel suo Donne. Pazze, sognatrici, rivoluzionarie edito da Rayuela Edizioni. Lo sguardo di un uomo che riesce a cogliere con una sensibilità rara le molteplicità dell’esser donna attraverso 34 donne che hanno attraversato la storia, quella storia che di solito gli ha assegnato un ruolo marginale, ma che loro hanno solcato in modo rivoluzionario, lasciando un segno indelebile. Questo libro è stato una splendida scoperta, grazie a Nadia Muscialini di Soccorso Rosa. Mi piacerebbe cogliere alcune delle storie di donne presenti in questa raccolta di racconti, come spunti di riflessione. Il prossimo 15 ottobre l’autore presenterà il suo libro a Milano – Baggio (Qui l’evento su FB).

Ho scelto di iniziare il mio viaggio attraverso le pagine di questo libro, dalla storia di Sojourner perché in questo momento mi ha dato molta speranza.

“Se la prima donna creata da Dio è stata in grado di mettere il mondo sottosopra, tutte noi insieme possiamo rimetterlo per il verso giusto, e tornare a rovesciarlo quante volte vogliamo, basta deciderlo… cosicché, uomini, mettetevi l’anima in pace… e accettate un consiglio: è meglio per voi che non cerchiate di impedircelo…”

Sojourner si batté per il suffragio universale, dei diritti di tutte le donne, senza distinzione di colore, dell’abolizione della pena di morte.
Sojourner è approdata sul pianeta rosso il 4 luglio del 1997, infatti il modulo della NASA portava il suo nome. Nel giorno dell’orale del mio esame di maturità.
Questa donna che aveva vissuto esperienze dolorosissime, è stata schiava ma non ha mai perso la speranza di essere libera, coglie una cosa che ancora oggi molte di noi faticano a comprendere. Solo il lavoro unitario delle donne può rivoluzionare il mondo in meglio, non ci sono limiti se si è solidali. Questo il mio augurio per il movimento delle donne italiane in questo periodo storico, che sappiano guardare a Sojourner che con la sua forza ha attraversato i secoli, quasi fosse una stella luminosa per aiutarci a trovare il cammino verso una società migliore, che ci consideri esseri umani in tutto e per tutto.

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Da cosa ci stiamo liberando?

 

 

Vi ricordate quando scendevamo in piazza per manifestare la nostra indignazione sull’uso e sulla strumentalizzazione del corpo delle donne e sull’idea stessa di donna generata e deformata dal berlusconismo? Un risveglio che sembrava l’alba di una nuova presa di coscienza delle donne italiane.

Oggi, a quanto pare, tutto ciò contro cui lottavamo è entrato nel nostro DNA, abbiamo subito una metamorfosi, noi donne ci siamo abituate a pensare che forse è meglio avere un “papi”, prostituirci piuttosto che lavorare nei campi, fare le baby sitter, le commesse, le impiegate e via dicendo. In fondo c’è sempre il mito secondo cui prostituirsi sia una fonte di guadagno “facile” e ben remunerato.

Nella relazione Honeyball del 2014 (QUI) se ne parla eccome e ha anche un nome: “grooming“. Si tratta della “manipolazione psicologica a scopi sessuali, che consiste nella prostituzione di ragazze minorenni o che hanno appena raggiunto la maggiore età in cambio di beni di lusso o piccole somme di denaro destinate a coprire le spese quotidiane o relative all’istruzione;”
Dietro c’è una sorta di sgretolamento del rapporto con un sé, divenuto semi-sconosciuto, tanto da aprire a qualsiasi ipotesi di sfruttamento e di alienazione psico-fisica. Sembra suggerire a tutte di fare del proprio corpo un’impresa commerciale. Non voglio credere che i soldi siano rimasti l’unico motore trainante che ci resta. Dove sono finite le altre aspirazioni? Chi ci ha rubato tutto questo? Per noi “liberazione” cosa significa, da cosa ci stiamo liberando? Non è che tutto questo rischia di nascondere una nuova schiavitù? Sono scelte autonome o comunque indotte da un certo sistema, da un post-liberismo che ci vuole imbrigliare?

