Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La rappresentazione nociva delle donne in onda su Rai 1


Siparietto all’italiana.

Servizio pubblico. Rete ammiraglia. 2017, ma sembra di essere negli anni ’50-’60. Ma perché si sente sempre l’attrazione folgorante per recuperare un immaginario maschile che offende le donne, le oggettivizza, pieno zeppo stereotipi? Ovvero come riempire il palinsesto di messaggi nocivi, senza preoccuparsene. Le donne come soprammobili, oggetti, silenziose, accondiscendenti, perfette, non individui dotati di personalità, di desideri e di idee autonome. Ombre di esseri umani, in attesa di un uomo. Oggetti di nessun valore, delle quali sbarazzarsi nel caso non soddisfino più i requisiti e non siano più adattabili. Si chiama backlash, è il patriarcato e il maschilismo che tentano la via della resistenza, rispolverando immaginari da commedia all’italiana. Ma è una farsa che deforma la dignità delle donne. Sappiamo quanto questa subcultura sia alla base della violenza maschile sulle donne. Sappiamo quanto continuare a reiterare questa subcultura sia altamente nocivo e degradante. Raccapricciante. Antichi latin lover italiani che si lanciano in analisi pseudo culturali sulle donne, ribadendo una loro funzione meramente sessuale, degli oggetti sessuali, intercambiabili, dei regali, tutto fuorché umane.

Leggiamo dalla ricostruzione de la Repubblica:

“Minaccia per le donne italiane – continua – perché c’è un minimo di differenza. Per noi latini, italiani, parli di una donna bionda, occhi azzurri, fisicata…”, interrompe alzandosi Manila Nazzaro (bionda), “e allora io, terrona pugliese?”, il direttore di Novella 2000 le riconosce dei meriti definendola “meravigliosa burrata”, Nazzaro chiosa “moglie e buoi dei paesi tuoi”, applausi e risate in studio. Poi Testi racconta di un amico, fidanzato con una ragazza di Mosca che per il suo compleanno “lo ha portato in Russia, sono andati insieme in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai – si chiede l’attore – a non innamorarti di una donna così, giustamente?”.

E giù di quadretti che più stereotipati e deformanti non si può. Insomma, pura arte dell’inarrivabile macho italico. Questa sì una minaccia all’intelligenza umana e all’eguaglianza uomo-donna. Una rappresentazione anacronistica dell’Italia. Insieme alle donne, dovrebbero insorgere anche gli uomini, anche loro ridotti a macchiette da questo genere di rappresentazione. E meno male che abbiamo una presidenza della Rai incarnata da una donna. Eppure tutto passa. L’audience prima di tutto, un chiacchiericcio che entra nelle case, di pomeriggio e vuole riaffermare vecchi e atavici schemi mentali.

Il punto più basso non è solo nei sei punti elencati per cui è meglio scegliere una “fidanzata” dell’est. Il fondo lo si raggiunge quando si parla di “agenzie di collocamento”, una specie di emporio presso il quale rifornirsi. Prodotti, con tanto di tariffario e varietà. Provare per credere, come se le donne fossero un elemento di arredo. Tra una freccina e l’altra del sito, manca solo il pulsante “aggiungi al carrello”. Poi non possiamo più sorprenderci se lo sfruttamento della prostituzione è il terzo maggior business delle mafie mondiali. Certo se continuiamo ad alimentare e a sostenere questa mentalità…

Torniamo ancora una volta a pretendere RISPETTO, questo grande assente dalla comunicazione e dai media italiani. #nonunadimeno sempre, ogni giorno, puntualmente rivendichiamo i nostri diritti, stigmatizziamo ogni aspetto che ci opprime, ci svilisce e ci schiaccia in gabbie e stereotipi.

Il servizio pubblico dovrebbe essere il traino di un cambiamento culturale indispensabile, ma chi vigila e chi interviene se ciò non avviene e anzi si mandano in onda questi prodotti altamente lesivi? Chi sanziona? Abbiamo autori che sappiano scrivere programmi in grado di rivoluzionare i rapporti tra uomini e donne, ponendo le donne finalmente in una posizione paritaria e che le rappresenti pienamente, in tutte le loro sfaccettature e molteplicità? Questo è lo spazio riservato alle donne sulla Rai? Chi può interrompere questa valanga, questa frana culturale deleteria?

