Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Conciliazione famiglia e lavoro e buone pratiche di welfare aziendale: le indicazioni UE

maternità

 

Il mio nuovo articolo per Mammeonline tra pratiche per la conciliazione e qualche considerazione sull’urgenza di avere una rappresentanza istituzionale in grado di portare in primo piano nell’agenda politica le questioni delle donne.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link: 

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

 

Come promesso, in pieno solleone estivo, la commissione europea ha appena pubblicato una roadmap (quanto ci piace fare tabelle di marcia chepoi nessuno tradurrà in fatti) che definisce le opzioni politiche in programma per affrontare le sfide della conciliazione lavoro-famiglia per genitori che lavorano.
Il sole di agosto produce questo documento. A poco serviranno delle tabelle di marcia, se poi non ci metteremo in marcia seriamente.

(…)
L’UE in definitiva consiglia soluzioni “mix”. Ma in pratica la roadmap appare debole, indebolita da quella sussidiarietà di cui parlavo in precedenza e che ha portato al fallimento della direttiva a giugno. Ci si scontra sempre con i veti interni e le difficoltà interne di ogni singolo Paese a varare soluzioni che vadano in una direzione unitaria.

(…)
Non abbiamo più ritenuto necessario e urgente avere un ministero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale, qualcuno che sia una interfaccia credibile in sede europea, che sappia dialogare con le parti sociali. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne.

 

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Conciliazione famiglia lavoro: non una cosa per sole donne

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Qualche giorno fa avevo scritto questo pezzo per il sito Mammeonline.net: “Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese. Questo è più che ovvio, eppure si fatica a ragionare su una redistribuzione più equa dei compiti tra donne e uomini.”

CONTINUA A LEGGERE QUI…

Oggi sono arrivati i decreti attuativi a cui accennavo (qui).

Buona lettura!

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In qualcosa siamo primi

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No, non è il patrimonio artistico, non è il cibo o il turismo. L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”. 
L’inchiesta de L’Espresso, che parla di mobbing post-maternità, scopre di fatto l’acqua calda. Scorrono i dati, i numeri del fenomeno nei principali centri, settori e mansioni, le segnalazioni di mobbing (nel capoluogo lombardo, ad esempio, al Centro Donna della Cgil solo negli ultimi tre anni si sono rivolte 1.771 lavoratrici). E qualche storia a condire il tutto, tanto chi non ci è passato non può capire, ci prendono pure per donne deboli, incapaci di farci valere o di sacrificarci per benino, come ci chiede il modello imprenditoriale post-capitalista, ultra-liberista, per la serie “meno diritti meglio è”.

“I dati parlano chiaro: negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.

Le stime, sulla base di coloro che denunciano o quanto meno ci provano. Le altre, quelle che rinunciano a priori, sono sommerse, al massimo si riesce (se si ha un po’ di buona volontà) a contarle guardando i questionari statistici che sei costretta a compilare se hai un figlio under 3 e ti dimetti “volontariamente”. Ne avevo già parlato qui e qui.

Sinceramente sono un po’ stufa di essere passata nel tritacarne e di sentirmi dire “denunciate, non mollate”, nonostante l’onere della prova di aver subito mobbing sia a nostro carico. Non può essere dimostrato qualcosa che avverti nell’atmosfera sul posto di lavoro, non puoi dimostrare che più volte ti sono state richieste trasferte incompatibili con un figlio di un anno, che devi tornare disponibile h24 come se non avessi nessuno che ti aspetta a casa. Qualche datore di lavoro temporeggia, attende che superi i mesi di allattamento. Poi generalmente devi tornare al ritmo consueto, ante-maternità, con orari che superano grandemente, in alcuni casi, quelli previsti dal contratto, peccato che non ti spettino straordinari e il tuo mensile sia da fame (sei sempre donna ricordatelo!). Non puoi continuare a “ostacolare i progetti aziendali” perché hai avuto un figlio. Automaticamente ti trovi ad essere l’ultima ruota del carro, senza più alcuna prospettiva di carriera, manovalanza, pure ingombrante e inefficiente. Una volta che avanzi richieste che ti permettano di conciliare, resta al datore di lavoro la totale libertà di concederti o meno dei benefici. Quindi che cosa puoi pretendere? Nulla, puoi solo fare le valigie e andartene. Sei un peso morto, ti fanno sentire tale. Resti in silenzio, perché di fatto diritti non hai. Sarebbe diverso se lo stato prevedesse delle forme di conciliazioni (magari dando in cambio sgravi fiscali agli imprenditori) sancite a livello di contrattazione nazionale, o addirittura di livello legislativo.

