Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Distrazione e disinformazione di massa. Nel caso non aveste ancora capito cosa stiamo attraversando…


8 Marzo 2019, Matteo Salvini: con la sua consueta imperturbabilità ribadisce il suo diritto di rispondere a ciascun attacco nei suoi confronti, senza alcuno sconto, quindi rivendica la sua abitudine di pubblicare sulla sua pagina Facebook, foto di donne che lo contestano, facendole sbranare dai follower con commenti di una violenza inaudita. Questa sarebbe per il ministro una sana modalità di azione, a me pare semplicemente un esempio dei tempi che viviamo.

Aggiunge che: “Il Ddl Pillon sarà il punto di partenza per la riforma del diritto di famiglia a tutela dei minori… certo si può migliorare, emendare, ma la parità di diritti di padri, madri e figli, su questo bisogna lavorare”. “Il diritto di famiglia va riformato nell’interesse delle donne, degli uomini, ma soprattutto dei minori, dei nonni che perdono i nipoti. Contro i padri che non danno gli alimenti pur potendoselo permettere, alle madri che con le false accuse, intasando i tribunali, trattano i figli come merce di scambio per ottenere quello che non sempre potrebbero ottenere. I bimbi sono usati troppo spesso per le beghe degli alunni”. Quindi per fare l’interesse dei minori, garantire loro maggior benessere, li equipariamo a pacchi postali, da spostare ogni tot giorni da un’abitazione all’altra, secondo piani genitoriali e schimi rigidi, costringendoli a cambiare abitudini, luoghi, contesti, per seguire il meccanismo delirante dei tempi paritetici, senza entrare nel merito delle specifiche e singole esigenze, senza consentire appunto ai figli, anche in relazione alla loro età, di avere condizioni di vita a loro veramente favorevoli.

Bernard Buffet

Il testo di Pillon vorrebbe attuare un modello di bigenitorialità rigido, chiuso, estraneo a considerazioni relative all’interesse del minore. Almeno che non ci siano le seguenti ipotesi ostative: violenza; abuso sessuale; trascuratezza; indisponibilità di un genitore; inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

Violenze che devono però essere comprovate e passate in giudicato. Eppure sappiamo quanto differenti siano i tempi della giustizia penale e civile.

Gli affidi sono condivisi nell’89% dei casi, ma il collocamento prevalente è ancora a carico della madre. Il motivo lo spiega bene la giudice Monica Velletti, giudice tribunale civile Roma, nella puntata di Presa Diretta:

Né ci si può appellare all’Europa, sostenendo che ci dobbiamo adeguare a quanto prescritto a quel livello, perché le cose l’Europa le ha concepite in modo del tutto diverso da quanto la cultura, l’ideologia che sta alla base della riforma Pillon ha partorito. Perché è assai pericoloso asserire che Pillon di fatto recepisce e vorrebbe attuare qualcosa che è stata disegnata a livello europeo. Assai pericoloso pensare che questo testo, o gli altri ad esso collegati, sia recuperabile anche solo in parte: si corre il rischio non solo di lasciar intendere che sia cosa buona e giusta in alcune sue parti, ma che ne si condivida l’impianto, che da più soggetti è stato giudicato assai negativo. Non lascerò passare l’idea semplicistica e manipolatoria che Pillon stia semplicemente compiendo quanto a livello europeo si suggerisce di attuare, che ci si debba allineare a qualcosa che altrove è già realtà, ma guarda caso omettendo le specificità di ciascun paese e soprattutto senza tenere conto della diversa condizione della donna.

Siccome la questione del fatto che il Ddl Pillon sia in linea con un dettato europeo non sussiste e non è assolutamente adoperabile a mo’ di propaganda in nessuna sede, aggiungo uno stralcio della Risoluzione 2079 (2015) del Consiglio d’Europa:

“introduce into their laws the principle of shared residence following a separation, limiting any exception to cases of child abuse or neglect, or domestic violence, with the amount of time for which the child lives with each parent being adjusted according to the child’s needs and interests”.