Siamo di fronte a una tendenza in atto da qualche anno a questa parte. Si assiste sempre di più all’affermarsi della dimensione individuale su quella collettiva, anche nel campo della richiesta di libertà e diritti. Sulla base del classico assunto liberale, l’individuo tende a prevalere sulle necessità e sui bisogni collettivi. Questo fenomeno, apparentemente conveniente, può nascondere un aspetto pericoloso, presupponendo che nella realtà nessuno parta dalla stessa linea di partenza in tema di diritti e di libertà. I diritti devono essere universali altrimenti sono deboli e facilmente calpestabili.

Chi parla di consenso e di sex work sta di fatto normalizzando e assecondando una visione non realistica della prostituzione. Non se ne vedono più i contorni di violenza e raramente ci ricordiamo di leggerla in un’ottica di genere. Questo provoca un grave danno a coloro, la stragrande maggioranza, che non hanno alcuna scelta e che sono sfruttate e schiavizzate. Mi addolora che le priorità vadano in senso contrario a quello che sarebbe più giusto e razionale. Ma evidentemente le forze e i poteri in campo stanno spingendo verso un’oblio dei diritti umani, privilegiando la sfera economica.

Tutto è iniziato con l’introduzione della parola escort, con una edulcorazione della prostituzione, con un quadro da Pretty woman (per cui alcuni hanno il coraggio di parlare di amore) e oggi siamo approdati al sex work. Anni di tv commerciale, messaggi inviati a più di una generazione, modelli relazionali sempre più fragili e consumabili. Un lavaggio del cervello culturale, fatto di immagini e linguaggio, che parte da lontano, strumentale per spostare il discorso e l’immaginario. A questo punto dobbiamo sovvertire questo, tornando al vero fulcro. Altrimenti li seguiamo sul versante sex work e non ne usciamo. 

Un buon punto di partenza potrebbe essere quello di chiedere che nel nostro Paese si seguano le indicazioni della relazione Honeyball. Che il governo si impegni in prima linea per combattere concretamente la tratta di esseri umani e che stili delle linee guida per questo. Perché questa è la priorità.

Per i distratti, per coloro che non vogliono capire di cosa stiamo parlando realmente, per coloro che sono ottenebrati da una propaganda massiccia per normalizzare la violenza in prostituzione, vi consiglio di leggere la risoluzione Honeyball, un esempio di testo che si pone chiaramente a protezione delle parti deboli e sancisce uno dopo l’altro gli aspetti devastanti della prostituzione. Per chi non lo sapesse, si parla di prostituzione, prostituzione forzata e sfruttamento sessuale. Una lettura utile a coloro che sono abituati a separare il sex work (come frutto di una libera scelta) dalla prostituzione e dalla tratta. Chiamateci pure oscurantiste, bacchettone, catto-qualcosa. E non venitemi a dire che è una trovata conservatrice della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, perché nelle premesse ci sono un numero non indifferente di testi di riferimento. Se organizzazioni come Amnesty vanno da un’altra parte, evidentemente per loro i diritti delle donne hanno meno valore di quelli degli uomini.

 

“Se non ora, quando?” il movimento delle donne nato nel 2011 riprende il titolo del romanzo del 1982 di Primo Levi, che a sua volta si rifaceva al Talmud, da “le massime dei padri”, una sentenza di Rabbi Hillel il vecchio (I a.C.): “Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?” (Pirkei Avoth, 1, 14).

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Caro Michele ti scrivo

 

 

Questo post è una lettera indirizzata a Michele Emiliano, ex sindaco della mia città natale, oggi neo – governatore della mia regione Puglia.
In Puglia ci sono nata e vissuta per 23 anni. Oggi vivo a Milano, ma non ho mai abbandonato del tutto la mia terra, continuo a seguirne le vicende e il destino non sempre roseo.
Il motivo di questo post è legato essenzialmente ai temi di cui mi occupo in questo Blog. Mi rendo conto che questo spazio non fa parte dei grandi media, ma visto che i grandi media non parlano, ho deciso di porre qualche domanda, così da accendere i riflettori sulle questioni che riguardano le donne. Michele Emiliano ha dichiarato di aver assunto su di sé la delega alle questioni relative alla Sanità. Quindi a Michele Emiliano pongo una macro domanda: “Quale sarà la sua politica in materia di servizi sanitari e di lotta alla violenza contro le donne?”
In pratica, quali interventi per i servizi ospedalieri, per i consultori? Perché non fare una indagine per verificare lo stato di salute dei consultori familiari? E per risolvere il numero abnorme di obiettori di coscienza, cosa si intende mettere in campo? Quando la nostra Regione riuscirà a fornire puntualmente i dati sulle interruzioni volontarie di gravidanza, come previsto dalla legge? Riusciremo a dare un segnale di civiltà per i diritti delle donne da sempre calpestati e considerati di secondaria importanza?
Attendo speranzosa risposte in merito, perché non ci si dimentichi dei diritti delle donne.
Grazie mille,
Simona Sforza

