Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Partigiani di una nuova Resistenza. Di responsabilità individuale e collettiva.

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«Il senso dell’utopia, un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato. Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo».

Gianni Rodari


Parliamo di responsabilità individuale, di responsabilità collettiva, sociale, di corpo sociale. Ma occorre fare un passo indietro per focalizzarci su cosa siano gli individui, ieri, oggi in pandemia e in prospettiva cosa deve cambiare, perché occorre che tutti noi capiamo una semplice, dura realtà, nulla sarà più come prima, nel bene e nel male. Come individui siamo immersi in un contesto che molto spesso ha privilegiato più l’io che il noi. Quindi si è pompato e gonfiato l’ego a discapito di un senso di solidarietà sociale, di empatia sociale, di sentirsi parte e partecipare a qualcosa che andasse al di là di noi stessi. Con effetti negativi anche sui diritti tanto faticosamente raggiunti e successivamente, via via intaccati, in molti casi spesso senza che ce ne rendessimo conto. Al massimo ci si è spinti a pre-occuparsi dell’ambito familiare (la famiglia nucleare), ma questo ha semplicemente portato acqua al mulino del familismo amorale, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Quindi siffatti individui, plasmati e costruiti così, assai adatti a una contemporaneità che brucia tutto istante dopo istante, per poter alimentare il ciclo produci-consuma-crepa, si sono trovati di fronte alla pandemia con strumenti inadeguati, come se si pensasse di andare al mare con un paio di sci ai piedi.
Tutta questa abbondante introduzione a che pro? Mi serviva per raccontare cosa sta accadendo in Italia, a Milano. Un’esperienza dal personale al generale, ma senza generalizzare.
In gran parte, per contenere la diffusione del Covid19, si è fatto affidamento o forse si è scaricato tutto, troppo, sul singolo individuo, come se fosse ovvio aspettarsi un comportamento collaborativo, sensato, pro-attivo, responsabile. Forse senza troppo considerare quanto doveva essere messo a punto da parte dei governi centrale e regionali. Insomma, c’era tanto da fare, dall’ambito diagnostico, sanitario, a quello di tracing, infrastrutturale ecc, per rendere il sistema Paese pronto, abbiamo sprecato l’occasione. Ma è stato un susseguirsi di: rispetta le regole, i DPCM settimanali, le disposizioni che cambiano da un giorno all’altro. In tutto questo si è retto abbastanza bene in una prima fase, quando c’è stato un lockdown chiaro, certo, dai contorni e dalle regole abbastanza intellegibili. In gran parte c’è stata adesione, forse perché motivati a uscirne al più presto. Settembre, dopo una estate rassicurante, che ciascuno ha vissuto con più o meno senso di liberazione, ha portato un certo ottimismo governativo nell’essere pronti a qualsiasi scenario. Siamo in poche settimane giunti allo scenario più preoccupante e l’autunno forse ci ha colti più stanchi e refrattari a nuovi, necessari sacrifici. Rimanda e nega, tra un ammonimento blando, un consiglio, una raccomandazione, nuove restrizioni spesso poco comprensibili e frazionate: tutto è stato reso più complicato. “Questo sì, quello no, quell’altra cosa va bene, ma solo se”, colori e pennarelli per le varie regioni, rimpalli tra territorio e Governo centrale, subordinazione o pronazione ai poteri economici e alle associazioni imprenditoriali hanno di fatto creato una frittata. Per la scuola l’ottimismo con cui si è affrontata la riapertura, probabilmente non ha permesso di vederne i limiti reali. I protocolli hanno da subito iniziato a cozzare con l’organizzazione sanitaria, la capacità di fare tamponi e di farli in tempi rapidi. Di fronte alle difficoltà si è scelto semplicemente di cambiare le regole in corsa, tagliando per esempio l’obbligo di tamponi per i contatti con positivi per il rientro a scuola, si è scelto che in assenza di sintomi, bastavano 14 giorni di quarantena fiduciaria. Si è scelto di non indagare su possibili asintomatici (assai numerosi nelle fasce più giovani), si è scelto di lasciare ai singoli la scelta tra l’essere prudenti (o meglio potersi permettere di pagare un tampone) o semplicemente seguire un protocollo dall’ampio margine di rischio potenziale. Si moltiplicano le quarantene fiduciarie degli studenti, naturalmente i genitori e i fratelli possono continuare a lavorare e ad andare a scuola.
Ma questo metodo è valso in generale, non solo per quanto riguarda la vita scolastica. Le maglie larghe dei protocolli e il buon senso, il senso civico, il rispetto degli altri: un mix che non è stato proprio un successo. Io stessa ci ho un po’ creduto e mi sono affidata alle capacità intrinseche della comunità scolastica, degli altri genitori, pensando erroneamente che per il bene della scuola, per il bene di studenti e insegnanti, si potessero adoperare comportamenti responsabili. Così non è stato alla prova dei fatti. I genitori hanno continuato a mandare i figli malaticci e ridotti uno straccio a scuola, loro stessi hanno continuato a lavorare e ad andare in giro anche con problemi di salute e tutte le raccomandazioni sono state infrante di fatto. Ci hanno detto in tutte le salse da marzo di stare a casa in caso di sintomi compatibili, ma sembrano parole cadute nel vuoto. L’indagine epidemiologica è saltata da settimane. Anche a scuola si prende ormai semplicemente nota, quando qualcuno chiama avvisando di una quarantena, ma siccome ci si allarma solo se il positivo è il bambino frequentante, si va avanti senza problemi. Visto l’elevato numero di positivi sintomatici o asintomatici a Milano, con il tracciamento non più praticato, un faidaté ormai consolidato, un affidarsi totalmente ai cittadini per contenere i contagi, non si può continuare a fidarsi del sistema messo in piedi per poter riprendere le lezioni in presenza. Tutto franato. Game over. Qui siamo al “si salvi chi può”, ciascuno scelga cosa è meglio, si tuteli come meglio crede.

