Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La verità come disvelamento

Giordano Pariti, 2004

Giordano Pariti, 2004

 

#Libertà #Verità #DirittiDelleDonne #UteroInAffitto di questi e di altri temi affini parlo nel mio ultimo articolo per Mammeonline.net

Qui di seguito un breve estratto:

Il corpo ha modificato il suo significato, i suoi orizzonti grazie alle nuove frontiere messe a disposizione dalla tecnologia. Per cui potremmo trovarci di fronte a una sorta di deumanizzazione meccanicistica, anche involontaria.

Cito dal testo di Chiara Volpato, pag 85, Deumanizzazione: “si riferisce alla negazione degli aspetti di emozionalità, calore, apertura, vitalità, profondità. Gli individui a cui si negano tali caratteristiche sono percepiti come inerti, freddi, rigidi, passivi, superficiali, privi di curiosità e immaginazione. Essi vengono implicitamente o esplicitamente oggettivati, vale a dire considerati alla stregua di macchine, automi o robot, che suscitano indifferenza e mancanza di empatia.”

La medicina e la tecnologia, la contrattualizzazione e la standardizzazione di alcune procedure possono portare a una impersonalità e passività forzate, ponendo in secondo piano la dimensione umana in un contesto relazionale. Questo andrebbe maggiormente evidenziato, soprattutto perché per molte persone è importante che ci sia una netta separazione tra committenti e portatrice (termine che non mi piace ma che viene normalmente utilizzato), non a tutti piace l’idea di una relazione continuativa e duratura con la portatrice.

 

Per leggere l’articolo completohttp://www.mammeonline.net/content/la-verita-come-disvelamento

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L’immagine tra face-ism e body-ism

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Oggi ritorno a parlare di oggettivazione sessuale (riagganciandomi al testo di Chiara Volpato Deumanizzazione. Come si legittima la violenza), che colpisce donne e in misura/forma differente anche gli uomini. L’iper-sessualizzazione delle donne e degli uomini attraverso le immagini che vengono diffuse dai media, è un fenomeno che influenza entrambi i sessi, laddove troviamo un uomo rappresentato sempre più come ammasso muscolare, in cui la forza fisica prevale sulle emozioni e la dominanza sessuale viene accentuata.
L’ossessione per una forma conformata di uomo e donna viene instillata dai media. L’oggetto donna è dipinto con tratti stereotipati, giovane sottile, levigata, come se non ci fosse il passare del tempo, come se la donna fosse rappresentabile solo nella sua giovinezza, o in qualcosa che le assomiglia a tutti i costi. Mi viene in mente quanto sottolineava Lorella Zanardo in un suo intervento di educazione ai media tra i ragazzi e le ragazze del centro di aggregazione giovanile Cde Creta il 18 dicembre scorso: le donne anziane (anche secondo l’indagine Donne e Media del Censis 2012 QUI) rappresentano solo il 4,8% del mondo femminile in tv. Questa mancata rappresentazione comporta una sorta di “non esistenza” di tutto quanto non è conforme a certi canoni. Tutto questo causa un forte senso di inadeguatezza nelle donne. Questa ossessione di una rappresentazione parziale e appiattita dell’universo femminile non riguarda solo le donne comuni, questa “eterna giovinezza” diventa un canone a cui adeguarsi dappertutto. Lo abbiamo visto in questi giorni in merito agli attacchi ricevuti dalla splendida Carrie Fisher QUI, che ha dovuto dapprima perdere peso per interpretare la parte nell’ultimo episodio di Star Wars, e poi si è sentita piovere addosso critiche sul fatto che non sia “invecchiata bene”. Fa bene a replicare su Twitter:

Peccato che certi appunti non siano stati indirizzati egualmente ai suoi colleghi uomini. L’immagine signori, prima di tutto l’immagine della donna, spianata e sempre giovane, non vorremo mica mostrare quanto è bello invecchiare, trasmettendo messaggi diversi… Sempre parlando di attrici, io adoro il volto intenso, bello ed espressivo di Shirley MacLaine, che con il passare degli anni è diventato sempre più intenso. Alle donne non è ancora concesso il lusso di invecchiare, senza subire attacchi di questo genere o essere “dismesse”. Gli anni che passano e che ci portiamo addosso e che indossiamo assieme alle rughe, sono i segni della nostra r-esistenza, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri successi e fallimenti, dimostrano che abbiamo vissuto e siamo state impegnate in cose ben più importanti e soddisfacenti del mantenere liscia la nostra pelle. Se solo ci insegnassero l’importanza della manutenzione dei neuroni!
Anche alle bambine è richiesto di partecipare a questa messa in scena: la precoce sessualizzazione è sotto i nostri occhi. Quasi come se non fosse permesso più di avere un’infanzia e di godersela, come se si dovessero bruciare le tappe perché tutti presi da una frenesia folle.
Il Report of the American Psychological Association (APA) Task force on the sexualization of girls (2007) QUI ci fornisce una rassegna e un’analisi degli impatti di questa sessualizzazione.
Sfuggire alle conseguenze e ai messaggi veicolati è impossibile, in Italia la situazione è ancora più accentuata rispetto all’estero, ma non sembra generare alcuna forma di rifiuto e di ribellione. Così manchiamo un’occasione per sovvertire realmente la cultura sessista, creiamo una incomprensibile dicotomia tra sforzi concreti di superare questi modelli pericolosi, chiedendo parità di partecipazione e maggiori diritti per le donne, e questo continuo tentativo di restaurazione di messaggi sessisti e di ruoli preordinati. La tv come i cartelloni pubblicitari suggeriscono immagini che oggettivano la donna (vedi il lavoro di Ico Gasparri QUI). Su Facebook c’è un gruppo molto attivo che vigila sulle pubblicità: https://www.facebook.com/groups/pubblicitasessistaoffende/

Su questo versante cito il lavoro di Archer e colleghi del 1983, descritto da Volpato nel suo testo:

“Dopo aver creato un indice di preminenza facciale, gli autori hanno esaminato 1750 foto pubblicate in giornali americani, 3500 immagini tratte da periodici di undici differenti culture (anche l’Espresso e l’Europeo), 920 ritratti di artisti noti, e 80 di artisti dilettanti. (…) Nei media e nell’arte gli uomini sono ritratti in modi che sottolineano la testa e il viso, le donne in modi che sottolineano il corpo.”

Questo è il face-ism, contrapposto a un body-ism (Unger e Crawford 1996). Questo è esattamente ciò che rileva Zanardo nella nostra tv, che si dedica a riprese “ginecologiche” e senza volto delle donne, ingabbiandole in una rappresentazione solo fisica ed emotiva (contrapposta a quella maschile che sottolinea le qualità intellettuali). Quando viene posta qualche domanda, è quasi sempre a risposta chiusa, sì/no, in modo tale da limitarne l’interazione.
Chiaramente gli effetti di questa esposizione passiva e involontaria a questi messaggi, porta le donne a essere più preoccupate del peso, cercando di raggiungere livelli di bellezza irrealistici, producendo problemi enormi collegati a insoddisfazione per il proprio corpo e disturbi alimentari.
Altri studi hanno evidenziato le ricadute sociali della sessualizzazione mediatica delle donne: gli uomini sono incentivati a usare parole sessiste, si veicolano visioni stereotipate, aumentano comportamenti sessualizzati in interazioni successive con donne (Rudman e Borgida 1995).
Questi messaggi dei media bloccano l’intera società, impedendo un superamento delle diseguaglianze tra i generi, veicolando stereotipi e culture (vedi la cultura dello stupro, l’idea che la donna se la sia cercata). Oggettivando la donna si crea una sorta di via libera a tutta una serie di violazioni di diritti, la donna viene privata di pari diritti, viene percepita in maniera distorta, diviene strumento nelle mani maschili, guai a uscire da questi canoni. Le donne non sono considerate come compartecipi dello sviluppo della società, perché continuano ad essere “raccontate” nel modo sbagliato, conveniente per la conservazione di un modello androcentrico. Ancora facciamo fatica a comprendere quanto ne beneficerebbe l’intera società se solo si cambiassero certe cattive abitudini. Abbiamo già parlato degli effetti del porno, ma nel nostro quotidiano c’è qualcosa di molto simile, considerato “normale”, perché derivante da programmazione televisiva, ma non meno pericoloso.
Nel testo di Lorella Zanardo del 2010 Il corpo delle donne, leggiamo:

“Esistono molti siti, privati o sponsorizzati, che ospitano un numero impressionante di immagini statiche o di brevi video in cui i corpi di donna sono catalogati in base alle parti anatomiche mostrate o alle “performance” eseguite. Seni, sederi, gambe, volti sono a disposizione come in macelleria i tagli di carne. Upskirt, nipples, downblouse, seethrough sono alcune delle parole chiave che dilagano in rete e che indicano accidentali visioni di parti del corpo femminile, tratte dalle apparizioni televisive. Mutandine scorte sotto le gonne, accavallamenti di gambe al ralenti, capezzoli che occhieggiano dalle scollature, diventano ossessione pubblica e condivisa”.