Pillon di fatto omette nel suo testo un fattore centrale e discriminante come la violenza domestica, in più fa finta di non aver visto che la risoluzione prevede la possibilità di modulare i tempi paritari sulla base delle necessità e dell’interesse del minore. Non c’è la rigidità e l’inflessibilità dei tempi previsti dall’art. 11 del Ddl Pillon nel testo europeo.

Scompare altresì ogni riferimento alla valorizzazione del minore quale soggetto titolare di uno specifico potere d’iniziativa, che invece è espressamente previsto dall’art. 5.11 della Risoluzione 2079. Tale disposizione, con riferimento ai piani genitoriali, prevede che vi sia la “possibility for children to request a review of arrangements that directly affect them, in particular their place of residence”. È previsto quindi un ruolo attivo dei minori anche nella definizione di quanto deciso dai genitori, specialmente per quanto riguarda i luoghi di residenza. Si dovrebbe sempre verificare la praticabilità di certe previsioni, oltre che la loro costituzionalità.


Anche il nostro ordinamento riconosce la tutela del “best interest of the child”, principio di natura costituzionale, in quanto come Paese ci siamo impegnati ad ottemperare anche a normative sovranazionali (ex art. 117 Cost.), in riferimento alla Convenzione di New York del 1989 ed ad altri testi che salvaguardano l’interesse del minore. Nessuna legge può essere varata se contraria a quanto previsto dal nostro testo costituzionale, questione da non dimenticare mai.

Ve lo faccio spiegare anche da un ex ministro, giudicate voi se combacia o meno con quanto prescritto dal ddl 735 e da un intento che vuole criminalizzare le donne che denunciano le violenze domestiche o che vogliono separarsi per allontanarsi da compagni maltrattanti.

A ottobre 2016 l’ex ministro della Giustizia Orlando interveniva in risposta a una interrogazione:

“La risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2079 del 2015, firmata anche dai rappresentanti italiani, al par. 5.5 richiama gli Stati membri ad introdurre nella loro legislazione il principio della shared residence dei figli in caso di separazione, limitando le eccezioni alle ipotesi di abuso, negligenza o violenza domestica, e “ad organizzare i tempi di permanenza in funzione dei bisogni e dell’interesse dei bambini”. Pertanto, la shared residence si sostanzia in una “tendenziale” parità di permanenza del minore con entrambi i genitori al fine di garantire l’effettività del suo diritto alla continuità affettiva con ciascuno di essi: principio che, per sua natura, non può essere assoluto, dovendosi necessariamente commisurare ai bisogni ed al “superiore interesse” del minore, richiamato in tutte le convenzioni internazionali di protezione e di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Con tale chiave di lettura della shared residence, non condizionata da impostazioni adultocentriche, non pare in contrasto la disciplina dell’affido esistente nell’ordinamento italiano. Come è noto, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto l’istituto dell’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione dei coniugi, modificando il testo dell’originario art. 155 del codice civile ed introducendo gli articoli da 155-bis a 155-sexies. Successivamente, il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, ha abrogato tali ultime norme e modificato nuovamente il disposto dell’art. 155, il quale oggi si limita a rinviare, per l’affidamento dei figli in caso di separazione, agli art. 337-bis e seguenti del codice civile. Tali norme affermano, fra l’altro, il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, ricevendo cura ed educazione da entrambi, dovendo il giudice valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori e potendo decidere per l’affido esclusivo ad uno solo dei genitori, ma, in ogni caso, assumendo ogni decisione “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale della prole”. La determinazione dei tempi e delle modalità di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori non è lasciata, pertanto, ad alcun arbitrio giurisprudenziale, ma è funzionale all’effettiva realizzazione del diritto che ha il figlio minore di conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori.”

e ancora aggiungeva:

“Nell’analisi delle fattispecie concrete, l’ordinamento interno ha demandato, infatti, al giudice il compito di adattare i tempi di permanenza con ciascun genitore alle esigenze di vita del minore, senza che possano trovare spazio pregiudizi che traggono fondamento su una presunta diversa capacità genitoriale scaturente da diversità di genere. È evidente che le esigenze di vita sono ontologicamente diverse per ogni singolo minore e sottoposte a variabili, da considerare caso per caso. Stabilire, in via di principio, l’affido materialmente condiviso, con analoghi periodi di permanenza del minore presso entrambi i genitori, significherebbe condizionare fortemente l’attività interpretativa in valutazione concreta dei fabbisogni del minore, calati nella realtà familiare.