Non è più questione di Dad, non Dad, didattica, qualità, dispersione. La pandemia in questa fase è qualcosa che terremota tutti i piani e lascia emergere tutto il disastro che viene da decenni di abbandono. Non solo infrastrutturale, di risorse, di organizzazione, di presidi territoriali, di scuola, di investimenti. Il disastro è soprattutto culturale, di come cresci gli individui, di come diventano adulti, di come li educhi ad essere cittadini, di come riempi di senso la parola “cittadini”, o semplicemente membri di una comunità umana. La pandemia non si può affrontare solo con piani e regole, strutture, strumenti, richiede un coinvolgimento e una partecipazione consapevole e solidale di tutti.

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Questa sfida epocale riguarda noi, richiama gli adulti che siamo, la nostra adesione a un sistema valoriale e ideale, di società, di corpo sociale, in cui ciascuno è tassello fondamentale, parte di un sistema complesso e interconnesso. Da questa crisi se ne esce se si aderisce con convinzione all’idea che solo insieme, rispettandoci a vicenda e avendo cura di noi stessi anche attraverso la cura degli altri, ce la possiamo fare. Che dovremo costruire altro, a partire da come abitiamo questo mondo, da cosa vogliamo lasciare agli adulti di domani, di quali sono le priorità su cui investire, sui cambiamenti che dobbiamo pretendere dalla politica e dai nostri amministratori, da quali messaggi e valori vogliamo che siano fondanti per il futuro. A partire dall’esempio. Noi adulti un po’ dispersi e un po’ confusi: è il momento di cambiare. Le nuove generazioni sono pronte, non ammorbiamoli con le nostre vecchie idee.

Sarebbe stato indubbiamente auspicabile e maturo, adeguato ai tempi, che gli adulti, i genitori spiegassero ai ragazzi che il momento, la fase necessitano di sacrifici e sensibilità, impegno e rinunce collettive, insegnando a fare la propria parte, come partigiani in una nuova Resistenza, schierarsi a difesa del diritto alla salute, senza il quale vengono meno tante e tante altre cose e diritti. Non c’è futuro senza salute. Non c’è nemmeno l’istruzione.

Ragazzi che andrebbero aiutati a calarsi nella realtà contingente, sofferente. Gli esempi familiari sono fondamentali: non si va lontano se gli stessi adulti appaiono fragili, disorientati, abbarbicati al passato, cinici, negazionisti, indifferenti.

Attorno c’è una situazione catastrofica e dolorosa. Difficile ma necessario accettare che così è e non si scappa. C’è una pandemia che ha evidenziato le disuguaglianze presenti nelle nostre società, disparità di cure e di accesso all’assistenza sanitaria, pur in presenza di un formale servizio sanitario pubblico e universale. C’è un inaccettabile numero di decessi, di persone che non trovano un efficiente servizio diagnostico e terapeutico.