Coordinatrice donne PD Zona 7 di Milano

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1995: sembra ieri

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Son trascorsi 20 anni dalla Conferenza mondiale sulle donne di Pechino (qui), indetta dall’Onu, alla quale parteciparono oltre trentamila donne di tutto il mondo. Da quella conferenza uscì la Piattaforma d’Azione (QUI), il testo politico più ricco e visionario su cui le donne si siano mai confrontate a livello internazionale e che resta tuttora una fondamentale pietra miliare per i diritti delle donne.
Ci ritroviamo in Sala Alessi, Milano, anno 2015. Un incontro costruito e voluto fortemente dal gruppo internazionale della Casa delle donne di Milano. Buona partecipazione, età media abbastanza elevata. Pochissime presenze di una generazione, la mia, che all’epoca di Pechino era in piena adolescenza o giù di lì. Così per le successive. Si pone il problema di come passare il testimone tra la generazione di Pechino e le nuove. Cosa è rimasto di allora, cosa è accaduto nel frattempo?
Indubbiamente una buona occasione per tracciare un bilancio, disegnare lo stato dell’arte della condizione delle donne nel mondo, ascoltare le testimonianze di attiviste provenienti da vari Paesi, tra fondamentalismi religiosi, neoliberismo, varie forme di patriarcato, crisi globale, insomma tra sfide vecchie e nuove. Oggi, dotate di una consapevolezza in più: sapere che molte donne non conoscono i propri diritti e che c’è la possibilità di cambiare la propria condizione. Il femminismo dovrebbe parlare anche e soprattutto a queste donne, altrimenti è semplicemente un susseguirsi di lustrini, paillettes e sterile agghindarsi.

Molto interessante l’introduzione di Anita Sonego, che ha ricordato cosa avesse rappresentato allora la conferenza di Pechino: uno spartiacque che segnava il riconoscimento ufficiale del ruolo delle donne nelle politiche mondiali, un punto fermo, dal quale partire per costruire un assetto mondiale diverso. Un evento che aveva sprigionato una forza e un’energia enormi, una rinnovata certezza di far parte di un movimento politico, quello delle donne, fondamentale e duraturo.
Oggi da più parti si cerca di tornare indietro, attuando una sorta di restaurazione del modello di società di stampo patriarcale, con ruoli e ordini che pensavamo ormai archiviati per sempre. Invece, complici la crisi dell’ordine mondiale e la globalizzazione, c’è un pericoloso effetto backlash, con una sfida per il movimento delle donne: come agire e incidere in questo contesto difficile. La questione non ruota più solo attorno all’accesso al potere da parte delle donne. Ma si pongono due strade alternative: accedere al potere e cambiarlo, oppure cercare di scoprire ed evidenziare cosa è alla base e dietro il potere stesso. Quale crimine fonda il potere? La cancellazione delle donne, un potere che si fonda su questa esclusione. Come ci rapportiamo con questa “negazione”, annullamento delle donne? Secondo Anita Sonego occorre mantenere lo sguardo lucido di Medea di Christa Wolf, le donne prima e dopo Pechino ci siano da guida con la loro lucidità.
L’europarlamentare Eleonora Forenza interviene con un messaggio video: richiama la mercificazione dei temi di cura e e relazioni, il gender gap, la disuguaglianza strutturale, i contenuti della recente Risoluzione Tarabella. Tante le strategie che noi donne mettiamo in atto per resistere alle varie forme attraverso le quali il patriarcato cerca di affermare se stesso e le sue regole.

