Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Riconosciamoci. Uniamoci.

Yo por ellas, ellas por mí – Fonte https://www.youtube.com/watch?v=xglTGuDd1-M

 

Un bilancio-riepilogo dell’operato del fù governo giallo-verde lo ha tracciato egregiamente Giovanna Badalassi su Ladynomics.

E se il buon giorno si vede dal mattino, li abbiamo lasciati lavorare abbastanza per trarre più di una qualche fondata conclusione. Abbiamo assistito a una sorta di prova generale di cosa accadrebbe se tutto dovesse prendere il colore verde, perché il traino e l’impronta di questi 14 mesi sono stati nettamente di stampo leghista, con i 5stelle a ruota, schiacciati da una macchina politica divoratutto e da un equilibrio che alla fine ha visto ribaltare i pesi delle due parti della maggioranza. Ma non è di colori che desidero parlare. Il vero problema riguarda le donne, al di là della questione incarichi:

“A partire dalle misure economiche, da quelle effettive a quelle che abbiamo rischiato e che forse ancora rischiamo: quota 100 ha favorito soprattutto uomini, il reddito di cittadinanza è stato utilizzato soprattutto da uomini, la flat tax avrebbe scoraggiato il lavoro delle donne, l’aumento Iva colpirebbe soprattutto le donne, per non parlare della saltata chiusura domenicale dei negozi che avrebbe penalizzato soprattutto il lavoro femminile.

Per continuare con le misure sociali: il disastro del Decreto Pillon, il costante attacco ad ogni diritto delle donne, una quotidiana messa sotto accusa della figura femminile moderna ed emancipata a favore di una esaltazione della famiglia “tradizionale” che manco nell’800.

Per finire con la propaganda social esaltatoria del maschilismo più stereotipato e arcaico, con attacchi feroci a donne che esprimono le proprie opinioni. E poi ancora sessismo, tanto, troppo, a volontà, tutti i giorni, ad ogni ora, da ogni postazione, istituzionale, stradale, balneare.

Un maschilismo straniante, che, descrivendoci come streghe, cubiste o piuttosto ancelle devote, ha cercato di farci dimenticare il peso sociale ed economico delle donne in Italia.”

Sto vedendo la terza stagione di Handmaid’s tales e sinceramente avverto la stessa angoscia e preoccupazione per il nostro futuro, per il livello di smarrimento di tutti i passi e passaggi che sinora abbiamo compiuto anche se con enormi fatiche. Tutto appare talmente fragile che fa paura pensare che potrebbe dissolversi in brevissimo tempo. Al netto delle difficoltà della realizzazione concreta di una politica delle donne nella situazione contingente italiana, mi rendo conto di una cosa. Se penso alla Svezia, per esempio, nulla lì è germogliato per caso e scrittrici come Astrid Lindgren hanno gettato le basi e ispirato intere generazioni di bambine che diventate donne hanno con coraggio plasmato una società e un Paese, maturato e cresciuto, non rimasto al palo di nostalgiche formule.

Flavia Amabile su La Stampa si/ci chiede:

“dove sono le donne? Ieri in Senato, per esempio, c’era un problema enorme da risolvere enorme e nessuna traccia di donne al’origine, e nemmeno alla fine. Chiunque abbia avuto la pazienza di osservare gli interventi dei protagonisti del dramma italico si è trovato di fronte a un muro di giacche scure, cravatte altrettanto bigie, e qualche sporadica presenza femminile: tre su diciotto persone nei banchi della Lega mentre parlava Salvini, praticamente nessuna nell’inquadratura televisiva principale. Una sola nel banco governativo circondata da nove uomini.”