La Dad non è vuoto di formazione, è l’unico modo per resistere e continuare a realizzare e praticare il diritto allo studio in tempi di pandemia. Ci sarà tempo per recuperare socialità e interazione dal vivo. Ma occorre che ci arriviamo con meno traumi, sofferenze e morti possibile. Non vedo granché futuro migliore con queste premesse. Facciamo fatica a mettere da parte l’individualismo, a guardare un po’ più in là di noi stessi. Forse la dimensione collettiva, politica per questi ragazzi si ferma al loro piccolo mondo antico, quello tanto caro ai genitori, quello pre-covid, composto da modelli tossici. Non fate paragoni con il movimento scaturito da Greta Thunberg, che ha davvero messo in discussione modelli di sviluppo, sfruttamento, consumo, produzione, stili di vita. Greta, ha parlato di una priorità collettiva: ha posto la difesa dell’Ambiente alla base di tutto, che vuol dire salute, vuol dire non cancellare la possibilità di avere un futuro diverso, che non sia fondato sulla depredazione, sullo sfruttamento selvaggio delle risorse, sul consumo compulsivo. Greta, e chi si è unito a lei, hanno chiesto questo ai Governi, un cambiamento radicale. Lo ha fatto rinunciando alla scuola, scioperando a oltranza, poi ogni venerdì, per esprimere questa necessità di invertire la rotta. Respiro collettivo non autoreferenziale, bensì trasversale tra generazioni diverse. Perché senza tutela dell’ambiente, della salute non ha nemmeno senso parlare di altro. Il cambiamento climatico, la riduzione degli habitat naturali, uno sviluppo non rispettoso dell’ambiente e degli animali, impattano su tutto, anche sulla diffusione di virus e sul nostro benessere. Quindi, come vedete, Greta ha scelto e compreso le priorità. In Italia non mi sembra che sia avvenuta una piena e sincera riflessione in questo senso.

E non vanno bene quegli adulti che non capiscono che prima di chiedere scuole aperte si dovrebbe ottenere altro. E non vanno bene quegli adulti che non sono capaci di immedesimarsi in un bambino che deve frequentare in questo periodo, con le mille regole della scuola in presenza. La realtà è diversa da come ci si immagina, la scuola è irrigidita e quasi irriconoscibile: questo il benessere, questa l’attenzione all’infanzia? Lezioni ormai esclusivamente frontali, note disciplinari a go go non appena i bambini mostrano un desiderio di staccare dal flusso incessante di lezioni.

C’è però la recente indagine dell’Università Bicocca, che ci aiuta a comprendere meglio alcuni genitori: sembra infatti che una parte di essi abbiano mal tollerato/gestito la presenza dei figli durante il lockdown. I figli si educano e si crescono, non è una passeggiata. L’abitudine a delegare in toto questo compito dalle 8 alle 10 ore a scuola o ad altri enti, ha permesso di conciliare lavoro-vita privata, ma non sempre ha avuto brillanti risultati: non ci si può improvvisare genitori, normale sentirsi un po’ tra sconosciuti. Quell’alibi sulla qualità del tempo, a cui anche io per un po’ mi sono appoggiata, regge poco. Quando richiamiamo le questioni di genere, noi donne dobbiamo piuttosto lottare affinché anche i padri si assumano la loro fetta di genitorialità, molti già lo fanno e lo fanno egregiamente e con soddisfazione. Perché non sono i bambini ad aver vissuto male il lockdown ma una quota di adulti incapaci di gestire una situazione inaspettata, di fare gli adulti, di adeguarsi, incapaci di quella resilienza che tanti bambini e ragazzi hanno dimostrato. Alcuni adulti si sono rivelati incapaci di fare la propria parte e che quindi non hanno saputo cogliere l’urgenza di una rimodulazione di tempi, modi, relazioni e stili di vita.

Inconsapevolmente molte persone hanno assorbito una cultura fondata su sfruttamento e profitto, senza più strumenti per comprendere i fenomeni, con un analfabetismo diffuso che non permette una lettura politica della realtà e del lavoro, si finisce con l’assecondare e sostenere le ragioni economiche e certi modelli di vita e lavoro, di fatto rinunciando ai diritti, a lottare per essi e quindi a pretendere servizi di welfare pubblico che però non dovrebbero essere coperti dalla scuola, perché la scuola ha altri compiti, formazione e educazione, non baby sitting. C’è una generazione, la mia specialmente, disabituata ad assumersi le responsabilità. Incapaci di lottare, assuefatti e rassegnati. La scuola è diventata funzionale a una resa e a una subordinazione a un ben preciso modello economico neoliberista, che si traduce poi in “io faccio quel che mi pare”. La scuola è stata un ennesimo vagone agganciato alla propaganda di Confindustria e dell’economia malandata italiana, tuttoaperto, nessunsifermi. La scuola, l’involucro doveva restare aperto, soprattutto quello dei piccoli, infanzia e primaria, necessario baby sitting pubblico per permettere al lavoratore prono di continuare a subire sfruttamento e nessuna tutela della sua salute. Quindi, sacrificabili anche gli insegnanti, alla mercé di una priorità economica. Quindi nulla di rivoluzionario, lo slogan aperturista sembra andare sotto braccio al potere più cinico, quello che non guarda in faccia alla vita e alla salute delle persone. Che i ragazzi non siano stati in grado di comprendere questa banale ed evidente strumentalizzazione è il risultato di un sistema culturale e valoriale nel quale sono cresciuti. Ci vorrebbe un bel caffé per risvegliare la loro coscienza.

