Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Di ritorno alla terra e di negazione dell’autodeterminazione


La ministra della salute Giulia Grillo ha inviato un contributo in occasione del congresso Sigo-Agoi-Agui tenutosi a Roma nei giorni scorsi. La ministra si interroga sulla fertilità, anche se sarebbe preferibile parlare di fecondità, così come avrei dato più spazio e risalto al ruolo dell’ostetricia sia in gravidanza, che in fase di parto, che nelle fasi successive. Ci si accorge di quanto nonostante tutto, si giunge alla gravidanza (e non solo) abbastanza impreparate e spesso ci si accorge delle cose che non vanno, le difficoltà pratiche e la sensazione di doversi orientare un po’ da sole, solo quando ci toccano da vicino. È inevitabile, forse, ma direi che possiamo, dobbiamo fare meglio e occorre iniziare a invertire la rotta per tutto ciò che concerne la salute sessuale e riproduttiva.

Mi preme soffermarmi sulle sue valutazioni da ministra, perché in questo periodo è necessario più che mai che chi ricopre incarichi istituzionali intervenga su questi temi.

“Salute e benessere della donna dalla pubertà alla menopausa a tutto campo: l’informazione sulla fisiologia, la contraccezione, la fertilità. Ogni medico sa che la salute non è semplicemente assenza di malattia, ma riguarda il benessere della sfera psico-sessuale e affettiva. Per questo va ripensato il sistema dei consultori familiari che devono essere valorizzati perché possono e devono svolgere un ruolo essenziale se presenti in modo capillare sul territorio e se dotati di risorse adeguate.

La contraccezione deve tornare a essere gratuita, per lo meno per le fasce fragili o a maggiore rischio sociale: la prevenzione in questo ambito non è mai un costo, ma un investimento. Sul corpo delle donne non si devono più fare battaglie ideologiche. Sulla legge 194 troppo è stato detto, ma continua a mancare la garanzia del diritto per ogni donna in ogni parte d’Italia. Le leggi dello Stato si applicano in tutte le loro parti e il ministro deve adoperarsi perché ciò avvenga.”

Parole che hanno un peso e che ci auguriamo trovino spazio presto nelle attività del ministero, perché l’impegno sia tradotto in fatti.

Intanto, qualcosa sul fronte contraccezione si smuove. Presto la pillola anticoncezionale potrebbe tornare ad essere nei Lea e quindi a carico del Ssn. Questo orientamento emerge dalla risposta a un’interrogazione presentata da Michela Rostan (Leu), che chiedeva alla Ministra della Salute: “se non ritenga di assumere una iniziativa, per quanto di competenza, per garantire l’accesso gratuito e universale alla contraccezione, come già previsto dalla legge n. 194 del 1978, includendo i contraccettivi tra gli ausili per la cura e la protezione personale erogabili gratuitamente e prevedendone la distribuzione nei consultori come previsto dalla legge n. 405 del 1975”. In Commisione Affari Sociali ha risposto il sottosegretario Armando Bartolazzi che ha reso noto che Aifa ha in corso “un approfondimento, finalizzato ad individuare i farmaci anticoncezionali caratterizzati dal miglior profilo beneficio/rischio da ammettere alla rimborsabilità, al fine di garantirne un equo accesso”. Seguiremo con attenzione i prossimi passaggi.



Nel frattempo continuano ad arrivare sempre nuove mozioni no-choice nei comuni italiani, da ultimo Zevio, Buccinasco (MI) e Modena. Una sequenza infinita di “città per la vita” e laddove la maggioranza è “amica” vengono anche approvate (come a Verona e a Zevio per ora).

A Modena segnaliamo che prima (16 ottobre) che venisse presentata la mozione leghista (il 18 ottobre), il gruppo MDP aveva presentato una mozione a sostegno della legge 194 “Condanna e forte preoccupazione per l’attacco alla legge 194 e per il sempre maggiore numero di obiettori che mette a rischio la sua applicazione”, con un testo che secondo me coglie un elemento fondamentale:

IL CONSIGLIO COMUNALE DI MODENA

a) nel 40° della sua approvazione conferma il riconoscimento e condivisione di una legge, la L. 194/78, che ha reso le donne del nostro Paese più consapevoli, libere e le ha protette dalle pratiche clandestine fonte di malattie e morte;

b) esprime totale dissenso verso tutti i tentativi di depotenziare, sul modello della espressione del Consiglio Comunale di Verona, cancellare o rendere più penalizzante e colpevolizzante il percorso informato e consapevole previsto dalla Legge 194/78;

impegna il sindaco

c) a verificare se, nel percorso previsto nei servizi ospedalieri e territoriali del nostro territorio, sono coinvolte associazioni o gruppi religiosi che in una qualche maniera prendano parte o entrino nell’iter attivato dalle donne e dai propri sanitari, e se queste vengano finanziati dal Comune o da altre Istituzioni Pubbliche;

d) se quanto ipotizzato al punto c) dovesse essere accertato, a sospendere i propri finanziamenti sino ad una comunicazione ad hoc in Commissione Servizi convocata per valutare la compatibilità di tali azioni con la dovuta neutralità del percorso per le donne;

e) a contrastare, con ogni mezzo le sempre più preoccupanti tendenze integraliste e invasive nella libertà delle donne, di alcuni partiti e istituzioni che hanno l’obiettivo di ostacolare la applicazione della legge 194/78.

Mi sembra una posizione chiara, precisa, che si preoccupa di verificare e rimuovere tutti gli elementi che possono esercitare pressioni colpevolizzanti o ridurre l’autodeterminazione delle donne. In Lombardia è così da più di un decennio, in Lombardia è già in atto tutto questo, ne parlavo qui, eppure nessuno ha messo mai in dubbio la compatibilità di certe presenze e di certe operazioni che avvengono dentro strutture pubbliche.

A Modena è stato presentato un importante ordine del giorno a firma di Federica Venturelli e altre/i consigliere/i (Pd) del Comune di Modena: Piena applicazione della L.194/78 e potenziamento della rete dei consultori familiari (qui il testo completo).

Questo testo centra molti aspetti importanti, soprattutto quando si parla di “tutela della salute della donna – nella quale è implicito il diritto all’autodeterminazione – ma anche la tutela sociale della maternità e l’importanza di scienza e coscienza medica”.

Il Comune di Modena non si sottrae alle sue responsabilità, ma si assume “un ruolo di programmazione e coordinamento con gli altri Enti operanti sul territorio”, cosa di cui spesso ci si dimentica.

L’impegno per il Sindaco e la Giunta, è per me molto rilevante, introduce e sostiene il principio alla laicità e riafferma per il Comune un ruolo attivo e di sollecitazione delle istituzioni di livello superiore:

1. Ad affermare che la città di Modena informa le sue politiche al principio di laicità ed è città dalla parte delle donne;

2. A proseguire le politiche e pratiche di sostegno alla maternità e paternità responsabile, sostenendo la piena applicazione della L. 194/78 ed il potenziamento dei servizi socio-assistenziali previsti dalla L. L. 405/75 e della L.34/96,

3. Considerato il ruolo del Sindaco di Presidente della Conferenza socio-sanitaria territoriale, di vigilare affinché la legge 194 sia applicata nelle nostra realtà sanitaria e di rappresentare al Presidente della Regione Stefano Bonaccini e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte le nostre istanze affinché la Legge 194 venga applicata e garantita su tutto il territorio regionale e nazionale.

4. Ad inviare la presente mozione alla Giunta della Regione Emilia-Romagna, sollecitandola a:

a. assicurare adeguati parametri di personale sanitario, al fine di garantire la piena applicazione della legge;

b. adempiere ai compiti, di spettanza della Regione, di verificare che le Asl organizzino il controllo e garanzia del servizio di Ivg;

c. prevedere una verifica puntuale sulla presenza di ginecologi e anestesisti obiettori nelle singole strutture, di attivarsi affinché anche in Emilia-Romagna vengano garantiti alle donne tutti i diritti della 194, come l’accesso a contraccettivi ormonali nei Consultori. Inoltre chiediamo di valutare valori percentuali sopra i quali la Regione possa decidere, come già fatto dal Lazio, di attuare interventi specifici volti a garantire il pieno diritto di scelta della donna.

Queste mozioni ci confermano che è il momento di far sentire la nostra voce e di prendere posizione contro le derive oscurantiste, volte a indebolire la piena applicazione della legge 194 e a finanziare soggetti privati che da sempre lavorano per la sua abrogazione.

Non si può e non si deve sottovalutare l’impatto dell’operazione messa in atto dalla catena di mozioni no-choice, anche perché si moltiplicano e si espandono. Vi consiglio questo video, è molto utile per capire cosa avveniva in passato, in assenza della 194.



 

Di questi tempi è necessario tornare a ribadire che le donne devono poter esercitare la propria scelta in tema di diritti sessuali e riproduttivi, libere di decidere se e quando diventare madre, quanti figli avere, senza essere considerata la solita zolla fertile da seminare per garantire la prosecuzione della stirpe nazionale.