Si può ricordare che, sulla base delle informazioni assunte dai competenti Dipartimenti, risulta che, nel nostro Paese, le separazioni consensuali siano la maggioranza ed in esse, com’è noto, il tribunale si limita ad omologare l’accordo raggiunto dalla coppia, potendo intervenire solo se tale accordo leda l’interesse dei figli minori. Ne consegue che nella maggioranza dei casi sono i genitori a volere l’assetto “sbilanciato” in favore di uno solo dei due (di solito, la madre).”

 

Sarebbe quindi da salvaguardare il potere del Giudice di valutare, caso per caso, quale sia l’interesse del minore, quindi avendo riguardo al “best interest of the child”. Naturalmente si auspica altresì una formazione specifica del giudice affinché sappia cogliere ogni dettaglio utile a fare l’interesse del minore. Soprattutto ci si augura che la violenza domestica possa emergere e non restare sommersa: nella valutazione dell’affidamento non può essere sottovalutata o non tenuta in debita considerazione. Ne parla il giudice Fabio Roia, che ci aiuta anche a confutare la tesi delle “false accuse” tanto care al senatore Pillon:

Pertanto, riportiamo i piedi per terra e ricostruiamo i fatti come sono, perché non si continui a diffondere disinformazione su questi temi. Sono testi irrecuperabili, inemendabili, totalmente corrotti alle radici, altamente pericolosi se introdotti nel nostro ordinamento. Nel caso questi disegni di legge dovessero essere approvati, non solo si introdurrebbe l’alienazione parentale nel nostro ordinamento, non solo si ostacolerebbe il divorzio, non solo si consentirebbe di assicurare al padre violento di continuare a frequentare i figli e a condividere l’affidamento, non solo si irrigidirebbe la vita dei figli, non solo si andrebbe contro gli interessi dei minori, ma, con il ddl 45 De Poli, ci sarebbero cambiamenti notevoli anche in materia penale, in tema di maltrattamenti, ma anche in merito alla fattispecie della “calunnia”, quindi in caso di indimostrabilità delle violenze subite e denunciate. C’è come detto in precedenza ben più che il mero intento di rivedere la materia dell’affidamento dei figli, si intravede un disegno in chiave misogina e regressiva di revisione del diritto di famiglia, ma anche di tutte le fattispecie che riguardano la violenza di genere. L’obiettivo sottinteso è obbligare le donne a non denunciare gli abusi e a non separarsi più.

Lo fanno per il nostro bene, come quando si è presentata la legittima difesa come uno strumento a tutela delle donne. Siamo noi che non abbiamo capito, siamo noi donne italiane a doverci allineare ai modelli europei, dobbiamo cambiare mentalità, sì come qualcuno l’ha definita, “parassitaria”. Peccato che ad alcuni uomini durante il matrimonio ha fatto comodo che la donna assumesse su di sé quasi tutto il carico di cura familiare, rinunciando spesso a carriera, lavoro, autonomia economica e prospettive future, riducendo orario di lavoro e cercando di conciliare tutto, seguendo il nostro marito e sostenendo le sue aspirazioni lavorative. Per poi sentirci anche dire che siamo noi a dover cambiare, fare come le donne degli altri Paesi europei. Chissà perché è a noi donne che viene richiesta versatilità, adattabilità, tuffi carpiati, acrobazie e possibilmente tutta una serie di disponibilità al mutamento delle situazioni. Chissà perché siamo noi donne, che oltre a vederci stravolgere la vita da una serie di discriminazioni e ostacoli, dobbiamo anche assistere al progressivo annientamento di quel po’ di diritti conquistati. Il pensiero di tanti seguaci di Pillon ha contaminato anche un sacco di donne, anche in contesti in cui si dovrebbe riuscire a discernere con la propria testa.