L’idea di scuola che in molti stanno difendendo è esattamente quella classista, elitaria (e anche sessista, perché tende a segregare ancora per genere) gentiliana, perché nei fatti questo era prima del Covid, e quella “presenza”, quell’esserci in classe non colmava le altre forme di distanza, non era realmente inclusiva. Eppure, prima della pandemia tutto scorreva come se niente fosse, come se fosse naturale “escludere” e perdere studenti, compagni nel percorso di studio. La routine quotidiana non si soffermava certo ad aspettare i compagni, anzi. C’è sin dalle elementari una sorta di iper competizione, che non è tanto concentrata su ciò che ho appreso o quanto sono migliorato, quanto proprio sul dato, sul voto numerico raggiunto. I genitori impegnati a pubblicare sui social la pagella ne sono un esempio lampante. Assenti tutto l’anno dalla vita scolastica dei figli, salvo poi esibire il trofeo a fine quadrimestre. La corsa alla scuola più esclusiva, l’atteggiamento snob riguardo ad alcune scuole di quartiere, strategie per andare nel corso migliore sin dalle elementari. Insomma, altro che lotta per un equo diritto allo studio, basta con la farsa. La scuola questo era già ben prima del Covid. Altrimenti non avremmo dimenticato in tutta fretta che indipendentemente dal Covid, avevamo alti tassi di abbandono scolastico e percentuali di laureati ancora molto inferiori alla media europea. L’idea di scuola, quella che tutti abbiamo in mente, l’immagine nella caverna di Platone, è fatta di aule, lavagne più o meno multimediali, cattedre, banchi, libri. Ma questa è la forma, l’immagine. Poi c’è il dato variabile: le relazioni, le capacità didattiche, le formule e i modelli di apprendimento, il mix umano che fa la differenza, oppure non riesce a farlo, perché nessun intervento pedagogico ha la sicurezza assoluta di avere successo o di riuscire a farlo uniformemente e per tutti i soggetti a cui si rivolge.

Ma perché non riusciamo a vedere che la realtà fuori è già assai diversa, cambiata, necessita altre formule e altre tecniche, altri strumenti, altri luoghi che non sono necessariamente fisici, in cui sviluppare parte di quella didattica e relazioni? Magari finalmente riusciremo a guardare in faccia la realtà, di quanto tuttora la scuola abbia conservato quei tratti di inizio ‘900, quei meccanismi di selezione, assai ben gestiti dalla classe dirigente, che non ha mai ben digerito coloro che negli anni sono riusciti a rompere il proprio destino di nascita. Non c’è miglior rivoluzione del non farsi stendardo di chi ci ha portati a non avere futuro. Non c’è miglior rivoluzione del resistere per un beneficio collettivo, per la salute, bene comune, di cui prenderci cura l’un l’altro. Non c’è miglior rivoluzione del senso dell’utopia per portarci là dove potremo costruire un Paese realmente diverso. Consentiamo ai bambini e ai ragazzi di immaginare un “altro” stile, modello, forma di vita, di studio, di affrontare imprevisti e difficoltà, conoscere la realtà per quella che è, non la bolla in cui tanti adulti vivono e pensano di crescere i propri figli. Senza aggrapparsi a una nostalgia di un passato marcio e da riformare, senza perdersi in una sorta di buco nero senza capacità progettuali e incapace di resilienza. Per una volta imparando ad assumersi le proprie responsabilità, senza sentirsi vittime, ma un po’ compartecipi dell’oggi e di ciò che vorremo costruire per domani, dopodomani e così via. Ma per tutto questo occorre in primis accettare la fase che stiamo vivendo, comprenderla e rimboccarsi le maniche, nulla dovrà essere più come prima.

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A bordo di un Titanic culturale e politico. Tra personale e politico.


C’era una volta e c’è ancora una attivista che credeva e crede di potersi impegnare e cambiare di un mm il mondo. Poi le cose col tempo certo cambiano, prendono la piega della realtà, fatta di muri e il solito sistema amicale, ricattatorio, connivente, padronale e volgare della politica. Dove un mare di gente naviga alla ricerca di benefici.