Sembra un’ossessione: assolutamente in linea con il fertility day, l’esaltazione delle mamme e il clima che aleggiava anche nella precedente legislatura, oggi viene proposta una nuova formulazione che sottende la medesima cultura e mentalità:

“..Patria, prole e terra. Fai un figlio in più (il terzo) e lo Stato ti concede gratis un terreno da coltivare per i prossimi vent’anni. È una delle misure previste dalla bozza della manovra per favorire la crescita demografica. E se compri casa in zona il mutuo avrà tasso zero..”

A mio avviso servirebbe un buon psicanalista a chi concepisce simili trovate, per capire da dove ha origine questa compulsiva riproposizione dell’associazione terra-figli-fertilità-semina-coltivazione-riproduzione. Anziché interrogarsi sui reali motivi per cui non si fanno più figli, se ne fanno sempre meno, i nostri governanti ci regalano qualche ettaro si suolo italico, dal valore patriottico inestimabile, previo terzo figlio. Le misure previste nella legge di bilancio “per la famiglia” sono un bel mix, il cui dettaglio ci converrà seguire con attenzione, perché ricordiamoci chi è il ministro per la famiglia: Lorenzo Fontana.


L’immaginario simbolico che si vuole suggerire è quello di un modello di famiglia che strizza l’occhio al passato, con l’auspicio che le donne tornino a stare a casa, ma a casa e basta, lontane anche da qualsiasi impegno sociale e di comunità, legate alla terra, un figlio su un braccio e una vanghetta nell’altra mano. Ci vogliono bene, con tanto di ritorno idilliaco alla terra, all’auto-sostentamento, a “tutta casa, terra e tomba” delle nostre aspirazioni. Non so se si rendono conto della situazione reale, non so se si rendono conto di quali sono i principali ragionamenti che incidono nella scelta di fare un figlio. Non siamo esseri umani, ma portatrici di utero e a quello ci dobbiamo dedicare secondo Fontana, Pillon & co.

 

Per approfondire:

https://estremeconseguenze.it/2018/10/26/aborto-il-ritorno-delle-mammane/?fbclid=IwAR0PqOAC1TaBvDahbbvbYbMtOJsOQ51bXFni90lSKqT17MINBcHAvnFckDs

E’ nata una rete Pro-choice. Rete italiana contraccezione aborto

A proposito della mozione leghista presentata a Modena, questo il comunicato delle donne UDI Modena.

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine.

 

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Lettera aperta alla Ministra della Salute


Spett.le Ministra della Salute On. Giulia Grillo,

Abbiamo atteso il suo insediamento per portarLe all’attenzione un aspetto che riguarda l’ultimo aggiornamento della Farmacopea Ufficiale, rilasciato dal tavolo tecnico istituito dalla ex Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, a cui hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia italiana del farmaco, della Federazione ordini professionali e dell’industria farmaceutica. Con il decreto del 17 maggio 2018 è stato introdotto un primo aggiornamento e i lavori del tavolo proseguiranno anche nei prossimi mesi.
Dopo la liberalizzazione della vendita delle “pillole dei giorni dopo” senza obbligo di ricetta per le maggiorenni, permane un fattore che rende non sempre semplice reperirle in farmacia. All’interno del documento della Farmacopea Ufficiale sono evidenziate le categorie di farmaci che ciascuna farmacia è tenuta ad avere “in casa”, per l’immediata disponibilità all’utenza (“quanto deve essere tenuto in farmacia come sostanza e/o come prodotto medicinale”). Tra queste categorie è prevista quella dei “Contraccettivi sistemici ormonali”, con l’annotazione specifica che la farmacia ne deve possedere almeno “Una del gruppo”.

In pratica è stabilita una categoria unica, che va dalla pillola ormonale di uso quotidiano a quelle contraccettive di emergenza. Ma si tratta di due entità totalmente differenti. Conseguentemente per il farmacista è sufficiente averne un solo tipo, per essere in regola. Da tempo la SMIC (Società medica italiana per la contraccezione) ha evidenziato le conseguenze negative di siffatta categoria unitaria. Infatti era stato già da tempo richiesto che venisse inserita una categoria specifica, dedicata ai farmaci per la contraccezione d’emergenza, contraddistinti da scopo e modalità di utilizzazione diverse e specifiche. Con una categoria ad hoc si potrebbe offrire alle donne italiane la sicurezza di riuscire a reperire in ogni farmacia del territorio nazionale un anticoncezionale d’emergenza (pillola del giorno dopo, levonorgestrel, Norlevo, Lonel, Levonelle ed altri, o dei 5 giorni dopo, ulipristal acetato EllaOne), senza essere costrette, come tuttora capita, a passare da una farmacia all’altra.
Il Ministero della Salute nella sua ultima Relazione annuale sulla Legge 194 presentata al Parlamento nel dicembre 2017 ha evidenziato che:

“L’andamento di questi ultimi anni ( ndr: il forte decremento delle IVG di questi ultimi anni), come già presentato lo scorso anno, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina AIFA del 21 aprile 2015 (G.U. n.105 dell’8 maggio 2015) che elimina, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”.

Più precisamente sembrerebbe che questa flessione dipenda dall’incremento della pillola dei cinque giorni dopo, che è passata da meno di 17mila confezioni del 2014 a più di 145mila nel 2015, a 200mila nel 2016 ed a 255mila nel 2017, pari a quasi il 50% del totale delle vendite della contraccezione d’emergenza. Ne discende che, non consentire che la contraccezione d’emergenza sia una categoria specifica all’interno della Farmacopea Ufficiale, pregiudica una sua tempestiva assunzione dopo il rapporto, inibendo un’efficace prevenzione e di conseguenza impedendo un ulteriore calo delle interruzioni volontarie di gravidanza.
Chiaramente è altrettanto auspicabile che vi sia una maggiore informazione sui metodi contraccettivi di uso quotidiano, pillole o dispositivi, finalizzata ulteriormente a consolidare l’abitudine a prendersi cura di sé ed a conoscere il proprio corpo, con un sistema costante di prevenzione delle gravidanze indesiderate. Occorre accompagnare le donne nella scelta del metodo anticoncezionale che meglio si adatta alle proprie esigenze. In tal senso, accanto ad una revisione delle categorie nella Farmacopea, auspichiamo un intervento che incentivi e consenta un uso consapevole e responsabile della contraccezione, ripensando a interventi diffusi di educazione sessuale ad opera di rivitalizzati Consultori e prevedendo una riclassificazione degli anticoncezionali in fascia A. L’efficacia della prevenzione passa per una contraccezione accessibile a tutte, che non sia più un lusso per una minoranza. Conseguentemente la rimborsabilità dal SSN è il primo passo, se davvero si vuole stare dalla parte delle donne.
Al riguardo della nuova Farmacopea Ufficiale della Repubblica Italiana siamo al corrente che il Ministero ha precisato che si tratta soltanto di un primo aggiornamento della lista e che verranno fatti successivi aggiustamenti. Speriamo in un Suo intervento in tali sedi, che tenga conto delle perplessità espresse sulla non individuazione di una categoria specifica per la contraccezione d’emergenza, come anche di una maggiore e migliore accessibilità della contraccezione ordinaria. Riteniamo che queste nostre istanze vadano nella direzione di quanto da Lei stessa dichiarato sulla piattaforma Rousseau: “Ridurre le disuguaglianze di cura e assistenza fra cittadini” impegnandosi per una sanità pubblica “giusta, efficiente e accessibile attraverso un adeguato finanziamento, una seria programmazione, una revisione della governance farmaceutica, un potenziamento dell’assistenza territoriale”. Certo “ambiziosi intenti”, per usare le sue stesse parole, ma non più procrastinabili per chi abbia realmente a cuore le sorti della sanità pubblica e i bisogni dei suoi utenti, come nel caso delle precipue richieste portate alla Sua attenzione.

Roma, 12 giugno 2018
UDI-Unione Donne in Italia

http://www.udinazionale.org/


 

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La lettera in formato pdf

 

Ringraziamo il Dott. Emilio Arisi, Presidente della Società medica italiana per la contraccezione, per la supervisione e per i dati/contributi forniti per la redazione di questa lettera.

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Dall’Italia all’Irlanda per rispettare la volontà e la scelta delle donne


I primi 40 anni della Legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. A che punto siamo?

Al principio fu la battaglia contro una delle più evidenti espressioni dell’assetto patriarcale della società. Un movimento che si batté per garantire alle donne l’accesso all’aborto, libero, assistito e gratuito. Una pratica che era clandestina, esisteva, veniva gestita in modo diverso a seconda delle condizioni e delle disponibilità economiche della donna, tra ginecologi, ostetriche e mammane. Differenze di classe e di censo che decidevano della salute della donna. Ci si scontrava contro leggi che bollavano la contraccezione come “attentato all’integrità della stirpe”, come da Codice penale Rocco, e l’aborto era considerato un crimine per lo Stato italiano e un omicidio per la Chiesa.

Decidere sul proprio corpo, quando questo corpo per secoli era stato considerato appendice, proprietà, oggetto in possesso dell’uomo.

Nonostante questo contesto medievale, le donne abortivano clandestinamente con ogni mezzo, tra sonde, chinino, prezzemolo e altre pratiche più o meno rischiose.

Il primo tentativo di avviare la discussione in Parlamento avvenne con il ddl Fortuna nel 1971.