A colpi di sentenze e di ddl ci vogliono riportare indietro di decenni.

Un uomo ottiene una riduzione della pena per un femminicidio da lui commesso, poiché in preda a una “tempesta emotiva” soverchiante, dettata dalla gelosi. Dramma della gelosia e delitto d’onore di ritorno.

Tre giudici donne scrivono in sentenza: “Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto”. Così due giovani, condannati in primo grado a cinque e tre anni per violenza sessuale, vengono assolti in appello. Per fortuna interviene la Cassazione, che annulla la sentenza. Appello dunque da rifare.*

Ci sono segnali inquietanti dappertutto, ogni giorno. Non permetteremo che si compiano arretramenti e continueremo a far chiarezza ogni qualvolta ce ne sarà bisogno. Certo sarà assai complicato, anche grazie alle donne che vanno sottobraccio al patriarcato e fanno il gioco di queste falangi reazionarie.

 

*aggiornamento: Corte di Cassazione.

1 Commento »

Galassia Pillon: oltre il ddl 735


Che ricadute avrebbe il ddl Pillon e il disegno generale che lo sostiene? Se già oggi non riusciamo a proteggere adeguatamente i bambini dalla violenza, se continuiamo a permettere a padri violenti di continuare a vedere i figli pur in presenza di abusi conclamati, cosa potrebbe accadere se dovesse passare il ddl 735?

 

Le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano quanto sia difficile riuscire a proteggere i minori da genitori violenti. Abbiamo letto tutti della tragedia accaduta a Taranto, dove un uomo, dopo aver litigato con la moglie proprio per la frequentazione con i figli, ha gettato la figlia dal balcone e ha accoltellato il figlio. Una violenza che continua oltre la separazione, che ha generato la decisione della donna di separarsi, e infine si riversa sui figli. Una violenza maschile che deve annientare e distruggere tutto, anche i figli, perché la donna abbia una sofferenza eterna. Giustamente i giudici avevano tolto a quest’uomo la responsabilità genitoriale, si possono immaginare le motivazioni, eppure tanti interrogativi restano in piedi, più di una sottovalutazione del rischio ha consentito che quest’uomo commettesse tutto questo orrore. Quindi ci chiediamo che ricadute avrebbe il ddl Pillon e il disegno generale che lo sostiene? Se già oggi non riusciamo a proteggere adeguatamente i bambini dalla violenza, se continuiamo a permettere a padri violenti di continuare a vedere i figli pur in presenza di abusi conclamati, cosa potrebbe accadere se dovesse passare il ddl 735?

In origine, oltre al ddl 735 a firma Pillon, vi era più di un disegno di legge depositato al Senato, in materia di affido in casi di separazione, per la precisione:

– n° S.45 – Disposizioni in materia di tutela dei minori nell’ambito della famiglia e nei procedimenti di separazione personale dei coniugi, Iniziativa Parlamentare di Antonio De Poli (FI-BP) e Cofirmatari: Paola Binetti (FI-BP), Antonio Saccone (FI-BP).

– n° S.768 – Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare. Iniziativa Parlamentare di Maria Alessandra Gallone (FI-BP).

– n° S.118 – Norme in materia di mediazione familiare nonché modifica all’articolo 337-octies del codice civile, concernente l’ascolto dei minori nei casi di separazione dei coniugi. Iniziativa Parlamentare di Antonio De Poli (FI-BP). Sostanzialmente si occupa di definire ruoli, compiti, figure e modalità della mediazione, che resta un invito per i coniugi separandi. Il testo inoltre prevede che, all’’articolo 337-octies del codice civile, “il giudice deve prendere in considerazione la sua opinione (il minore, ndr), tenendo conto dell’età e del grado di maturità. Il giudice può altresì disporre che il minore sia sentito con audizione protetta, in locali a ciò idonei, anche fuori dell’ufficio giudiziario, e che la medesima, oltre che verbalizzata, sia registrata con mezzi audiovisivi”.