Quindi, visto che tuttora ci credo, adopero l’unica dote che ho: raccontare, denunciare, divulgare, solo perché forse rimanga agli atti nero su bianco il perché c’è sempre più sfiducia nella politica ed è sempre più probabile che nella vita reale delle persone non cambi mai nulla. Altrimenti questo Paese non sarebbe ridotto così, a mancette e provvedimenti hic et nunc senza respiro futuro. Non spetta a me dire se sono una persona onesta e dignitosa. Parla il mio percorso e sfido chiunque a dimostrare il contrario, oggi come ieri, quando mi si disse che sputavo nel piatto in cui mangiavo, peccato che già allora ero precaria e disoccupata e lo sono ancora oggi. Però la mia libertà di parlare nessuno me la può togliere e quindi parlo e denuncio cosa mi accade personalmente e cosa non va. Sono precaria e disoccupata per quella cosa lì che si chiamava e si chiama impossibilità di conciliazione, a cui in tante e tanti hanno sempre risposto, arrangiati, sei tu che non riesci. Ma come si può notare, non ho mai cercato e avuto benefici dal mio impegno politico, l’ho sempre fatto come servizio volontario, ho sempre e solo contato sulle mie forze, continuando a studiare, sì, come sto facendo anche in questo periodo. Non ho mai cercato affiliazioni e protezioni, corsie preferenziali. Continuo perché so che è l’unico modo per mantenere la mia mente oliata al punto giusto e per restare coerente con me stessa. Il mio “personale” è un racconto dalla realtà, quella che in tanti ormai non bazzicano da tempo, troppo presi dalle loro vite dorate a 300 all’ora, magari con l’aiuto di qualche sostanza. Perché esattamente come Genovese, li vedi come trottole h24, con il loro bagaglio di linguaggio prepotente e violento, pronti a cannibalizzare ogni essere umano, soprattutto se dissente. Io sono abituata a vivere osservando, lo faccio da quando sono nata, da quando a 3 anni si domandavano perché parlassi poco e fossi timida. Io non avevo bisogno di parlare, osservavo e registravo, crescevo. Ci ho messo almeno un paio di decenni perché quel bisogno di parlare non si potesse più contenere, ho iniziato a scrivere, per me, per gli altri e anche se non ho il patentino, eccomi qua che scrivo ancora, perché io sono ancora dotata di passioni e lotto. Non smetterò di lottare. Sia chiaro. In questo articolo ho fatto una mini rassegna delle problematiche che ho denunciato e per cui ho lottato per anni.

In queste ultime settimane ho parlato molto spesso della scuola, ma anche delle problematiche sanitarie collegate in tempo di pandemia. Ho scelto di non rimanere in silenzio e di non partecipare alla narrazione del “va tutto bene, scuole aperte ad ogni costo”, tanto poi a essere rimaste aperte sono state solo le scuole dell’infanzia ed elementari, prima media, composte evidentemente da soggetti sacrificabili. O peggio, le si è lasciate aperte come stampelle del mondo produttivo, come servizio di parcheggio pubblico per figli da custodire, che non potevano essere lasciati a casa da soli. I problemi non sono uguali dappertutto, lungi da me voler generalizzare, dipende dalla grandezza della scuola, la sua ubicazione in una città piccola o metropolitana, l’organizzazione interna, gli spazi, il numero di alunni, la situazione della medicina territoriale e l’organizzazione sanitaria in cui è inserita, la presenza di genitori di buon senso o meno, che si interessano o meno della salute dei figli, di un sufficiente senso di responsabilità e civico, dalla capacità o meno di mantenere in piedi le 3 T. Non potendo generalizzare, ho sempre chiesto interventi capillari, laddove la situazione era sfuggita di mano da settimane, laddove i numeri dei contagi erano evidentemente sottostimati e fuori controllo, laddove le classi e gli spazi scolastici erano rimasti identici al pre-Covid. Ma anche qui la mia esperienza personale era a detta di molti carta straccia, me la dovevo ingoiare, oppure mi si diceva che avevo ragione, ma che se la maggioranza dei genitori voleva il tempo pieno pienissimo e la scuola in presenza anche sotto le granate del virus, io dovevo rassegnarmi. Se ne è sempre fatta una questione di consenso, di assecondare una sorta di maggioranza, o meglio di compiacere chi faceva più baccano e chi adoperava ricatti elettorali per poter avere quello spazio parcheggio pubblico aperto, nonostante contagi a go go stessero travolgendo personale e studenti. Ma ancora una volta si doveva mettere tutto sotto il tappeto. Il dogma del luogo, involucro scuola aperta come l’unica possibilità di istruzione efficace, eppure è indubbio che già prima della pandemia quel medium, quel luogo, quelle relazioni non sempre erano vive, utili, funzionanti, efficaci, con risultati misurabili e ottimali. Semplicemente non interessava ai più occuparsi di questioni pedagogiche, modelli scolastici, strumenti educativi, efficacia dell’azione della scuola per promuovere una reale crescita e preparazione. Si tirava avanti e in tanti chiedevano anzi di tagliare fondi alle scuole. In piena pandemia, per poter meglio propagandare il “va tutto bene”, a un certo punto sono stati sospesi i questionari di rilevazione sulla situazione epidemiologica nelle scuole e già ai primi di ottobre si procede con una revisione al ribasso delle regole per il rientro in comunità/scuola dopo un caso positivo.