Attendiamo risposta dagli organismi di vigilanza Rai e dagli organismi istituzionali preposti.

Non sono sufficienti le scuse di Monica Maggioni e di Andrea Fabiani. Per evitare che certi episodi continuino a reiterarsi, occorrono provvedimenti esemplari, una indagine approfondita su quanto accaduto e un cambio di rotta significativo. Perché non prevedere un format in prima serata contro le discriminazioni e gli stereotipi di genere?

Sappiamo che per alcuni le nostre rivendicazioni appaiono risibili e robe da femministe petulanti. Continueremo a fare le nostre battaglie, a disturbare, finché questo Paese non mostrerà in ogni ambito rispetto per le donne, tutte.

A nostro avviso questo tipo di trasmissioni violano quanto stabilito da fonti normative internazionali e nazionali e da protocolli di contrasto alle discriminazioni e agli stereotipi di genere.

Consigliamo di leggere gli atti di questo convegno, per rinfrescare la memoria sulle numerose norme e sugli accordi nazionali e internazionali in materia.

Ricordiamo l’appello Donne e media e la Policy di genere della Rai.

Su questi temi si dibatte da anni, ma a quanto pare nulla cambia nella realtà.


Il gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

https://twitter.com/1xtuttetuttex1/status/843781847830224897

AGGIORNAMENTO: La trasmissione è stata chiusa, un provvedimento necessario, il minimo dopo quanto andato in onda. Ma è solo il primo passo. Il fatto che sia stato possibile mandarla in onda dipende dai vertici. Questa trasmissione ha di fatto disatteso quanto previsto dal contratto di servizio rinnovato lo scorso 10 marzo e con esso la mission del servizio pubblico. Lo Stato deve intervenire affinché non si ripetano simili episodi, che purtroppo non sono casi isolati. La concessione del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale avviene con decreto deliberato dal Consiglio dei ministri e c’è una responsabilità diretta che lega organismo esecutivo e vertici Rai.  Il passo successivo è ottenere un meccanismo che agisca in funzione preventiva, ma anche una azione attiva da parte del servizio pubblico che si faccia portavoce concreto di cambiamento con una programmazione specifica contro discriminazioni e stereotipi.

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La violenza non ammette prescrizione

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Apprendiamo con sgomento:


La Repubblica
: “Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano”. Con queste parole, la giudice della Corte d’Appello Paola Dezani, ieri mattina, ha emesso la sentenza più difficile da pronunciare. Ha dovuto prosciogliere il violentatore di una bambina, condannato in primo grado a 12 anni di carcere dal tribunale di Alessandria, perché è trascorso troppo tempo dai fatti contestati: vent’anni. “Tutto prescritto. La bambina di allora oggi ha 27 anni. All’epoca dei fatti ne aveva sette.”

Corriere della Sera: «Abbiamo chiesto scusa alla vittima perché siamo stati costretti a chiedere il proscioglimento dell’imputato, nonostante non volessimo farlo. Ma è intervenuta la prescrizione». Così il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo.”