Quindi signori non scaricate su di noi la palla, occorrono provvedimenti immediati, volti a garantire che il mobbing sia impraticabile e poco appetibile a monte, a priori. Altrimenti parliamo della solita aria fritta. 

 

P.S. L’istantanea tracciata da L’Espresso è ante JobsAct.. chissà cosa accadrà ora!!!

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Classe e patriarcato, due variabili per il controllo

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Parto da lontano, per poi giungere a parlare di fatti concreti e di vita quotidiana, di storie che purtroppo sono più o meno identiche per tante donne.

Ho recuperato il testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000.

Il capitalismo, secondo l’analisi marxista, con il suo modello di produzione industriale ha richiesto un modello di società fondata sul matrimonio e che assicurasse un lavoro domestico a basso costo (anzi gratuito e automatico), assicurando un lavoro riproduttivo necessario per il mantenimento del sistema capitalistico e per il suo successo. E anche quando le donne lavorano sono l’anello flessibile ed economico della forza lavoro. Questo tipo di analisi non riesce ad evidenziare le disparità tra i sessi preesistenti alla rivoluzione industriale. Secondo Barret M. (Women’s Oppression Today: The Marxist/Feminist Encounter, 1988):

“L’oppressione delle donne non costituisce un prerequisito dello sviluppo del capitalismo anche se ha acquisito una base materiale nei rapporti di produzione e di riproduzione del capitalismo moderno”.

La retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa.
Se consideriamo la variabile di classe, come controllo dell’impresa sui lavoratori, e la variabile patriarcale, intesa come controllo maschile sulle donne, possiamo cercare di comprendere meglio la posizione femminile nel mercato del lavoro. Alcuni teorici “dualisti” come Walby S. ritengono che “capitalismo e patriarcato siano due sistemi rivali intenti a sottrarsi vicendevolmente il controllo del lavoro femminile”. Lotta di classe e tra i sessi concorrono a determinare la posizione delle donne nel mondo del lavoro retribuito. Heidi Hartmann analizza la segregazione del lavoro per sesso che è fondamentale per generare quella trappola che inchioda le donne nel matrimonio e in occupazioni scarsamente remunerate.
Qui un pezzo di Walby che ricostruisce questo meccanismo:

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Hartmann parte dal presupposto che vi sia un doppio controllo sulle donne: al momento dell’accesso al mondo del lavoro e nella sfera privata.
Ma il consenso delle donne a questo assetto di oppressione maschile, ha solo ragioni di pura necessità materiale?
Juliett Mitchel, riprendendo Freud, è convinta che “le relazioni patriarcali siano profondamente radicate nell’inconscio e non possono quindi essere modificate con le sole leggi sulle pari opportunità o con nuove prassi di socializzazione”. Solo una rivoluzione integrale della società umana patriarcale potrà apportare un cambiamento reale.

Nancy Chodorow e Shulamith Firestone pongono invece l’accento sul fatto che l’uomo ha occupato la sfera pubblica, lasciando alla donna quella privata.
La prima suggerisce che l’acquisizione di ruoli più paritetici nella famiglia possa migliorare il rapporto tra i sessi, mentre la seconda individua la soluzione nella demolizione dell’istituto familiare e del legame biologico che lega le donne agli uomini (in termini riproduttivi) e ai figli. In quest’ultimo caso entriamo in un assetto più platonico di società, che presuppone una riproduzione della specie meccanicistica e slegata da rapporti, relazioni, legami affettivi ecc. Personalmente credo che questa direzione sia di difficile realizzazione e non mi piace molto.
Christine Delphy sostiene che le disparità nella divisione del lavoro domestico (punto cruciale per le femmiste radicali) sono difficilmente modificabili vista l’importanza che ha per l’uomo questa differenza di pesi. “Le teorie dell’equità e dello scambio che considerano la divisione del lavoro domestico una soluzione razionale concordata dai due sessi di fronte a un problema comune” non sono applicate in tutte le coppie, anche se c’è qualche donna che arriva a sostenere che “ormai le nuove generazioni di donne fanno molto meno degli uomini in casa”.