Cecè Damiani presenta il percorso di nascita della Casa delle donne di Milano. Traccia il percorso delle cinque conferenze mondiali sulle donne, da quella di Città del Messico del 1972 all’ultima nel 2000 a New York.
Viene evidenziato un ruolo marginale dell’Italia nelle varie esperienze internazionali del movimento delle donne, con partecipazioni che sono rimaste individuali e non hanno creato un discorso diffuso e condiviso. Ecco, in qualche modo si evidenzia uno dei limiti principali del movimento nostrano. Pechino suggeriva un metodo ben preciso: pensare globalmente, agire localmente. Ci si chiede quanto le reti internazionali tra donne abbiano funzionato e spinto verso soluzioni concrete.
Gli spazi di azione aperti da Pechino, sembrano essersi in parte richiusi.
Oggi il movimento ha cambiato forma, metodi di intervento e leadership, agisce attraverso mille rivoli disseminati sui territori, concentrato su singole tematiche, interessi e aspetti. In Italia, in particolar modo, a mio avviso subisce le spinte individualistiche, al far da sé, perché, almeno da noi, fare le cose assieme è diventato un terreno accidentato. A furia di colpi bassi e strumentalizzazioni, si è persa la voglia di lavorare collettivamente. Ma in questo modo rischiamo di incidere meno, di non raggiungere gli obiettivi, di subire la leadership maschile, che tende inevitabilmente a lasciarci nell’invisibilità. Ancora una volta ci viene chiesto di assumere il ruolo di salvatrici, di coloro che si sacrificano per gli altri. La crisi globale colpisce maggiormente le donne, lo sappiamo sulla nostra pelle. Il ritorno a un ruolo domestico, di cura, di supplenza di servizi pubblici inesistenti, confina le donne in un recinto che pensavamo di aver rimosso. Torniamo a una nuova dipendenza dagli uomini, con contorni labili tra scelta e decisione coartata e coatta. Oggi più che mai una spinta verso la libertà femminile comporta grossi rischi, il sottrarsi a ruoli tradizionali può innescare episodi di violenza maschile, volta a ripristinare una supremazia maschile. L’esaltazione del lavoro di cura in capo all’elemento femminile è finalizzato a garantire che privilegi maschili secolari non possano essere intaccati. Una certa politica neoliberal considera la questione della parità uomo-donna raggiunta, come se non permanessero disuguaglianze e conflitti sociali. Pur ammettendo l’importanza di un ruolo attivo delle donne nella vita pubblica, economica non si riesce a superare quelle distanze che tutti noi conosciamo. Si torna ad attaccare i diritti e le libertà delle donne per assicurarsi un ancestrale controllo sulle donne, sui loro corpi, sulle loro scelte e sulle loro vite. È necessario comprendere il nesso tra fondamentalismo (soprattutto religioso) e patriarcato. Lo scopo dell’incontro in Sala Alessi si proponeva i seguenti quesiti e ambiti di indagine: come il patriarcato si sta riorganizzando nei vari Paesi, le strategie delle donne per resistergli, conoscere le esperienze locali e internazionali.
L’economista e attivista per i diritti delle donne Peggy Antrobus interviene in un video, in cui traccia l’importanza delle conferenze degli anni ’90 per aver portato nelle agende politiche il tema dei diritti delle donne come diritti umani. Qui il video trasmesso.

Marina Sangalli sottolinea l’importanza di riaffermare gli impegni tracciati a Pechino, per evitare un pericoloso rollback, una retromarcia verso nuove forme di patriarcato. Personalmente penso che il patriarcato non sia mai andato via, ma sia rimasto una costante.
Al tasso attuale dei cambiamenti culturali, quanto detto a Pechino potrebbe diventare realtà non prima di 80 anni. Non proprio pochi. Il cambiamento è demandato alle organizzazioni della società civile, chiedendo ai governi di creare il contesto favorevole e finanziamenti per consentire che ciò accada. Qui in un recente contributo.

Faccio un inciso per fare una segnalazione. Presso l’EC Forum on the Future of Gender Equality, la European Women’s Lobby ha chiesto alla commissione europea e agli stati membri di avviare una concreta strategia europea per raggiungere pari opportunità tra uomini e donne: QUI.