Nessuna scusa, perché l’esito non può cambiare, perché la giustizia italiana ha fallito e non ha fatto il suo dovere per arrivare in tempi congrui a sentenza. Quella bambina diventata donna, oggi cosa può pensare? Risulta palese che di fronte all’orrore e alla violenza che le sono stati inferti non ci sia stata nessuna forte e reale volontà di fare giustizia.
Perché nulla può giustificare venti anni di processo e un reato di violenza su una bambina che va in prescrizione. Una giustizia inspiegabilmente naufragata tra le maglie di due gradi di giudizio che hanno sbriciolato il reato, mandandolo in prescrizione. Giorno dopo giorno chi subisce violenza dovrà superare decine di ostacoli, interrogatori, udienze, domande, con un esito incerto che peserà come un macigno. Chi si vuole veramente tutelare?
Chi ha curato la difesa della bambina? E’ stata supportata al meglio sia dal punto di vista legale che psicologico? Queste sono alcune delle domande che ci poniamo.
Quando si arriva a questo risulta difficile credere che per il nostro sistema giudiziario sia davvero prioritario perseguire chi commette violenze e abusi. A quanto pare non lo è o non lo è dappertutto e la volontà, non il caso, in questi frangenti determina se ci sarà o meno giustizia. Così a violenza si aggiunge violenza. Il messaggio che passa è terribile, desolante. Prescrizione in questi casi non può esserci, perché questa donna porta con sé questo fardello che ha cancellato la sua infanzia, come avrebbe dovuto essere, come aveva diritto a viverla.
Uno Stato non può pensare di mettere una pietra sopra a quanto accaduto. Questa donna vuole giustamente dimenticare, ma lo Stato non può gettare nell’oblio un reato che reca con sé ripercussioni permanenti su una cittadina. È come dire che la violenza resta un fatto personale, che se va bene verrà punito, se va male passerà nell’oblio.
Le violenze no, non si cancellano, non smettono di fare male mai. E non possiamo spalancare le braccia, rammaricati per due gradi che hanno coperto due decenni. Ciascuno dovrebbe prendersi le sue responsabilità, per tempo e non solo quando non c’è più modo di rimediare.
Vedremo che esito avranno gli accertamenti preliminari disposti dal Ministero della Giustizia per acquisire informazioni.
Evidentemente si è voluto voltare la testa dall’altra parte. Avete voltato le spalle prima alla bambina e poi alla donna.
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Il clima d’odio sessista che corre spedito sulla rete – Boicottiamo Facebook!

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Il problema lo conosciamo, sono anni che assistiamo al proliferare di pagine e gruppi misogini e violenti. Vogliamo unire le forze e costruire una protesta contro tutto questo? Non possono esistere luoghi reali o virtuali in cui si tolleri la violenza contro le donne. I social media devono decidere da che parte stare. Ci date una mano?

Donne come oggetti, bersagli di una valanga gratuita di violenza verbale, un hate speech che fa parte di un fenomeno in crescita costante come il cyberbullismo a sfondo sessuale. Che i social amplifichino le abitudini machiste ostili e violente contro le donne è chiaro a tutti. Tutti ricordiamo le tragiche vicende di donne come Tiziana Cantone o di adolescenti come Carolina Picchio. Tutti sappiamo come siano diventate vittime del tritacarne del web e si siano tolte la vita in seguito a video messi in rete. Conosciamo il fenomeno del revenge porn. I gruppi in cui si agisce lo stupro virtuale sono un tassello di questo ampio fenomeno d’odio contro le donne.
Sembra che nulla si possa fare, ma qualcosa deve essere fatta, perché non possiamo più tollerare che le nostre vite siano alla mercé di questo gioco spregevole, che il diritto a essere rispettate sempre venga continuamente schiacciato e leso.
Non siamo disposte a sopportare ulteriori sottovalutazioni da parte delle Autorità e di chi potrebbe intervenire affinché nessuna donna sia più vittima e oggetto di sfogo degli istinti e delle abitudini più turpi di uomini connotati evidentemente da una concezione della virilità alquanto deviata e sbagliata. Cresciuti a porno e violenza, visto che per i ragazzi la pornografia è una consuetudine socialmente accettata, un modo per costruire la virilità del maschio dominante.
Alcune femministe, come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, hanno individuato come nella pornografia una “rappresentazione ossessiva di donne disponibili, oggettivate, vulnerabili” concorra al “mantenimento della subordinazione femminile”. La rappresentazione della donna nel porno è nella maggior parte dei casi basata su una figura di donna deumanizzata, asservita, oggettivata, mercificata, subordinata e strumentale all’uomo. Numerose indagini scientifiche hanno rilevato come il consumo pornografico produca degli effetti negativi nelle relazioni uomo-donna, porti ad avere delle aspettative distorte del rapporto con le donne reali, ad avere relazioni sessuali senza alcun coinvolgimento emotivo, a considerare le donne come oggetti e ad alimentare i pregiudizi di genere.
Ci sono numerosi studi empirici che hanno dimostrato un legame tra consumo di pornografia e violenza.
In Italia, ad esempio, Lucia Beltramini, Daniela Paci e Patrizia Romito hanno condotto una ricerca per analizzare i rapporti tra i sessi, le esperienze di violenza e la sua percezione in un campione di ragazzi e ragazze, studenti dell’ultimo anno di diverse scuole del Friuli Venezia Giulia. I risultati mostrano che le percentuali di adolescenti che consumano materiale pornografico sono elevate, con il rischio che in futuro la violenza sessuale aumenti. La normalizzazione di queste abitudini, che entrano nel quotidiano sin dalla prima adolescenza, consolida un’idea di virilità fondata sul sopruso, l’abuso, il dominio. Non c’è spazio per altro. Ed è alla radice che occorre colpire, a livello culturale che bisogna sanare questo abisso.

