Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Politica delle donne e satelliti


Riflessioni personali, molto personali, a partire da me, che hanno avuto bisogno di restare in decantazione per settimane.

Come il mosto che ribolle nei tini.

Riprendo il tema della partecipazione e del contributo delle donne in un partito e in politica. Mi propongo di riflettere su un fenomeno che si sta palesando, non da oggi certo, ma su cui sembra non esserci nessun interesse o tentativo di interrogarsi. Attorno ai partiti, in modo trasversale da destra a sinistra, si sono creati e si creano soggetti, strutture, associazioni, corpi paralleli di carattere “femminile”, che a mio avviso assumono un senso diverso rispetto a soggetti “vicini ai partiti”, che pur esistono, ma non nascono come espressione di un unico sesso. Abbiamo una questione di genere? A cosa sono finalizzate queste compagini che sorgono tra donne in un percorso parallelo al partito, in modo più o meno esplicito legate ad esso, che conseguenze ci sono? Ecco, tenendo presente che ogni esperienza è un caso a sé, si tratta di un sintomo, di una risposta a qualcosa o di un escamotage studiato a tavolino?

A differenza di quanto avviene in Possibile, dove all’interno e alla luce del sole si sono organizzati gli stati generali delle donne, ed è stata avviata una campagna di ascolto delle donne, per costruire un progetto di paese in cui le donne possano sentirsi parte, altrove assistiamo a qualcosa che non riesce a decollare da dentro, ma sembra che abbia bisogno di soggetti appunto “affiancati”, generati all’occorrenza, spesso non esattamente, facilmente ed esplicitamente riconducibili al partito (scelta non certamente involontaria). Senza avere la presunzione di trovare risposte univoche a questo fiorire di soggetti al femminile, pongo alcune possibili strade interpretative.

Si potrebbe trattare di:

  • scarsa agibilità interna ai partiti per le donne; ma spesso le stesse fautrici di questo tipo di soggetti paralleli hanno ruoli e potere nel partito, per cui in teoria dovrebbero trovare voce.

  • costruzione di un futuro politico per garantirsi nuove prospettive;

  • specchietti per le allodole;

  • disaffezione e sfiducia nel partito come corpo intermedio;

  • restyling e rigenerazione di credibilità;

  • bacino elettorale;

  • trovata gattopardesca;

  • strategia di aggiramento delle resistenze interne

  • operazione di pinkwashing

In ogni caso, torno a domandarmi, che senso acquista oggi la militanza in un partito se poi chi ha ruoli di rilievo e potere, sostegni e agibilità, sente il bisogno di generare mondi paralleli? Non è cambiando nome, con un po’ di belletto rosa, con una prospettiva giovanilistica, con una operazione di restyling che si segna necessariamente il cambiamento o quell’ascolto tanto sbandierato, agognato e poi sempre poco praticato. Non è che se cambiamo vestito saremo necessariamente più in sintonia con chi da tempo magari ci ha voltato le spalle, ha perso speranza nella partecipazione diretta, non riuscendo a porre fiducia in qualcosa che si è dimostrato poco affidabile e sincero. Non è che tutto il “non fatto” si risolve in un cambiamo pelle e logo, statuto e ragione sociale. Non siamo una pizzeria o un pizzicagnolo. Siamo donne che si impegnano e fanno politica. Assume senso cambiare insegna all’occorrenza solo se si desidera lavorare a qualcosa che abbia solo finalità elitarie e oligarchiche, personalistiche e non è certamente ciò che auspico. Sto facendo questo ragionamento tenendo sempre presente che sia imprescindibile fare la differenza per davvero, generando qualcosa di “nuovo”. Altrimenti, forse è meglio restare a casa a fare la maglia.