Occorreva trovare nuove strategie per diffondere la discussione anche oltre gli ambiti istituzionali, tra le donne, ma anche per iniziare a rompere il silenzio delle pratiche clandestine e aprire una nuova stagione. A partire dal 1973 il CISA (Centro Informazione Sterilizzazione Aborto) avviò l’apertura di strutture in cui praticare in sicurezza le IVG. Alcune donne e gruppi di donne iniziarono ad autodenunciarsi, avviando processi politici (ricordiamo Gigliola Pierobon nel 1973 e 263 donne di Trento nel 1974). Nel 1974 il Movimento di Liberazione della Donna raccolse in una settimana 13.000 firme perché in Parlamento si discutesse urgentemente sull’aborto. Arrivò la proposta di legge del PCI, mentre la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 546 del c.p. che non consentiva alcun tipo di scelta alla donna, nemmeno in caso di pericolo per la sua vita. Nel 1975 furono raccolte 750.000 firme per un referendum abrogativo sulle leggi fasciste sull’aborto. Il Parlamento si svegliò e iniziò l’esame di un disegno che unificava varie proposte, era marzo 1976. Il 2 aprile DC e MSI votarono contro l’art. 2, perché ritenevano l’aborto un reato. Il giorno dopo 50.000 donne manifestarono e non si fermarono più fino all’approvazione della 194, il 22 maggio 1978.

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AGGIORNAMENTO 26 maggio 2018:

Di gravidanza non si dovrà più morire, l’Irlanda ha votato sì al referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento, il 66,4% dei voti ha permesso finalmente di sbloccare una situazione grave che dal 1983 consentiva l’interruzione solo nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Il premier irlandese ha promesso una norma entro l’anno per consentire alle donne irlandesi di scegliere, per un aborto sicuro, legale e senza dover andare all’estero.

Non riesco ad esprimere la gioia per questa conquista delle sorelle irlandesi… hanno davvero scritto la storia. Una storia che riguarda tutte noi!

Prendiamo esempio dalla perseveranza delle irlandesi e lavoriamo sodo per mutare la situazione disastrosa in cui versano i nostri diritti sessuali e riproduttivi.

 

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Legge 194: i primi 40 anni di una legge che va difesa, con prospettive a sostegno della salute sessuale e riproduttiva delle donne


Sono trascorsi 40 anni, questo 22 maggio dalla promulgazione della legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Gli anniversari servono solo se riescono a far prendere coscienza, non solo per tracciare un bilancio, ma se riusciamo a correggere e a risolvere ciò che nel tempo è andato perduto, si è sfilacciato come un tessuto di cui non abbiamo avuto abbastanza cura.

Attorno a questo numero di legge è rimasto un alone di silenzio e negli anni si è sempre cercato di marginalizzare tutto ciò che questa norma portava con sé. Fino a smarrirne la genesi e fino a doverne constatare i profondi tentativi di svuotarla nella sua applicazione. In una crescente difficoltà, non abbiamo mollato mai del tutto, anche se negli anni è tornato ad essere un tema tabù, anche per la politica, abbiamo tentato di uscire dal silenzio, ci siamo trascinate fino ad oggi cercando di continuare ad arginare questo smottamento. I risultati sono questi: si attesta al 70,9% la percentuale nazionale di ginecologhe e ginecologi obiettrici e obiettori di coscienza, mentre tra gli/le anestesisti/e siamo al 48,8%.

Da quanto rileva l’Ass. Luca Coscioni solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia rispetta la legge e pratica l’IVG. Mentre il Ministero della salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Per non parlare dei costi aggiuntivi per la Sanità pubblica, sostenuti per reclutare i medici “gettonisti” che vanno a supplire gli obiettori. Non è solo una questione di numeri, ma di garantire un livello e una qualità di assistenza buone.

 


La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando purtroppo che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG”. Per non parlare dei problemi relativi al ricambio generazionale, di personale, alla strumentazione di cui sono dotati (mancano gli ecografi). Il tutto aggravato da pratiche regionali differenti che creano difformità sul territorio nazionale (costi delle prestazioni e una gratuità che non è più assicurata dappertutto). Insomma dal 1975 assistiamo a una lenta perdita di presidi e di diritti.

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Il silenzio e l’indifferenza sulla salute sessuale e riproduttiva


Le parole non sono più sufficienti per dare un quadro del disastro in tema di salute sessuale e riproduttiva in Italia, una situazione che appare ancora più evidente dalla cronaca che ne ho fatto in questi anni e da ciò che desumo confrontandomi con le altre donne, soprattutto le più giovani, che spesso hanno un atteggiamento ” diritti a posto, so tutto”. Un problema che riguarda non solo la certezza del pieno rispetto dei diritti delle donne e delle loro scelte, ma che diventa enorme quando parliamo di prevenzione e di contraccezione, di genitorialità consapevole.

Mentre nell’era Obama si affermava la consuetudine della contraccezione gratuita, che nemmeno Trump è riuscito a cancellare, da noi i contraccettivi ormonali passavano tutti nella fascia C dei farmaci a pagamento. E dopo l’allarme lanciato a riguardo e rimasto sepolto tra le attiviste e gli addetti ai lavori e mai decollato veramente (c’è anche da chiedersi perché tanta indifferenza), il 6 dicembre 2017 il “Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole” ha lanciato una petizione a riguardo, diretta all’Agenzia del Farmaco, Ministero della Salute, affinché sia garantito a tutte le cittadine e ai cittadini l’accesso gratuito alla contraccezione.

Vi invito a firmare, perché è necessario invertire la rotta e avviare seriamente un’educazione a una sessualità consapevole e una fruizione maggiore dei metodi contraccettivi e di protezione delle malattie sessualmente trasmissibili.

La situazione è più o meno questa e a tal proposito l’anno scorso secondo il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) l’Italia si collocava al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Non sto a ripetere quanto la piena applicazione della legge 194 passi proprio da questo nodo. Non mi va di ricordare quanta arretratezza culturale arroccata su posizioni di stampo confessionale sta lentamente minando l’applicazione di quanto previsto 4 decenni fa. Grave è che qualcuno voglia introdurre l’obiezione in farmacia, quando non sono in vendita farmaci abortivi ma solo contraccettivi, grave è che si voglia includere il parere paterno nell’iter di interruzione di gravidanza, grave è che queste posizioni siano radicate anche in contesti che dovrebbero aver metabolizzato e dovrebbero difendere i principi di autodeterminazione delle donne.

“I problemi nell’applicazione sono l’insufficiente presenza dei consultori familiari, le scarse iniziative per la promozione della contraccezione e il persistere di una inadeguata politica a sostegno delle coppie e delle famiglie”, così scrive Livia Turco nel suo Per non tornare al buio, ed è proprio dall’obiezione di coscienza e del numero di obiettori (che per il Ministero della Salute non rappresentano un problema, ma che per tanti professionisti e associazioni hanno raggiunto cifre che rischiano di mettere a repentaglio il servizio) che occorre ripartire per riaprire il dibattito sull’aborto, su quanto siano crollati gli aborti dal varo della 194, di quanto si sia diffusa una cultura della responsabilità verso la procreazione, figlia proprio di quella fase storica che ha prodotto la legge e ha sancito un equilibrio, con al centro la salute psico-fisica della donna. Sono convinta che ci sia stata una maturazione del dibattito etico, ma qualcosa non sta funzionando con le più recenti generazioni, con un pericolo di smarrimento del senso e dei contenuti delle conquiste raggiunte. Non si è forse posta attenzione su come trasmettere il reale concetto di libertà di cui si parla, una libertà di esercitare la propria responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, vivere in un contesto relazionale e di rapporti paritari, in cui la scelta delle donne non sia stigmatizzata ma correttamente sostenuta e non ostacolata, avere piena conoscenza del proprio corpo, attribuirgli il giusto valore, incentivare pratiche che possano incentivare una sessualità consapevole, l’esercizio pieno dei propri diritti. Alla base ci deve essere l’informazione e l’accesso a tutta una serie di presidi, servizi, strumenti per non lasciare il vuoto per non lasciare che si propaghino pregiudizi, prassi pericolose o che si lavori sempre in fase emergenziale. Perché la sensazione è che ci si avvii sempre più verso una rimozione del problema, una invisibilizzazione degli aspetti più urgenti, in funzione di un martellamento in stile fertility day: questo non dobbiamo permetterlo. Perché l’ultima parola resti in capo alle donne, che possano mettere in atto scelte autonome e consapevoli.

Gli attacchi contro la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne oggi assumono molte forme in Europa. Gli ostacoli che impediscono l’accesso all’aborto sicuro sono tra i più problematici.

Ed è in questa chiave che ci si sta muovendo a livello europeo.

“La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani. Tuttavia, le donne in Europa hanno ancora questi diritti negati o limitati a seguito di leggi, politiche e pratiche che riflettono in ultima analisi gli stereotipi e le disparità di genere.

Gli stati devono impegnarsi risolutamente a promuovere l’uguaglianza di genere in questa sfera cruciale della vita. Hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva accessibili, convenienti e di buona qualità.”