Quando però i comportamenti maschili più abietti trovano espressione verbale su Facebook ed altri social si può e si deve intervenire in tempi celeri, creando programmi che vadano a scandagliare in automatico contenuti, parole chiave e che facciano pulizia di certi gruppi chiusi in cui si praticano violenza e stupri virtuali. Bastano semplici accorgimenti tecnici per intervenire. Basta voler cambiare atteggiamento di fronte a un clima nocivo per le donne, ma in maniera similare anche per chi subisce attacchi razzisti o omofobi. Indubbiamente siamo noi donne a essere il primo bersaglio, come emerge dall’indagine di Vox Diritti e questo accade quotidianamente. Non è solo un fenomeno sporadico, né recente, ma che va avanti da anni ed è in costante ascesa, un’ondata d’odio che arriva come la lava incandescente e intrappola le vite delle donne.

Chi gestisce i social può intervenire, deve farlo se ci tiene a rendere quei luoghi virtuali “woman friendly”, a misura di donna, all’insegna del rispetto. Non ci può essere spazio per la violenza, questo deve essere chiaro a tutt*. Siamo tutt* responsabili. Alimentare o assolvere questo clima d’odio contro le donne è complicità alla violenza.
Non basteranno le segnalazioni degli utenti a fermare l’ondata di violenza, se non cambierà l’atteggiamento di chi gestisce i social. Non ci si può nascondere dietro la libertà di espressione. Le donne sono esseri umani al 100% e i loro diritti vanno salvaguardati prima di ogni cosa.
Se l’articolo 167 del codice della privacy, che prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso, non scoraggia queste pratiche e non ferma l’orrore, forse occorre fare pressione dal basso. Continuare semplicemente a segnalare non cambierà sostanzialmente la situazione: da anni lo facciamo, ci lamentiamo, denunciamo, ma Facebook non muta la sua policy che in sostanza gira la testa dall’altra parte di fronte a questo tipo di situazioni.
Come sosteneva a novembre 2016 il Ministro Orlando, occorre che i gestori dei social media, che veicolano queste informazioni, intervengano direttamente, affrontino e rimuovano certi contenuti.
Laura Boldrini si è già mossa su questo fronte: “Ai vertici di Facebook incontrati il mese scorso, ha fatto tre proposte concrete: mettere un’icona «attenzione odio», che possa essere usata dagli utenti quando riscontrano messaggi di hate speech; una linea telefonica dedicata; un personale ad hoc con sedi nei vari Paesi. «Mi hanno assicurato — racconta — risposte entro fine gennaio»”.
Ma forse occorre fare di più. Perché Facebook dalle interazioni tra utenti, da tutte le nostre azioni trae profitto e non ha intenzione di perderlo. Per fargli cambiare rotta e tutelare adeguatamente le donne deve subire un danno economico, quello che potremmo generare non usando il mezzo per una giornata (o più, con un calendario settimanale di sciopero, insomma trovando una modalità adeguata di protesta che sia tangibile e chiara), per esempio, chiedendo il cambio di policy e una legge che sanzioni i social ogni volta che viene creato un gruppo misogino o non viene rimosso un contenuto lesivo dei diritti delle donne. Ma deve essere qualcosa di condiviso, una protesta di massa, altrimenti resterà tutto così com’è.
Di un luogo infestato da attacchi misogini e dove la violenza è tutto sommato tollerata non ne dovremmo sentire il bisogno, dovremmo far di tutto per pretendere un cambiamento significativo da parte degli amministratori e dei gestori dei social affinché regolino in modo adeguato e stringente i loro ambienti. Se non agiamo in qualche modo per sollecitare tutto questo sarà una nostra colpevole omissione.
Non possono esistere luoghi reali o virtuali in cui si tolleri la violenza contro le donne.

