Nuvolette di pensieri

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La violenza non ammette prescrizione

giustizia-bilancia

Apprendiamo con sgomento:


La Repubblica
: “Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano”. Con queste parole, la giudice della Corte d’Appello Paola Dezani, ieri mattina, ha emesso la sentenza più difficile da pronunciare. Ha dovuto prosciogliere il violentatore di una bambina, condannato in primo grado a 12 anni di carcere dal tribunale di Alessandria, perché è trascorso troppo tempo dai fatti contestati: vent’anni. “Tutto prescritto. La bambina di allora oggi ha 27 anni. All’epoca dei fatti ne aveva sette.”

Corriere della Sera: «Abbiamo chiesto scusa alla vittima perché siamo stati costretti a chiedere il proscioglimento dell’imputato, nonostante non volessimo farlo. Ma è intervenuta la prescrizione». Così il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo.”

Nessuna scusa, perché l’esito non può cambiare, perché la giustizia italiana ha fallito e non ha fatto il suo dovere per arrivare in tempi congrui a sentenza. Quella bambina diventata donna, oggi cosa può pensare? Risulta palese che di fronte all’orrore e alla violenza che le sono stati inferti non ci sia stata nessuna forte e reale volontà di fare giustizia.
Perché nulla può giustificare venti anni di processo e un reato di violenza su una bambina che va in prescrizione. Una giustizia inspiegabilmente naufragata tra le maglie di due gradi di giudizio che hanno sbriciolato il reato, mandandolo in prescrizione. Giorno dopo giorno chi subisce violenza dovrà superare decine di ostacoli, interrogatori, udienze, domande, con un esito incerto che peserà come un macigno. Chi si vuole veramente tutelare?
Chi ha curato la difesa della bambina? E’ stata supportata al meglio sia dal punto di vista legale che psicologico? Queste sono alcune delle domande che ci poniamo.
Quando si arriva a questo risulta difficile credere che per il nostro sistema giudiziario sia davvero prioritario perseguire chi commette violenze e abusi. A quanto pare non lo è o non lo è dappertutto e la volontà, non il caso, in questi frangenti determina se ci sarà o meno giustizia. Così a violenza si aggiunge violenza. Il messaggio che passa è terribile, desolante. Prescrizione in questi casi non può esserci, perché questa donna porta con sé questo fardello che ha cancellato la sua infanzia, come avrebbe dovuto essere, come aveva diritto a viverla.
Uno Stato non può pensare di mettere una pietra sopra a quanto accaduto. Questa donna vuole giustamente dimenticare, ma lo Stato non può gettare nell’oblio un reato che reca con sé ripercussioni permanenti su una cittadina. È come dire che la violenza resta un fatto personale, che se va bene verrà punito, se va male passerà nell’oblio.
Le violenze no, non si cancellano, non smettono di fare male mai. E non possiamo spalancare le braccia, rammaricati per due gradi che hanno coperto due decenni. Ciascuno dovrebbe prendersi le sue responsabilità, per tempo e non solo quando non c’è più modo di rimediare.
Vedremo che esito avranno gli accertamenti preliminari disposti dal Ministero della Giustizia per acquisire informazioni.
Evidentemente si è voluto voltare la testa dall’altra parte. Avete voltato le spalle prima alla bambina e poi alla donna.
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I messaggi sbagliati

scarpe-rosse
Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” convintamente si schiera al fianco del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, in merito alle sue considerazioni sul brano musicale 3 messaggi in segreteria di Emis Killa.
È una storia di stalking, di una ossessione che ha alla base il solo desiderio di possesso della donna, un oggetto che ha l’ardire di insubordinarsi e di negarsi, è la descrizione di una escalation di violenza che giunge a “Ma preferisco saperti morta che con un altro”. Questo brano mitizza un punto di vista, gli atti di uno stalker, di un uomo violento che sta per mettere in atto un femminicidio, dipingendone l’autore come povera vittima di una donna che racconta bugie e lo mette nei guai denunciandolo.
In questo quadro stride la parola “cuore” perché alla base di tante tragedie, che finiscono col togliere la vita ad altrettante donne, c’è la violenza machista, quella messa in campo quando si nega a loro la libertà di scegliere la fine di una relazione ossessiva e violenta. Come si evince dal brano in questione, “tu fai la scema in giro ma in segreto sei mia”, è resa evidente la negazione di questa libertà in nome di un legame basato sull’idea della proprietà esclusiva della donna.
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“3 messaggi in segreteria”, con il suo epilogo annunciato, rischia di plasmare tanti emuli perché ora si sentirebbero anche ben rappresentati in un brano di un rapper, che ha un gran seguito. E noi che lottiamo contro questi modelli negativi, non possiamo permettere che vengano veicolati certi messaggi, senza preoccuparci delle loro conseguenze. Noi non vogliamo che altre donne perdano la vita, che gli venga strappata, che “fugga via dai loro occhi”, come si augura il protagonista del brano. Noi non vogliamo che la violenza venga raccontata come qualcosa di normale in un rapporto, come un modo per obbligare una donna ad amarti, come se l’unica conclusione possibile sia l’annientamento e la morte della donna quando decide di sottrarsi a questo incubo, che amore non è.
Fermiamo questa carneficina messa in musica, questa strage rappata di donne. Fermiamo questo treno in corsa, cambiamo le parole, il racconto, l’immaginario, i modelli, la cultura, partendo anche dalle canzoni, che hanno un impatto enorme visto il potenziale di diffusione.
Conseguentemente chiediamo alla casa discografica Carosello Records di prestare maggiore attenzione a questo suo prodotto, perché il linguaggio, e a maggior ragione quello contenuto in un brano musicale, può diventare un veicolo di effetti pericolosi, incontrollabili. Sappiamo quanto complessa e lunga sia la battaglia per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, chiediamo che anche l’industria discografica faccia la sua parte.
Purtroppo il testo di Emis Killa è esplicitamente un modello negativo. La realtà della violenza la si può raccontare, ma non in questo modo. Se l’autore avesse combinato il punto di vista dello stalker con un narratore fuori campo, inserendo qualcosa che evidenziasse che questo non è un comportamento normale, il risultato sarebbe stato diverso. Invece non c’è traccia di condanna, il brano rischia di alimentare un immaginario nocivo.
Per questo motivo chiediamo alle radio di non trasmettere questo brano, di non farsi mezzo di propaganda per messaggi tanto devastanti, di dimostrare solidarietà nei confronti delle tante donne che subiscono violenza e di rispetto nei confronti di quelle donne che non possono più parlare perchè ammazzate come conclude la canzone.
Servono a poco tutte le campagne o gli interventi educativi contro la violenza, se poi si passano in radio simili brani. La vita delle donne appartiene solo a loro, nessun uomo deve strappargliela.
Insegniamo un altro genere di relazioni, fondate sul rispetto e non sull’abuso e il sopruso.
Questi messaggi e la cultura che trasmettono vorremmo rispedirli all’autore, affinché impari un uso diverso delle parole, perché esse non diventino mai assassine.
Qui la nota originale del gruppo.
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