– n° S.282 – Introduzione dell’articolo 706-bis del codice di procedura civile e altre disposizioni in materia di mediazione familiare. Iniziativa Parlamentare di Vanna Iori (Partito Democratico).

Il primi due sono stati congiunti al 735 in data 10 settembre e i restanti il 26 settembre. Questo significa che“stante l’attinenza di materia” si discuteranno congiuntamente in commissione, come ha confermato lo stesso senatore Pillon.

Andiamo per gradi, giusto per orientarci in questa galassia di testi.

Il ddl 282 di area PD viene ritirato il 26 settembre, con il “ddl Pillon” già ampiamente oggetto di critiche, soprattutto per quanto concerne l’inserimento della mediazione obbligatoria. Ed è proprio su questa materia che verteva il testo 282, all’art. 4 infatti prevedeva l’introduzione nel c.p.c. dell’art. 706bis:

“– (Mediazione familiare). – Qualora vi siano figli minorenni e vi sia disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso, la parte ricorrente o le parti congiuntamente hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e fatti salvi i casi di assoluta urgenza o di grave e imminente pericolo per l’integrità psico-fisica dei figli minorenni o del ricorrente, di adire un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare libero professionista ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, nonché di partecipare ad almeno tre incontri volti a fornire sostegno alla genitorialità nella separazione e al raggiungimento di un accordo sulla nuova organizzazione familiare, nell’esclusivo interesse del figlio o dei figli…”

e all’art. 5:

“Nella procedura di negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi (…), e in presenza di figli minori di anni quattordici, i coniugi hanno l’obbligo, prima del raggiungimento dell’accordo, di adire un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare libero professionista ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, nonché di partecipare ad almeno tre incontri volti a fornire sostegno alla genitorialità nella separazione e al raggiungimento di un accordo sulla nuova organizzazione familiare, nell’esclusivo interesse dei figli.”

A differenza del ddl 735 che prevedeva la gratuità solo del primo appuntamento, in questo caso la mediazione sarebbe stata gratuita, in quanto il 282 prevedeva che “ In ogni azienda sanitaria locale, di preferenza presso i servizi dei consultori familiari, ove esistenti, è istituito un servizio di mediazione familiare, ad accesso libero e gratuito…”

Come già detto questo testo è stato ritirato e quindi non sarà all’esame.

Il ddl 45 viene introdotto in questo modo:

“I frequenti casi di sindrome di alienazione genitoriale (PAS), documentati dagli studi di Richard A. Gardner, confermano la necessità, (…), sull’affidamento condiviso dei figli, di dare concreta attuazione al primordiale diritto di ogni bambino ad avere accanto entrambe le figure genitoriali, ciascuna delle quali ha un ruolo diversificato ma complementare per una corretta evoluzione psicofisica della personalità infantile e adolescenziale.”

Che in un testo di legge della nostra Repubblica si affermi come verità frequente e fenomeno reale la Pas è assai grave. Non lo dico io, ma esperti in materia e chiunque si consapevole di chi fosse il suo inventore. Le parole chiare del magistrato Fabio Roia spiegano perfettamente ciò che sta accadendo e il tentativo di sdoganare un fenomeno che non è tale:

“Si tratta di una falsa sindrome, nel senso che sotto il profilo di patologia non ha avuto nessun tipo di riconoscimento scientifico perché non è mai stata inclusa nei manuali delle malattie psichiatriche che è il Dsm. E quindi non ha ottenuto una validazione.”