Così si è espresso, il 4 dicembre, il commissario del Consiglio d’Europa (un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa, è estraneo all’Unione europea e non va confuso con organi di quest’ultima) per i diritti umani Nils Muižnieks.

“Gli stati europei devono garantire maggiormente la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Hanno l’obbligo per i diritti umani di fornire un’educazione sessuale completa, l’accesso alla contraccezione moderna e l’assistenza all’aborto sicuro, e l’assistenza sanitaria materna di qualità.”


La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne comprendono:

– Un’educazione sessuale completa

– metodi contraccettivi facilmente fruibili e a prezzi accessibili

– aborto senza rischi

– assistenza sanitaria materna di qualità

Ci sono stati enormi progressi nel mondo e in Europa. Ma allo stesso tempo, e forse proprio a causa di questi progressi, abbiamo cominciato a registrare delle forme di regressione e arretramento.

In Europa si registrano restrizioni in merito al diritto all’aborto. Anche quando la legge lo autorizza, le donne incontrano molteplici ostacoli per poterlo esercitare:

– ostacoli finanziari, sociali e pratici

– diniego di cura e di servizi

– autorizzazione da parte di un terzo, colloquio di consulenza obbligatorio e periodi di attesa lunghi

Ecco perché il commissario Nils Muižnieks ha rivolto agli stati europei una serie di raccomandazioni volte a garantire i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne.

Queste raccomandazioni sono incentrate sugli obblighi degli stati per garantire alle donne il diritto alla vita, il diritto di non essere sottoposte a torture o a trattamenti sbagliati, il diritto alla salute, alla privacy e all’uguaglianza.

La relazione presentata dal commissario Nils Muižnieks fornisce una panoramica degli obblighi degli Stati ai sensi delle norme internazionali ed europee sui diritti umani nel campo della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Produce una serie di esempi di carenze che gli Stati europei devono affrontare, in particolare per quanto riguarda i diritti alla vita, alla salute, alla privacy, alla non discriminazione, nonché il diritto a non subire torture e maltrattamenti, con particolare attenzione all’educazione sessuale completa, alla contraccezione moderna, all’assistenza per interruzioni di gravidanza affinché queste pratiche siano sicure e legali e all’assistenza sanitaria materna di qualità.


Il Commissario ha presentato 54 raccomandazioni volte ad aiutare gli stati europei a rispondere alla pressante necessità di:

– rinnovare l’impegno politico per i diritti delle donne e difenderli da misure regressive che minano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– istituire sistemi sanitari che sostengano e promuovano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– garantire una educazione sessuale completa e obbligatoria;

– garantire l’accessibilità, la disponibilità e la fruizione a prezzi accessibili delle forme più moderne di contraccezione;

– garantire a tutte le donne l’accesso alle cure per un aborto sicuro e legali;

– assicurare che dinieghi di assistenza da parte degli operatori sanitari per motivi di coscienza o di religione non mettano in pericolo l’accesso tempestivo delle donne all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva;

– rispettare e proteggere i diritti umani delle donne durante il parto e garantire a tutte le donne l’accesso a un’assistenza sanitaria materna di qualità;

– eliminare le pratiche coercitive e salvaguardare il consenso informato delle donne e il processo decisionale nei contesti di assistenza sessuale e riproduttiva;

– assicurare a tutte le donne l’accesso a rimedi efficaci per le violazioni dei loro diritti sessuali e riproduttivi;

– eliminare la discriminazione in leggi, politiche e pratiche e garantire l’uguaglianza per tutte le donne nel godimento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.

 

“I diritti sessuali e riproduttivi proteggono alcuni degli aspetti più significativi e intimi delle nostre vite. Garantire questi diritti per le donne è una componente essenziale degli sforzi per raggiungere i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. Date le tendenze in ripresa che cercano di ridurre le protezioni in questo campo, dobbiamo garantire che restiamo fedeli a questi diritti, che sono stati stabiliti solo dopo una lunga lotta. Gli Stati hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e servizi sanitari e riproduttivi accessibili, economici e di buona qualità “

ha dichiarato il commissario Muižnieks.

Vi consiglio di guardare questo video, nel quale viene intervistata anche una donna italiana che ha raccontato la sua esperienza e Irene Donadio, portavoce dell’IPPF. L’Italia è uno di quei Paesi su cui c’è un’allerta e che è stato più volte attenzionato al Consiglio d’Europa proprio in tema di gravi limitazioni all’esercizio delle interruzioni di gravidanza e lesioni proprio di quei diritti di cui sopra.

Questo quanto viene riportato nella relazione a proposito dell’Italia, abbiamo un box dedicato e non certo per meriti.


Negazione di cure alle donne in caso di aborto e accesso a servizi sicuri e legali

In Italia molte donne non sono in grado di trovare un medico disposto a fornire i servizi legali a cui hanno diritto. Altre subiscono ritardi così gravi nell’accesso ai servizi da rischiare di non rientrare nei termini legali per i servizi di aborto (con il pericoloso ritorno agli aborti clandestini e non sicuri, ndr). I report indicano che il 70% dei medici si rifiuta di fornire cure per l’aborto. In una decisione del 2016, il Comitato europeo per i diritti sociali (ECSR) ha esaminato una denuncia che sosteneva che l’Italia aveva omesso di garantire il diritto alla salute delle donne a causa del rifiuto di assistenza da parte dei medici, mettendo a repentaglio l’accesso a procedure legali di aborto. L’ECSR ha concluso che le donne che cercano di accedere ai servizi legali per l’interruzione di gravidanza hanno incontrato numerose difficoltà sostanziali. Ha rilevato che l’Italia soffre di una incapacità nel regolamentare e nel sorvegliare efficacemente in merito all’obiezione di coscienza, che costringe le donne a una ricerca estenuante delle strutture sanitarie, in altre regioni d’Italia o all’estero, in grado di assicurargli le cure adeguate. Una violazione dell’articolo 11, paragrafo 1 (diritto alla salute) della Carta sociale europea (riveduta).

 

Più che di questione di coscienza, emerge sempre più la convenienza di certe scelte, sempre più spesso è per non essere ghettizzati, per non venire penalizzati nella carriera, insomma per avere meno problemi. Quindi il problema è attrezzarsi per superare queste difficoltà che nulla hanno a che fare con scelte etiche personali, prevedendo meccanismi riequilibranti e la salvaguardia della salute e delle scelte delle donne.

Tra l’altro permane lo scarso ricorso alla RU486, che trova ancora molti ostacoli ed è poco incentivata, assieme alle carenze di una formazione universitaria adeguata nelle scuole di specializzazione.

Non siamo disposte ad assistere all’annullamento dei nostri diritti. Due anni fa si è depenalizzato l’aborto clandestino, ma si sono al contempo innalzate le sanzioni previste (15 gennaio 2016). Questo provvedimento non evidenzia le cause a monte di un ritorno preoccupante agli aborti clandestini, tra cui innanzitutto un abnorme numero di obiettori di coscienza, la cui media nazionale del 70%, raggiunge in alcune regioni anche quote superiori al 90%. Questo provvedimento insieme ad altri denota l’approccio inadeguato alla materia e al problema.

E non dimentichiamo Valentina Milluzzo che ha perso la vita in un reparto in cui c’era obiezione al 100%.

Siamo vicine alle sorelle di El Salvador che subiscono pesanti condanne, in particolar modo a Teodora Vásquez (per saperne di più qui). Vi chiedo di sostenere questa petizione.

Siamo in attesa della annuale Relazione IVG sull’attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza, in ritardo come sempre. Ma la situazione sembra che ci stia sfuggendo di mano.

Non chiedeteci di portare pazienza o di avere fiducia.

Una società che non rispetta le donne, i loro diritti e le loro scelte non può definirsi democratica, aperta, civile e progredita. Occorre ascoltare le donne e essere vicini ai loro bisogni. La tutela della maternità passa anche dal garantire servizi adeguati di prevenzione e di educazione a una genitorialità consapevole, mettendo in grado di pianificare e di definire le proprie scelte riproduttive. Colpevolizzare, stigmatizzare e ostacolare non è la strada giusta, perché di fatto manca un impegno serio da parte delle istituzioni nell’attuare i principi alla base della 194. Meno campagne demagogiche, reazionarie e lesive e più consultori laici, informazioni e presidi accessibili.

L’unica cosa che gode di ottima salute è il tentativo di tanti gruppi, associazioni di riportarci indietro, al buio, ridurci al silenzio. Non lo permetteremo. Fuori dalle nostre vite! Riportiamo al centro le donne, la loro salute e i loro diritti.

 

Per approfondire:

https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/progress-needed-to-ensure-women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe

https://rm.coe.int/summary-of-the-issue-paper-on-women-s-sexual-and-reproductive-health-a/168076df75

https://www.coe.int/en/web/commissioner/women-s-sexual-and-reproductive-rights-in-europe

https://rm.coe.int/women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe-issue-pape/168076dead

Questo articolo è stato pubblicato anche su Dol’s Magazine.