La socializzazione, il processo precocissimo e lungo che porta ragazzi e ragazze ad acquisire con la crescita attributi, abilità e attese differenti che li spingono a fare scelte di vita (privata e pubblica) diverse, spesso porta a considerare come naturali queste “evoluzioni” dei ruoli di uomini e donne.
Non possiamo nemmeno ridurre queste “segregazioni di ruoli” a fattori ambientali, come giochi o differenziazioni di differenti “saper fare” tra maschi e femmine. Indubbiamente ci sono dei fattori culturali forti e radicati che concorrono a creare squilibri tra i generi, ma sono fattori culturali multiformi. La questione è sicuramente più complessa e difficilmente riconducibile a una sola chiave di lettura, tutte queste analisi differenti concorrono a fornire un quadro della situazione, tuttora irrisolta e che per alcuni aspetti è anche peggiorata. Insomma siamo molto lontani dall’aver risolto i problemi di equità tra uomini e donne.
La penalizzazione per le donne oggi arriva più in là, non la si avverte negli studi, si inizia a intravedere all’ingresso del mondo del lavoro, in termini retributivi, ma spesso non la si percepisce perché i datori di lavoro ci tengono che certi “favori” di genere non vengano divulgati troppo. Il buco nero arriva con la maternità o con l’approssimarsi della scadenza dell’orologio biologico, che guarda caso è un gingillo di cui solo le donne sono dotate.
Effettivamente, sembra di stare all’anno zero, come se fossimo agli albori dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Una donna a cui si richiede di essere paracadute della società e dell’uomo nella vita privata e in quella pubblica, e quel “problema comune della gestione della quotidianità domestica” diviene improvvisamente un problema della donna, ancora e quasi esclusivamente femminile. C’è chi si organizza, ma quasi sempre è un’organizzazione che prevede di scaricare il peso su qualcuno esterno alla coppia, familiare o fornitore di servizi di cura e di faccende domestiche. Pesa la differenza retributiva sulla scelta del congedo parentale o nel caso più estremo di dimissioni per far fronte alla gestione familiare. Pesa l’indifferenza e l’isolamento in cui tutte queste scelte avvengono. Pesa il giudizio severo di coloro che non si capacitano del fatto che a un certo punto la donna rinunci a tenere quell’equilibrio sospeso da funambola della famiglia e rinunci a lavorare. Non hanno la stessa reazione però quando ti vedono strisciare quotidianamente, cercando di trainare un peso più grande di te. Perché il sapersi organizzare è una delle tante favole che ci raccontiamo e che ci raccontano per continuare a farci fare le bestie da soma.
Qualche giorno fa ripensavo alle dimissioni in bianco. E pensavo come spesso sia la punta di un iceberg più grande. Perché vogliamo in fondo lasciare sommerso il pezzo più grande. Ci sono tanti aspetti di cui quasi nessuno si preoccupa. Andate a guardare per esempio la normativa (qui) per le dimissioni di una lavoratrice con figlio minore di 3 anni, capirete di cosa sto parlando.

Perché quando a una donna non viene garantita un’alternativa, le dimissioni “volontarie” sono l’unica strada. Quando nonostante problemi seri, nessuna flessibilità ti viene concessa. Quando compili un modulo per sottoscrivere la tua approvazione di un sistema che non condividi affatto, quando come cause delle dimissioni adduci l’assenza di alternative, la mancanza di una prospettiva di flessibilità, la mancanza di sostegni reali alla maternità. E poi scopri che non vogliono ascoltare la tua storia, che entrerai nelle statistiche impersonali, quelle annuali che vengono messe in un cassetto per non essere mai affrontate, al massimo per essere sciorinate all’occorrenza. Uno Stato che ti chiede di mettere per iscritto i motivi delle tue dimissioni a soli fini statistici e non è in grado di valutarli nella loro compatibilità con la tua scelta, che non è più tanto libera, ha fallito. E ancora una volta l’onere è sulle spalle delle donne, che si vedono la doppia beffa, da parte del datore di lavoro e dello Stato.
Che senso ha convalidare le tue dimissioni e poi dichiarare in un modulo a parte, valido solo statisticamente, che se ti fosse stata concessa flessibilità (part-time) e qualche forma di smart-work non avresti scelto di dimetterti, che quella scelta non è stata libera, ma che ti sei trovata in un vicolo cieco, in cui nessuno sarebbe venuto a salvarti e a garantire i tuoi diritti?!
La disparità continua ad annidarsi dappertutto, ci arrabattiamo per superarla, per non vederla, per farci l’abitudine, ma come negare che alla fine colpisce quasi tutte noi, in un modo o nell’altro? Forse un primo passo utile per uscire da questi problemi è quello di abbandonare l’abitudine a risolvere i problemi ognuna per proprio conto, in ottica individualistica, tornando a un approccio più collettivo delle sfide quotidiane.

 

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Prendiamo esempio dai pinguini

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Con la crisi e il calo dell’occupazione, si aggancia anche un abbassamento della natalità, per cui l’Europa ha sentito il bisogno di soffermarsi sul tema delle pari opportunità e su come conciliare famiglia e lavoro. Il 2014 è (o dovrebbe essere) l’anno europeo della conciliazione tra vita professionale e familiare.

Cinque gli obiettivi:

  • sensibilizzare l’opinione pubblica per aggiornare le politiche UE sulla conciliazione;
  • diffondere la conoscenza sulle leggi e i diritti esistenti;
  • stimolare il dibattito pubblico e lo scambio di informazioni sulle azioni in atto o in fieri nei singoli stati;
  • favorire la partecipazione al dibattito di tutti gli attori coinvolti: sindacati, associazioni, singoli, politici, amministrazioni locali ecc.;
  • incentivare le buone iniziative sia aziendali che degli enti pubblici.

Come ce la caviamo nel nostro Belpaese malandato? Negli ultimi anni, quasi un milione di donne hanno rinunciato al lavoro dopo la maternità, per incompatibilità di ruoli. Il nostro sistema aziendale spesso non accoglie a braccia aperte le neomamme e scarseggiando le opportunità di soluzioni flessibili, si sceglie di accantonare il lavoro.

Siamo tra i Paesi in cui si lavora per più ore al giorno e dove gli straordinari sono una costante. Va da sé che le donne sono le più penalizzate, ma il problema non è solo femminile: avere dei padri assenti non è il massimo. Se è vero che un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro porterebbe notevoli benefici in termini di PIL, allora sarebbe utile capirne a fondo tutti i vantaggi. Come in un circolo virtuoso, laddove le donne in età fertile lavorano, si ottiene maggior ricchezza/benessere/sicurezza, con una maggiore propensione a mettere al mondo più figli. Questo dovrebbe portare (in un Paese sano) a sviluppare la domanda di beni e servizi, con conseguente aumento di occupazione e di PIL. Finora, si è scelto di delegare la conciliazione lavoro-vita privata al faidate: si organizzi chi può, come meglio crede. In pratica si è scelto un liberismo del welfare familiare. Invece, occorrerebbe un intervento “diretto” dello stato: con incentivi alle aziende che investono in progetti ad hoc, con politiche fiscali (detrazioni realmente convenienti per figli a carico), con servizi di qualità per la prima infanzia equamente distribuiti sul territorio, con sussidi per integrare attraverso il privato l’offerta pubblica (nidi, tate, baby sitter). Queste iniziative se prese singolarmente e sporadicamente non apportano grandi benefici: andrebbero realizzate sinergicamente e in un quadro progettuale ben studiato. Altrimenti, i risultati sono quelli dei voucher della Fornero alternativi al congedo parentale facoltativo, e del Fondo nuovi nati. Le politiche in materia devono riferirsi alla famiglia, non unicamente alla donna, perché si attui una vera rivoluzione dei carichi familiari. L’ultimo rapporto Ocse parla di 326 minuti dedicati dalle donne italiane alla cura della casa e dei figli. (la media Ocse è di 131 minuti). Le donne, che lavorano, diventano delle integratici di reddito familiare, con l’uomo che ne resta il principale produttore. Per le donne vengono cuciti dei contratti e dei lavori che gli consentano il lavoro di cura familiare. Ma se il lavoro è a singhiozzo e part-time, il rischio è diventare delle potenziali anziane povere.

Ci stiamo dimenticando la dimensione di famiglia: se ci limitiamo a considerare la questione solo come un problema di trovare il giusto parcheggio per i figli, oppure di creare delle modalità per la “staffetta” tra i due genitori nella cura dei figli, siamo sulla strada sbagliata. Dobbiamo riunire la coppia, far sì che il nucleo trovi i giusti spazi e la necessaria tranquillità per passare del tempo insieme. Altrimenti si corre il rischio di vivere come degli estranei sotto lo stesso tetto. La fretta non è mai un nido accogliente e piacevole nel quale far crescere i nostri figli. Magari per qualcuno va bene così, ma dev’esserci un’alternativa percorribile.

Aggiornamento 17 marzo 2014:

La Commissaria Reding chiarisce che il lavoro fatto dalle associazioni, dalle organizzazioni e da chi ha dato il suo contributo su questo tema, come la COFACE, non andrà perso: nel 2014, anno delle elezioni europee, continuerà l’anno europeo della cittadinanza, ma il tema della conciliazione tra famiglia e lavoro verrà portato avanti e potrà essere a completamento delle tematiche che verranno discusse.

La Commissione supporterà, anche in Italia, iniziative a sostegno di questo tema, tra le quali segnalo che a novembre 2014 supporterà, con il contributo della COFACE, l’organizzazione di una conferenza sulla conciliazione a Milano.

Ringrazio l’On. Patrizia Toia per essersi attivata in merito.

Approfondimenti:

http://www.coface-eu.org

http://www.assofamiglia.it

http://www.forumfamiglie.org

 

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