Alla domanda precisa sul motivo per cui la Pas venga adoperata nei tribunali italiani e non si riesce a contrastare tale prassi, Roia risponde:

“E’ una disfunzione culturale. Bisognerebbe fare una grande opera di formazione su tutti gli operatori che fanno le indagini sulla famiglia: mi riferisco agli assistenti sociali e ai consulenti tecnici. Perché alcuni di questi operatori leggono la violenza e la pesano, altri ritengono che non sia di loro competenza ma del giudice penale. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato: perché quando un giudice deve valutare l’idoneità di un genitore a svolgere il suo ruolo, deve valutare anche l’esistenza o meno di comportamenti violenti. Non può essere qualcosa di separato. Quando un bambino si rifiuta di vedere un genitore, penso ai casi di violenza domestica, potrebbe legittimamente non volerlo frequentare a seguito di traumi innescati dai comportamenti violenti di quel genitore. E invece spesso si dice che quel bambino è stato alienato dalla madre.”

Un malanno di una cultura che pregiudizialmente considera la madre malevola a priori e non sempre indaga a sufficienza sulle ragioni per cui il bambino mostra un rifiuto o un timore. Per non parlare delle false accuse, eppure: “tutti i dati nazionali, internazionali, europei, giudiziari e di analisi Istat ci dicono che normalmente nei procedimenti penali per violenza la donna è vittima nel 90% dei casi.” Purtroppo, come sostiene Roia, simili insinuazioni permeano l’attività di alcuni professionisti chiamati a fare da consulenti in tribunale e ultimamente ho sentito citare Gardner anche in luoghi che non dovrebbero accogliere come fonte autorevole un pedofilo e un soggetto considerato inattendibile.

L’elevata conflittualità tra gli ex coniugi di cui parla il ddl 45 non si rileva nei dati che vedono le separazioni essere per l’82% consensuali, con un 89% di affidi condivisi. Cosa prevede in concreto? All’articolo 2 “In caso di affidamento condiviso, si prevede la fissazione della residenza anagrafica dei figli minori presso entrambi i genitori.”

L’articolo 3 “prevede la sospensione della potestà genitoriale in caso di calunnia da parte di un genitore o di un soggetto esercente la stessa a danno dell’altro.” Qui ci sono tutte le argomentazioni care allo stesso senatore Pillon che ha aperto le Crociate contro le donne calunniatrici. Per non parlare del fatto che per legge (Art. 316 comma 1 C. C. ex Dlgs. n. 154/2013) non si parla più di potestà ma di responsabilità genitoriale, magari documentarsi prima di scrivere sarebbe auspicabile.

Inoltre, con la previsione di pene aggravate (art.4), questo testo sottende un evidente tentativo di dissuadere le donne dal denunciare.

“L’articolo 4, oltre a riaffermare il concetto che l’educazione dei figli costituisce un diritto ma anche e soprattutto un dovere, punisce in uguale misura sia il genitore che si sottrae agli obblighi di assistenza, cura ed educazione dei figli minori sia quello che attua comportamenti tali da privarli dell’apporto educativo dell’altra figura genitoriale. Al quinto comma del novellato articolo 570 del codice penale si prevede la possibilità per il giudice di irrogare la sanzione del lavoro di pubblica utilità”.

L’articolo 5 vorrebbe innovare la materia dei maltrattamenti e il relativo art. 572 del C.P. che oggi è denominato “Maltrattamenti contro familiari o conviventi” e si vorrebbe trasformare in “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”. La nuova formulazione chiaramente sposta e deforma il focus di azione. Leggiamo altresì: “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo 571, usa sistematicamente violenza fisica o psichica nei confronti di una persona della famiglia o di un minore (…)” Sistematicamente, significa in maniera continuativa, che non contempla quanto in tutti i casi di violenza domestica si intervallino periodi acuti e periodi di “luna di miele”, si parla infatti di ciclo della violenza. Si riducono le pene per questi reati e soprattutto nei casi più lievi addirittura si può optare per i servizi di pubblica utilità, come quelli che commina il giudice di pace.