Vi faccio una piccola cronistoria per farvi capire che di tutela della salute c’è ben poco, le ragioni che avevano giustamente spinto a misure stringenti a inizio anno scolastico, si sono sciolte come neve al sole di fronte alla frana organizzativa del sistema delle 3T.

Visto che abbiamo la memoria corta, ricostruiamo cosa è accaduto.

Circolare del Ministero della Salute n. 17167 del 21.8.2020

Norme per il rientro a scuola del 24 settembre

Certo, anche allora si contava sulla collaborazione del genitore, che doveva segnalare i sintomi al pediatra, ma per qualche giorno questo ha retto. I genitori per la prima/seconda settimana hanno cercato di attenersi. Poi vedendo che altri non rispettavano le raccomandazioni e mandavano ugualmente i figli malati a scuola, si è diffusa la sensazione che tanto controlli non si facevano e che ognuno era libero di fare come meglio credeva.

Ai primi di ottobre il sistema di tracing, test, monitoraggio era già in affanno. Allora esce questa nuova regola il 12 ottobre.

In pratica si allentano gli obblighi di tampone, bastano 14 giorni di quarantena e via liberi tutti di tornare in comunità.

Capite che abbiamo iniziato in un modo e dopo nemmeno un mese eravamo già ko con il sistema dei tamponi, per cui tagli nei protocolli.

Abbiamo iniziato con nessun obbligo di mascherine al banco, bastava il metro tra le rime buccali, poi vista l’impennata di casi, si è resa obbligatoria la mascherina, peccato che nella realtà non sempre si rispetti la regola.

Quindi, la gestione è a maglie assai larghe.

Ciò che si chiede è il ripristino dell’obbligatorietà del tampone per chiunque sia contatto stretto di positivo, per il rientro in comunità. Una semplice e razionale azione di contenimento dei contagi, perché se consentiamo che positivi asintomatici o sintomatici che si sentono “furbi” vadano in giro, non ne usciremo mai. QUESTO E’ POLITICAMENTE RILEVANTE. QUESTA E’ UNA BATTAGLIA POLITICA E DI SALUTE PUBBLICA.

Eppure, mi si torna a dire che se reclamo un intervento celere su questo punto e se chiedo il ripristino urgente dell’obbligo di tamponi per i contatti stretti di positivi asintomatici o sintomatici, mi si dice che faccio battaglie individuali. Quindi dalla regia borghesotta e tronfia mi arriva un verace suggerimento dall’alto: io, denunciando e chiedendo risposte a problemi che riscontro nella mia esperienza quotidiana starei facendo solo il mio tornaconto personale e mi si informa che invece la politica serve a migliorare le condizioni della collettività, questa fa il paio con lo “sputi nel piatto in cui mangi”. Che poi se nessuno parla mai delle cose concrete che non funzionano, lassù, nei meandri dei decisori amministrativi e politici, si finisce col credere veramente che si sta facendo un ottimo lavoro e che le scuole “tutte” siano davvero il posto più sicuro del mondo, perché il virus si spaventa di fronte ai protocolli stilati. Ma come ho sempre detto, finora si è scaricato tutto e si è contato sulla collaborazione piena e leale dei genitori. Che non sempre c’è stata o è stata sufficiente. Ci sono maglie larghe nelle regole fissate, che permettono a chiunque di aggirare raccomandazioni utili al contenimento dei contagi. Non raccontiamo che durante le quarantene preventive abbiamo tutti ma proprio tutti ligi al dovere. C’è chi esce, c’è chi porta i bambini in quarantena dai nonni, c’è chi non legge tempestivamente le circolari scolastiche o fa finta di non vederle o comprenderle, pure essendo di madrelingua italiana. C’è chi non riesce a capire nemmeno l’importanza di chiamare il pediatra in presenza di raffreddore, in concomitanza con un caso positivo in classe. C’è chi sostiene con menefreghismo puro che tanto il Covid19 crea problemi solo agli anziani e ai malati, quindi non rientrando nella categoria, ce ne si può bellamente fregare. Attorno abbiamo sofferenza e dolore, morti a centinaia al giorno, che svelano quanto crudele e falsa sia questa narrazione minimizzatrice e negazionista.