Questo, come ci spiega Zanardo, non è indice di una liberazione dei corpi, di una liberazione sessuale, ma di una prigione di una sessualità non sana. Siamo ancora alla visione dei corpi femminili legati al peccato. Siamo ancora all’abitudine di spiare dal buco della serratura, come in un vecchio film di Totò ambientato a Parigi. Siamo ancora fermi lì. Il modello della tv commerciale che doveva vendere prodotti e attirare pubblico ad ogni costo, esibendo pezzi di corpi di donne, è stato poi seguito anche dalla rete pubblica che spesso non si è curata di fornire un messaggio diverso (come ricostruisce bene Zanardo), rappresentando tutti i tipi di donne, facendo sentire cittadine pari tutte le donne e non soltanto quelle che replicano cliché e modelli prestabiliti. Si è preferito continuare a sottorappresentare e a malrappresentare le donne, oggettivandole, escludendo il passare del tempo, non raccontando la forza reale delle donne. Siamo restate addomesticate/bili ancelle, contorni piacevoli per la vista, raramente considerate in toto, in quanto persone a tutto tondo. Da tutto questo se ne esce solo attraverso una educazione ai media, fornendo ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per “smontare” i prodotti trasmessi, decondificando i messaggi, per essere pienamente consapevoli. Questo di fatto il lavoro che sta svolgendo Lorella Zanardo da anni, raggiungendo proprio le nuove generazioni per renderle consapevoli dei propri diritti, per compiere una alfabetizzazione all’immagine (consideriamo che l’Italia soffre anche di un notevole analfabetismo funzionale che impedisce a molte persone di capire ciò che leggono e di adoperarlo in modo attivo QUI e QUI), che li aiuti a non essere schiavi passivi dei media, perché se conosci e vedi le cose attorno a te in modo nitido, non puoi ignorarle e non cambiare ottica. Se sei consapevole sei in grado di pretendere cose diverse. Così inizia ed è possibile il cambiamento. La consapevolezza parte da sé, va però “accesa” e trovo questo lavoro di Lorella prezioso, da diffondere. È l’energia che trasmette, quell’orgoglio, quella gioia di essere donna che traspare, quell’entusiasmo di stare tra i ragazzi e le ragazze, che avvertono tutto questo, lo sentono eccome. Un pezzo di femminismo autentico, condiviso, vissuto e tangibile, che raggiunge tutt* ed è in grado di parlare a tutt*. Fa bene a tutt*.
Un augurio per il 2016 (grazie a Zanardo per avermi fatto conoscere questo video): riuscire a vedere chi è Jane veramente, affinché possa essere ciò che desidera, al di là di rappresentazioni stereotipate e fisse, al di là di aspettative preconfezionate e attese. Ampliamo gli orizzonti delle prossime generazioni, scriviamo un racconto a ruoli e prospettive aperte e libere.

 

Vi consiglio queste letture/video:

http://www.theguardian.com/film/2015/dec/26/women-female-roles-hollywood-films

“The Geena Davis Institute report says: “While Hollywood is quick to capitalise on new audiences and opportunities abroad, the industry is slow to progress in creating compelling and complex roles for females.”

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http://www.newstatesman.com/culture/film/2015/12/what-do-when-youre-not-hero-any-more

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“Popular culture bombards us with hypersexualized images of women and men, conveying powerful images that help shape our sexuality. Dr. Gail Dines, recipient of the Myers Center Award for the Study of Human Rights in North America, sociology and women’s studies professor, and porn industry researcher and writer, explores how masculinity and femininity are shaped by pornified images that spill over into our most private worlds.”

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Get up, stand up for women’s rights!

Malala

 

Il 10 dicembre sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata dei diritti umani.
C’è sicuramente uno stridore tra le dichiarazioni di principio che verranno sciorinate in questa occasione e quanto accade da anni in Paesi dilaniati da conflitti e la cui popolazione vede i propri diritti umani pesantemente negati, quasi come se fossero meno umani di altri, come se le loro vite avessero un valore minore. Sì, perché evidentemente l’umanità non ha ancora raggiunto un livello sufficiente di uguaglianza, che sia capace di tradursi in pari diritti e salvaguardia di essi.

I miei diritti non dovrebbero essere dissimili da quelli di un altro, eppure.

E vedo nel conflitto un tentativo di dare atto a un processo di negazione dei diritti, proseguendo in quel lavoro di deumanizzazione che poi giustifica ogni violenza.

Come analizza Chiara Volpato nel suo “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione si può esprimere esplicitamente, tramite strategie che negano apertamente l’umanità di altri individui o gruppi, allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni e violenze, oppure attraverso modalità più sottili, che lesionano l’altrui umanità, poco per volta. Ricorrere a paragoni con animali, mostri, diavoli, considerarli oggetti, merci, strumenti, privi di anima sono tutti metodi per negare la loro appartenenza all’umanità.

Noi donne, come genere storicamente relegato a un gradino inferiore, abbiamo subito molti di questi processi di deumanizzazione.

Quante volte nei conflitti si è ricorso alla deumanizzazione del nemico?

A volte però non basta ed è necessaria un’operazione di “ristrutturazione” della morale, per rendere accettabili certe operazioni di guerra: si parla di guerra santa, giusta, di peacekeeping.

Albert Bandura ci spiega come la deumanizzazione costituisca un processo di disinnesco delle ragioni morali: se percepissimo il nemico come umano, scatterebbero delle reazioni empatiche, proveremmo compassione, angoscia e sensi di colpa.

Pertanto rendendo l’altro inumano, subumano, le nostre sentinelle morali si affievoliscono.

Capite che è più facile trascurare l’incidenza dei “danni collaterali” tra le popolazioni civili e tollerare la violazione dei diritti umani.

Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi, abituati da più di un decennio di guerra al terrore.

Da una parte troviamo l’esposizione mediatica dei corpi dei nemici uccisi, oggetti, proprio come in epoca coloniale, dall’altra c’è la protezione dei “nostri” morti, a cui si attribuisce rispetto e pietà, non sempre estendibili ad altri gruppi.

Ancora una volta i diritti non sembrano valere allo stesso modo per tutti/e.

La deumanizzazione colpisce anche i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, rappresentati dai media come clandestini privi di qualità morali e umane, utilizzati da una certa propaganda politica come un corpo unico di criminali o di terroristi, pericolo per il futuro del paese.

Strettamente connesso a questo tipo di trattamento, è l’oggettivazione. L’oggettivazione è un particolare tipo di deumanizzazione, per cui l’individuo è considerato alla stregua di un oggetto, merce, strumento.

Il prototipo è lo schiavo. Recupero dal testo di Volpato le sette dimensioni del concetto di oggettivazione di Martha Nussbaum:

1. l’oggetto è uno strumento per scopi altrui

2. l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione

3. l’oggetto è un’entità priva di capacità di agire e di essere attivo

4. l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria

5. l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo a pezzi

6. l’oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato

7. l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La strumentalità è molto pericolosa perché rende l’oggetto appetibile e mercificabile, in quanto c’è un mercato che lo richiede.

La sessualizzazione della donna, il suo essere confinato a mero oggetto di attrazione sessuale, la rende strumento di piacere altrui, realizzando quella che MacKinnon analizza come oggettivazione sessuale nella quale le donne sembrano essere immerse.
Le donne vivono qualcosa di simile all’alienazione lavorativa di Marx, una frammentazione tra le loro funzioni sessuali e tutto il resto (Bartky).

L’oggettivazione sembra avere un’altra ricaduta negativa, porta a un impoverimento dell’interazione sociale, portando le donne a esprimere raramente i propri pensieri e opinioni.

Le ricadute peggiori sono quelle che vedono coinvolto l’equilibrio psico-fisico: l’oggettivazione che porta all’auto-oggettivazione che scatena stati depressivi, disfunzioni sessuali e disturbi alimentari. Quando si comprende di non poter raggiungere certi standard, modelli di corpi, scatena una serie di disturbi legati al senso di inadeguatezza.

Questo riferimento all’oggettivazione è un chiaro passepartout per consentire che passino inosservate e impunite tutta una serie di violenze e violazioni di diritti umani fondamentali.

Tutto ciò che indebolisce e mette in discussione l’umanità, consente che anche i diritti possano diventare un optional, da applicare e disapplicare a piacimento.

Ho già parlato altrove dell’oggettivazione che consente di pensare alle donne come merce sessuale per il mercato della prostituzione, di come i corpi vengano separati dall’unicum persona e possano pertanto diventare cose, beni interscambiabili, sostituibili, commerciabili.

Ho letto di recente in un’intervista sul tema della maternità una frase che mi ha dato la misura di questa deformazione oggettivante: “L’utero surrogato è in prestito. A tempo.”

Non è effettivamente così, visto che la donna che si presta a ospitare la gravidanza conto terzi (e non il suo utero, qui rappresentato come elemento esterno e estraneo alla donna, che non dimentichiamo non è un oggetto, un involucro; la gestazione non consiste in una incubatrice meccanica con finalità riproduttive. Ricordiamoci che sono donne e non uteri!) deve sottoporsi a bombardamenti ormonali per niente innocui e i cui effetti non si esplicano solo nell’arco del processo della fecondazione/gravidanza.