Aggiornamento 30 dicembre 2017:

Dopo la denuncia dei Radicali: “Dichiarazione di Riccardo Magi, Antonella Soldo e Silvja Manzi, dirigenti di Radicali Italiani e promotori della lista “+Europa, con Emma Bonino” – Sciolte le Camere, la relazione annuale al parlamento sull’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza non è stata depositata. La stessa legge (art.16) impone al ministro della Salute di presentare il documento ogni anno entro il mese di febbraio: scadenza mai rispettata, lo scorso anno la relazione fu disponibile a dicembre. Ma quest’anno, a 11 mesi dalla scadenza non è stata depositata, e nel frattempo le Camere sono state sciolte. Dunque i parlamentari – e di conseguenza i cittadini – sono ancor meno nella condizione di conoscere e far conoscere i contenuti. Non esiste un precedente.

La Ministra Lorenzin ha risposto: “che è stata “regolarmente trasmessa” oggi (29 dicembre, ndr) al Parlamento”.
Di fatto è stata trasmessa con 10 mesi di ritardo, visto che il mese previsto è febbraio, e tra l’altro al momento non è ancora pubblicata sul sito del ministero.

Attendiamo ancora che questa Relazione sulla 194 con i dati del 2016 venga finalmente resa pubblica sul sito del Ministero, giusto per far chiarezza.

Oggi, 12 gennaio 2018, nel frattempo vi segnalo la relazione in questione pubblicata sul sito Quotidiano Sanità:

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=57617

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6361472.pdf

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=10531

Qui invece trovate la Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza – dati definitivi 2014 e 2015

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Salute sessuale e riproduttiva: tra preoccupazioni, istanze e nuove prospettive

Dopo altri interventi rilevanti da organismi internazionali, anche le Nazioni Unite si pronunciano sulle difficoltà delle donne italiane ad accedere ai servizi di IVG.

“Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere all’ interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’elevato numero di medici obiettori che si rifiutano in tutto il paese di effettuare il servizio.”

L’elevato numero e la modalità di distribuzione dei medici che rifiutano di prestare il servizio in tutto il paese sono stati considerati come fonte di violazione dei diritti umani.

“Le Nazioni Unite hanno richiesto al governo italiano di adottare le misure necessarie, non solo per eliminare tutti gli impedimenti, ma anche per garantire il tempestivo accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sul suo territorio per tutte le donne che ne fanno richiesta.

Viene richiesto al governo italiano di creare un sistema efficace di riferimento delle pazienti, quindi di stabilire protocolli e linee guida per garantire che gli ospedali che non forniscono il servizio si assicurino attivamente che le pazienti ottengano il servizio in altre strutture sanitarie.”

“La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostra l’indagine effettuata dal gruppo regionale del PD struttura per struttura, relativi al 2016.”

“Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace”, anche se non sempre applicata a dovere, a causa del numero di medici obiettori che raggiunge il 68,2%, ma che vede 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80% e solo in 5 l’obiezione è inferiore al 50%.

L’ipotesi di indire concorsi ad hoc per medici non obiettori (come è accaduto nel Lazio) è solo una delle strade percorribili. Perché occorrerebbe incidere centralmente per riequilibrare il numero di obiettori e non. E di proposte di legge in tal senso ne sono state presentate tante e giacciono tutte in attesa di esame.

Anche perché la carenza di medici non obiettori si ripercuote sulle nostre tasche:

“Per sopperire, i pochi ginecologi non obiettori a rotazione coprono più presidi ospedalieri spostandosi esclusivamente per effettuare IVG. In alternativa, le ASST sono costrette a ricorrere a personale esterno, cioè a medici gettonisti che si recano negli ospedali esclusivamente per questo tipo di intervento e per i quali nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro.”

 

Recentissima questa proposta di legge che intende intervenire a monte.

In fase preliminare del concorso, ciascun candidato dovrebbe manifestare esplicitamente per iscritto la sua scelta. In caso di non obiezione, questo elemento costituirebbe un titolo aggiuntivo preferenziale nella definizione della graduatoria. Nel caso in cui la scelta dell’obiezione dovesse essere fatta successivamente alla fase dell’assunzione e quindi concorsuale, essa equivale alla rinuncia all’incarico, con conseguente “dislocamento” in altra sede, anche fuori regione.

In pratica, la dichiarazione di obiezione la si richiederebbe a monte, prima dell’assunzione, mentre al momento si formalizza a incarico assegnato. In caso di parità di punteggio, per ipotesi, sarebbe il medico non obiettore ad avere la precedenza. Quindi si introdurrebbe un criterio nella fase di selezione e di valutazione dei curricula. Potrebbe essere una strada utile per riequilibrare le quote di medici e per introdurre una normativa unitaria per la selezione del personale in ambito ostetrico e ginecologico.

Non è solo una questione di obiezione, ma di un sistema che garantisce i servizi a macchia di leopardo, che ha ancora percentuali esigue di ricorso agli aborti farmacologici attraverso la Ru486. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). Sapete perché?

  1. In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche;
  2. tra una “difficoltà” e l’altra passano i 49 giorni utili per potervi ricorrere;
  3. a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di 3 giorni, mentre per il metodo chirurgico è sufficiente il day hospital.

Insomma, esistono una serie di ostacoli che continuano a frapporsi o meglio a essere frapposte.

Eppure nel Lazio partirà una sperimentazione di 18 mesi per l’utilizzo della Ru486 nei consultori. Si ragione in questo senso, per uscire dai reparti di ginecologia, anche in Toscana, dove però si pensa ad ambulatori attrezzati e dopo Pasqua si parte a Firenze.

Ah, certo occorre avere un investimento nelle strutture, perché per come sono oggi attrezzati i consultori pubblici lombardi, la vedo difficile.

Quindi se vogliamo veramente assicurare un buon servizio occorre muoversi. Occorre farsi sentire ora che è entrata in vigore una delibera che aggiorna le tariffe delle prestazioni consultoriali in ambito materno infantile e dopo che è stata scongiurata l’ipotesi di far pagare alle minorenni le prestazioni. Perché non approfittare per chiedere un significativo e tangibile impegno per migliorare realmente il servizio e ripristinare le sue funzioni originarie? Perché accontentarsi delle “rassicurazioni” di Gallera, che pensa di chiudere così la questione? Perché non puntare a ripristinare la gratuità delle prestazioni consultoriali, come previsto dalla normativa nazionale del 1975?

La realtà vede la situazione dei consultori in Lombardia in bilico, un destino subordinato alla Riforma della Sanità lombarda, con la conversione in centri per le famiglie, processo ancora in corso.

Anche in Lombardia si registra un’impennata nelle vendite della pillola EllaOne, un contraccettivo d’emergenza, che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, è in grado di ritardare o inibire l’ovulazione. Non è un farmaco abortivo, anche se ancora oggi alcuni farmacisti invocano l’obiezione di coscienza per non venderlo, una prassi ricordiamo non legale (in quanto non esistono farmaci abortivi vendibili in farmacia e quindi l’obiezione non può essere esercitata). La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 2015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza e di prescrizione medica (per le maggiorenni, mentre rimane per le minorenni) come condizioni per la vendita.

“In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. In Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%.”

Viviamo in un Paese strano. Per un contraccettivo ormonale normale ci vuole la ricetta bianca (possono essere acquistate con la stessa ricetta sulla quale, ogni volta viene messo il timbro della farmacia, fino a 10 volte in sei mesi dalla data di prescrizione), mentre per quelli di emergenza nulla. Questo “nulla” è stato frutto di anni di lotta, ma forse ci ha poi fatto dimenticare, una volta ottenuta la cancellazione dell’obbligo di ricetta, che la lotta doveva continuare su tutto il resto, su ciò che manca ancora, dalla prevenzione, all’educazione, alla facilità di accedere a programmi contraccettivi strutturati e ad hoc, a servizi consultoriali di qualità e diffusi sul territorio.

Non possiamo limitarci a ipotizzare la correlazione tra contraccezione d’emergenza e riduzione del numero di IVG. Poco avremo risolto se non educheremo le donne a una contraccezione consapevole e costante, accessibile e non onerosa (ricordiamo il passaggio in fascia C a pagamento di una serie di contraccettivi prima in fascia A).

Non parliamo mai di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (Mst), si continuano a rifiutare con orrore le proposte di interventi educativi nelle scuole a riguardo di una sessualità consapevole per tutt*. La riproduzione, la contraccezione sono ancora argomenti tabù, la prevenzione delle Mst ancora una questione da donne. Nel frattempo dovremmo aver capito che così non gira e che i risultati sono pessimi. Ne parlavo qui in modo approfondito. È un problema di relazione, di responsabilità di entrambi i componenti della coppia, è anche in primis un indice di rispetto di sé e del partner. Ma tutto questo a chi sta a cuore?

Si continua a non voler approfondire il fenomeno degli aborti clandestini, che avvengono con metodi che mettono a serio rischio la salute e la vita delle donne. Si continua a fare gli struzzi. In più permangono le elevate sanzioni amministrative che colpiscono le donne per questo tipo di pratiche. Cosa accade non si sa. Meglio che rimangano questioni private, ognuna per conto proprio, alla mercé del caso, della geografia e della propria capacità di far da sé, su malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, difficoltà riproduttive…

Ah, sì, dimenticavo, sarebbe meglio che la smettessimo di rompere, non sia mai che vi disturbiamo troppo.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE.