Perché appare tanto arduo costruire e valorizzare “dentro”, e al contempo mostrare la volontà di ascolto di ciò che le donne “fuori” si aspettano. E non si tratta di mettere in piedi operazioni solo di facciata, perché anche riuscire a dare un segnale di attenzione significa fare la differenza. Se si moltiplicassero certe pratiche di ascolto non vivremmo una disaffezione conclamata e cronica alla partecipazione in prima persona. Penso che avremmo più fiducia. Cambiare dipende da noi. Cambiare senza necessariamente andare a mostrare solidarietà chissà dove, ma dimostrando attenzione qui ed ora, alle donne che chiedono aiuto, accanto a noi. Cercando di invertire prassi altamente lesive e dannose. Le donne rompono il silenzio, scelgono di lottare con tutte le loro forze, hanno bisogno di tutto il nostro ascolto e supporto. Ci sono delle priorità e la differenza sta nel percepirle. C’è chi sceglie solo “cose comode”, battaglie da passerella, luci e cotillon e chi al contrario invece sceglie di fare sempre il proprio meglio, anche in situazioni difficili. Donne fatte di una pasta diversa. Auspicando che ci sia meno indifferenza, meno strumentalizzazione, più solidarietà sincera tra donne. Non dico sorellanza, ma schiettamente non prendiamoci per i fondelli quantomeno e non costruiamo barricate ogni volta che una donna “scomoda” ci propone qualcosa. Immagino che per alcune di voi potrebbe costituire un sollievo perdere questo tipo di donna per strada, ma occorre essere consapevoli che si rischia di perdere non solo risorse, ma anche chi con un briciolo di senso critico ci pone degli interrogativi e stimola un dibattito da encefalogramma comatoso.

Personalmente i mondi paralleli, che fintamente fanno le battaglie e poi si infrangono e si ripiegano altrove, non mi lasciano ben sperare. Si può fare politica in vari luoghi, ma occorre interrogarsi sul perché alcune di noi non riescono ad abitare i vari mondi già esistenti e creano satelliti sempre ben legati alla casa base. Ecco i satelliti potrebbero evocare altro, e non necessariamente qualcosa di positivo.

Al contempo occorre fare un bilancio, un’analisi di quanto si riesce a fare “da dentro” e quanto si riesce a parlare fuori.

Le battaglie hanno dei terreni specifici in cui vanno praticate, spostare o far finta si spostare il teatro non segna alcun punto a favore, semplicemente può sembrare e fungere da tentativo di creare una cortina fumogena che rinvii di giorno in giorno il cambiamento e un punto di arrivo. Segnare il cambiamento, rispondere alle istanze delle donne di questo Paese, non necessita di questo. Quando poi non si è capaci nemmeno di ascoltare dentro, di accogliere le proposte interne, sostenere autenticamente all’interno le donne nelle loro battaglie e le si imbavaglia, le si azzoppa sempre. Le regole valgono solo per alcune donne, l’agibilità pure. Quindi la sfida è allargare le maglie di questa agibilità, mantenendo la rotta e la testa alta. Io guardo dentro e altrove, perché di buoni esempi e buone pratiche tra donne ve ne sono. Io vorrei che si avesse il coraggio e la perseveranza di lavorare in questo senso, senza fare un uso strumentale degli organismi del partito, nati proprio per rendere possibile la proposta e la generazione di contenuti politici delle donne e non come comitati o bacini elettorali, da spostare, usare e collocare a piacimento.

Anche quei recinti e quelle giornate ad hoc che vengono concesse, rischiano di diventare passerelle, in cui ci occupiamo di tutto fuorché delle reali priorità. Siamo capacissime di parlare di clima e poi però non conosciamo minimamente le esigenze e le problematiche di vita delle donne reali.