Questo durante l’intervento di Conte al Senato. Ma spesso è volentieri è una presenza massiccia maschile quotidiana, salvo poche, rare eccezioni, che prendono parola ogni tanto e si intravedono nei TG. Lo stesso deficit lo si può riscontrare nei discorsi, e quando c’è sembra posticcio, un tema appiccicato qua e là. Sì, dicono, alcuni leader di partito ci hanno in testa, ma chissà come mai c’è sempre un inciampo, una fase delicata, un ordine superiore che non permette di centrare il punto, d tradurre in parole e impegni seri quella parola “innominata”. Tutto vago, talmente vago che non si riesce a cogliere e a fissare nel fiume di dichiarazioni che si susseguono. Colgo le parole di un post di una mia amica e concittadina Helga Sirchia che su Facebook rompe questo silenzio pesantissimo proprio su questo aspetto, in queste ore frenetiche di consultazioni e comunicati da crisi di governo:

“Dirò allora la unica cosa , pronuncerò la unica parola che NESSUNO, in ore e ore di interventi, da un capo all’altro dell’agone .. o del circo che dir si voglia, ha non dico affrontato, ma sfiorato:

DONNA.

CHE SI TRASCINA UN ALTRO GRAVISSIMO ATTO DI OMISSIONE :

VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI

(…) SI, Vi diamo NOTIZIA CHE

LE DONNE ESISTONO ! sono più della metà della nostra comunità … e degli elettori: )

Una ogni 3 giorni ammazzata . Stupri, ravange porn, sessismo, violenza domestica , violenza psicologica, violenza verbale , violenza assistita : vite spezzate, che sono centinaia e centinaia di casi in tutto il nostro BelPaese.

I ‘figli d’Italia’ che dietro a proclami o progetti di legge deliranti , stanno subendo il più grande genocidio in vita ..

ALLORA, perché , perché nemmeno una parola?”

 

Non possiamo continuare ad accontentarci, sbobinare le ore di interventi parlamentari per andare a scovare col lanternino quei pochi secondi e quella manciata di attenzione che chi imbastisce i discorsi ha la buona volontà di inserire. Siamo alle solite e la puzza di “interesse” lasciato marcire perché c’è qualcosa di più importante di mezzo ci ha nauseato. Ci vuole un ribaltamento, un cambio netto, a questo punto non c’è più da pazientare e da accontentarsi, eh no, nemmeno di proposte di nomi femminili che no non rappresentano affatto le donne, ma solo la cauta e rassicurante prosecuzione di un sistema patriarcale e machista. Deve essere ben chiaro che non esiste rappresentanza di valore e di qualità se non si cambia radicalmente profilo, cultura e background della rappresentanza delle donne. E la storia non si costruisce in un paio di mesi. Non provate a strumentalizzare la storia delle lotte delle donne. Femministe e dalla parte delle donne lo si dimostra sul campo, siete pregate di intraprendere il cammino. Non accetteremo opportunismi e manovre illusioniste. Non ci convocate solo quando avete bisogno del nostro voto per poi cancellarci il giorno dopo. Questa omissione, rimozione, cancellazione delle donne, dei loro diritti e di quelli dei loro figli, produce solo disastri e lo abbiamo visto ben chiaro. Nominiamo le donne e diamo loro posto centrale e prioritario nell’agenda politica del prossimo esecutivo. Dimostriamo di saper svoltare e di avere colto il vento che ovunque nel mondo parla di una marea femminista. Non dormite nelle vostre vite privilegiate, toccate e sporcatevi le mani con la realtà. Diamo voce e peso alle donne, alle loro istanze, ai loro diritti civili. L’ho scritto innumerevoli volte su questo blog e torno a farlo. Lo faremo ancora e ancora e ancora.

Pretendiamo un’attenzione sincera e seria. Non pannicelli caldi o qualche tocco di rosa. I nostri diritti acquisiti in anni di lotte sono già stati indeboliti e sono sotto attacco da tempo, troppo tempo e non siamo più disposte ad aspettare. Esistiamo e siamo il 51% del Paese, un’Italia che continua ad avere una voce prevalentemente maschile e a scansare l’unica vera opportunità di ripresa e di inversione di tendenza: LE DONNE. Svegliamoci e lavoriamo a una politica differente, a partire dalle misure che devono dare la possibilità alle donne di poter scegliere come costruire la propria vita, libere da qualsiasi imposizione, schema, pregiudizio, discriminazione e violenza.