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E ora parliamo di contraccezione

Contraccezione

@Anarkikka

 

Oggi è la Giornata Mondiale della Contraccezione.

In Italia come va? la situazione non è rosea:

oltre al numero fuori controllo dei ginecologi obiettori (che penalizza l’applicazione della legge 194) e al ritorno agli aborti clandestini, al depotenziamento dei consultori e al Piano nazionale per la fertilità (fortemente lesivo della libertà dei diritti riproduttivi), arriva anche un’ulteriore notizia negativa.

Il 6 luglio scorso l’Aifa ha riclassificato alcuni anticoncezionali orali, facendoli passare dalla fascia A (mutuabile) a quella C (a pagamento).

Gli anticoncezionali non solo prevengono gravidanze indesiderate, ma curano anche serie patologie dell’apparato riproduttivo, come evidenziato dalla dott.ssa Marina Toschi (AGITe), proprio nel corso del Fertility day di Roma: “una corretta consulenza contraccettiva (…) può permetterci di salvaguardare l’utero e le ovaie evitando la crescita di fibromi o cisti ovariche, da ottenere con il buon uso di pillole estroprogestiniche (da Luglio 2016 tutte a pagamento, con costi tra i più alti d’Europa) o di spirali a rilascio di progestinico”.

Mentre la scienza ci aiuta creando pillole con dosaggi sempre più bassi, con riduzione degli effetti collaterali, le istituzioni non sembrano andare nella stessa direzione. Difatti inserire i contraccettivi in fascia C significa considerarli qualcosa di non strettamente necessario, denegando la tutela dei diritti sessuali che, insieme a quelli riproduttivi, devono essere salvaguardati anche alla luce delle normative nazionali ed internazionali.

Questi temi sembrano stare più a cuore a Paesi come la Germania (al primo posto per la creazione, l’implementazione e la verifica di politiche nazionali strategiche riguardanti i diritti relativi alla salute sessuale e riproduttiva, seguita da Olanda e Danimarca e Finlandia), che prevede con prescrizione medica la piena rimborsabilità degli anticoncezionali fino ai 18 anni e parziale tra i 18-19 anni.

Secondo l’Ippf (International Planned Parenthood Federation, qui) che ha valutato 16 nazioni Ue sulla contraccezione, l’Italia è al 12° posto. Tra i punti più critici la mancanza di campagne di sensibilizzazione e consulenze individuali per le scelta degli anticoncezionali, così come una scarsa conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori, dei diversi metodi disponibili.

Insomma la contraccezione non è ancora una priorità della nostra politica nazionale.

Ne è riprova lo svuotamento delle funzioni originarie dei consultori che invece (ai sensi dell’art. 2 della 194/78) dovrebbero procedere a “La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.”.

Nella stessa direzione va la disapplicazione dell’art. 4 della Legge 29 luglio 1975 n. 405, in base al quale i consultori dovrebbero farsi carico de “L’onere delle prescrizioni di prescrizioni di prodotti farmaceutici va a carico dell’ente o del servizio cui compete l’assistenza sanitaria. Le altre prestazioni previste dal servizio istituito con la presente legge sono gratuite per tutti i cittadini italiani e per gli stranieri residenti o che soggiornino, anche temporaneamente, su territorio italiano.”.

Lo smantellamento della legge del 1975 sui consultori ha reso di fatto impossibile sia prevenzione che diagnosi precoci diffuse, così come un’informazione costante sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne, nonché degli uomini.

Sollecitiamo il Ministero della Salute ad un’adeguata attenzione e programmazione per ciò che concerne la salute sessuale e riproduttiva, per garantire, ampliare e migliorare i servizi, evitando tagli di spesa indiscriminati, lesivi della salute di quella parte della popolazione che più necessita di tutele ad hoc, per condizione economica, sociale e culturale.

Chiediamo al suddetto ministero di tornare ad investire e a uniformare la situazione regione per regione, al fine di assicurare un ricambio generazionale di medici e operatori al loro interno, rendere pubblici i monitoraggi sui consultori ed evidenziare carenze ed eventuali situazioni in cui è necessario intervenire.

I servizi integrati territoriali (consultori, medici di medicina generale) non sono un optional ma servizi fondamentali. Occorre intervenire per poterli rendere accessibili a tutt*, al fine di salvaguardare la loro salute, sempre nel rispetto della libertà di scelta di ciascun*.

Auspichiamo che tali servizi lavorino insieme a scuole, farmacie e associazioni locali per diffondere conoscenza sui diritti sessuali e riproduttivi, avviare iniziative per intercettare i bisogni degli adolescenti, fornire la giusta informazione e assistenza alle donne migranti.

Solo così sarà possibile contrastare l’infertilità, le malattie sessualmente trasmissibili, le patologie, le gravidanze precoci e indesiderate e nel contempo incrementare una consapevolezza del proprio corpo e dell’importanza di controlli periodici per proteggere la propria salute riproduttiva e non solo.

Domandiamo al Ministero della Salute campagne nazionali sulla salute improntate ad un’analisi realistica della situazione attuale e basate sull’importanza di una “cura” adeguata e universale per la tutela dei diritti riproduttivi e sessuali, che allo stato attuale risultano alquanto negati.

 

Le donne di Obiettiamo la Sanzione

 

Questo comunicato sull’Espresso sul blog di Stefania Anarkikka Spanò:

http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/09/26/e-ora-parliamo-di-contraccezione/

 

Link di approfondimento:

http://www.gazzettaufficiale.it/…/originario;jsessionid=0lK…

http://www.federfarmavicenza.it/…/6015-circolare-n-153-2016…

http://www.repubblica.it/…/contraccezione_italia_indietro-…/

http://www.salute.gov.it/i…/C_17_normativa_1545_allegato.pdf

http://old.cgil.it/news/Default.aspx?ID=3506

 

 

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Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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Dopo Estrela, Tarabella

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Ci riproviamo. Ricordate tutti la relazione Estrela e come andò a finire. Ne ho scritto anche su questo blog (qui). Oggi, si cerca di superare nuovamente le barriere confessionali e si tenta di ottenere una dichiarazione/posizione unitaria e precisa da parte dell’UE, in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Finora ha prevalso la sussidiarietà e ogni paese ha fatto quel che voleva, sulla pelle delle donne. Oggi, più che mai, occorre ribadire il diritto alla scelta di ciascuna donna. Conoscete bene com’è la situazione in Italia, tra maree di obiettori e una legge, la 194, sotto un quotidiano attacco, la cui applicazione è sempre più incerta e difficile.
Nel silenzio generale dei media “laici” nostrani, salvo questo bel pezzo di Maddalena Robustelli uscito su Noi Donne che vi invito a leggere, e la nutrita stampa dei prolife che se ne è occupata (vedi anche la raccolta delle 50.000 firme), lo scorso 20 gennaio la relazione dell’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella è stata approvata dalla Commissione Diritti della Donna e Uguaglianza di Gender della Unione Europea con 24 voti a favore, 9 contro e 2 astenuti. Ora, entro il mese, la relazione verrà portata alla discussione dell’Assemblea plenaria del Parlamento Europeo.

Il testo era incentrato principalmente sulle proposte per l’introduzione di un congedo di paternità retribuito di un minimo di dieci giorni lavorativi e il riconoscimento dei diritti delle donne sull’aborto e la contraccezione.
A tal proposito il prossimo 5 febbraio il gruppo S&D terrà una conferenza congiunta presso il Parlamento Europeo di Bruxelles con i Liberali (ALDE), i Verdi e il Gruppo della Sinistra Unitaria Europea (GUE-NGL) sul diritto all’aborto: #ALLofUS (Qui maggiori informazioni).

Il diritto all’aborto potrebbe entrare tra le risoluzioni dell’Unione Europea. Ce lo auguriamo!

Si legge, al punto 14 del report dello stesso Tarabella del 12 novembre 2014, “on equality between women and men in the European Union – 2013”:

“Maintains that women must have control over their sexual and reproductive rights, not least by having ready access to contraception and abortion; accordingly supports measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters”.