Il testo del ddl 768 è più moderato del 735, con qualche elemento che però lo ricalca, come per la previsione di un contributo per l’uso della casa familiare, all’articolo 3:

“Il godimento della casa familiare è attribuito di regola secondo la legge ordinaria; nel caso in cui la frequentazione dei genitori sia necessariamente sbilanciata è attribuito tenendo conto esclusivamente dell’interesse dei figli e compensandone le conseguenze economiche. Ove il genitore senza titolo di godimento sia privo di sufficienti mezzi economici per garantire alla prole un’adeguata dimora nei tempi di permanenza della stessa presso di lui, il giudice può stabilire un contributo a fini abitativi a carico dell’altro genitore” e la riproposizione di tempi prefissati con la: “frequentazione mai inferiore a un terzo del tempo presso ciascun genitore”. Si apre un varco per quanto riguarda l’ascolto dei figli in tema di affidamento, all’articolo 5 e viene affrontato e inserito il fenomeno della violenza domestica all’articolo 2: “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. Il perdurante maltrattamento intrafamiliare, la violenza sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere e la violenza assistita dai figli, l’abuso e la trascuratezza, comportano l’esclusione dall’affidamento.” Purtroppo occorre rilevare che anche in questo testo si spinge per la mediazione obbligatoria, all’articolo 11: “In tutti i casi di disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso le parti hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e salvi i casi di assoluta urgenza o di grave e imminente pregiudizio per i minori, di rivolgersi a un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o a un mediatore familiare libero professionista (…).”

In nome della difesa della bigenitorialità, si mettono a rischio molte cose. Mettere al centro l’interesse del bambino significa innanzitutto rifiutare una impostazione adultocentrica che riserva diritti e potestà superiori ai genitori sulla testa dei minori. Noi siamo ancora pesantemente indietro nell’applicazione di convenzioni internazionali (penso alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e quella di Istanbul). È stata da poco presentata la Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori dall’’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano. All’art. 1 si afferma il diritto a “preservare le relazioni familiari, a non esser separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi” e si conclude con: “L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.” Ecco, i tempi paritetici e la suddivisione prevista dal ddl Pillon sembra non comprendere questo aspetto, come non riesce a discernere che ciascun caso va valutato in modo specifico, entrando nel merito, soprattutto per far emergere situazioni di violenza domestica.

Tra i diritti individuati troviamo quello di “continuare a essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori. E ancora: bambini e ragazzi nelle separazioni hanno diritto a essere ascoltati e a esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni e che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori. I figli, infine, hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti tra genitori, al rispetto dei loro tempi e a ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.”

Ripetiamo quanto sia importante che ci sia ascolto, che non vengano considerati pacchi da spostare a seconda dei desiderata genitoriali. Le decisioni dei genitori non possono arrivare sulla testa dei figli e travolgerli, devono essere considerati individui che hanno non solo doveri, ma anche diritti autonomi e pieni.

Inoltre, all’art. 9 leggiamo che i figli hanno il diritto “di essere preservati dalle questioni economiche, di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, o di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.” Tutte questioni ampiamente sollevate tra le criticità del ddl 735.

Il 23 ottobre inizieranno le audizioni in commissione. Appuntamento il 10 novembre con le mobilitazioni promosse  da D.i.Re Donne in rete contro la violenza, ma nel frattempo, non abbassiamo la guardia e soprattutto cerchiamo di fare informazione corretta andando tra la gente, consapevoli che chi sostiene questo ddl è assai attivo sul web e non risparmia alcun metodo per assaltare chi gli si oppone.

Spiragli emergono anche dagli avvocati riuniti a Catania per il XXXIV Congresso Nazionale Forense: “che quelle possibilità concrete (di genitorialità paritetica, ndr) siano costruite in funzione della situazione di ciascun minore interessato. Quello che viene fuori dai tavoli è l’esigenza che non si apra a nessun automatismo, insomma. Bisogna capire che su quel terreno va riconosciuto e mantenuto al giudice il potere discrezionale, garante di una valutazione il più vicino possibile al reale superiore interesse del bambino.”

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s magazine.

Lascia un commento »

Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?