 

Incontriamoci. Riconosciamoci. Uniamoci. Abbiamo la forza e le capacità. Il tempo è ora.

 

E la musica può dirlo molto meglio di tante altre forme di espressione. Buon ascolto.

 

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I malanni della democrazia

democrazia

Che la democrazia non goda di ottima salute ultimamente è chiaro a tutti, ma a proposito suggerisco l’approfondimento dell’Economist, che cerco di adoperare come personale occasione di riflessione. Ho scritto questo post qualche settimana fa e ora vorrei condividerlo con voi.

Mi scuso se sarò prolissa.

La crisi ucraina è stata contraddistinta da richieste di democrazia e di un reale stato di diritto, almeno ufficialmente. Il mito della democrazia che porta con sé ricchezza, pace, benessere diffuso e possibilità di pianificare la propria vita e quella delle future generazioni, certezza del diritto e delle pene, persiste e affascina tuttora, se tante persone sono disposte ancora a lottare per questo obiettivo. Ma le cose non sono così e non sempre i risultati sono immediati e si giunge necessariamente a un modello migliore. Questa è solo la patina, perché spesso il nuovo non è meglio del vecchio governo. Non dimentichiamoci che la rivoluzione arancione aveva già mandato a casa Janukovic, tornato in auge nel 2010 dopo il fallimento dei governi post rivoluzione. L’opposizione spesso stenta a realizzare un progetto di cambiamento reale ed efficace, come accade nella stragrande maggioranza delle ultime rivoluzioni.

Qualcosa è cambiato rispetto alla seconda parte del secolo scorso, in cui la democrazia si è affermata ed è attecchita bene anche in contesti difficili e a pezzi come la Germania, l’India e il Sud Africa. Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Grecia. Il fenomeno è continuato soprattutto dopo la caduta dell’URSS.

Nel 2000 si segnava il trionfo della democrazia:
“Representatives of more than 100 countries gathered at the World Forum on Democracy in Warsaw that year to proclaim that “the will of the people” was “the basis of the authority of government”. A report issued by America’s State Department declared that having seen off “failed experiments” with authoritarian and totalitarian forms of government, “it seems that now, at long last, democracy is triumphant.”

In realtà, con l’arrivo del nuovo secolo, questo processo democratico sembra aver subito un arresto, se non un arretramento: non solo per una conversione autoritaria, ma anche perché, in alcuni casi, nonostante ci siano libere elezioni, diritti e istituzioni sono solo una crosta superficiale di mera facciata. Il modello democratico, aggiungerei occidentale, ha perso lo slancio vitale e si è dimostrato non sempre esportabile, nonostante qualcuno continui a pensarla diversamente. Perché a mio avviso è questo l’errore di fondo: voler esportare un modello dappertutto senza considerare le peculiarità di ciascun paese.

Nel saggio dell’Economist si suggeriscono alcune piste: la crisi finanziaria 2007-2008, che ha dimostrato la debolezza strutturale dei sistemi politici occidentali, incrinando la fiducia nei confronti del modello democratico e l’ascesa della Cina. L’erogazione di diritti e prestazioni ha gonfiato il debito pubblico, gli stati si sono illusi di riuscire a tenere sotto controllo i cicli economici e il rischio. In Italia abbiamo semplicemente applicato a dismisura il clientelismo sfrenato. Il salvataggio delle banche da un lato e i tagli al welfare dall’altro, hanno incrinato fortemente la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.

Il modello di sviluppo cinese ha rotto il monopolio del mondo democratico sul progresso economico. Il rigido controllo da parte del Partito sembra più efficiente dei metodi democratici occidentali. Sinora gran parte dei cinesi ha preferito avere meno libertà, in cambio di una crescita costante. La Cina offre un’alternativa (anche se non priva di grosse crepe):

“Wang Jisi, also of Beijing University, has observed that “many developing countries that have introduced Western values and political systems are experiencing disorder and chaos” and that China offers an alternative model. Countries from Africa (Rwanda) to the Middle East (Dubai) to South-East Asia (Vietnam) are taking this advice seriously”.