Ebbene, il mio racconto di più di un episodio e di un problema che si stanno verificando nella vita reale delle scuole mai chiuse, sarebbe solo un punto di vista, di cui non frega niente a nessuno. Ma, non è che mi offende questo derubricare i problemi a priori, mi offende questo etichettarli come insignificanti, quando basterebbe farsi un giro per le scuole e parlare con chi ci lavora, fuori dai riflettori, per capire il clima che c’è. Ufficialmente è tutto sotto controllo, ma se si andassero ad applicare screening di massa nelle classi con positivi o nell’intera scuola in cui si sono succedute numerose quarantene, si scoprirebbero situazioni non proprio semplici, un po’ come è accaduto a Bolzano. Perché il problema reale non è scovare i positivi con sintomi, quelli se un genitore è attento e collabora si trovano subito e si circoscrivono, bensì trovare chi è asintomatico e inconsapevolmente è veicolo di contagio. Si tratta di aiutarci l’uno con l’altro e trovare soluzioni forse complicate da mettere in atto, ma necessarie. Adesso abbiamo anche gli hub drive through con i tamponi rapidi per il mondo della scuola, usiamoli e obblighiamo i genitori ad adoperarli, sono gratuiti e se c’è stato un positivo in classe è interesse di tutti sapere come stiamo.

Quindi invito tutti coloro che sostengono che gli episodi che denuncio non sono meritevoli di ascolto e di tutela (perché evidentemente quello che sta accadendo nella mia cerchia ristretta di quartiere è solo un granello nell’oceano e non ha senso né registrarlo, né ascoltarlo), a dirlo pubblicamente. Ciò che quotidianamente sperimentano maestre e studenti in questi mesi è un interesse individuale, particolare, mica collettivo di carattere di salute pubblica, di tutela del benessere e di condizioni minime di sicurezza. Insomma, avete capito bene, insegnanti e genitori che vi state battendo per avere condizioni realmente sicure a scuola, non siete degni di essere ascoltati, io perché denuncio cose da sola, voi perché non avete le giuste entrature e un forte potere contrattuale, ovvero di scambio politico elettorale. Quindi di fronte al totem delle scuole aperte ad ogni costo non abbiamo nemmeno diritto di parola, né quanto meno la speranza di poter tutelare la salute collettiva, né la possibilità che si approntino soluzioni adeguate a una fase di pandemia.

Se io ho cura della mia salute, mi faccio il tampone, mi assicuro di non essere contagioso, se non sto bene resto a casa e tengo a casa i miei figli finché non mi accerto della causa, sto tutelando la salute collettiva. Ed anche se il reato di epidemia colposa non è per voi un deterrente, poi non dovrebbe sconcertarvi il fatto che gli ospedali sono pieni e che non vi possono accogliere. Questo disastro è anche responsabilità di chi ha negato e se ne è fregato delle regole. Sì certo, c’è stato tempo per organizzarsi rispetto a marzo, ma tra di noi c’è un sacco di gente che ha sostenuto e votato chi ha permesso tagli continui alla sanità e l’espansione esponenziale del privato ai danni del pubblico. Abbiamo per anni tagliato anche investimenti in personale e strutture scolastiche. Ed anche questo è parte di una mia vecchia battaglia. Perché son cose assai vetuste, ma proprio tanto, che si ripetono da anni. Quale consenso è stato inseguito e cavalcato? Ma che volete, sono questioni personali, mi si dice, la politica si occupa di altro. Sì, come quando da anni decine di medici di base e pediatri vanno in pensione e non vengono sostituiti e si dice “trovatevi la soluzione da soli”, anche a km da casa. Migliaia e migliaia di assistiti ogni anno vagano alla ricerca di una ricollocazione, ma i medici sono sempre meno e non possono certo offrire un’assistenza di qualità se hanno un portafoglio utenti strabordante. Che risposte si danno? Ma voi che da anni avete il medico privato all’occorrenza che ne sapete? D’altronde il dibattito fino a poco tempo fa era “ma chi ci va più dal medico di famiglia?”

Nemmeno vi vergognate più, nemmeno vi sembra possibile che uno non venga curato nemmeno per un mal d’orecchie. Questo è un problema personale, collettivo, politico. Me lo ha insegnato il femminismo.

“Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”

Carol Hanisch

Che significa? In origine fu l’autocoscienza, parlare nei gruppi per comprendere che ciò che le donne sperimentavano quotidianamente nel privato poteva avere una lettura, una dimensione politica, comprendere come la propria esperienza di oppressione o privilegio potesse essere analizzata e inscritta in una dimensione più allargata, collettiva, pubblica e che per risolverla occorreva appunto lavorare in senso collettivo. Tutto partiva dalla consapevolezza, dalla dissoluzione del confine tra privato e pubblico, per far emergere i problemi, dare voce e spazio a coloro che fino ad allora non avevano potere e ascolto. Se le norme e le prassi sociali e istituzionali comprimono e influenzano la dimensione privata occorre un’azione sociale e politica per correggerne gli effetti. Pensiamo alla violenza domestica: è allo stesso tempo una questione personale, ma che ne evidenzia una sociale, ovvero, un attacco politico alle donne che si sostanzia in una società che tuttora è incapace di educare al rispetto, alle differenze e alla parità di genere. È un problema culturale e politico, che necessita interventi politici diffusi e strutturali, capaci di scardinare le radici della cultura dello stupro e della violenza maschile.