Quali prospettive di genere nella nuova agenda ONU 2015-2030? Qui qualche info:

http://www.unwomen.org/en/what-we-do/post-2015
http://www.unwomen.org/en/news/stories/2015/02/ed-opening-address-at-mobile-learning-week
http://www.unwomen.org/en/news/stories/2014/9/ed-speech-at-post-2015-stocktaking-event
http://www.ipsnews.net/2015/03/women-leaders-call-for-mainstreaming-gender-equality-in-post-2015-agenda/
http://en.wikipedia.org/wiki/Post-2015_Development_Agenda

Justa Montero, ha fatto un intervento energico, tosto, denso di temi. La libertà femminile è sotto attacco da più versanti: patriarcato, liberismo, fondamentalismo. La crisi sociale ambientale, sociale, economica e democratica ha effetti devastanti sulla vita delle donne. È un fattore che moltiplica le disuguaglianze, precarizza la condizione delle donne. Basti pensare alle percentuali di disoccupazione giovanile, le problematiche delle lavoratrici immigrate che mantengono a distanza le proprie famiglie, la violenza sessuale, la violenza domestica, il processo di ritorno alla famiglia per sopperire alla mancanza di servizi di cura. Tutti fattori che segnano un emergente ritorno alla responsabilità prevalentemente in capo alla donna della gestione della vita domestica, un lavoro invisibile e gratuito. La precarizzazione della condizione delle donne non solo nel mondo del lavoro, pienamente in linea con quella che Montero chiama la economia del rebusque (temporanea, precaria). Così le percentuali di persone che lasciano il lavoro retribuito per accudire un familiare sono maggiormente femminili. In questo quadro, diritti e sentimenti che spingono le donne alla cura si contrappongono. Si produce un tipo di lavoro “naturalmente” assegnato alle donne. Questo sistema porta a una invisibilizzazione delle donne, della loro condizione economica e generale. C’è tutto un bagaglio culturale che permette di considerare “naturale” questo assetto.
Un altro tema centrale è l’aumento della violenza tra persone giovani, con un ritorno a una pericolosa idea di amore romantico, che apre le porte anche a forme morbose di rapporti, che vedono al centro un’idea di possesso della donna, che nulla hanno a che fare con l’amore.
Le femministe spagnole hanno dimostrato di essere in grado di creare un fronte compatto per opporsi ai disegni del governo in tema di autodeterminazione, per affermare i propri differenti modi di vivere, identità sessuali, scelte sulla maternità. La mobilitazione #YoDecido ha vinto la sua battaglia per dire no a un tentativo di tornare a controllare le donne e i loro corpi (per questo sono importanti le iniziative come la dichiarazione di Berlino QUI). Il femminismo è in prima linea anche per trovare soluzioni per superare l’attuale crisi. Le piazze spagnole hanno dimostrato che ci sono persone piene di speranza, disposte a impegnarsi in prima persona per ottenere un cambiamento.
Un quadro nuovo, composto dalle donne immigrate, nuovi attori politici, nuove istanze, liste elettorali in ordine alternato di genere, fanno sperare in un superamento della crisi democratica, che è crisi di rappresentanza politica.
L’intervento di Montero si chiude con un meraviglioso augurio: “La revolución será feminista o no será”, oggi è il nostro tempo, e che il cambiamento sia effettivo per le donne!
Mona El Tahawy, giornalista e attivista egiziana, ha raccontato la situazione egiziana a partire dalle proteste di piazza Tahrir, con i diritti umani fortemente limitati, le violenze sulle donne (pubbliche, anche durante le proteste, sui mezzi, per le strade, e domestiche), le coperture di questi crimini e le connivenze con chi li commette da parte delle forze dell’ordine, la difficoltà di essere attivista in un contesto illiberale, in uno stato fortemente militarizzato, una magistratura che non applica le leggi. Le proteste chiedevano maggiore libertà, anche per le donne.
Ricordiamo tutti l’uso della violenza sessuale come strumento politico contro le donne nel corso di manifestazioni e proteste, che risale al 25 maggio 2005, una giornata ricordata come “mercoledì nero”. Così come non possiamo dimenticare la prassi dei test di verginità sulle donne che protestavano (QUI).
Le condizioni delle donne sono pessime e permangono forti disuguaglianze tra uomini e donne.
Altra questione è la pratica delle mutilazioni genitali che continua ad essere diffusa.

Ahlem Belhadj, ex presidente dell’associazione tunisina donne democratiche (ATFD) ha parlato del ruolo delle donne negli anni della lotta per l’indipendenza (1956), fino ad oggi, contro i fondamentalisti. Si è soffermata sulle forme di resistenza messe in atto dalle femministe: richiesta di parità nelle liste elettorali, diritto al lavoro, lotta alla corruzione, maggiore giustizia sociale. Oggi la lotta si rivolge contro ogni forma di violenza, terrorismo, contro il patriarcato, lo sfruttamento messo in atto dal capitalismo e dal neoliberismo.