I sintomi di una crisi del modello democratico occidentale sono stati la mancata democratizzazione dell’ex URSS, l’Iraq e l’Egitto.

“All this has demonstrated that building the institutions needed to sustain democracy is very slow work indeed, and has dispelled the once-popular notion that democracy will blossom rapidly and spontaneously once the seed is planted. Although democracy may be a “universal aspiration”, as Mr Bush and Tony Blair insisted, it is a culturally rooted practice. Western countries almost all extended the right to vote long after the establishment of sophisticated political systems, with powerful civil services and entrenched constitutional rights, in societies that cherished the notions of individual rights and independent judiciaries”.

Come dicevo prima, la democrazia, magari sarà un’aspirazione universale, ma deve essere radicata o quanto meno introiettata nella cultura di un paese. Altrimenti non è detto che fiorisca e ci si adatti secondo i modelli ideali occidentali. Non è detto che queste caratteristiche vadano a pennello per tutti i popoli della terra e soddisfino le loro aspirazioni.
Anche l’UE non ha sempre dimostrato di applicare le regole democratiche, prendendo decisioni con modalità elitarie.

“The decision to introduce the euro in 1999 was taken largely by technocrats; only two countries, Denmark and Sweden, held referendums on the matter (both said no). Efforts to win popular approval for the Lisbon Treaty, which consolidated power in Brussels, were abandoned when people started voting the wrong way. During the darkest days of the euro crisis the euro-elite forced Italy and Greece to replace democratically elected leaders with technocrats. The European Parliament, an unsuccessful attempt to fix Europe’s democratic deficit, is both ignored and despised. The EU has become a breeding ground for populist parties, such as Geert Wilders’s Party for Freedom in the Netherlands and Marine Le Pen’s National Front in France, which claim to defend ordinary people against an arrogant and incompetent elite. Greece’s Golden Dawn is testing how far democracies can tolerate Nazi-style parties. A project designed to tame the beast of European populism is instead poking it back into life”.

Sono cambiati i rapporti di forza: la democrazia si è espressa attraverso gli stati-nazione e i parlamenti, eletti dal popolo. Oggi il meccanismo è sotto pressione a causa della globalizzazione che agisce non solo a livello di rapporti economici, ma a livello di equilibri che diventano sovranazionali. Inoltre, con la crisi tornano a farsi sentire spinte separatiste (Scozia, Catalogna), che nella chiusura pensano di rispondere meglio ai contraccolpi globali.

Le tesi di Platone sembrano avverarsi:

“Plato’s great worry about democracy, that citizens would “live from day to day, indulging the pleasure of the moment”, has proved prescient. Democratic governments got into the habit of running big structural deficits as a matter of course, borrowing to give voters what they wanted in the short term, while neglecting long-term investment. France and Italy have not balanced their budgets for more than 30 years. The financial crisis starkly exposed the unsustainability of such debt-financed democracy”.

Siamo chiamati in causa, esattamente per il clientelismo di cui parlavo. La crisi finanziaria ha svelato l’insostenibilità di una democrazia fondata sul debito e aggiungerei di un rapporto democratico cittadini-rappresentanti falsato dalle convenienze personali.
Convincere gli elettori che è necessario adattarsi a una fase di austerity non è popolare. Le risorse sono poche ed è certo che ci saranno dei conflitti per “accaparrarsi” la propria fetta di torta. Il fenomeno è aggravato dall’invecchiamento della popolazione occidentale e dall’inevitabile scontro tra passato e presente, tra diritti acquisiti e investimenti per il futuro.
Per non parlare di una conclamata disaffezione alla politica, del fatto che la militanza politica è in declino, così come cresce l’astensione. Questi fenomeni non lasciano ben sperare per le nostre strutture democratiche.
Tornano utili i suggerimenti dei padri della democrazia moderna.
Alexis de Tocqueville sosteneva:

“Being able to install alternative leaders offering alternative policies makes democracies better than autocracies at finding creative solutions to problems and rising to existential challenges, though they often take a while to zigzag to the right policies. But to succeed, both fledgling and established democracies must ensure they are built on firm foundations”.