Un utero, parte di corpo che viene oggettivata, quasi che fosse “estraibile”, componente meccanica atta alla procreazione, senza alcun nesso con la persona donna.

Una volta oggettivato, tale utero diventa vendibile e dato in comodato d’uso gratuito o a pagamento. A questo punto possiamo farlo anche con altri organi del nostro corpo.

(…)

CONTINUA A LEGGERE SU Mammeonline.net 

http://www.mammeonline.net/content/get-stand-womens-rights

 

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato su Mammeonline il 3 dicembre, ma alla luce di quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in tema di maternità surrogata assume nuove sfumature.

Mi sembra il caso di riportare alcune mie riflessioni sparse su Facebook. Mi interrogo e mi esprimo, almeno questo dovrebbe ancora essere consentito.

“Lottiamo per le adozioni, semplifichiamo l’iter di adozione, apriamolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini. I bambini non sono beni, merci. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Non strumentalizzate il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Sono stanca veramente di certe argomentazioni che si basano sempre sulla nostra capacità di scelta. Ma come diamine si fa a non capire che questa è compravendita di corpi, di pezzi di essi, di bambini conto terzi, questa è violazione dei diritti umani, ci stanno usando, ci stanno riducendo a macchine da riproduzione, ci stanno convincendo che andiamo bene solo per sesso e per riprodurre la specie. Dov’è il progresso e l’emancipazione?”

Ho fatto una grande scoperta, l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Sappiamo che essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, pensare di poter trovare strade più semplici è folle e sinonimo di non aver compreso cosa sia essere madri e padri, di come non ci siano ricette o bacchette magiche.

“A seconda di ciò che conviene a noi stessi ci esprimiamo, non sulla base di un ragionamento generale, non sulla base di un minimo di empatia nei confronti dell’altro/a. Tutto sembra partire e restare confinato al nostro individuo. Sembra che ci siano individui avulsi da un contesto sociale, da regole etiche, ma anche solo da prassi di buon senso. Anche le citazioni e i riferimenti a terzi devono essere funzionali al nostro punto di vista. Siamo in un contesto di un individualismo esasperato, lontani anni luce da un concetto di dono, che poi nei fatti si stenta a rintracciare. Siamo sempre bravi a parlare di altruismo dalla nostra calda poltrona, poi quanti sono disposti a mettere da parte il proprio ego di fronte a una necessità di una persona? E quante di queste azioni non sono funzionali a gratificare e a purificare il nostro ego? Sono sempre le altre che dovranno mettere a disposizione il proprio utero e il proprio corpo, sono sempre gli altri che dovranno vendere un rene, sono sempre gli altri che dovranno lavorare come schiavi per rendere le nostre vite felici e non scalfire il nostro agio. Sempre un “Altro”. Simone de Beauvoir: “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. Ma questa tendenza va superata, va attuato un reciproco riconoscersi, senza prevaricazioni nelle relazioni umane. Se poi il nostro “desiderio” deve per forza essere esaudito, chiaramente ci sarà un essere umano che probabilmente dovrà diventare nostro oggetto, nostro schiavo, nostro strumento. La deumanizzazione è proprio questo, dequalificare un essere umano per consentire di renderlo oggetto.”

A proposito di “dono”ho sostenuto: “Non siamo in una società e in una economia del dono. Siamo in un contesto post – capitalista, con un liberismo galoppante, un individualismo che ti dice che è colpa tua se non riesci a fare qualcosa, dove i datori di lavoro ti convincono a dimetterti dopo la maternità, dove ti chiedono di arrangiarti da sola, dove l’altruismo è raro e le persone tendono a fare cose solo se c’è un tornaconto personale. Io non so se chiederei mai a una amica un tale sacrificio, mi sembra qualcosa di troppo complesso e delicato.”

“La scelta libera, la volontarietà sappiamo bene che sono aspetti difficilmente verificabili, l’altruismo puro è cosa rara e presuppone immagino un legame affettivo, che unito ad altri fattori rende le cose complicate. Quanto siamo veramente in una società del dono? Ci siamo interrogati su questa necessità di genitorialità che implica l’uso di un corpo altrui? Il fatto che si parli di uteri, e poco di donne e delle conseguenze psico fisiche su coloro che portano avanti questa gravidanza, mi fa pensare che non ci sia interesse per le persone, ma che siamo talmente mercificati da non riuscire a ragionare diversamente.”

Ho parlato di surrogata solo tra parenti in modo da avvicinarsi a una ipotesi di “dono” e altruismo, ma chiaramente non sarebbe sufficiente a garantire una copertura efficace delle richieste si Gpa. Mi si parla di amiche disposte ad aiutare, io penso che sarebbe più complesso giudicare la fondatezza di tale “amicizia”, perché posso pagare una donna e chiederle di dichiarare di essermi amica. Contrattualizzare una maternità comporta sempre un elemento “critico”.

Quando si è visto che se ci si oppone a questo mantra della libera scelta si ricevono solo pomodori e accuse di ogni tipo, quando in molte/i preferiscono mantenere una linea ambigua, quando prendere posizione viene vista come un errore, ci consigliano addirittura di tacere almeno in questo frangente, ci vogliono quindi silenziare, che facciamo? Sapete qual è il punto vero? Non vogliamo scavare più di tanto, ci basta la superficie, mica vogliamo parlare di potere, di disuguaglianze, di sfruttamento, delle conseguenze di queste pratiche sempre sulla pelle delle donne, di una libertà che è sempre e solo di chi ha soldi e potere, di un concetto di dono che diventa il lavaggio di coscienza collettivo, di una refrattarietà all’adozione perché genitorialità troppo complicata, di un contesto dove io pretendo di disporre delle vite e dei corpi altrui.

“Io mi chiedo che senso ha combattere contro le disuguaglianze, la violazione dei diritti, la violenza di genere se poi si arriva a concepire che una strada di emancipazione dalla povertà, dalle difficoltà può essere la vendita di sé o di una parte del proprio corpo, o addirittura di bambini. Mi sembra che abbiamo accettato di buon grado la donna come un oggetto, naturalmente le Altre donne, ricreando così la solita dicotomia tra donneperbene e donnepermale. Indietro tutta. A questo punto sono ipocrite tutte le battaglie verso pari diritti e dignità.”

“Non c’è modo di ragionare seriamente, non vediamo chiaramente nemmeno che ci stanno fregando, ancora una volta, in quanto donne e in quanto vagina-munite a fini di sfruttamento sessuale e utero-munite a fini riproduttivi. Non c’è verso, per loro tutto deve essere possibile, l’autodeterminazione col corpo e le vite delle altre.. le altre naturalmente.”

“Qui si va dritte al suicidio di tutte le conquiste di decenni di riflessioni sulle donne come esseri umani. Qui si va dritte verso l’autorizzazione a fare di noi qualsiasi cosa il mercato chieda. Nessuno è in vendita, questa dovrebbe essere una regola fondamentale, invece la si propone come soluzione di vita. Non me ne faccio niente della libertà di disporre del mio corpo se poi perdo la salute e resto sempre un oggetto senza diritti.”

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Violenza contro le donne. Come vivere nel “braccio della morte”

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

 

25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Secondo gli ultimi dati Istat 2015 (sul 2014 – doc 1 e doc 2 )  “sono 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza. Vedremo come questo può innescare “reazioni di resistenza” da parte di alcuni uomini.

È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%).”

I numeri ufficiali non testimoniano adeguatamente cosa accade, perché ancora tante violenze restano sommerse, mai denunciate. Quel miglioramento non significa che stiamo meglio, visto il numero di femminicidi, di violenze indirette sui figli, di donne che non vengono aiutate sino in fondo, nonostante le denunce. Eppure denunciare è l’unico modo per iniziare a uscire dal silenzio e dal tunnel della violenza. Dobbiamo aiutarle a liberarsi dalle catene di partner che le controllano ed esercitano ogni tipo di violenza su di loro.

Il 25 giugno 2012, Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU, nella sua presentazione del rapporto sugli omicidi di genere ha affermato: “Culturalmente e socialmente radicati, (questi fenomeni) continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma (impunità anche da parte delle isituzioni, attraverso azioni o omissioni dello Stato, ndr). (…) Le donne che sono soggette a continue violenze, che sono costantemente discriminate, è come se vivessero sempre nel “braccio della morte”, con la paura di essere giustiziate.” Una condizione che è trasversale, per cultura, nazionalità, religione e status. Il termine femminicidio lo dobbiamo alla parlamentare femminista messicana Marcela Lagarde: una forma estrema di violenza di genere, come violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine. Perché c’è ancora un problema di fondo: per molti le donne non sono esseri umani a tutti gli effetti. Deumanizzarci è una delle vie attraverso la quale si legittima la violenza nei nostri confronti. L’oggettivazione è una forma particolare di deumanizzazione, attraverso cui possiamo essere trattate come oggetti, strumenti e merci. Chiara Volpato, nel suo “Deumanizzazione – come si legittima la violenza“: “l’oggettivazione delle donne contribuisce al mantenimento dell’ineguaglianza tra i generi e alla diffusione di atteggiamenti e comportamenti sessisti. L’esposizione a immagini mediatiche che oggettivano le donne influenza i giudizi sulle donne in generale e causa una più accentuata tolleranza degli stereotipi di genere, del mito dello stupro (le donne provocherebbero lo stupro con il loro comportamento), delle molestie sessuali (…).” Pensiamo al bombardamento di immagini e messaggi oggettivanti, al porno ecc.