Jasmina Tešanović, scrittrice, regista e femminista serba, ci ha portato l’esperienza delle Donne in Nero di Belgrado, movimento pacifista, contro ogni forma di militarizzazione e violenze, che si batte per un recupero delle storie delle donne, che durante gli anni della guerra (quest’anno cade il 20° anniversario del genocidio di Srebrenica) furono vittime di stupri, violenze e rese profughe. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja nel 2007 ha riconosciuto il crimine di genocidio perché “l’azione commessa a Srebrenica venne condotta con l’intento di distruggere in parte la comunità bosniaco musulmana della Bosnia-Erzegovina”. Le donne sono state il vero motore di pace.

Ha chiuso gli interventi del mattino Berit As, norvegese, fondatrice dell’Università delle donne nordiche ed ex parlamentare.

Ho seguito solo i lavori della mattinata e non conosco l’esito dei tavoli di lavoro del pomeriggio. A breve verrà pubblicata una relazione dei lavori sul sito della Casa delle donne di Milano. Sarà fondamentale leggere i risultati di questo convegno internazionale, per comprendere cosa è nato dal confronto delle diverse esperienze. Per tradurre in pratiche concrete di cambiamento quanto espresso in sala Alessi. Questo il mio primo auspicio.
Personalmente penso sia stata una mattina proficua, piena di spunti e di idee da portare a casa, insomma tutto molto stimolante. Saperi e storie messe in circolo, condivise. Penso sia importante recuperare i passi compiuti nel passato e tornare a fare periodicamente il punto su dove siamo e quali sono i nostri obiettivi. L’unico rammarico è stato non aver potuto partecipare ai tavoli pomeridiani. Sensazione finale: “i femminismi del 2000” erano fuori. A testimonianza e a conferma di come ci siano dei luoghi diversi di azione e delle modalità differenti. Auspico la creazione di vasi comunicanti. Parola d’ordine: apertura!

 

Biografie delle relatrici

QUI

 

LINK

http://casadonnemilano.it/networking-internazionale/

http://www.dawnnet.org/feminist-resources/

 

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La paradossale marcia delle donne verso l’emancipazione

women rights

 

Desidero proporvi questa mia traduzione di un articolo di Rémi Barroux, pubblicato su Le Monde il 12 gennaio 2015. Il mio francese è pessimo, ho cercato di fare del mio meglio perché l’argomento mi sembrava interessante, ma sono benvenute le vostre correzioni!

 

I progressi verso la parità tra donne e uomini sono reali, ma la strada è ancora lunga. I passi in avanti sono paradossali e incompleti, scrivono gli autori dell’Atlas mondial des femmes, il primo del genere, presentato lunedì 12 gennaio, presso l’Institut national d’études démographiques (INED) e pubblicato da Autrement.

La causa dei diritti delle donne è relativamente recente: solo nel 1945 l’ONU ha adottato una Carta che stabilisce i principi generali di eguaglianza tra i sessi. Da allora, diverse conferenze internazionali hanno chiarito gli obiettivi. Il 18 dicembre 1979 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato, in particolare, la Convenzione (qui) sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne.
E la quarta Conferenza mondiale tenutasi nel 1995 a Pechino – di cui quest’anno si celebra il ventennale – , si è conclusa con una Dichiarazione e un programma d’azione per l’emancipazione sociale, economica e politica delle donne (qui).

 

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Com’è la situazione reale oggi? “Vi sono miglioramenti in vari settori, come ad esempio la sanità e l’istruzione, ma registriamo anche dei peggioramenti”, spiega Isabelle Attané, demografa e dell’INED e coautrice dell’Atlas. Meno numerose rispetto agli uomini dal 1950 – le donne sono quasi 3,6 miliardi rispetto a una popolazione mondiale di 7,4 miliardi di persone – vivono più a lungo, in qualunque parte del mondo. Ma si tratta di uno dei pochi vantaggi che possono vantare rispetto agli uomini. Nel 2010, il rischio per un uomo di morire a 20 anni era tre volte superiore a quello di una donna. Ahimè, questa speranza di vita maggiore nasconde un più rilevante degrado della salute della donna, a causa in particolare di “una difficoltà a conciliare vita professionale e vita familiare, poiché le attività domestiche poggiano maggiormente sulle spalle delle donne rispetto agli uomini, oltre a quelle lavorative” scrive la demografa Emmanuelle Cambois.
Per il resto le disuguaglianze sono sistematicamente contro le donne. Particolarmente esposte nella vita domestica, sono loro che soffrono maggiormente a causa delle violenze sessuali (75-85%). questo incremento nelle statistiche delle violenze, secondo la sociologa Alice Debauche, è dovuto a “una liberazione dell’espressione delle donne”. In Francia per esempio, il numero degli stupri denunciati è passato da circa un migliaio nel 1980 a circa dieci volte tanto nel 2000. Le misurazioni e i raffronti in merito alla violenza, tuttavia, restano complicate da fare, perché le definizioni giuridiche degli stupri, delle aggressioni o delle molestie, le possibilità di uscire dal silenzio differiscono da un paese all’altro.