Per scardinare indifferenza, rassegnazione e senso di impotenza, occorre che le persone possano riconoscere e comprendere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi quotidiani, privati, ed organizzarsi per cambiare lo status quo. Mettere in connessione esperienze individuali e il contesto sociostorico: questo permette di passare dai problemi personali a una dimensione allargata, pubblica. Rompere l’illusione che vada tutto bene, nel privato, per poter svelare quanto di politico c’è in queste difficoltà, sofferenze quotidiane. La condivisione delle esperienze, si pensi al #metoo, sono la chiave di questo percorso e di questo passaggio osmotico necessario.

Ma voi che ne sapete di percorsi di consapevolezza, vi basta che il popolo si beva un mucchio di promesse e qualche elemosina a pioggia, per sentirvi a posto con la coscienza. Meglio un popolo di analfabeti funzionali e cognitivi che non si pongano mai domande e si rendano agevolmente schiavi del sistema neoliberista del produci-consuma-crepa. Avete annientato la dimensione collettiva, sbriciolando di senso tutte le lotte, annegandole e negandole, precarizzando ogni aspetto della vita, inondando ogni angolo di familismo, affarismo, corruzione, connivenza, lasciafare, mazzette, nepotismo e corruttele varie. Se ripenso agli anni dell’università, vedo quanto sono sempre stata poco realista. Mi ha fregato la speranza e la fiducia incrollabile tuttora in un progresso e in un miglioramento. A volte penso che mia madre abbia ragione a dirmi che perdo tempo. Ma se rinuncio e mi ripiego nella mia dimensione privata, muoio. Quindi, continuo a cercare incessantemente il politico nel personale: partire dal personale, per giungere a un ascolto più allargato, sollecitare un’azione collettiva per una soluzione collettiva, per uscire dalla rassegnazione o peggio dalla negazione dei problemi.

Ma si sa che il dibattito politico istituzionale è poco avvezzo a un approccio da autocoscienza di questo tipo.

Se ci guardiamo con uno sguardo prospettico, se osserviamo la politica italiana e le decisioni messe in campo in questa era pandemica, abbiamo già perso attraverso le lenti della storia, abbiamo già vilmente subordinato la salute ad altro. C’è una debolezza, che si para dietro l’idea democratica, ma in fondo è semplicemente ciò che esplicita Merkel, che tratta i suoi cittadini come adulti e dice pane al pane vino al vino, si prendono decisioni drastiche solo quando si vede il sistema collassare, gli ospedali saturi. Da noi i decessi che viaggiano tra i 700 e gli 800 giornalieri non fanno nemmeno più cronaca, nemmeno un brivido. Il sottofondo quotidiano è fatto di sirene di ambulanze, perfino durante la DAD, qualcosa che attraversa ed entra da una casa all’altra e dovrebbe renderci più consci. Invece ci troviamo a parlare di vacanze sulla neve e cenoni, di riaprire le scuole senza aver pensato a mettere in sicurezza niente e continuando a tenere altri a scuola senza alcuna reale tutela. Il consenso è ciò che spinge taluni a negare ciò che da settimane racconto, salvo poi in sede privata dirmi che ho ragione, ma poi vale la legge di chi porta voti maggiori o fa la voce grossa, dei genitori che chiedono scuole aperte ad ogni costo, che sono maggioranza e pretendono, così come a seconda del momento, albergatori, ristoratori, autonomi ecc. Così diventa un inseguimento senza fine, un po’ irrazionale, compulsivo, col fiato corto di chi non sa programmare e indirizzare, nonché una dispersione di energie e risorse che andrebbero incanalate in una direzione unica, garantire cure tempestive e di qualità, diagnosi e interventi celeri, non abbandono e faidate. Se fossimo un popolo sano e solidale questo dovremmo chiedere, non che ci venga consentito di fare quello che ci passa per la mente o che individualisticamente ed egoisticamente perseguiamo. Ed allora, si va tutti verso il macello, contenti di aver dato il miglio a tanti gallinacei nell’aia italiana.

Vale la legge del consenso hic et nunc. Altro che futuro, altro che diritto all’istruzione, altro che attenzione a costruire qualcosa di diverso, qui stiamo più terra terra, assecondando la pancia di quell’Italietta falsamente produttiva e operosa, ben nota per evasione e sfruttamento. Tanto che nemmeno gli sfruttati si accorgono più di quanto sono stati fregati. Tra un black friday e lo shopping natalizio, tra un ristoro e un bonus, tra chi ormai vive solo l’oggi o al massimo la prossima scadenza elettorale e non è capace di essere interprete di una politica del domani e del dopodomani. In una riedizione della ballata dell’uomo ragno, a bordo di un Titanic culturale e politico.

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