Questa mentalità è all’origine dello sfruttamento sessuale delle donne in prostituzione.

 

Continua la lettura su Mammeonline.net

http://www.mammeonline.net/content/violenza-contro-le-donne-come-vivere-nel-braccio-morte

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Le parole contano

virginia_woolf-le-parole

 

Anche le parole sono importanti, influenzano la percezione che uomini e donne hanno dei generi, all’interno della società. Così come elidere il titolo accademico o istituzionale per le donne, chiamandole solo signora o con il nome proprio, significa stabilire un confine di disparità. Appellare una persona con il solo nome di battesimo non significa annullare le distanze (questo è quello che ci vogliono far credere), ma spesso è un utile escamotage per rimuovere qualsiasi barriera protettiva e aprire la porta a qualsiasi atteggiamento, violenza verbale, sopruso e abuso. La stampa e i media nostrani sono particolarmente inclini a riproporre i più beceri epiteti sulle donne, come se non ci fosse limite e rispetto. Si va dal sessismo benevolo a qualcosa di peggiore. Questo non accade solo sulla stampa, ma ci tocca quotidianamente, sia nella vita reale che sui social. Capita che quando un uomo non ha argomentazioni per sostenere le sue tesi, trovandosi di fronte a un’interlocutrice, per zittirla e colpirla con violenza, la apostrofi con parole come: tesoruccio, micetta, miciona, patatina, fegatosa erinni (come qualcuno mi ha di recente apostrofata), ciccina ecc.: insomma ci siamo capiti. È come se ti volessero schiacciare con le parole, intendendo svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto. Questo accade su ogni tipo di argomento, la politica in primis. Tutto ciò è il risultato di venti anni nel corso dei quali le espressioni di sessismo, omofobia e razzismo hanno avuto pieno sostegno da buona parte delle forze politiche. Poche le voci che si sono esposte per diffondere e chiedere un linguaggio e dei comportamenti corretti. Questo perché in realtà si doveva difendere e diffondere l’idea di un soggetto maschile forte, arcaico, superiore, in grado solo di propagandare una visione triste, sbagliata e sconfortante dell’idea di maschio. Un atteggiamento trasversale, che parte da destra e arriva anche in area cosiddetta progressista.

Anche l’uso del maschile generico (per rappresentare uomini e donne indistintamente) e il fatto che in alcune lingue i sostantivi hanno un proprio genere grammaticale, maschile e femminile (l’italiano, il francese e il tedesco), possono avere (secondo alcuni studi) un riflesso nelle differenze di status uomo-donna. L’inglese e le lingue scandinave hanno nella maggior parte dei casi sostantivi neutri e il genere viene definito attraverso l’uso dei pronomi. Qui se si desidera approfondire.
Sembrerebbe che il gap tra i generi sia influenzato anche dalla lingua e dalla dotazione (o meno) di un genere preciso per i sostantivi.

Proporre cambiamenti in ambito grammaticale può forse servire a migliorare le cose. Al di là dell’uso dell’articolo “la” al posto di “il” (per esempio per la parola “cantante”), una “-a” al posto della “-o” è meglio del suffisso “-essa”: avvocatessa sembra trasmettere implicitamente un prestigio inferiore, mentre avvocata (forma simmetrica) aiuterebbe a equiparare i due status (vedi Alma Sabatini, 1987 qui; pag. 129, Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo).

A volte le sfumature sono importanti.

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Porno & Violenza

Franco Matticchio

Franco Matticchio

 

Affronto un argomento divisivo per il movimento delle donne. Mi piace l’approccio che ne fa Chiara Volpato, perché vorrei seguire un percorso “scientifico” e non emotivo e soggettivo. Di solito se ne fa una trattazione “partigiana”, senza alcun fondamento a sostegno di una o dell’altra posizione. Si parla per il puro gusto di parlare. Ma certe tematiche non possono essere trattate con leggerezza.
La progressiva sessualizzazione delle immagini di donne, ma anche di uomini, adolescenti e bambini, ha contribuito a generare in Occidente, quella che è stata definita una pornificazione del quotidiano (American Psychological Association, 2010)
Alcune femministe come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin hanno individuato come nella pornografia una “rappresentazione ossessiva di donne disponibili, oggettivate, vulnerabili” concorra al “mantenimento della subordinazione femminile”. Le sex positive feminists (come Erica Jong) ritengono che la libertà sessuale sia un elemento cruciale della libertà femminile. Per cui, partendo dall’assunto che il sesso tra consenzienti è sempre qualcosa di positivo, hanno rifiutato qualsiasi controllo, compreso in merito alla pornografia. Capite che non è tutto libero quello che appare tale. È un po’ quel che accade sul tema della prostituzione, in merito alle sex workers che sostengono di farlo per libera scelta (vi consiglio questi due bei post in merito: qui e qui). Si può essere liber* “di“, ma non è sempre detto che lo si sia “da“, che si può palesare con un bisogno economico, una subordinazione culturale, fisica, materiale, un disagio sociale ecc. Si chiamano fattori discriminanti e non ci rendono liber* effettivamente e pienamente.

La rappresentazione della donna nel porno è nella maggior parte dei casi basata su una figura di donna deumanizzata, asservita, oggettivata, mercificata, subordinata e strumentale all’uomo.
Numerose indagini scientifiche (qui e qui) hanno rilevato come il consumo pornografico produca degli effetti negativi nelle relazioni uomo-donna, porti ad avere delle aspettative distorte dal rapporto con le donne reali, ad avere relazioni sessuali senza alcun coinvolgimento emotivo, a considerare le donne come oggetti e ad alimentare i pregiudizi di genere.

Le ricerche in ambito psicosociale hanno evidenziato come il consumo di pornografia violenta porti gli uomini ad agire in modo violento con le donne reali. Tra l’altro si è notata una trasformazione nell’industria dell’hard. Se prima degli anni ’90 tutto si fondava sul mito dello stupro (che diventava il desiderio segreto di ogni donna, per cui la sua rappresentazione aveva una funzione maieutica), in anni più recenti si è sviluppato uno stile desessualizzato, in cui la donna è ridotta a mero oggetto passivo, in un contesto di violenza che ha come unico scopo la riaffermazione del potere maschile, in una sorta di backlash (Pietro Adamo, 2004, Il porno di massa. Percorsi dell’hard contemporaneo; Susan Faludi qui e Marilyn French qui), tentativo estremo di riscossa e restaurazione post-femminista. Per cui il sesso diventa uno strumento punitivo al servizio del potere maschile (Adamo, 2004).
Ci sono numerosi studi empirici che hanno dimostrato un legame tra consumo di pornografia e violenza.
In Italia Lucia Beltramini, Daniela Paci e Patrizia Romito hanno condotto una ricerca per analizzare i rapporti tra i sessi, le esperienze di violenza e la sua percezione in un campione di ragazzi e ragazze, studenti dell’ultimo anno di diverse scuole del Friuli Venezia Giulia (pag. 42, qui lo studio).
I risultati mostrano che le percentuali di adolescenti che consumano materiale pornografico sono elevate, con il rischio che in futuro la violenza sessuale aumenti e che ci sia una domanda di prostituzione in ascesa.
Per le ragazze è emersa una relazione tra violenza psicologica, subita in famiglia, o la violenza sessuale subita in famiglia o fuori, e l’uso della pornografia violenta (diventa una specie di anestetico per “normalizzare” e controllare un trauma). Per i ragazzi è tutto molto diverso: la pornografia è una consuetudine socialmente accettata, un modo per costruire la mascolinità del maschio dominante.
Ci sarà davvero un ethical porn (vi suggerisco questa bella indagine di Zoe Williams sul Guardian), oppure è solo un tentativo di “normalizzazione”, una trovata di marketing per vendere un prodotto? Pandora Blake sostiene che il “Feminist porn is explicitly focused on women’s desires and sexuality”, però leggo anche che: “Makers of ethical porn believe you can have a violent fantasy, of any kind, and that can be a legitimate part of your sexual identity, one that you have a right to explore”. Quindi, forse siamo al punto di partenza e non ci abbiamo guadagnato nulla.

Per concludere vi suggerisco, sul blog de il Ricciocorno:
una traduzione di un pezzo di Jonah Mix, e quest’altro un post molto ben documentato.

Non vogliamo censurare nulla, solo cercare di ragionare seriamente, dati alla mano, studi e indagini scientifiche alla mano. Non possiamo costruire discorsi sul nulla. Innanzitutto dobbiamo spiegare cosa intendiamo con pornografia, senza confondere e mischiare cose che non hanno nessuna attinenza. Nessun* vuole le barricate, il confronto dovrebbe essere il primo passo, soprattutto mi aspetto che non si ricorra a etichettarci come bacchettone a priori o solo per sostenere una tesi. Vogliamo diffondere informazioni corrette sul fenomeno e forse sarebbe ora di fare educazione sessuale e all’affettività nelle scuole, in modo corretto e senza pregiudizi medievali e reazioni intolleranti come questa. Noi genitori abbiamo un ruolo importante, ma non è sufficiente.