 

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Nel settore economico cresce l’accesso al lavoro, ma “vediamo che le donne restano una variabile di aggiustamento privilegiata in un contesto di liberalizzazione e di crisi economica”, sostiene Attané (in pratica sono le prime a pagare le conseguenze di una crisi e ad essere licenziate, ndr). Nei paesi in cui i lavori informali e domestici sono importanti, questo aspetto potrebbe essere meno percepito. Ma la maggiore vulnerabilità delle donne è reale. Più spesso disoccupate, sono anche coloro che rischiano maggiormente di perdere il loro posto di lavoro. Le donne hanno una maggiore propensione ad accettare il rischio di perdere il posto nei successivi sei mesi: in Finlandia (17% donne-11% uomini), in Danimarca (11% e 7%), in Belgio (quasi 10% e 4%), in Spagna o in Austria. In altri paesi come Francia, Portogallo e Regno Unito, la minaccia pesa sulle industrie tradizionalmente maschili, che porta a spiegare la minore paura delle donne di perdere il lavoro rispetto agli uomini. (In pratica, una donna si attende con maggiori probabilità di venire licenziata in caso di crisi, per questo sarebbe meno preoccupata e più propensa ad accettare l’eventualità: come dire, che ne siamo consapevoli, lo accettiamo meglio, insomma viviamo meglio le fregature, bah, sono perplessa, ndr).
L’occupazione femminile resta confinata alle posizioni di minor conto, nell’agricoltura, nel commercio e nei servizi. Sono pagate meno e più colpite dalla povertà. Negli Usa, il tasso di povertà delle donne è stato del 14,5% contro il 10,9% degli uomini nel 2011. E soprattutto continuano a fare la “doppia giornata” di lavoro: tornate a casa, la maggior parte deve svolgere le mansioni domestiche, lavare i piatti, pulire, cura dei bambini e delle persone non autosufficienti ecc. In Francia questi compiti occupano 20,32 ore settimanali rispetto alle 8,38 ore degli uomini.Se includiamo bricolage, giardinaggio, shopping o giocare con i bambini, lo squilibrio si riduce ad appena 26,15 ore per le donne contro le 16,20 per gli uomini.

 

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“L’uguaglianza di genere proclamato in numerosi testi non è acquisito di fatto, è necessario mettere in evidenza gli ostacoli”, avverte Isabelle Attané. Nella sfera privata, ad esempio, le rappresentazioni sono complicate. “Sappiamo che la politica scolastica è guidata dalla socializzazione di genere, già presente in ambito familiare”. Le donne laureate in materie scientifiche sono la maggioranza in Asia centrale, in Medio Oriente e Nord Africa, mentre in Europa occidentale e Nord America le donne sono poco presenti negli studi quali l’informatica e l’ingegneria, privilegiando ambiti quali la sanità, il sociale e la puericultura.
Le disuguaglianze si sono spostate, sostiene Wilfried Rault, sociologo presso l’INED e coautore dello studio. “Il tasso si scolarizzazione delle donne progredisce, i canali e l’accesso a determinate professioni sono più discriminanti. Questo avveniva già in passato, ma il confine si è spostato: le disuguaglianze si verificano più tardi”.