 

A margine dell’approvazione Marc Tarabella ha detto:

“Nella società moderna, ritengo che sia cruciale permettere a tutti i padri di esercitare il proprio diritto a conciliare la vita professionale con quella privata, garantendo loro il congedo di paternità. Per questi padri significa passare più tempo con il figlio appena nato. Un quarto dei paesi dell’Unione europea non prevede alcuna misura in tal senso. Eppure è un prerequisito per la garanzia dell’uguaglianza di genere.
“Allo stesso modo, ogni donna ha piena libertà sul proprio corpo. Pertanto, le donne devono avere accesso facile alla contraccezione e all’aborto. Sarebbe inaccettabile regredire su questo diritto che le donne hanno conquistato battendosi con veemenza”.
L’eurodeputato ha concluso:
“La riluttanza rimane. Sono fiero di avere ottenuto la maggioranza oggi su queste due questioni fondamentali all’interno della commissione sulle donne. Spero che saremo in grado di confermare i risultati al voto finale in sessione plenaria a marzo; faccio appello a tutti i progressisti di questa assemblea. Ce ne sono molti. La settimana scorsa, la maggioranza degli eurodeputati ha chiesto alla Commissione di non ritirare la direttiva sul congedo di maternità durante il voto sulla risoluzione dei Socialisti e democratici sul programma di lavoro della Commissione per il 2015. Mi sento ottimista sulla possibilità che promuoveranno di nuovo a marzo l’uguaglianza di genere.”
Marie Arena, eurodeputata socialista e portavoce della commissione sui Diritti delle donne e l’uguaglianza di genere per il gruppo S&D, ha aggiunto:
“Parlando in generale, la situazione non è migliorata nel 2014. Le donne sono più colpite degli uomini dalla crisi economica e sociale. Il 22% delle donne più anziane rischia di cadere in povertà, rispetto al 16.3% degli uomini.”
Marie Arena ha concluso:
“Il divario salariale tra uomini e donne rimane alto, approssimativamente al 16,4%. Solo il 63% delle donne ha un lavoro, sebbene l’obiettivo per il tasso di occupazione delle donne nel 2020 sia stato fissato al 75%.
“Al tasso attuale, dovremmo aspettare il 2038 per raggiungere l’obiettivo e il 2084 perché la parità salariale diventi realtà. Inutile dirlo, c’è ancora molto lavoro da fare.“

 

Da noi, se ne parla poco, perché è un argomento scomodo a livello politico: l’aborto e le tematiche relative alla salute della donna in generale, sono quasi un tabù, qualcosa da lasciare tra le mura dei discorsi tra donne. E invece, no! Deve aprirsi un dibattito pubblico, i decisori politici devono esprimersi chiaramente, ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità. Fa comodo dirsi laici e difensori dei diritti civili, ma quando c’è da dare risposte precise e concrete ci si maschera e si glissa abbondantemente. A destra, come a sinistra. I diritti delle donne sono diritti di serie B? Facile scaricare tutto sulle donne. Non fa bene alla carriera politica sostenere le donne? Posizioni chiare sono rare e costano troppo care, politicamente parlando. Nessun contesto sembra pronto per affrontare seriamente le questioni di una 194 sempre più disapplicata e della situazione in cui versa la salute sessuale e riproduttiva delle donne in Italia.

Vi suggerisco questo post di Eleonora Cirant a margine del tavolo sui diritti civili presso Human Factor.

Questo il mio commento e la mia opinione:
Le tue domande erano legittime, pertinenti e fondamentali. Sono anche certa della passione e della competenza con cui hai argomentato sul tema. Il contesto molto probabilmente non era quello adatto per accogliere nel modo giusto le tue sollecitazioni. Mi chiederai se esiste un contesto adatto. Sono rari e solitamente i consessi molto partecipati non garantiscono la giusta concentrazione. Patetico è un certo modo di fare politica. E quella occasione mi ha dato tanto di “passerella” per dire le solite cose, farsi foto, non approdare a granché. Sulla 194 manca una sensibilità diffusa e permanente. Così sui diritti alla salute della donna in generale. Si lascia che sia e salvo qualche importante occasione, restano temi marginali, di nicchia. Che dire della Puglia? Da barese di nascita, anche se non vivo a Bari da circa 10 anni, ti posso dire che la situazione è abbastanza disastrosa. Ho ancora la mia famiglia lì e quando torno annuso l’aria che tira. La situazione era critica quando ero adolescente, oggi i problemi si sono acuiti. In ambito sanitario poi non ne parliamo. Anche io sono stata una entusiasta sostenitrice di Nichi all’inizio della sua esperienza di governatore in Puglia. Oggi ne vedo i limiti. Dichiarare che i problemi ci sono, esistono presuppone un coraggio e una onestà politiche estremamente rare. Ci piacerebbe un altro modo di fare politica e che non ci venga continuamente ripetuto il mantra del compromesso. Ormai l’unica regola è il compromesso, che vuole semplicemente dire che le cose si fanno solo se conviene.

Io mi aspetto risposte chiare, non comizi generici autocelebrativi. Le donne hanno bisogno di risposte serie. Per me fare politica è questo. I diritti delle persone non possono essere strumentalizzati o ignorati a seconda della convenienza personale. Chiediamo RISPETTO!!!!!!!! Non accettiamo ulteriori atti di sabotaggio alla nostra salute. Facciamo rumore, facciamoci sentire!

 

Vi suggerisco questo articolo di Tiziana Bartolini, pubblicato su Noi Donne, sulla proposta della Laiga di creare una rete nazionale, per l’applicazione della legge 194 e per contrastare l’alto numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche.

 

AGGIORNAMENTI

Se desiderate e sostenete la causa, firmate la petizione lanciata da Laiga e Associazione Vita di Donna Onlus qui.

 

05.02.2015 – ALL OF US – MOBILISING FOR ABORTION RIGHTS

Stamattina si è svolta la conferenza ‪#‎AllOfUs‬ sul tema dell’aborto.

Qui la dichiarazione:

ALL_of_US_Joint_declaration

 

Osservate bene le firme… Dove sono i nostri rappresentanti? Chi ci rappresenta su questi temi in Europa? Attendo risposte. Grazie in anticipo.

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La norma c’è già

Pausa - Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Pausa – Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Ci risiamo, siamo ancora qui a voler modificare un limite. Dopo Firenze, ora anche in Puglia c’è qualcuno che ci prova. Allora, se si è stabilita una soglia limite (28 settimane) perché si possa richiedere l’iscrizione nei registri comunali dei feti mai arrivati al termine della gravidanza, ci sarà un motivo. Il motivo è semplice, perché se tale limite non ci fosse, si creerebbe un pericoloso vuoto, che renderebbe attaccabile la stessa norma che consente alla donna di compiere una libera scelta. L’albo e la sepoltura sono i mezzi con i quali gli antiabortisti vogliono scardinare la Legge 194. Da un lato ci sono le famiglie che magari vorrebbero ricorrere a questa pratica, in totale buona fede, ma dall’altro ci sono le organizzazioni che premono perché quanto previsto dalla 194 venga cancellato per tutte. Una libertà di scelta che sarebbe negata. A partire dalla 28 settimana si parla di parto prematuro, prima si parla di aborto. Queste previsioni sono contenute nella legge 285 del 1990 e il DPR 254 del 2003: prima della ventesima i feti vanno nell’inceneritore, a meno che qualcuno non reclami i resti. Fino alla ventottesima le aziende ospedaliere sono obbligate alla tumulazione in fosse comuni, come accade per gli arti amputati, sempre che i genitori non preferiscano un’altra sistemazione. Dopo la ventottesima i feti diventano bambini, possono essere registrati all’anagrafe come nati morti e avere una tomba con lapide (nome e cognome) come tutti. Questi vincoli servono a disciplinare la materia, che altrimenti sarebbe aleatoria e soggetta a mille interpretazioni e strumentalizzazioni. Se l’obiettivo è il riconoscimento giuridico dell’embrione umano, non ci stiamo. Questo spalancherebbe il portone alla cancellazione delle norme per l’interruzione volontaria di gravidanza, contenute nella Legge 194. Significherebbe tornare agli aborti clandestini e condannare le donne. Naturalmente, non tutte, solo coloro che non si potrebbero permettere di andare all’estero o in cliniche private ad hoc. Torneremmo alla salvaguardia della salute e ai diritti differenziati per censo. Stiamo attent*!

 

Aggiornamento del 25 giugno 2014

Vi suggerisco questo articolo che parla del Museo della Contraccezione e l’Aborto di Vienna. Un ottimo modo per ricordarci quanto possa essere terribile la vita delle donne, in assenza di metodi sicuri di contraccezione e di aborto.

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Basta applicarla

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Oggi mi riallaccio a un articolo di Giulia Montanelli, che ci riporta la realtà olandese in tema di educazione sessuale, tutela della salute sessuale e riproduttiva della donna, prevenzione e contraccezione.
Il confronto con la 194 e con la legge che istituì i consultori (n.405/75) mostra tutte le crepe di norme che da noi sono state boicottate e applicate solo in parte.
Gli strumenti in Italia ci sono, peccato che ci sia di mezzo l’obiezione di coscienza in dosi massicce e le funzioni e le attività dei consultori siano state tagliate a più riprese ed oggi, in ottica di spending review, vengono ritenute un lusso da ridurre, accorpare e spremere ulteriormente come un limone.
L’educazione sessuale dovrebbe essere una delle competenze dei consultori familiari. Purtroppo i consultori hanno sempre meno risorse da impiegare. In Lombardia, a Milano, ad esempio, i consultori hanno dei progetti di educazione sia rivolti agli insegnanti (che a loro volta devono trasferire le informazioni ai ragazzi) sia agli studenti, che diventano poi “educatori” tra pari, in pratica diventano divulgatori verso i compagni di quanto appreso dal personale dei consultori. Questi progetti sono facoltativi, in pratica è il singolo istituto che sceglie se aderirvi o meno. Per cui in primis spetta alla sensibilità del personale scolastico e del dirigente la scelta se attivarsi o meno. Il problema ulteriore è che le risorse dei consultori familiari pubblici si restringono, mentre i privati accreditati, molto spesso confessionali, dotati di maggiori disponibilità economiche e di personale, hanno un più facile accesso nelle scuole. Sappiamo tutti che i risultati di un insegnamento laico e di uno di stampo confessionale, non sono esattamente identici.
Dobbiamo parlare di più e meglio di contraccezione, fare prevenzione, sfatare miti e pregiudizi e diffondere consapevolezza di sé, del proprio corpo e della salute. Perché questi erano i principi e gli obiettivi delle normative italiane in materia. Dobbiamo far diventare la sessualità un processo di maturazione condiviso, condotto in parallelo, uomini e donne, ragazzi e ragazze. I risultati olandesi, frutto di un approccio aperto e concentrato sull’informazione preventiva, dimostrano che non basta varare delle norme adatte, ma occorre supportarle e applicarle sino in fondo. Crediamoci e lottiamo fino in fondo per non tornare indietro e per sgombrare il campo da falsi miti.