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La broda culturale che alimenta la violenza

Liza Donnelly

Liza Donnelly

E la legittima, aggiungerei. Proseguo il mio lavoro di ricostruzione delle fondamenta della violenza. Sapete perché non si risolve mai nulla? Perché siamo pigri, indolenti, indifferenti, non leggiamo, non cerchiamo di farci un’idea personale di ciò che accade, non ci poniamo domande, né cerchiamo risposte che non siano qualcosa di rimasticato già da altri. Si aspetta passivamente che gli eventi facciano il loro corso, che le nostre idee si formino nell’ombra di una lezione impartitaci da altri. Siamo incapaci o disabituati a leggere il nostro contesto e ciò che ci viene inculcato. Questo vale a maggior ragione per il capitolo della violenza. Non sto parlando solo di violenza sulle donne. Spesso i messaggi dei media sono fuorvianti, creano un clima irreale e inquietante che deforma la realtà. Questa indagine lo dimostra. La percezione può essere manipolata. Per cui, tornando al tema della violenza di genere, dobbiamo accendere la nostra lampadina interiore e cercare di analizzare la cultura che la crea e la sostiene nelle relazioni interpersonali, al lavoro, nelle istituzioni, in ambito legislativo, nella morale, nelle riflessioni ad opera dei media. Il corpo femminile viene adoperato sempre più spesso come strumento di marketing, per vendere qualcosa, oppure per essere reso esso stesso merce in vendita. Ce ne siamo accorti, ci sono molte donne e preziosi blog in materia, ma quel che manca, a mio avviso, è una riflessione collettiva, allargata a tutta la società civile. I messaggi proposti da una pubblicità o da un programma televisivo possono forgiare la percezione individuale e diventano modelli adoperati nel nostro agire all’interno della società. Le donne vengono sessualizzate in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quanto viene fatto per gli uomini. Questo accade sin dalle fasi più precoci della vita (qui un post interessante). Le storie e le individualità delle donne scompaiono per lasciare spazio a simulacri umani (o sarebbe meglio deumanizzati), oggetti tra gli altri oggetti di consumo, consumabili, scambiabili, sostituibili. Tutto ciò comporta gravi ripercussioni nel sentire personale e sociale. In primis, la stessa donna si sente oggetto, interiorizza un messaggio, valuta se stessa solo in riferimento al suo aspetto fisico, unico strumento storicamente concesso alle donne per esercitare potere in un contesto patriarcale (ne parlava anche Simone De Beauvoir). Oggi è ancor più grave, perché pur essendoci alternative (il femminismo ci ha aiutate a scoprire le altre strade percorribili), si corre il rischio di seguire il mono-pensiero, di investire energie in un’unica direzione, la cura del corpo, come involucro. Questo a sua volta può portare ad altri disturbi: depressione, senso di inadeguatezza, riduzione della fiducia in sé, mancanza di aspirazioni personali, non ci permette di concentrarci su altro, può dare origine a disordini alimentari e a problemi sessuali. In pratica ci porta su una strada che ci fa perdere delle occasioni preziose. Ci fa vivere in una irrealtà amorfa, poco vitale, poco creativa, ingabbiata in ruoli stabiliti da altri per noi. Non ci permette di pensare che possiamo contribuire allo sviluppo della società, delle istituzioni. Ci rende soggetti passivi. Questo meccanismo di oggettivazione della donna è chiaramente funzionale alla legittimazione di una figura femminile con poche doti intellettive, di competenza, di empatia, di moralità, fino ad arrivare alla donna opportunista, arrivista, che sfrutta l’uomo (attraverso l’uso dell’avvenenza fisica, come molti uomini lamentano) per raggiungere i suoi fini. In questo turbinio, non si fa che riproporre gli stereotipi di genere, alla base di una mentalità maschile che legittima la violenza su questi corpi privi di anima. I media solitamente appiattiscono la rappresentazione, sovraesponendo alcuni fenomeni e costumi e tralasciandone altri: in questo modo si avrà un quadro semplificato delle forme in cui si può esplicitare un individuo. Coloro che non sono in grado di verificare e di accorgersi di questa riduzione scenica, assorbono come realtà assoluta questi modelli, pregiudizi compresi. Le donne, quando compaiono, lo fanno in ruoli stereotipati, circoscritti e subordinati, salvo rari casi, che vengono letti e incasellati come “donne più simili all’uomo”, maschio che diventa il sommo grado e parametro di perfezione umana a cui aspirare. Mi vengono in mente Filippa Lagerback e Lilli Gruber. La prima è un chiaro esempio, suo malgrado, di elemento decorativo, docile e sorridente, opaca nelle emozioni e nelle capacità, mansueta e addomesticata. Mi dispiace e a volte le vorrei urlare di ribellarsi. A volte, specie nei talk, si invita una donna per dare un simulacro illusorio di ascesa sociale, per dire “guardate come siamo magnanimi”. Possibilmente questa donna non deve creare problemi, ma essere fedele. Questo accade da un bel po’. Il PD ha introdotto la moda delle vestali, mutuate e clonate da un prototipo femminile di era berlusconiana. E mi fermo qui che è meglio. Spesso queste donne fedeli replicano modelli maschili e strumenti maschili per infangare avversari e interlocutori scomodi. Non emergono, salvo rari casi, figure degne di nota, se emergessero sarebbe un pericolo per lo stato di cose esistenti, nelle mani degli uomini. Far eleggere una donna significa voler comunicare di essere magnanimi, aperti mentalmente, paternalisticamente disponibili all’apertura a quelle bestioline mansuete. Ma guai a mutare i veri equilibri di forze. Vi propongo un pezzo tratto dal libro di Chiara Volpato (pag. 125), che cita Lorella Zanardo (2012):

“Quando i media parlano di una donna, raramente prescindono da descrizioni fisiche, anche se superflue rispetto al tema trattato. Bellezza ed età diventano le dimensioni centrali del giudizio, in una sorta di condensazione della vita in pochi anni: le bambine sono rese adulte prima del tempo, mentre le donne hanno l’obbligo di restare giovani in eterno, bloccate in un’impossibile fissità, come se non fosse loro accettabile mostrare lo scorrere dell’esistenza, in una traduzione del giudizio estetico in giudizio morale”.

Punti toccati anche da Loredana Lipperini nel suo Non è un paese per vecchie. Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo, pag. 125) si sofferma ad analizzare come le inquadrature nei programmi televisivi tendono a discriminare, soffermandosi sui volti maschili e sui corpi femminili, operando quello che è stato denominato face-ism (Archer et al. 1983; Copeland 1989). Soffermarsi sul volto maschile, significa sottolineare le sue qualità intellettuali (confermando lo stereotipo uomo-cultura), mentre il corpo della donna viene in questo modo “ricondotto” alle qualità fisiche ed emotive (riaffermando il rapporto donna-natura). Si comprende che questo modo di rappresentare e di auto-rappresentarsi (perché spesso è un qualcosa che viene inconsapevolmente interiorizzato) è foriero di un permanere in situazioni di oggettivazione della donna. Guardiamo all’immagine della donna come viene rappresentata nei videogame, nelle App per Android o Apple: abiti succinti e corpi sproporzionati, anche nella raffigurazione in stile “manga” nei giochi per bambini. Lo stesso avviene nei video di alcuni generi musicali. C’è veramente di tutto, ma quando queste immagini arrivano ai ragazzini che si stanno facendo un’idea di cosa significa essere donna o uomo, capite che ci potrebbero essere delle distorsioni delle percezioni di grave entità. Un po’ come fece mesi or sono B. B. (Beatrice Borromeo) nella sua pseudo inchiesta sulle teens, che intervistando una manciata di ragazze pretendeva di includere un’intera generazione.

A proposito della giornata del 25 novembre e delle iniziative che vengono organizzate in tale occasione, una politica leghista ha affermato che con questo tipo di eventi “ci violentiamo da sole”, in pratica facciamo le vittime e ci facciamo del male da sole. Il suo consiglio suona più o meno così: meglio non parlare di violenza di genere. Il nuovo motto? TACI E STAI BUONA!

Vi segnalo questo convegno: “E’ possibile informare sulla realtà della violenza contro le donne con parole differenti da quelle che solitamente leggiamo sulla stampa, ascoltiamo nei telegiornali o nei programmi dedicati al problema?”

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Dominanza e violenza

© Franco Matticchio

© Franco Matticchio

Cito un paragrafo di Chiara Volpato e il suo “Psicosociologia del maschilismo“.

“Il lato più tragico del maschilismo è quello che traduce gli atteggiamenti di dominanza maschile in comportamenti di oggettivazione, mercificazione, violenza, che possono arrivare all’annichilimento fisico e psichico della vittima”.