Riprendo dall’ultima frase adoperata in questo mio recente articolo, per aprire un approfondimento, che vuole anche essere una proposta di lavoro congiunta, che abbisogna di più forze, di più competenze e di più canali perché emerga e si faccia largo in questa ripresa settembrina, prima che sia troppo tardi. E valgono pure tutte le considerazioni precedentemente fatte, sulla necessità di trovare un modo per sospendere quell’atmosfera da fazioni permanentemente in disaccordo e avviare una fase di concentrazione produttiva degli sforzi e di condivisione delle questioni più urgenti. Usciamo dal pensiero utilitaristico, le cose migliori sono arrivate da modalità diverse, da un mettersi a disposizione senza se e senza ma.

In pratica si tratta del DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon (conosciuto come organizzatore del Family day, per il suo “allarme strega” e per la sua recente affermazione “Via l’aborto, prima o poi in Italia faremo come in Argentina“). Il testo dal titolo “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, è stato assegnato in pieno agosto alla II Commissione permanente Giustizia del Senato in sede redigente (tradotto, la commissione redigerà un testo che dovrà passare in aula per il voto senza alcuna possibilità di discuterlo ed emendarlo).

A brevissimo sarà in discussione in Commissione e l’iter scelto è già un segnale di una volontà di accelerazione e di incassare al più presto l’approvazione del pacchetto completo. Testo che innocuo non è ed appare come uno stravolgimento non solo di capisaldi del diritto di famiglia, ma di principi che ledono anche i diritti delle donne e soprattutto di pilastri che dovrebbero tutelare i figli, che non sono pacchi, ma esseri umani che devono crescere in un clima, contesto, ritmi e abitudini idonee.

C’è di tutto:

– obbligo di mediazione familiare (ex art.7 e art. 22, e chissene dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul), con la creazione di un albo ad hoc per queste figure professionaliche (art. 1). La mediazione familiare (art. 24, “Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”), è a carico di chi si separa.

– l’eliminazione, tranne poche eccezioni (ove strettamente necessario e solo in via residuale, art.11), dell’assegno di mantenimento a favore del genitore meno capace economicamente. Non importa se per svolgere i compiti di cura al lavoro si è dovuto rinunciare, non importa se il tasso occupazionale femminile è ancora troppo basso per una serie di motivi che conosciamo fin troppo bene. Non importa se spesso le donne hanno una retribuzione più bassa, una situazione lavorativa più precaria, con evidenti ricadute pratiche, per buona pace del principio di proporzionalità sulla base del reddito.

– chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi “paritetici”. Nell’art. 11 possiamo leggere nel dettaglio al punto 5:

Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di:

1) violenza;

2) abuso sessuale;

3) trascuratezza;

4) indisponibilità di un genitore;

5) inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

– sulla casa coniugale: se essa viene, in via del tutto eccezionale, assegnata a uno dei due genitori, costui deve versare all’altro un’indennità di occupazione, quota soggetta a tassazione.

– all’art. 18 troviamo la volontà di introdurre un nuovo articolo nel codice civile, il 342-quater:

“di cui all’articolo 342-bis il giudice ordina al genitore che ha tenuto la condotta pregiudizievole per il minore la cessazione della stessa condotta; può inoltre disporre con provvedimento d’urgenza la limitazione o sospensione della sua responsabilità genitoriale. Il giudice può applicare in tali casi anche di ufficio e inaudita altera parte uno dei provvedimenti previsti dall’articolo 709-ter del codice di procedura civile. Il giudice, nei casi di cui all’articolo 342-bis, può in ogni caso disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore oppure limitare i tempi di permanenza del minore presso il genitore inadempiente, ovvero disporre il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata, previa redazione da parte dei servizi sociali o degli operatori della struttura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità del minore, nonché dell’indicazione del responsabile dell’attuazione di tale programma.”

In pratica entrano in gioco soggetti terzi, case famiglia, il sempre più consueto girone che conosciamo.

 

CONTINUA A LEGGERE SU DOL’S MAGAZINE QUI.

2 commenti »

tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine