Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La mozione no-choice arriva anche a Milano

Ora che la mozione è arrivata a Milano, forse riusciremo a concentrarci e a mettere questo problema tra le priorità. Ho presentato un documento politico, lanciato un allarme, chiesto di prendere posizione esplicita, perché era chiaro che non si sarebbero fermati a Verona. A questo punto dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze e metterci la faccia, esplicitare e far sentire la nostra voce, la nostra posizione, non si può più rinviare, soprassedere. Chi vuole restare nell’ombra e non esporsi ci rimanga pure, noi continuiamo a lottare. Domenica ero a volantinare, in occasione della Sagra di Baggio, su questo tema, con pochi ma essenziali punti e istanze.



C’è bisogno di questo, di parlare alle persone di cosa sta accadendo, di ciò che è in corso, un attacco alla nostra autodeterminazione che passa per l’abnorme obiezione di coscienza, i privati che entrano nelle convenzioni pubbliche e che non applicano la legge 194, la lenta agonia dei consultori pubblici, i centri di aiuto alla vita e associazioni no-choice da tempo nei nostri ospedali, una Lega che si oppone a RU486 in day hospital, un disastro nella contraccezione, prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili e nell’educazione sessuale. Queste associazioni private devono stare fuori dalle strutture pubbliche, basta volantini negli ambulatori per le IVG. I soldi pubblici devono andare a rivitalizzare e a sostenere i luoghi deputati dalla legge, i consultori familiari pubblici. Andate a rileggervi l’art. 2 della 194. Avrei da aggiungere tra le cause dell’attuale situazione, un lavoro di smantellamento dei governi regionali che dura da decenni e la relazione ministeriale che ogni anno minimizza le criticità. DOVE VOGLIAMO FINIRE? MA CI RENDIAMO CONTO DELLE PAROLE USATE IN QUESTE MOZIONI? BASTA con questo vento oscurantista che si è insinuato dappertutto e vuole impedire, tra l’altro, l’applicazione della 194, che ci consente la scelta, alle donne, solo alle donne spetta l’ultima parola. Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri diritti! 

Qui di seguito il mio comunicato in merito a questa mozione: non cambierà le cose, ma almeno non rimango in silenzio. Non so quando sarà calendarizzata la discussione di questa mozione Amicone, ma dovremo e dobbiamo mobilitarci.


La mozione milanese a firma del consigliere comunale Luigi Amicone (Fi e ciellino doc), firmata anche da Milano Popolare, dalla Lega e da Stefano Parisi, ricalca in gran parte i presupposti ideologici e le distorsioni informative presenti nelle mozioni “gemelle” di Verona, Ferrara e Roma, con un pallino fisso: diffondere l’etichetta “città per la vita”. La mozione parla del ruolo dei consultori in termini di assistenza alle donne in gravidanza, cita l’art. 2 della legge 194, ma si “dimentica” di precisare che alla lettera D:
“I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”
si prevede la possibilità di supporto esterno di associazioni di “volontariato” DOPO LA NASCITA. Chiaro no?!
Come si può pretendere che i consultori pubblici svolgano appieno i compiti assegnati loro dalla legge 194, se negli anni
– si è proceduto a un progressivo e sistematico svuotamento di competenze, di personale, di strumentazione,
– si è coscientemente mantenuta bassa e insufficiente la loro diffusione territoriale, ben al di sotto delle raccomandazioni (il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti),
– si è modificata la natura di questi presidi territoriali, a beneficio dei privati accreditati con il SSN che non applicano la legge 194?
Come si può concepire che si chieda di inserire a bilancio comunale congrui finanziamenti pubblici per soggetti di natura privata, nati per contrastare una legge dello Stato e per sottrarre alle donne la libertà di scegliere autonomamente e senza pressioni e ingerenze indesiderate se diventare o meno madri?
Chiediamo che si torni a investire nei consultori familiari pubblici, ripristinando e salvaguardando la loro funzione originaria e la loro connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione e promozione della salute, che abbia al centro le donne.
Pensare che la causa della crisi demografica sia arginabile e risolvibile con un intervento che induca e convinca le donne a portare avanti la gravidanza ad ogni costo, significa non comprendere che alla base della denatalità e della decisione di interrompere la gravidanza non ci sono solo ragioni economiche e che la monetizzazione non risolve problemi di natura ben più vasta. Forse occorrerebbe soffermarsi sui differenziali di genere per poter analizzare correttamente il calo demografico.
La legge 194 garantisce la possibilità di scelta, in capo esclusivamente alla donna che potrà e dovrà valutare autonomamente se diventare madre o meno. Nessuno può sindacare e deve permettersi di giudicare tale scelta. Alla luce di quanto avviene negli ospedali lombardi e altrove, in cui operano i Centri di aiuto alla vita e alle modalità con cui svolgono le loro azioni dissuasive e colpevolizzanti, compiendo un vero e proprio terrorismo psicologico, ci risulta ben difficile pensare che questo sia un aiuto, quanto piuttosto una indebita violazione della privacy e del diritto all’autodeterminazione delle donne. Le donne di Napoli che si sono mobilitate in piena estate ci hanno dimostrato che contrastare l’ingresso di queste formazioni è possibile.
Il ritorno all’aborto clandestino è causato dai lunghi tempi di attesa per l’intervento, a loro volta dettati dalle stratosferiche quote di obiezione raggiunte, che di fatto mettono a rischio il servizio di IVG.
Se davvero la situazione fosse sotto controllo, non avremmo il ricorso alla pratica dei gettonisti, che operano “a chiamata” per effettuare gli interventi al posto degli obiettori e che ogni anno comportano un aggravio di spesa non indifferente per le casse regionali.
Il numero degli aborti è calato costantemente in questi 40 anni, a dimostrazione dell’efficacia della legge e del fatto che progressivamente è aumentata la consapevolezza e la responsabilità in materia di salute sessuale e riproduttiva. Quindi non si capisce come la mozione possa affermare che la legge abbia contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto come metodo contraccettivo.
Anzi, nonostante gli ostacoli a un’azione di prevenzione, alla possibilità di fornire gratuitamente presidi contraccettivi (attualmente totalmente a carico delle donne), alla diffusione strutturale di programmi di educazione sessuale nelle scuole, gli aborti sono diminuiti. Piuttosto, cerchiamo al più presto di trovare i finanziamenti regionali per consentire l’erogazione gratuita almeno sotto i 24 anni dei contraccettivi nei consultori, come da odg 99 presentato dalla consigliera PD Paola Bocci e approvato in Regione questa estate. Contemporaneamente dovremo compiere passi in avanti sulla diffusione di metodologie più innovative per le IVG, come previsto dall’art. 15, consentendo di somministrare la RU486 (aborto farmacologico) in day hospital, come richiesto dalla stessa Paola Bocci. Esiste una sola pillola abortiva: la mozione declinando “pillola” al plurale dimostra di confondere la contraccezione di emergenza, disponibile in farmacia, con la pillola RU486, somministrata attualmente solo in ospedale, previo ricovero di 3 giorni.
La diagnosi prenatale va difesa e non si possono diffondere deformazioni sui benefici dei progressi tecnologici.
Si riprende il tentativo compiuto a Trieste, con una mozione, per fortuna ritirata, che invitava “il sindaco e l’assessore competente ad adoperarsi per richiedere” una campagna informativa su tutti i danni ed i problemi alla salute che una donna può incorrere se decide di interrompere una gravidanza”. Un altro esempio di tentativo di terremotare la legge 194 e di diffondere false informazioni tra le donne che vorrebbero continuare a poter scegliere senza pressioni colpevolizzanti.
Da un lato questa mozione parla dei livelli enormi di obiezione, segno, secondo il redattore, del peso di coscienza degli operatori o forse sarebbe meglio dire “segnale di quanto spesso lo si faccia più per ragioni di carriera”, come loro stessi spesso rivelano; dall’altro si afferma che l’obiezione non sia un ostacolo all’accesso all’aborto. Insomma, molta confusione e poca attinenza alla realtà.
Una mozione scritta male formalmente e contenutisticamente, con notevoli incongruenze ed falsità.
Per le ragioni esposte sinora ci opponiamo a questo vento oscurantista che è arrivato anche a Milano e metteremo in campo tutte le azioni necessarie per informare adeguatamente e contrastare queste azioni mistificatorie volte solo a creare spaccature e confusione dentro e fuori le istituzioni.
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Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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Consultori & co.

Distretti Asl

 

Qualche giorno fa avevo accennato a un incontro sullo stato della Sanità a livello territoriale, in particolar modo nella zona 7 di Milano (QUI).
Presenti: Sara Valmaggi, vice presidente Consiglio Regionale e Claudio Carotti, Segretario generale CGIL Milano – Comparto Sanità Pubblica.
Qui di seguito pubblico il video che ho girato in questa occasione, nel quale porgo alcune domande e questioni, in merito alla gestione dei consultori (oggi Centri per le famiglie) e dei servizi dedicati alle donne, con particolare riferimento alla salute sessuale e riproduttiva delle donne.

Pongo la questione della convenzione concessa a strutture che non applicano la 194, di fatto operando una obiezione di struttura non prevista dalla normativa nazionale.
Ricordiamoci cosa accade per esempio al Niguarda, dove si praticano circa 780 IVG all’anno e vi sono solo 2 medici non obiettori. Per garantire il servizio vengono chiamati e retribuiti “a chiamata” i medici del Sacco, ingigantendo i costi per il sistema sanitario pubblico e di fatto calpestando dei diritti delle donne sanciti da una normativa nazionale.
Pongo la necessità di una verifica periodica dello “stato di salute” dei consultori. Chiedo come possiamo agire per sollecitare le ASL a un’azione più efficace, per difendere come cittadini questi servizi sul territorio.

Pongo la domanda sul destino di un servizio come quello del consultorio pubblico, evidenziando una pericolosa crescita di un privato che non garantisce appieno un servizio, ma che grazie alle maggiori disponibilità economiche riesce a intercettare un numero maggiore di utenti. Quali investimenti nel pubblico?

Le risposte non ci lasciano serene, soprattutto traspare un palese disinteresse e una scarsa conoscenza da parte dell’Asl di un servizio come il consultorio, così come di altri servizi territoriali.
Il video dura una ventina di minuti, vi chiedo di guardarlo (scusate l’audio, mi rendo conto che sono una videomaker molto “artigianale”), perché contiene dei punti molto importanti. Come dice Sara Valmaggi: “Nei fatti, senza toccare la legge, è stata fatta una contro-riforma, di fatto disinvestendo in questo servizio”. Verso la fine del video, si parla anche della difficoltà di reperire i dati sull’applicazione della 194 e dell’obiezione di coscienza.

Un altro punto critico riguarda il costo delle prestazioni a carico dell’utenza dei consultori. La legge di istituzione dei consultori (405/75) prevedeva la gratuità delle prestazioni nei consultori. La delibera regionale lombarda 4579/2012, che ha recepito le indicazioni della finanziaria nazionale, ha introdotto un ticket sulle prestazioni fornite, aggiungendo la quota fissa regionale di 6 euro. Il risultato è che oggi una prima visita ginecologica si paga 28,50, quella di controllo 22,40. La funzione dei consultori doveva essere quella di garantire un libero accesso per tutte le donne a un servizio di prevenzione e di controllo per quanto concerne la salute sessuale e riproduttiva. La gratuità potrebbe essere un incentivo notevole. Inoltre le Asl dovrebbero pubblicizzare maggiormente questi centri pubblici, facendoli conoscere a tutta la cittadinanza, soprattutto ai più giovani. Ci vuole volontà politica e lungimiranza nelle direzioni sanitarie, perché le risorse, i saperi, le competenze non si perdano e non vengano svilite. Chiediamo che gli uffici competenti si impegnino a conoscere i servizi sul territorio, a potenziarli, a garantire un ricambio generazionale delle risorse umane che vi operano. Almeno si ammetta apertamente che i consultori pubblici sono un’esperienza destinata ad esaurirsi. Ma se questo è l’obiettivo a medio-lungo termine, deve essere scritto a chiare lettere, si deve dire chiaramente ai cittadini che non esiste più un servizio pubblico uguale per tutti, che garantisca le donne, di ogni censo.
Noi certamente non staremo in silenzio. Continueremo a lottare per i consultori laici, pubblici e possibilmente gratuiti.

Segnalo che a ottobre scorso, la vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi ha chiesto con una mozione che le under 20 non paghino il ticket. Perché è proprio la fascia più a rischio per quanto riguarda gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili:

“La relazione annuale del Ministero della salute sull’attuazione della 194 – continua Valmaggi- evidenzia come in Lombardia nel 2011 le giovanissime che hanno ricorso al’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sono l’8% (1463) del totale, un dato che rimane stabile rispetto all’anno precedente (nel 2010 la percentuale era dell’ 8,3%) a differenza di quanto accade per le donne di età maggiore per le quali le Ivg sono in costante diminuzione. Nel 2010 erano 18959, nel 2011 invece 18264. Un dato quello lombardo relativo alle giovani donne maggiore di quello di altre regioni. Sono il 7,9% in Piemonte, il 7% in Veneto, il 6,5% in Emilia Romagna, il 7,1% in Toscana.” “Per queste ragioni- sostiene Valmaggi- chiediamo al presidente Maroni, che va dicendo di voler abolire i ticket, di eliminarli da subito per le ragazze dai 15 ai 19 anni, almeno per la prima visita ginecologica, quella di controllo e il colloquio di orientamento. Sarebbe questo un modo concreto per tutelare la salute delle donne, attuare azioni di prevenzione anche con l’obiettivo di prevenire le interruzioni volontarie di gravidanza”.
“Questo – conclude Valmaggi – come accade già in altre regioni, quali la Toscana, l’Emilia.

Intanto, la maggioranza non trova un accordo sulla Riforma della Sanità lombarda(qui).

Per quanto concerne il Soccorso Rosa di Milano, le cui vicende sono ben note, nonostante la battaglia per chiedere che lo sportello proseguisse le sue attività regolarmente, senza snaturarlo e stravolgerlo, di fatto il nuovo “Centro di ascolto e soccorso donna” è già realtà e riunisce i due servizi già esistenti, il centro antiviolenza e quello di “Ascolto e salute donne immigrate”.

Dopo la delibera della direzione aziendale, pubblicata il 29 gennaio scorso, si è proceduto al piano di accorpamento. Contrariamente alle rassicurazioni dall’assessore alla Salute, si è di fatto snaturato il centro antiviolenza, come è emerso chiaramente dall’audizione tenutasi la scorsa settimana (due settimane fa, ndr) in Commissione sanità, della responsabile del centro di accoglienza e assistenza alle donne vittime di violenza attivo all’ospedale San Carlo, Nadia Muscialini.

Nel comunicato del 13 aprile a riguardo di Sara Valmaggi leggiamo:

“Nell’audizione si è appreso che la riorganizzazione prevede sia lo spostamento del servizio, che non sarebbe più vicino al Pronto soccorso e al posto di polizia, e mancherebbe quindi degli accessi protetti necessari sia alle vittime di violenza che agli operatori, sia la drastica riduzione del personale dedicato, sia la riduzione degli orari di apertura. In sostanza viene a mancare il modello di assistenza a lungo sperimentato con risultati positivi. Per questo, con la tutta la Commissione sanità, abbiamo chiesto all’assessore alla Salute, Mario Mantovani e all’assessore alla Famiglia e pari opportunità, Maria Grazia Cantù di dare spiegazioni su questa scelta, che è totalmente incoerente con i principi affermati nella legge regionale di contrasto alla violenza sulle donne, che prevede il potenziamento della rete già presente sul territorio. A loro chiediamo di adoperarsi perché il Soccorso rosa possa continuare a garantire accoglienza e assistenza alle donne maltrattate”.

 

Che ne sarà delle tante donne che dal 2007 hanno trovato nel Soccorso Rosa un aiuto professionale e umano indispensabili per uscire dalla spirale della violenza? Perché a farne le spese sono le donne, non dimentichiamocelo. Tagliare e svilire un servizio significa compiere un’ennesima violenza sulle donne che hanno bisogno di aiuto. Davvero ci si vuole rendere complici di questo? Non sarebbe meglio preservare le buone pratiche sul territorio, incentivandole e moltiplicandole?

Che senso ha continuare a tagliare i presidi territoriali? Quale il disegno che di fatto sottrae diritti e tutele alle donne? Ci rendiamo conto di cosa significa eliminare dei punti di riferimento per le donne?

Come altri servizi sul territorio, si continuano a calpestare i diritti delle donne, dal Soccorso Rosa ai consultori, fino agli ospedali che in alcuni casi son diventati “totalmente obiettanti”.

Chiaramente ci sono attacchi da più parti, per negarci i diritti. Ci vogliono far tornare al silenzio, per controllarci e riportarci ai ruoli tipici della cultura patriarcale. Purtroppo non riescono a capire l’importanza dei presidi territoriali.. una cecità inaudita e incomprensibile.
Una seria educazione alla contraccezione, alla salute sessuale e riproduttiva, che consenta di compiere scelte consapevoli, dovrebbe essere al primo posto nelle pratiche delle amministrazioni in materia di Sanità. Invece, la situazione appare ben diversa. Le risorse decrescenti diventano la scusa per smantellare le strutture pubbliche, in favore dei privati convenzionati. E’ davvero questo che vogliamo?

 

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Una risorsa da difendere e da valorizzare

L’incontro del 25 giugno (che avevo anticipato qui) ci ha chiarito meglio le idee sul progetto di riorganizzazione della Sanità lombarda, che investirà anche i consultori familiari, trasformandoli in centri per le famiglie. Il processo sembra inarrestabile, Regione e Asl vanno diritti verso l’attuazione del piano. L’assessore Pierfrancesco Majorino ha illustrato le competenze del Comune di Milano in materia di salute, in merito alle quali ha solo una responsabilità formale: con la regionalizzazione della Sanità, ciascuna regione è dotata di autonomia decisionale Questo porta a una disomogeneità dei servizi sul territorio nazionale, con gravi ripercussioni anche sulle politiche di tutela della salute dei cittadini. Il risultato è affidato alla buona volontà delle istituzioni coinvolte e alla loro capacità di creare sinergie e relazioni proficue.
In materia di consultori, purtroppo il Comune si trova di fronte al muro di gomma della Asl. Il Comune in occasione della presentazione del documento di programmazione annuale delle Asl (gennaio 2012 e 2013) ha mostrato le sue perplessità/contrarietà in merito alle scelte di riforma dei servizi. Con esito pari a zero.
In occasione della fase di creazione delle città metropolitane sarà importantissimo definire le competenze di ciascun attore coinvolto, specie in ambito sanitario.
L’assessora regionale Maria Cristina Cantù ha più volte precisato che la trasformazione dei consultori non è mirata a depotenziare i servizi rivolti alla donna, bensì si cercherà di occuparsi di famiglia a 360°. Gli effetti saranno tutti da verificare nei fatti, ma sembra quasi che si vogliano mettere in contrapposizione la salute della donna con quella della famiglia, come se fossero due entità distinte ed estranee. Come se non fossero intrecciate e ci fossero diritti primari e secondari. Noi donne “vinciamo” sempre l’ultimo posto nella classifica delle priorità.
Oggi siamo di fronte a nuove necessità per la tutela della salute, con la sessualità delle giovani donne e delle immigrate che necessitano di risposte e di attenzioni specifiche e mirate. Oggi, se vogliamo, c’è ancor più bisogno di servizi come quelli offerti dai consultori. Purtroppo, si effettua un calcolo meramente ragionieristico, di quadratura dei numeri, di contenimento della spesa. Per cui qualità, relazioni con gli utenti e risultati pratici sono di secondaria importanza, anzi sono fattori irrilevanti ai fini della pianificazione sanitaria. Inoltre, seguendo questo schema fondato meramente sul risparmio ad ogni costo, si vanno a intaccare i servizi di prevenzione, con un grosso impatto sul lungo periodo, in termini di maggiori costi di cura a carico del S.S.N.
Il Comune di Milano è impegnato sul fronte di una più efficiente organizzazione dei servizi sociali, al fine di intercettare meglio i bisogni e fornire soluzioni specifiche. Il Comune cerca di collaborare a stretto contatto con la Asl, ma la capacità del Comune di incidere sui progetti Asl sembra vicina allo zero. Al momento c’è l’idea di creare uno sportello unico di accesso ai servizi (per informare e gestire insieme i cittadini), da realizzarsi attraverso la collaborazione Comune di Milano-Asl. Vedremo cosa si riuscirà a realizzare in questo momento in cui la parola d’ordine non è sperimentare, ma tagliare.
La consigliera regionale Sara Valmaggi, molto impegnata sul fronte per la difesa dei consultori familiari, è intervenuta partendo da un dato di fatto: la legge regionale 44/1976 non è mai stata attuata veramente. Infatti, era previsto 1 consultorio per ogni 20.000 cittadine in età fertile. I dati parlano da soli: in zona 7 si arriva a 1 consultorio per 56.000 abitanti (tra pubblici e privati convenzionati). Il problema è aggravato dal fatto che molti consultori privati accreditati non applicano appieno la Legge 194, in ambito di aborto e contraccezione.
Qui, quiquiquiquiqui e qui alcuni dati del 2013 relativi ai consultori di Milano.
La volontà di risparmiare, concentrando i servizi di varia natura (donne, bambini, anziani, disabili), non contempla l’idea che la prevenzione sia una forma importantissima di investimento nel futuro.
Al momento è in atto una fase di accreditamento dei consultori pubblici e privati, sulla base dei seguenti criteri: la conformità delle strutture ospitanti i consultori, la tipologia di servizi offerti e le professionalità presenti. Sarebbe auspicabile che tra i criteri rientrasse la piena applicazione della legge 194.
Abbiamo chiesto notizie in merito al pagamento del ticket (tipicità lombarda, non prevista nella normativa nazionale) e all’obbligo di prescrizione medica per l’accesso ai consultori, due prassi fortemente criticate. Essendo di pertinenza della potestà regionale e rientrando nell’autonomia organizzativa e finanziaria nell’erogazione dei servizi, sono contemplati come “compartecipazione alla spesa” da parte dei cittadini. Sarebbe auspicabile che i servizi dei consultori rientrassero nei livelli essenziali di assistenza o che quanto meno i ticket siano commisurati al reddito.
Diana De Marchi, membro della segreteria del PD lombardo, è intervenuta riportandoci la sua esperienza di insegnante, sulla necessità di fare prevenzione e informazione presso le giovani generazioni, tornando a svolgere progetti sistematici e permanenti nelle scuole al fine di educare i ragazzi (anche delle medie) a una sessualità consapevole, a un’affettività equilibrata, alla conoscenza dei metodi contraccettivi, delle malattie sessualmente trasmissibili, del proprio corpo e dei propri diritti. I consultori devono tornare a svolgere questo ruolo di formazione specifica permanente e non solo subordinata all’iniziativa di singoli insegnanti o dirigenti scolastici. I consultori familiari pubblici devono essere messi in grado di tornare a svolgere queste attività in modo continuativo e questo può avvenire solo destinando loro maggiori risorse finanziarie e in termini di personale. Fare prevenzione e diffondere una maggiore consapevolezza sono strumenti indispesabili che dobbiamo salvaguardare, perché significa investire sul nostro futuro.
Per anni in Lombardia si è incentivata la competizione tra strutture pubbliche e private, ma con la progressiva sottrazione di risorse al pubblico (in particolar modo sui servizi territoriali come i consultori, non tanto nella creazione di nuovi ospedali) non lo si è messo in grado di attrezzarsi e di fornire un servizio di qualità. L’unico vero obiettivo è stato finora il pareggio di bilancio, a detrimento dello standard qualitativo dei servizi. Vi chiedo come si può chiedere di pagare una visita ginecologica nei consultori, senza che questi siano dotati di un ecografo? Siamo nel 2014. Come si può chiedere a una donna di fare la visita di base in consultorio, andare altrove a farsi l’ecografia e tornare con i risultati? La chiamate prevenzione? Può essere considerato un servizio efficiente? A me sembra solo che ci sia la volontà di un progressivo svuotamento delle funzioni dei consultori pubblici. Alla fine la gente preferirà i centri privati con più fondi, dotati di una strumentazione adeguata e aggiornata, che non costringa gli utenti a fare il ping pong tra due o più strutture.
Ricordiamoci che ogni servizio perso, ogni spazio che si chiude o si ridimensiona diventa difficile da recuperare. Restiamo vigili.

 

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Non solo promesse

Dalì, Meditative Rose , 1958

Dalì, Meditative Rose , 1958

Quando le istituzioni prendono posizione e intervengono incisivamente per sanare un problema. Parlo del governatore del Lazio Zingaretti, che ha saputo pronunciarsi laddove molti suoi colleghi (anche di partito) hanno balbettato e latitato, per abbattere ciò che ormai sta diventando un vero e proprio muro, che di fatto tende ad ostacolare l’applicazione della Legge 194: l’obiezione di coscienza dei medici.
La Regione Lazio, attraverso le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari NU00152 del 12/05/2014, introduce il principio secondo cui gli obiettori, qualora siano in servizio presso i Consultori Familiari, non possano sottrarsi al rilascio del certificato necessario alla donna per recarsi in una struttura autorizzata per richiedere l’aborto.
Inoltre, nel medesimo documento, si prescrive l’obbligo di inserire lo IUD (Intra Uterine Device), che solitamente viene compreso nell’obiezione di coscienza, in quanto impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero.

Grazie a Vita di donna  e a Unite in rete – Firenze per la documentazione.

Qualche informazione in più la trovate anche qui.

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Pericolose accelerazioni estive

tren de la libertad

In Spagna i Popolari non abbandonano l’idea del progetto di legge Gallardòn, che vorrebbe ridurre considerevolmente le fattispecie per poter abortire. Anzi, i sostenitori della proposta di legge sembra che vogliano approfittare della calura e della sonnolenza estive, per convertire l’ante-proyecto in un vero e proprio progetto di legge, da presentare in Parlamento a luglio. L’obiettivo è giungere a un’approvazione entro la fine dell’anno.
Ma nessuna di coloro che si mobilitò in occasione della manifestazione dello scorso 1 febbraio a Madrid ha intenzione di lasciar passare sotto silenzio questa improvvisa accelerata dei sostenitori della legge che potrebbe riportare la Spagna indietro di decenni. Quel tren de la libertad che portò nella capitale oltre centomila persone è pronto alla lucha e con esso tutte le reti (tra cui Women are Europe) che si sono formate in tutta Europa per dire no a questa legge che sarebbe una mannaia per i diritti all’autodeterminazione delle donne. L’aborto non può tornare a essere clandestino, le donne devono poter scegliere liberamente e veder garantito il loro diritto alla salute.
Il tren de la libertad è diventato un docu-film, frutto del collage del materiale girato da più di 80 registe, che hanno documentato la mobilitazione e la marcia che riempì le strade di Madrid il 1 febbraio. La “prima” è prevista nelle Asturie il prossimo 10 luglio. Qui il trailer. Qui l’elenco delle città spagnole in cui avverranno le proiezioni, gratuite.

Speriamo che questa importante testimonianza di mobilitazione giunga anche in Italia, dove la situazione non è rosea. Basti pensare al numero stratosferico di medici obiettori di coscienza e a come lentamente stiano (e non da oggi) cercando di tagliare le attività dei consultori familiari pubblici, favorendo quelli confessionali accreditati.
Se ci addormentiamo, pensando che da noi non si possa tornare indietro, è finita. Svegliamoci tutt* e difendiamo la Legge 194, chiediamo una sua piena applicazione in ogni parte d’Italia. Ricordiamoci inoltre l’importanza della legge 405 del 1975 che istituì i consultori familiari. Forse non tutti siete a conoscenza di ciò che sta accadendo in Lombardia, dove non solo si paga il ticket per le prestazioni del consultorio, ma sta per entrare in vigore la trasformazione dei consultori familiari in centri per la famiglia. La Regione Lombardia sta procedendo con la “ristrutturazione” dei consultori, che potrebbe snaturare le funzioni attribuite ai consultori dalla normativa nazionale, con il rischio di non assicurare più i servizi sanitari, sociali e psicologici per la salute della donna. Ne parliamo mercoledì 25 giugno a Milano, con Pierfrancesco Majorino, Diana De Marchi e Sara Valmaggi: qui l’evento su FB.

“La maternidad es una vocación como cualquier otra. Debería ser libremente elegida, y no impuesta sobre la mujer.”

Anaïs Nin.

 

Ringrazio Silvia Vaccaro per il suo articolo.

 

Aggiornamenti

Le donne spagnole non si fermano e scrivono una lettera aperta alla vicepresidente del governo spagnolo Soraya Sáenz de Santamaría per chiedere il ritiro dell’ante-proyecto di legge di cui parlavo. Speriamo!

Intanto si organizzano Falò di S. Giovanni per bruciare la proposta Gallardòn.

Si preannuncia un verano calentito 🙂

Say no to the new abortion law in Spain! In tante lingue diverse esprimiamo il nostro dissenso!

In molte città europee si tornerà in piazza per manifestare la nostra solidarietà alle donne spagnole. Qui alcune info sul sito WAE.

verano Caliente

2 commenti »

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