E forse occorrerebbe incominciare a cercare di porre le basi per una strategia politica che sia veramente nostra, non subordinata o ammansita da partiti tradizionalmente a trazione maschile. Ma per questo occorre costruire, tempo, pazienza e lavoro di tessitura. Se si vuole creare un soggetto politico femminista, realmente differente, indipendente e autonomo, con dinamiche interne ed esterne nuove e rivoluzionarie, che vada dritto ai diritti delle donne, sempre ai margini dei progetti e delle proposte politiche, quanto meno non spacchiamoci come sempre in mille rivoli, pensando ciascuna di avere in mano la verità assoluta. In generale c’è bisogno di differenza, ma restando in ascolto e in dialogo. Invece, siamo sempre ad atteggiamenti maschili, molto maschili, su cosa e chi rappresenta meglio e più autenticamente le donne.

Ripenso a quanto rilevava Simone De Beauvoir:

“Ho notato che le donne nelle istituzioni si risentono se tu dici che molte donne nelle istituzioni sono patriarche in gonnella.

Non capisco se si offendono perché sanno che è vero e si sentono chiamate in causa – a mo’ di coda di paglia – oppure perché sanno benissimo che essere patriarche in gonnella, in fondo significa essere schiavette del sistema e affatto donne di potere. Perché il potere è di fatto tutta un’altra cosa nelle mani di una donna che non lo utilizza con lo schema del patriarcato”.

Ecco, non risentiamoci, ma cerchiamo di comprendere il senso di queste parole, che valgono anche per le militanti e per tutte coloro che in qualche modo fanno politica dentro e fuori i partiti. Mi piacerebbe che si evitasse di occuparsi dei temi semplicemente rincorrendo un trend topic, ma che si raggiungesse una certa specifica e autentica “vicinanza” costante nel tempo. Questo continuo appiccicarsi etichette e intestarsi battaglie in cui non si crede fino in fondo, genera gravi ricadute e perdite di tempo e di speranza.

Consapevole che si tratta solo di un pezzo del problema, ma occorre non sottovalutare nessun segnale, perché abbiamo già numerosi fattori che hanno portato disaffezione e allontanamento.

Accettando la grande e onerosa sfida e la grande avventura di essere e restare se stesse fino in fondo.

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Testimoniare e dare corpo a un’azione differente

 

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Non si tratta solo di parità, ma di differenza. La partecipazione delle donne all’interno delle istituzioni può essere sostenuta, incoraggiata, ma la parità non è garanzia di un cambiamento significativo. Perché se dobbiamo esserci come gli uomini, ricalcare le loro orme, forse siamo sulla strada sbagliata. Siamo d’accordo su questo, vero?

Se l’esperienza della donna è nulla o appiattita su temi, soluzioni, proposte, stili, priorità maschili, dove ci stanno traghettando? L’esperienza e l’attenzione pluriennale su certi temi sono indispensabili, per sapersi orientare, scegliere i giusti metodi e le politiche più adatte. L’improvvisazione non è consigliabile. Da una donna io chiedo preparazione, tenacia e autonomia di pensiero, ovvero senso critico. Chiediamo risposte e non silenzi di fronte a questioni che ci riguardano, come la violenza contro le donne. Non è “in quanto donne”, torno a ripetere che a volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani. Altrimenti non dovremmo assistere a certe dichiarazioni, per esempio in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne e sulla 194. Altrimenti non avremmo donne nelle istituzioni che di fronte agli ennesimi femminicidi non proferiscono parola. Non ci si ferma nemmeno di fronte a questo. Desumo sempre più spesso che per molte la violenza contro le donne è una faccenda di scarso valore. Continuate a fare i vostri selfie e la promozione di voi stesse, mi raccomando, non sia mai che dimostriate di avere un po’ di autonomia e di sensibilità. Continuate a fare la vostra quieta vita, pensando che la violenza sia un problema a voi estraneo. Quindi è necessario scegliere attentamente le nostre rappresentanti. Abbiamo bisogno di ben altro, di ben altre sensibilità.

Le vite delle donne non sono qualcosa di secondario, se non ci si interverrà adeguatamente, l’intera società sarà segnata da questa scelta.