Nel mondo del cinema, dice Brigitte Rollet, esperta in audiovisivi e insegnante a Sciences-Po, le donne rappresentavano l’86% dei posti di lavoro nel settore dei costumi e il 62% in quello delle scenografie, ma il 32% nella regia o il 22% nel suono, secondo la ricerca sugli studenti diplomati alla Fémis, l’école nationale supérieure des métiers de l’image et du son, tra il 2000 e il 2010.
Il prodotto cinematografico, nonostante le protagoniste femminili siano presenti sui manifesti, è molto maschile. Infatti, la quota di donne nella redazione di Positif è solo del 12%, l’8% presso Première e il 22 % presso Cahiers du cinéma. Erano inesistenti nel CdA di UGC nel 2013, solo il 25% presso Pathé e il 30% in quello di Studio Canal e Gaumon. Per completare il quadro inglorioso, dalla creazione del premio César nel 1976, una sola donna, Tonie Marshall, ha vinto il premio come miglior regista.

 

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L’offensiva del conservatorismo (qui un articolo) a livello nazionale e internazionale, attraverso stati come il Vaticano o i paesi più integralisti dell’Africa e del Golfo, rallentano la marcia verso l’uguaglianza. Al di là dei più reazionari, molti stati sono riluttanti all’idea che ci siano testi internazionali che fissino le regole. Ciò accade in Europa sul diritto di aborto, in Spagna come in Italia, o nel dibattito francese. C’è una vera e propria confusione tra la questione dell’uguaglianza e quella della differenza, ritiene Wilfried Rault. Non vi è alcuna legge naturale che colpisca uomini e donne. E nessun discorso può giustificare la disuguaglianza. Per dirla come Simone de Beauvoir, nel 1949, “Non si nasce donna, si diventa” (Il secondo sesso).
A complicare questa lunga marcia verso l’uguaglianza, i miglioramenti possono anche generare nuovi problemi. Ad esempio, l’accesso alla contraccezione mette più pressione alle donne che agli uomini, creando una nuova disuguaglianza. Tra tutti i contraccettivi, la sterilizzazione femminile è la più utilizzata al mondo (18,9%) (ndr qui un articolo recente su quello che accade in India), prima della spirale intrauterina (14,3 %) e della pillola (8,8 %) e ben prima del preservativo maschile (7,6%). “La sterilizzazione delle donne, usata soprattutto in Brasile e in Messico, preclude la via alla maternità dopo i primi figli, mentre gli uomini possono ancora diventare padri, spiega Carole Brugeilles, demografa e insegnante presso l’università Paris Ouest, e terza co-autrice dell’Atlas. Un altro esempio è la medicalizzazione del parto, un progresso innegabile, ma a volte porta a una iper-medicalizzazione che mette a repentaglio la salute della donna. Il cesareo dovrebbe essere una pratica accessibile a tutte le donne che ne hanno bisogno (e spesso (in alcuni paesi) non è così). Quando però si verificano delle percentuali di cesareo che superano il 30% dei parti, per esempio, ci si dovrebbe domandare se si può parlare di reale progresso, oppure non si debba parlare addirittura di una forma di violenza.

 

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Le disuguaglianze tra uomini e donne si riconfigurano, si spostano, si edulcorano, sostengono gli autori dell’Atlas. Per coloro che ci hanno messo più di un secolo per ottenere il diritto di voto – le donne neozelandesi votano dal 1893, mentre le kuwaitiane hanno potuto partecipare alle elezioni comunali solo nel 2006 – e coloro che ancora non possono farlo come in Arabia Saudita , le disuguaglianze sono ben lontane dallo scomparire.

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RICORRE L’8 MARZO, RI-CORRONO LE DONNE

volantino DAC Simona - 3
RICORRE L’8 MARZO, RI-CORRONO LE DONNE
Dalle lotte per l’emancipazione alla lotta per l’occupazione
L’iniziativa prenderà avvio dalla narrazione, corredata da immagini, delle conquiste salienti nella storia dell’emancipazione femminile, fino ai giorni nostri. Nel corso della serata, ascolteremo le testimonianze di alcune donne (ex dipendenti della HITMAN di Corsico, raccontate nel libro “Il canto delle cicale” e della MAFLOW di Trezzano sul Naviglio), che dopo aver perso il …posto di lavoro, si sono organizzate per trovare alternative occupazionali, ricercando soluzioni innovative.

 

Evento organizzato dal Gruppo DONNE A CONFRONTO e dall’associazione DIMENSIONI DIVERSE

 

Venerdì 21 marzo 2014 – ore 20,30 Consiglio di Zona 7 – Via Anselmo da Baggio, 55 – Milano
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