James Madison e John Stuart Mill consideravano la democrazia un meccanismo potente ma imperfetto, che doveva sì avvalersi della creatività dei cittadini, ma creando anche degli argini ad eventuali devianze. In pratica l’ingranaggio democratico andava continuamente manutenuto, calibrato e perfezionato.

“The key to a healthier democracy, in short, is a narrower state”, con un ritorno agli albori della democrazia statunitense.
La sfida sembrerebbe saper guidare le forze gemelle del globalismo e del localismo:
“The trick is to harness the twin forces of globalism and localism, rather than trying to ignore or resist them. With the right balance of these two approaches, the same forces that threaten established democracies from above, through globalisation, and below, through the rise of micro-powers, can reinforce rather than undermine democracy”.

L’intero articolo è chiaramente di matrice liberale, ma aiuta a soffermarsi su un particolare: la crisi è arrivata quando si è incrinato il rapporto stretto tra democrazia e stato liberale, tra i diritti civili e il diritto di proprietà.

 

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RICORRE L’8 MARZO, RI-CORRONO LE DONNE

volantino DAC Simona - 3
RICORRE L’8 MARZO, RI-CORRONO LE DONNE
Dalle lotte per l’emancipazione alla lotta per l’occupazione
L’iniziativa prenderà avvio dalla narrazione, corredata da immagini, delle conquiste salienti nella storia dell’emancipazione femminile, fino ai giorni nostri. Nel corso della serata, ascolteremo le testimonianze di alcune donne (ex dipendenti della HITMAN di Corsico, raccontate nel libro “Il canto delle cicale” e della MAFLOW di Trezzano sul Naviglio), che dopo aver perso il …posto di lavoro, si sono organizzate per trovare alternative occupazionali, ricercando soluzioni innovative.

 

Evento organizzato dal Gruppo DONNE A CONFRONTO e dall’associazione DIMENSIONI DIVERSE

 

Venerdì 21 marzo 2014 – ore 20,30 Consiglio di Zona 7 – Via Anselmo da Baggio, 55 – Milano
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Locomotive a più velocità

Il prossimo 17 marzo Renzi sarà ricevuto dalla Merkel, non sarà una visita semplice, ma ci sono delle novità sul versante tedesco, che potrebbero ammorbidire la Cancelliera di ferro.

Un documento interno del governo tedesco, pubblicato in esclusiva dalla Süddeutsche Zeitung, per la prima volta riconosce che il surplus di export fatto registrare dalla Germania negli ultimi anni ha danneggiato la stabilità dell’Eurozona. “Un’eccessiva e duratura diseguaglianza dei bilanci commerciali fra i singoli Stati europei costituisce un danno per la stabilità dell’Eurozona”. Finora solo i paesi colpiti dalla crisi, come Italia, Portogallo, Spagna, Francia ma anche gli USA avevano sostenuto che i surplus eccessivi conseguiti da un solo paese producono inevitabilmente indebitamenti rilevanti in altri paesi. La Merkel aveva sinora respinto qualsiasi richiesta di “imbrigliare la locomotiva produttiva tedesca”, indicando come motivi del successo l’abilità dei suoi imprenditori, un costo del lavoro competitivo, la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti, la capacità di sostenere l’export. Tutte queste considerazioni hanno creato i presupposti per le politiche di austerity finora applicate, per risanare i conti pubblici e far ripartire le economie dei Pigs. Oggi si riconosce che quelle disuguaglianze andavano tenute sotto controllo. Il rallentamento dei Brics, impone una sterzata alla Germania, se vuole continuare ad avere dei mercati di consumatori per i suoi prodotti, e tutti sappiamo che quei mercati sono principalmente europei.