Quando ci consigliano di soprassedere sui temi che sentiamo più vicini e prioritari, che così ci auto-ghettizziamo, è già un’intromissione e il segnale che stiamo percorrendo una strada sgradita a chi ci vuole mansuete. Un segnale che dovrebbe indurci a continuare su quel versante. Ma non per tutte è così. Quando parlo di differenza, parlo di un vissuto, di una riflessione, di un approfondimento, di una ricerca diversa. Un processo e un cammino che non sono tracciati da nessuna parte, ma che maturano e dovrebbero maturare con le donne stesse, in modo libero, differente appunto. Il partecipare senza tutto questo bagaglio è un partecipare che prima o poi rischierà di subire passivamente e magari anche inconsciamente il modello maschile: senza basi non saprà riconoscerlo, resistergli, proponendo un’alternativa concreta, tangibile. La presa di coscienza, insieme a una consapevolezza della necessità di esprimere altro, di trovare nuove parole e nuove espressioni politiche, nuovi metodi e nuove soluzioni realmente e autenticamente nostre, devono avvenire spontaneamente, a volte avviene per vicinanza, accostandosi a coloro che questo percorso lo hanno già avviato. A volte ci arrivi dopo ripetuti scossoni nella vita di donna. Ciò che si deve fare è invertire la tendenza per le generazioni che verranno.

Hanno ammazzato l’idea di conflitto positivo, l’idea di lotta sana e rigenerativa per non abbandonare a priori l’idea di un mutamento possibile, ci hanno fatto credere che l’unica via fosse quella segnata, ancora una volta dagli uomini. Ci hanno illuso di poter esserci, quasi sempre raccomandandoci di essere “brave” nel senso di mansuete, di seguire i consigli e di esserci in vece di qualcun altro. Burattine neanche tanto inconsapevoli, perché non credo che non ci si possa accorgere di essere semplicemente questo. Pallide imitazioni di una rappresentanza delle istanze delle donne piena. Le eccezioni ci sono certo, ma sono ancora troppo rare. Dov’è la nostra voce autentica? Quella che da sempre hanno cercato di soffocare?

Rispondo a Alessandro Bertante, che ha tracciato un ritratto vero di Milano e di ciò che è movimento o meglio del movimento che dovrebbe esserci. La mia generazione è quella del grunge, degli anni ’90, di coloro che hanno attraversato il berlusconismo e si sono ritrovati ad essere i primi precari, tramortiti, impegnati a sopravvivere, accartocciati sui propri problemi, in un contesto sempre più individualizzato, sempre più chiuso. La mancanza della dimensione collettiva, da vivere e dalla quale leggere i fatti e per trovare soluzioni, è tutta qui. C’è chi ci definisce la generazione perduta, eppure una manciata di noi è ancora qui che resiste e ci crede. Danno per scontato che siamo tutti ormai assuefatti e rassegnati. Non è caricatura se mettiamo a disposizione il terremoto che ha frantumato le nostre esistenze e cerchiamo di invertire la rotta. Io porto con me questo vissuto e non è roba posticcia. Metto a disposizione me stessa, sono scomoda e pago in prima persona, se c’è da manifestare io ci sono, perché tuttora penso che non si possa lasciare il campo al vuoto, all’indifferenza, all’individualismo, all’opportunismo, al clientelismo, al familismo.

La mia testimonianza politica lotta contro tutto questo, ma sono consapevole che se resta isolata, non ci si schioda dal pantano. Sono cresciuta pensando che non si potesse restare indifferenti, che vivere aveva senso solo se fossi restata coerente, ma non per mera testa dura (che tra l’altro ho) o in modo sterile, ma perché convinta pienamente che l’omologazione sarebbe stata la forma di autolesionismo più nociva. Mi rendo conto che bisognerebbe osare di più, che spesso siamo innocue, l’ho rilevato più volte, ma quando manca la dimensione collettiva, tutto è molto più annacquato.