Secondo Patrizia Romito nel suo Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori, 2005, ha evidenziato i pericoli di una separazione tra le diverse forme di violenza, che invece vanno considerate insieme per poterne cogliere gli aspetti comuni e la stretta interdipendenza. Spesso un filo sottile ma innegabile lega le forme di sessismo di ultima generazione (di cui parlavo in un mio post precedente), la pornografia violenta che sfocia in prostituzione, le forme di sopraffazione, gli stupri e i femminicidi. La violenza maschile è uno strumento di oppressione e controllo e un modo per sottomettere, per ribadire la superiorità gerarchica, nei confronti di donne, minori e anche altri uomini (mascolinità subalterne). Sembrerebbe che gli uomini siano programmati per l’aggressività più delle donne. La violenza tra uomini è per lo più dettata dalla competizione, mentre quella nei confronti delle donne è principalmente di tipo domestico. La cultura paternalistica ha sancito che le donne hanno bisogno della protezione maschile, subordinata all’accettazione del ruolo di genere. Quando si sovverte questo equilibrio, la violenza prende il posto della protezione, nel tentativo di riportare in riga la donna. Marco Cavina nel suo Nozze di Sangue documenta la violenza domestica dal Medioevo al Novecento.

A proposito di violenza domestica ho trovato significativa la Power-Control-Wheel, elaborata la prima volta negli USA da un gruppo di donne maltrattate e di operatrici e ricercatrici del progetto “Duluth”, in Minnesota.

Layout 1
Tutta la storia e molti studi dimostrano come buona parte della violenza sulle donne si poggi su un’asimmetria di potere e di status (socio-economico-culturale) uomo-donna. Alcuni potrebbero sostenere che le cose sono cambiate. Ebbene, se da un lato è venuto meno il sostegno ideologico alle pratiche violente e l’accesso al lavoro ha permesso alle donne di allontanarsi dai partner violenti (cosa che non è così scontata), così come status e potere si sono ampliati, dall’altro lato si registra una sorta di backlash da parte di alcuni uomini, che cercano di invertire la rotta, non accettano di perdere il dominio sulla donna. Le violenze sulle donne che pongono fine a una relazione o che vorrebbero vivere in modo non tradizionale e rivendicano la propria indipendenza, le molestie sul lavoro, lo stalking non sono altro che manifestazioni di questa resistenza maschile.
Carrie Yodanis, in Gender Inequality, Violence Against Women, and Fear: A Cross-National Test of the Feminist Theory of Violence Against Women, 2004, rileva una correlazione tra debolezza dello status delle donne e la probabilità di incorrere in episodi di violenza. Lo studio coinvolge anche l’Italia e noi italiane siamo tra coloro che maggiormente avvertono l’insicurezza, che le porta ad autolimitarsi, a non uscire al buio, oppure pensiamo ai consigli sull’abbigliamento anti-stupro. Tutta questa paura è indotta anche da un certo modo di riportare le notizie di violenza sui media, una sorta di battage affinché le donne si sentano più insicure e si affidino alla protezione maschile, nel tentativo di evitare che la violenza le colpisca. Capite che è un circolo vizioso e i messaggi dei media tutt’altro che neutrali.
Quanto il nostro contesto culturale in qualche modo incoraggia, alimenta e legittima la violenza sulle donne? Le parole che si adoperano e le rappresentazioni delle donne oggettivate e deumanizzate che si propongono sui media dovrebbero essere oggetto di valutazioni più accurate. Ma questo è un altro capitolo, che magari affronterò più avanti.
Purtroppo l’editoria è diventata anche questo.

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Doing gender

doing gender

 

Simone De Beauvoir sosteneva che “donna non si nasce, si diventa”.
Ho trovato molto interessanti le argomentazioni di Chiara Volpato sul tema (in “Psicosociologia del maschilismo”) e vorrei condividerle. Secondo la storica francese Michelle Perrot questo processo si può applicare specularmente all’uomo: “la virilità non è più naturale della femminilità”. Diventare donna o uomo significa cercare di assomigliare ai modelli che la propria cultura attribuisce all’uno o all’altro genere. Candace West e Don Zimmerman, due sociologi statunitensi, nel 1987 coniarono l’espressione doing gender, per indicare che la formazione di un’identità di genere è un percorso, un processo che attraversa l’intera esistenza. La mascolinizzazione è un processo che inizia da piccoli e si compone nel rapporto con i pari e poi lo si completa da adulti. Ma a quanto pare i maschi sono chiamati ad affrontare molti più ostacoli delle femmine. Devono eliminare da sé, fisicamente e mentalmente, l’influenza “effeminante” della madre e delle donne, devono acquisire modi bruschi, atteggiamenti che certifichino il loro essere maschi DOC. I bambini devono affrontare il distacco dalla figura materna per costruire la propria identità maschile, mentre per le bambine la femminilità è rafforzata dall’identificazione con la madre. Margaret Mead, nel 1949, sottolineava come nei ragazzi sia più forte la preoccupazione di non diventare mai “veri uomini”. Sin da piccoli i maschi sono chiamati a compiere un processo di autodifferenziazione, mentre alle femmine viene richiesta una semplice accettazione di sé (non semplice, ma che di solito è raggiungibile). Viene poi richiamata una sorta di ricerca da parte dell’uomo di raggiungere il medesimo “trionfo”, la sensazione di successo che prova la donna con il parto (su cui nutro qualche dubbio, ma evidentemente gli uomini la vedono così). Ecco che i vari riti di iniziazione, le prove e la solidarietà maschile servono proprio alla certificazione di essere veri uomini. Secondo l’antropologo David Gilmore (Manhood in the Making: Cultural Concepts of Masculinity, 1990) la femminilità si presenta come “condizione biologica che può essere culturalmente perfezionata”. Per Gilmore esiste una “tendenza, presente nella maggior parte delle culture, a polarizzare i ruoli sessuali, enfatizzando le potenzialità biologiche e definendo la correttezza dei comportamenti maschili e femminili in modi opposti e complementari”. “La virilità, è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile e innanzitutto di se stessi” (Pierre Bourdieu La domination masculine, 1998). L’ipotesi che la dominanza maschile nasconda un complesso di inferiorità rispetto alla potenza generatrice della donna, la ritroviamo in Luciano Ballabio (Virilità. Essere maschi tra le certezze di ieri e gli interrogativi di oggi, 1991): “la paura di somigliare a una donna, che è alla base della tradizionale socializzazione maschile, sarebbe espressione di una inconfessata e inconfessabile invidia del potere femminile”. Per cui il maschilismo sarebbe un’autodifesa virile dalla paura della femminilità (da qui anche il mito della creazione della donna da una costola di Adamo). Per questo si ricorre alla competizione tra maschi, all’adozione di comportamenti iper-mascolini, si codifica l’eterosessualità come “normalità” sessuale (visione che sfocia nell’omofobia). Secoli di cultura che hanno codificato il maschio perfetto, il cui ritratto è mutato ben poco, difeso e sostenuto dagli uomini, come vessillo della superiorità maschile. Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” la chiama “stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità”. L’adesione al modello e al principio di solidarietà omosociale (relazioni non sessuali tra membri dello stesso sesso) maschile sono necessari, indispensabili per far parte del gruppo egemone.

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Le strategie del dominante

Frida Kahlo standing next to an agave plant during a photo shoot for Vogue magazine, 1937

Frida Kahlo standing next to an agave plant during a photo shoot for Vogue magazine, 1937

Alcuni commenti su Facebook al mio post Maschilismo e mascolinità, mi hanno fatto comprendere quanto siamo ancora all’anno zero. Il fatto che ci sia stata discussione sul tema, dimostra che forse non tutto è stato risolto e che non possiamo “staresereni”. Parlare di questi temi permette di scoperchiare il pentolone, di svelare un po’ di posizioni e pregiudizi in materia. Per questo, mi sembra il caso di affrontare alcuni punti, anche se il tema assomiglia a un’agave piena di spine.

Un elemento alla base di qualunque ideologia di dominio è come controllare i dominati. In questo caso trattasi di dominate. Come legittimare e giustificare moralmente un’egemonia? Nel corso dei secoli e a seconda delle culture sono state messe a punto numerose metodologie, più o meno oppressive e palesi. Ultimamente, specie in Occidente, si preferisce adoperare forme più soft di dominio, che avvolgono il quotidiano e danno l’impressione di un contesto “naturale”. Una delle caratteristiche del sessismo è quella di impregnare ormai così tanto le relazioni quotidiane, da risultare quasi invisibile e pertanto difficile da individuare e da combattere.
Nel corso dei secoli, le donne sono state alternativamente oggetto di disprezzo e paternalismo. In passato, non siamo state oggetto di un pregiudizio invidioso, perché percepite come poco competenti e poco pericolose. Oggi, le donne in carriera e le femministe hanno ribaltato questa considerazione. Si cerca di incanalare disprezzo e invidia in nuove forme più sottili di sessismo, volte a sottovalutare la disparità di genere, dichiarandola risolta, o quasi. Si crede che le misure di contrasto alle discriminazioni siano inutili, o che addirittura rischino di creare un pregiudizio sull’uomo. Cito ancora Chiara Volpato (“Psicosociologia del maschilismo” pag. 59):

“I sessisti moderni credono, spesso in buona fede (o aggiungo io, perché non guardano oltre le proprie esperienze contingenti), di essere a favore dell’eguaglianza e non si accorgono di trattare in modo differenziato le persone sulla base dell’appartenenza di genere, con il risultato di contribuire al mantenimento della discriminazione” (ci sono molti casi nei luoghi di lavoro).