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Consapevolmente in Consultorio

Consultorio-in-piazza

Bilancio estremamente positivo e come accade quando sei a contatto con le persone, ricevi sempre in cambio una enorme quantità di energia. Il nostro Consultorio in Piazza a Baggio di ieri è stato un’esperienza entusiasmante.

Donne a Confronto ringrazia Dimensioni Diverse ONLUS per la realizzazione artistica del banchetto di Lucy, che ha dato visibilità alla nostra iniziativa. Il volantino che ho realizzato è stato molto apprezzato e non mancheremo di ripetere questa iniziativa. Ho incrociato persone di tutte le età. Mi preme ringraziare in particolar modo tutte le ragazze adolescenti e le giovani donne per l’accoglienza che ci hanno dato. Non è semplice superare la timidezza iniziale e fermarsi a parlare di questi temi: queste ragazze ci hanno piacevolmente sopresi. C’è tanto bisogno di diffondere informazioni, consapevolezza sui nostri diritti, sui servizi pubblici a disposizione a tutela della salute sessuale e riproduttiva della donna. Le persone hanno sete di essere coinvolte, sono lontane solo perché nessuno si rivolge a loro con le dovute attenzioni, per sentire cosa pensano, di cosa hanno bisogno, quali sono i loro dubbi e problemi e cosa desiderano. Noi donne abbiamo una capacità di ascolto molto speciale. Sono veramente rinfrancata dalle “chiacchierate” avute ieri al Consultorio in Piazza a Baggio, eravamo in tant*, tante culture e idee, diversi mondi e tante esperienze a confronto, a raccontarci vari punti di vista e ad arricchirci a vicenda.
Non vedo l’ora di tornare in Piazza!
Il nostro album fotografico

Qui, la notizia sul sito di Dimensioni Diverse ONLUS.

Qui, la notizia riportata dalla Libera Università delle Donne, che ringraziamo per aver condiviso la nostra iniziativa.

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WAE, ecco il nostro manifesto

wae

Vi avevo già parlato qui dell’assemblea nazionale tenutasi a Milano lo scorso 6 aprile, dal titolo: “Autodeterminazione, sessualità, aborto e salute riproduttiva”.

Nel corso di quell’incontro, promosso dalla rete Women are Europe (WAE), le donne provenienti da varie associazioni e movimenti provenienti da tutta Italia, si sono scambiate idee e proposte sul tema della giornata.

Al termine abbiamo tutte concordato sull’idea di produrre un manifesto, che parlasse alle donne, che di fatto rendesse più esplicito a tutte su quali temi e perché vogliamo fare rete. Ci è parso un buon modo per iniziare a far rete e per unire le forze nel nome dell’‪‎autodeterminazione‬ e della libertà di scelta per tutte le donne. Occorre rilanciare un dibattito pubblico su questi temi, per diffondere consapevolezza e difendere i risultati raggiunti in anni di lotta (tra cui la legge 194 e i consultori familiari pubblici). C’è veramente tanto da fare, se non vogliamo permettere che si torni indietro di decenni (basta vedere i dati sulla contraccezione in Italia).

Ci eravamo date pochi punti sui quali basare il manifesto e focalizzare le nostre prossime attività.

Oggi quel manifesto è pronto.

Se ne condividete obiettivi e contenuto vi prego di aderire e di diffondere il manifesto.

GRAZIE GRAZIE GRAZIE a tutte coloro che ci hanno lavorato!!!

Ora tocca a tutt* noi operare sul nostro territorio per organizzare iniziative e sensibilizzare tutt* su questi temi, per noi e per le prossime generazioni.

#iodecido, non dimentichiamolo!

Per maggiori informazioni:

Blog WAE

Pagina Facebook

Adesioni

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La donna che si sente amata non abortisce

 

Magritte

Magritte

 

Ci risiamo. Ora le donne, dopo essere state apostrofate come assassine, colpevoli di un abominio, si devono anche sentir dire una frase del genere.
Il 3 maggio si svolgerà a Roma un convegno “Dai una chance ad ogni vita” in preparazione alla Marcia nazionale per la vita del 4 maggio.
Nel corso del convegno si premierà Flora Gualdani, colei che ha pronunciato la frase con cui ho titolato il mio post.
È la fondatrice della Casa Betlemme, ad Arezzo. Se leggete l’articolo di Tempi, si parla della solita versione iniziatica e di illuminazione divina, per parlare della missione intrapresa da questa donna. In pratica:

“la “questione procreatica” sarebbe diventata “epocale e drammatica” e che l’uomo, per non autodistruggersi, dovrà tornare a “genuflettersi davanti al Creatore” e al “mistero dell’Incarnazione”.

Ok, tutto è ammesso, ma da qui a coprire l’intero mondo donna, ce ne passa. Le mille motivazioni che portano una donna a scegliere di interrompere la gravidanza non sono riassumibili, né banalizzabili in questo modo.
Riporto un altro brano:

“L’ambulatorio ostetrico è uno speciale confessionale laico, e dopo mezzo secolo so che la donna è indotta all’aborto non tanto da motivi economici ma soprattutto dalla paura di sentirsi sola. Quindi ciò che conta è che la donna si senta amata, non lasciata sola. La donna che si sente amata non abortisce. Lo dico per esperienza. Deve sentirsi preziosa a motivo di quel suo stato interessante, che deve essere “interessante” per la società intera, perché l’utero gravido è tabernacolo che dà futuro alla storia. Davanti ad una gestante dovremmo sempre genufletterci riconoscenti”.

 

Mi sconcerta questo sottolineare sempre la fragilità intrinseca della donna, come se fosse incapace di scegliere per sé e abbia sempre bisogno di un sostegno.

“Occorre capire come mai la donna occidentale dimentichi sempre più di essere “femmina, madre e sposa”.

In tutte queste affermazioni non c’è traccia di una minima possibilità di scelta libera per la donna, che in questo quadretto desolante, essendo incapace di intendere e di volere, si fa soggiogare dalla società e dallo stile di vita occidentale. Dovremmo essere tutte ugualmente omologate in un ruolo codificato nei secoli da società patriarcali che ci volevano schiave mute, adoranti, sottomesse e dipendenti economicamente e psicologicamente. Questi discorsi stranamente non vengono mai declinati al maschile. Siamo sempre noi a doverci sacrificare, omologare, immolare. Dobbiamo dimenticare la faccenda dei ruoli preconfezionati e precostituiti. Donne e uomini devono essere parimenti liberi di scegliere che forma dare alla propria vita. Siamo nel 2014, sarebbe anche ora.
La Gualdani riduce tutto a un “capriccio”, a un sentirsi sola e abbandonata. Peccato che un figlio se lo metti al mondo te ne devi occupare, la maternità è un progetto per la vita. La maternità deve essere una scelta libera e consapevole, altrimenti i danni sono enormi, in primis per il figlio. Una donna deve scegliere se e quando diventare madre. Per questo occorre battersi per una maggior autocoscienza e consapevolezza di sé, dei metodi contraccettivi sicuri, dei propri diritti, della propria capacità di scelta autonoma. Nessuno deve interferire o fare pressioni psicologiche sulla donna. Questa storia della colpa deve finire. Ognuno deve essere libero di scegliere, ripeto.
Vogliamo guardare in faccia la realtà o ci limitiamo a raccontare solo la favola con tanto di happy ending? Ci siamo guardati attorno? Non aggiungo altro: a voi il compito di completare.

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Le storie

Penso sia un passo cruciale, essenziale, raccontare, raccontare e condividere le storie che sta raccogliendo questo blog. Perché il silenzio e le nude statistiche possono uccidere la realtà. Dietro ogni numero e ogni facile considerazione di coloro che appartengono a questa nuova ondata di oscurantismo ci sono delle persone, donne che hanno scelto e che vanno sostenute e protette nella loro scelta. Non dobbiamo permettere che qualcun altro si intrometta e decida al nostro posto. La piena applicazione della 194 serve a tutelare la sessualità e a consentire una maternità consapevole. Noi donne dobbiamo sostenerci a vicenda, dobbiamo essere unite per non essere schiacciate. Dobbiamo promuovere i consultori e chiedere che svolgano appieno il loro compito, dobbiamo chiedere una educazione sessuale, alla contraccezione e all’affettività. Dobbiamo promuovere la conoscenza, perché c’è chi ci vorrebbe ignoranti e sottomesse, ma dobbiamo dimostrare che quel tempo è passato e non potrà più tornare.

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