Finché non riusciremo a tornare lì, resteremo innocue, finché non rinunceremo a quelle briciole di parità che ci fanno sentire dentro il sistema e che ci rendono inefficaci e mansuete, non produrremo DIFFERENZA e non sentiremo nemmeno la spinta a tornare a lottare per contrastare un pericoloso arretramento in tema di diritti. Pensiamo solo a quanto la dimensione individualista ha minato il movimento delle donne.

Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità è tipico delle nostre società postmoderne. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, con uno sguardo ampio sui problemi, sulla società, sull’economia, sui diritti, sul mondo del lavoro e del welfare, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo.

Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica che ci permette un confronto ed è in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove.

Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri.

Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”, ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personali. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone.

Tornando al tema della partecipazione delle donne nelle istituzioni, per me non può mancare quanto sinora rimarcato. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, tornando a nominare e a evidenziare che il patriarcato nelle sue mille forme non è mai morto, anzi è vivo e vegeto ed è purtroppo introiettato nella vita e nella mentalità di tante donne.

Le differenze economiche e sociali dobbiamo guardarle dritto in faccia, la situazione di emarginazione e di lesione dei diritti in cui vivono tante tantissime donne non può essere buttata in un calderone unico, abbandonata alla buona volontà (mai scontata) di una politica che continua ad avere un approccio neutro e che non riesce ad ascoltare adeguatamente le donne. Io quelle voci le ascolto da sempre e sono loro il motivo della mia militanza, del mio attivismo in ogni occasione e in ogni luogo, in ogni contesto, porto avanti le loro istanze. Porto con me i loro volti che dicono a volte più delle parole. Sono loro che mi danno il coraggio, che mi rigenerano ed è per loro che non mi fermo. In ogni mia azione politica è come se le portassi con me, come se ci tenessimo per mano. Perché è la solitudine che va sconfitta. Non ho rendite di posizione da difendere. Rivendico la necessità di una cura, di un’attenzione adeguata e dotata della giusta sensibilità su lavoro, salute, servizi pubblici, diritti fondamentali che siano affrontati finalmente con un’ottica di genere. Torniamo a chiedere interventi permanenti, strutturali, che non siano privilegio di pochi e che non siano oboli una tantum. Non ci accontentiamo. Rimuoviamo gli ostacoli di ordine economico e sociale che azzoppano i nostri diritti di cittadine, come sancisce la nostra Carta. Potremo partecipare pienamente solo se ci accorgeremo di questo. Resilienti, mai rassegnate. Perché le prime a pagare siamo sempre noi donne e quando il welfare familiare finirà o sarà prosciugato, non avremo vie d’uscita, dovremo inevitabilmente fare i conti con il fatto che non siamo state in grado, al momento giusto, di incidere sulle decisioni e sulle politiche di questo Paese, forse perché molte di noi hanno preferito difendere il proprio orticello, seguendo i suggerimenti di padri o padrini. Non potremo lamentarci se avremo privilegiato altre questioni e avremo messo da parte l’idea di una politica capace di interpretare anche le esigenze delle donne. Svegliamoci, non smetterò mai di ripeterlo! L’accesso è bloccato? Sblocchiamolo insieme, ma con regole e linguaggi diversi. Sinora abbiamo replicato. Promettiamoci un futuro diverso, differente. Torniamo a mobilitarci in piazza periodicamente per i nostri diritti! Non c’è altro modo. Il fallimento è non tentare. Il fallimento è non ascoltarci.

La politica mancante di voci autenticamente femminili non è mai un bene.

Il voto delle donne ha compiuto 70 anni. Onoriamolo sempre.

 

Suggerimenti di lettura:

https://simonasforza.wordpress.com/2015/12/20/capitalismo-e-oppressione-delle-donne/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/15/autonomia-redistribuzione-parita-di-genere/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/03/29/classe-e-patriarcato-due-variabili-per-il-controllo/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/27/piacere-o-dire-la-verita/

https://simonasforza.wordpress.com/2014/07/03/le-donne-e-le-classi/

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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