Solitamente se si nega il problema si tenderà ad attribuire l’insuccesso di una donna alla sua incompetenza, a una sua incapacità e a una sua mancanza di intraprendenza, in pratica si useranno vecchie e radicate teorie. Questo negare l’esistenza del problema consente anche di sopire le voci di protesta, per rendere le donne disunite e insicure (come ho più volte sostenuto in questo blog), col risultato di consolidare un meccanismo. Alla fine alla maggioranza delle donne converrà assicurarsi un pigmalione tutelare e omologarsi.
Il sessismo moderno adopera due opposti sistemi di atteggiamenti, entrambi però finalizzati allo stesso scopo, affermare la superiorità maschile. Così si oscilla tra sessismo ostile e sessismo benevolo. Scrive Volpato: il primo “esprime la diffidenza e l’apatia riservate ai subordinati che non si adeguano allo status quo; le donne sono percepite come avversarie, che anziché accettare il posto loro assegnato, cercano di controllare gli uomini, indebolendone la potenza e limitandone la libertà attraverso le armi della sessualità o della competizione”. Si basa sulla “naturale” inferiorità della donna e si oppone a qualsiasi richiesta di parità. Per intenderci seguono le opinioni di Mussolini in materia, recuperate anche nel dibattito politico più recente. Questo spiega una parte delle argomentazioni dei commentatori su Facebook. Ma veniamo al secondo tipo. “Riconosce alle donne una serie di qualità positive, arrivando a definirle creature preziose, da proteggere, da adorare e adulare perché bravissime a far tutto ciò che gli uomini non desiderano fare”. Questo sessismo bon ton è socialmente più accettabile e aiuta a sopire le concrete istanze paritarie di molte donne. “Combina dominio e affetto”, in modo tale da aggiogare meglio le donne e convincerle che il “nemico”, ammesso che di nemico si tratti, non è l’uomo ma sono le stesse donne che si comportano in modo opportunistico e “sfruttano” l’uomo “indifeso” (con l’arma della seduzione). Questo è presente anche in un commento che mi hanno fatto.

Mi hanno anche detto che il mio è uno “spreco” di tempo e che la “mia rigidità travalica la ragione”. La rigidità sta nell’affermare una cosa palese e reale. In pratica, sono una pazza femminista, brutta, cattiva e irrazionale, a cavallo di una scopa.
Mi hanno scritto:

“Credo che le donne, più che essere liberate dal giogo maschilista, abbiano bisogno di essere liberate dall’ottusita’ imperante nel cervello di molte di loro e me pare che questa cosa non l’hai chiara per niente. Vai nelle Chiese e sono frequentate a stragrande maggioranza da donne che poi lavorano negli ospedali e, esattamente come molti colleghi maschi, in alcune zone impediscono l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza; Berlusconi ha governato per decenni con l’appoggio entusiastico di un elettorato composto in maggioranza da donne. Sei libera di pensarla come vuoi e non ho alcuna pretesa di avere ragione ma la mia sensazione è che siano molte le cose che non hai capito”.

Quindi il problema viene rigettato e buttato in campo femminile, ben lontano dalle sue origini e cause. Come ti giro la frittata! Bello vero? Adoro poi quando qualcuno mi dice paternalisticamente che non ho capito nulla. Chissà perché, guarda caso, è un’argomentazione che usa anche mio padre. Un caso?? Continuo a non capire, il fatto che, particolarmente in Italia, ci siano dei problemi palesi quali divario salariale, ruoli istituzionali e di potere economico in cui le donne sono minoranza oppure sotto “tutela maschile” a cosa è dovuto? A una pura casualità? A una questione di tipo biologico? E se come è stato detto, la “colpa” sta in gran parte dal lato delle donne “opportuniste”, che adoperano ogni mezzo per far carriera, da cosa può dipendere? Da regole e da leggi invisibili ideate dalle donne stesse o dall’educazione? Lo chiedo agli uomini che mi dicono che ho una visione faziosa. Ma davvero pensiamo che il nemico o meglio il problema non ci sia? E poi qui non ho mai parlato di nemico, ma di problemi di parità di genere.
Ringrazio del riferimento a Berlusconi, perché cade a fagiolo come esempio di un “mirabile” uso congiunto di sessismo ostile e benevolo: il primo prende di mira le donne che sfidano il potere maschile in modo più o meno palese e che non cedono alle sue lusinghe, mentre il secondo è rivolto alle donne che accettano i ruoli convenzionali (mogli, madri, oggetti romantici). Da un’indagine condotta da Peter Glick e Susan Fiske, è emerso che le donne, quanto più sono immerse in un contesto sessista (benevolo), tanto più sono disposte ad accettarlo, in quanto grazie ai vantaggi secondari che porta con sé, si presenta come un caldo e amorevole rifugio, al riparo dell’ostilità diffusa. Ognuna cerca di trovare soluzioni, accettando o meno la subalternità, ma anche in questo esistono vari gradi. Betty Friedan nella Mistica della femminilità, parlava di ” comodo campo di concentramento”, riferendosi a tutta una serie di modelli, convenzioni, privilegi, restrizioni che inglobano la vita delle donne in una bolla sicura, ma soffocante. Cito ancora Volpato:

“La forza delle ideologie legittimanti, come il sessismo, sta nella capacità di convincere i membri dei gruppi dominati ad accettare volontariamente l’ineguaglianza invece che agire contro di essa”.

Alcune donne scelgono invece di trovare soluzioni individuali per migliorare la loro qualità della vita e spesso dall’alto di posizioni privilegiate, prendono le distanze dalle altre, nei cui confronti hanno un atteggiamento ostile e un giudizio stereotipato: sono coloro che sono affette dalla sindrome dell’ape regina.
Non arriviamo a dire che odio gli uomini in quanto femminista, così come non si può affermare che tutti gli uomini odiano le donne (lascio Laurie Penny spiegare questo punto). Non c’è nessun nemico, solo delle cattive abitudini mentali e materiali. Parliamo dei vantaggi che l’uomo ricava dal sessismo. E continueremo a parlarne, per noi e per tutte le altre, anche se ci dicono che parliamo solo tra di noi, nella nostra nicchia di povere femministe che tuttora si ostinano a non abbracciare la sana e sicura protezione del dominio paternalistico. Chissà perché?!

Concludo con Volpato: “Come ogni pregiudizio, il sessismo si rinforza nei momenti di crisi, economica e politica”, quando la competizione diventa più accesa.

No, there’s nothing wrong with masculinity – until it’s used as a gauge for measuring and excluding people, whether they’re women or other men, or people who don’t identify as either (fonte qui).

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Maschilismo e mascolinità

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

Ho intrapreso la lettura del saggio di Chiara VolpatoPsicosociologia del maschilismo” (edizioni Laterza, 2013) e vorrei condividere con voi qualche passaggio, dei numerosi che mi hanno sollecitata.

“Nella civiltà occidentale, gli uomini hanno continuato e continuano a incarnare il canone, il prototipo, la norma. Continuano a essere gruppo dominante, che scrive la storia e detta l’ideologia. La loro supremazia, così come la subordinazione femminile, sembra rientrare nell’ordine naturale, nell’idea di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile”.

Questa dimensione naturale ha fatto sì che si dessero per scontate le sue caratteristiche vincenti, per cui fino a qualche anno fa si preferiva incentrare gli studi sul genere femminile, cercando di approfondire i motivi della subalternità, operando e indagando unicamente nella metà femminile. Come se il “difetto” o le motivazioni fossero tutte nel campo “debole”. In questo modo l’universale uomo era il prototipo che non aveva alcun bisogno di legittimarsi, perché esisteva da sempre e dettava le regole del gioco, senza di fatto incontrare ostacoli al suo dominio. Pertanto si cercava il cavillo nella donna e si rimaneva relegati in un angolo di una questione ben più ampia. Per fortuna, negli ultimi anni si stanno sviluppando i men’s studies o masculinity studies. C’è voluto tanto tempo anche perché forse c’è stata un po’ di resistenza da parte degli studiosi maschi a indagare sul proprio gruppo di appartenenza. Il sistema androcentrico ha coltivato nei secoli un modello fondato sull’identità di genere, con l’obiettivo di cancellare le somiglianze tra uomini e donne, accentuando solo le diversità (Gayle Rubin, The traffic in women). Il fatto di creare un solco considerato naturale, in quanto “biologico”, tra i sessi, ha rafforzato l’idea che fosse una condizione immutabile e l’unica in grado di mantenere un sano equilibrio. Pertanto, come sostiene Rhoda Unger (citata da Volpato), sarebbe preferibile usare il termine genere, che rimanda a comportamenti e a tratti che le culture attribuiscono a uomini e donne. Perché è stato il movimento delle donne a svelare che mascolinità e femminilità sono costruzioni storiche. La mascolinità e la femminilità possono essere comprese solo attraverso lenti di indagine specifiche. Sono strettamente legate al contesto, alla cultura di una società. Per questo si parla di studi di genere, di educazione di genere per non richiamare aspetti biologici (cosa che avverrebbe se usassimo la parola sesso) che in quanto tali sarebbero considerati come immutabili e “naturali”. Torniamo per un attimo all’infanzia. Trattandosi di modelli indotti dalla società e dal contesto storico in cui vive il bambino, il suo margine di libertà di scelta si riduce. Ecco l’importanza di una guida fluida e di strumenti che permettano di formarsi una cultura non condizionata dagli stereotipi di genere. Di estrema importanza sono le letture per l’infanzia. In parallelo, vari studi sociologici, hanno portato alla conclusione che: “la grandezza e spesso anche la direzione delle differenze di genere dipendono dal contesto e i dati scientifici non corroborano le credenze diffuse sulla profonda differenza psicologica tra uomini e donne”. La presunta superiorità maschile si sostiene attraverso strategie psicologiche e sociali più o meno violente e silenti, che si adattano al contesto socio-economico e storico-politico, inserendosi nelle pratiche quotidiane. Sono rimasta positivamente colpita dall’applicazione della categoria gramsciana di egemonia alla mascolinità (pag. 6-7) elaborata da Raewyn Connel: “Una dinamica culturale che permette a un gruppo di conquistare e mantenere una posizione dominante nella vita sociale”. In pratica viene individuato un modello maschile vincente, un ideale che “nella società capitalista occidentale coincide con uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi, eterosessuali”. Seguendo il ragionamento di Connel, si può parlare di mascolinità multiple, in quanto ogni epoca storica e ogni società elabora il proprio modello vincente. Questo naturalmente porta a una subordinazione e una marginalizzazione di tutti coloro che non rientrano nei canoni del modello maschile egemone (classi sociali subalterne, omosessuali e naturalmente donne). Connel rileva anche quella sorta di complicità maschile, che permette di mantenere lo status quo e consente anche a chi non rientra nel modello egemone di godere dei benefici della superiorità maschile. In pratica si ottiene una parte del dividendo patriarcale, la propria fetta di vantaggio ottenuto dalla subordinazione delle donne”. Questo sistema non ammette che ci sia qualcuno che lo metta in discussione. Ecco perché per alcuni il femminismo, l’emancipazione e l’autonomia delle donne sono pericolose e vanno fermate in ogni modo (qui un bel post del blog Bambole&Diavole). Molto interessante l’excursus storico di Volpato sui modelli della mascolinità. Qui accenno unicamente alla genesi della frattura tra i due generi. Genesi è la parola appropriata perché è proprio la dimensione di donna genitrice a essere coinvolta. Sulla scorta degli studi dell’archeologa Marija Gimbutas (pag. 8-9), “fu la scoperta, avvenuta durante il Neolitico, del ruolo maschile nella procreazione a causare l’inizio della subordinazione femminile (oltre a una differenziazione delle tecniche agricole, nel passaggio da popoli raccoglitori ad agricoltori) e l’affermarsi del modello patriarcale. Il culto della Dea generatrice viene rapidamente sostituito da un Dio maschile (oggetto dell’indagine su cui si soffermerà la teologia femminista). Per quanto riguarda la teologia cristiana annoto questo articolo sul saggio di Selene Zorzi. “La donna stessa, del resto, è stata ritenuta durante tutta la storia della teologia non degna di rappresentare neppure l’immagine di Dio: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, la donna no. E come l’uomo è sottomesso al Dio di cui è «immagine e somiglianza», così la donna deve essere sottomessa al maschio dalla cui costola è stata tratta, ancor di più perché sommamente e primariamente colpevole del peccato originale”. Finché le capacità che permettevano la prosecuzione della specie erano state percepite unicamente femminili, la donna aveva mantenuto un ruolo importante e di sostanziale parità. Il ruolo dell’uomo nella riproduzione non è da dare per scontato o semplicemente comprensibile. Considerate che tra il concepimento e la nascita intercorrono 9 mesi. Per un uomo non è immediato comprendere il nesso. Mi piace immaginare che sia stata una donna, attraverso l’abitudine data dall’esperienza e dalla percezione dei mutamenti del proprio corpo e dall’osservazione della regolarità del ciclo mestruale, a comprendere quel nesso. Ma potrebbe anche essere stato un uomo, osservando gli animali. La storia recente è stata contraddistinta da flussi e reflussi di posizioni fortemente mascoline e maschiliste alternate a fasi in cui la donna ha cercato di riappropriarsi di strumenti che le permettessero di emanciparsi: “il femminismo.. ha posto il problema della cancellazione della soggettività femminile e dell’espropriazione subita dalle donne ridotte a corpi, oggetti, merci. Il femminismo ha segnato per le donne la riappropriazione del pensiero e della parola, a lungo strumenti della loro esclusione (Cavarero e Restaino, Le filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, 2002). C’è chi si sente “minacciato” e indebolito da queste orde di femministe selvagge e cerca di recuperare tutti gli orpelli della mascolinità perduta: la superiorità biologica del maschio, il culto della forza, l’omofobia, la centralità della competizione, l’aggressività, il successo, l’indipendenza e l’amore per l’avventura. Questa vera e propria “mistica della mascolinità” trova una sua rappresentazione nelle manifestazioni esteriori dell’apparato militare e nello sport. “L’iper- mascolinità è spesso associata a forme di violenza contro le donne ed è diffusa soprattutto tra giovani e uomini dotati di scarso potere socio-economico, una cattiva abitudine maturata nel corso dell’adolescenza” (un modo per fronteggiare paure e insicurezze dovute dal basso status). Per questo occorre intervenire precocemente e non lasciar correre certi atteggiamenti e i primi accenni di queste insane abitudini. to be continued..

p.s. 13 ottobre 2014 Vi consiglio di leggere i commenti a questo post sul mio profilo Facebook. Rendono bene la mentalità corrente. Sono la dimostrazione che abbiamo toccato un nervo scoperto.

20 commenti »

Perspicaci

Beatrice Lechtanski

Beatrice Lechtanski

Parto da un concetto espresso da Pierre Bourdieu (La domination masculine, 1998) e ripreso da Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” (2013):

“Una delle doti più apprezzate della psicologia femminile, l’intuizione, è collegata al secolare stato di sottomissione delle donne, dato che ha la funzione di stimolare l’attenzione e la vigilanza necessarie per prevenire i desideri maschili e anticipare eventuali disaccordi”.

Le donne devono sviluppare un sesto senso per conoscere meglio gli uomini di quanto questi abbiano bisogno di conoscere loro stessi, in quanto sono i detentori del potere sociale. Le donne devono conoscere il loro partner a fondo, prevedendone contento e scontento. Per questo sono meno propense a servirsi degli stereotipi (strumento più tipicamente maschile di lettura della realtà e delle persone), affidandosi maggiormente alle proprie percezioni dirette. La subordinazione ha pertanto affinato una caratteristica. Se riflettiamo in molti casi è proprio così, anche se non possiamo generalizzare (non è detto che tutte le donne sviluppino questa attitudine o che non si servano di stereotipi). Secoli di rapporti di coppia in cui la donna ha sempre avuto una posizione subordinata, hanno consolidato delle abilità vitali. Un’abitudine che parte da bambine e si affina col tempo. Ma non è solo un retaggio del passato, perché in molte situazioni, ancora oggi possiamo ritrovare questa “necessità”, questo istinto volto a prevenire. Questo spirito è servito e serve alle donne per difendersi, fornendogli gli strumenti per sopravvivere a una vita in una trincea permanente. Questo richiama anche un’altra attitudine femminile, specie quando si è in una condizione di sottomissione e di violenza: il voler sempre scusare il proprio oppressore, superiore, partner, padre o figura dominante. L’intuizione che può servire a prevenire eventuali reazioni violente o volte a punire e a ribadire l’ordine gerarchico, diventa un modus vivendi, un modo per sopravvivere, per arginare una situazione difficile e rimandare la decisione di troncare queste relazioni. Questo si traduce nell’aspettare il momento più propizio per fare delle richieste o anche solo per poter parlare. Una pratica quotidiana di autodifesa e di ricerca dell’equilibrio che poi sembra diventare “normale”, ma che non lo è affatto. Un dominio che tuttora molte donne sperimentano, anche nelle case “perfette” da mulino bianco.
Ma l’intuizione è anche la virtù che ci ha permesso di guardare attraverso le nostre esistenze, le nostre esperienze, i nostri desideri, scorgendo altre possibili letture della nostra vita e del senso delle cose. L’intuizione ha permeato ogni passaggio attraverso cui le donne hanno fatto esperienza e preso coscienza di sé, che ha permesso di elaborare un concetto del soggetto donna separato dal ruolo di madre, per aprire la strada alle infinite possibilità della conoscenza e dei corpi. L’intuizione ci ha permesso di riempire di nuovi sensi le nostre esistenze, i nostri corpi, i nostri rapporti, le nostre identità. L’intuizione ci ha permesso di de-costruire e costruire modelli, ruoli e schemi.

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