La Commissione europea il 5 marzo ha invitato la Germania a varare iniziative che facciano crescere le importazioni. Bruxelles sta indagando sull’ipotesi che la Germania abbia infranto le regole europee, producendo uno squilibrio tra i paesi membri, che si realizza nel caso in cui uno Stato abbia per lungo tempo un disavanzo o un attivo superiori al 6% del PIL. La Germania ha sempre fatto finta di ignorare questo limite.

Per questo l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta a cogliere l’occasione, nel caso si procedesse verso un riequilibrio dell’export tedesco.

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Tutto e niente. Il cambiamento e la transizione a patto di..

Crisi, recessione, economie ferme, aumento del divario tra ricchi e poveri, malcontento diffuso con un’annessa sfiducia nei confronti della classe dirigente. Sono temi che ristagnano nei dibattiti di tutti i giorni, ma che stentano a trovare una soluzione. Se si osservano questi problemi da un macro-punto di vista, si potrebbe trovare nelle distorsioni insite nel capitalismo la causa comune. Il capitalismo genera ricchezza e benessere, ma senza gli opportuni aggiustamenti da parte dello stato, si corre il rischio che si creino sacche di persone molto benestanti e masse di gente che a mala pena sopravvive. La distorsione è data da una fede esasperata nelle presunte capacità del mercato di trovare dei meccanismi di auto-aggiustamento. La scelta di affidare il sistema mondo a questo modello di sviluppo è stato un gioco d’azzardo calcolato e meticolosamente coltivato ad arte. Nulla si perpetua per caso. Il modello capitalistico globalizzato ha espanso e diffuso le sue distorsioni, i suoi tarli e ritengo che la strada imboccata sia in parte un processo irreversibile. Vogliamo beni senza limiti, a prezzi sempre più stracciati, welfare, stili di vita al di sopra delle nostre disponibilità, tutto a portata di mano, non importa a quale prezzo. Ce ne freghiamo di pensare quando andiamo a votare, salvo poi denigrare la classe dirigente. Poi ci lamentiamo, piangiamo e ce la prendiamo sempre con gli altri. Ci facciamo manipolare dai populismi che cavalcano il malcontento e la crisi. Ci facciamo infarcire di una informazione sempre più di parte e che ci lascia più aridi e delusi di prima. Siamo passivi e lamentosi. La nostra incoerenza ci rende difficilmente difendibili. A questo si aggiunge una prassi diffusa: una passione per la difesa del nostro status quo, del nostro orticello, di una sciocca rappresentazione ‘nazionale’ dello spazio europeo. I problemi che affliggono l’Occidente non sono da affrontare a livello di singolo stato o a zone. Occorre uscire da logiche unilaterali e di singoli capitani coraggiosi. Le variabili economiche e le dinamiche in gioco sono talmente complesse e interconnesse che occorre instaurare un nuovo corso unitario. Le soluzioni devono essere omogenee e non possono venire da semplici programmi nazionali, qualora se ne abbia si abbia il coraggio di riformare seriamente. L’ampio respiro dev’essere la regola delle politiche per risolvere i problemi cruciali del nostro immondo modello di sviluppo e di falso benessere a buon mercato. Il cambiamento deve passare attraverso una mutazione di abitudini poco virtuose ed egoistiche. La soluzione non potrà essere indolore e non dovrà proteggere benevolmente coloro che hanno prodotto solo danni e che hanno mangiato abbondantemente, ingurgitando avidamente ciò che sarebbe stato utile redistribuire. La mancanza di un efficace sistema di redistribuzione e di riequilibrio delle risorse, delle forze e dei poteri ha prodotto il disastro attuale. Così non può andare. Non ne usciamo senza un cambio radicale di mentalità, di abitudini e di modus vivendi. Vogliamo il cambiamento, ma senza smuovere veramente niente a fondo. Così non funzionerà mai.

Consigli di lettura:

  • Caroline De Gruyter, NRC Handelsblad: Problemi comuni, da Internazionale n° 1031 qui

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