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I messaggi sbagliati

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Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” convintamente si schiera al fianco del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, in merito alle sue considerazioni sul brano musicale 3 messaggi in segreteria di Emis Killa.
È una storia di stalking, di una ossessione che ha alla base il solo desiderio di possesso della donna, un oggetto che ha l’ardire di insubordinarsi e di negarsi, è la descrizione di una escalation di violenza che giunge a “Ma preferisco saperti morta che con un altro”. Questo brano mitizza un punto di vista, gli atti di uno stalker, di un uomo violento che sta per mettere in atto un femminicidio, dipingendone l’autore come povera vittima di una donna che racconta bugie e lo mette nei guai denunciandolo.
In questo quadro stride la parola “cuore” perché alla base di tante tragedie, che finiscono col togliere la vita ad altrettante donne, c’è la violenza machista, quella messa in campo quando si nega a loro la libertà di scegliere la fine di una relazione ossessiva e violenta. Come si evince dal brano in questione, “tu fai la scema in giro ma in segreto sei mia”, è resa evidente la negazione di questa libertà in nome di un legame basato sull’idea della proprietà esclusiva della donna.
emis-killa
“3 messaggi in segreteria”, con il suo epilogo annunciato, rischia di plasmare tanti emuli perché ora si sentirebbero anche ben rappresentati in un brano di un rapper, che ha un gran seguito. E noi che lottiamo contro questi modelli negativi, non possiamo permettere che vengano veicolati certi messaggi, senza preoccuparci delle loro conseguenze. Noi non vogliamo che altre donne perdano la vita, che gli venga strappata, che “fugga via dai loro occhi”, come si augura il protagonista del brano. Noi non vogliamo che la violenza venga raccontata come qualcosa di normale in un rapporto, come un modo per obbligare una donna ad amarti, come se l’unica conclusione possibile sia l’annientamento e la morte della donna quando decide di sottrarsi a questo incubo, che amore non è.
Fermiamo questa carneficina messa in musica, questa strage rappata di donne. Fermiamo questo treno in corsa, cambiamo le parole, il racconto, l’immaginario, i modelli, la cultura, partendo anche dalle canzoni, che hanno un impatto enorme visto il potenziale di diffusione.
Conseguentemente chiediamo alla casa discografica Carosello Records di prestare maggiore attenzione a questo suo prodotto, perché il linguaggio, e a maggior ragione quello contenuto in un brano musicale, può diventare un veicolo di effetti pericolosi, incontrollabili. Sappiamo quanto complessa e lunga sia la battaglia per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, chiediamo che anche l’industria discografica faccia la sua parte.
Purtroppo il testo di Emis Killa è esplicitamente un modello negativo. La realtà della violenza la si può raccontare, ma non in questo modo. Se l’autore avesse combinato il punto di vista dello stalker con un narratore fuori campo, inserendo qualcosa che evidenziasse che questo non è un comportamento normale, il risultato sarebbe stato diverso. Invece non c’è traccia di condanna, il brano rischia di alimentare un immaginario nocivo.
Per questo motivo chiediamo alle radio di non trasmettere questo brano, di non farsi mezzo di propaganda per messaggi tanto devastanti, di dimostrare solidarietà nei confronti delle tante donne che subiscono violenza e di rispetto nei confronti di quelle donne che non possono più parlare perchè ammazzate come conclude la canzone.
Servono a poco tutte le campagne o gli interventi educativi contro la violenza, se poi si passano in radio simili brani. La vita delle donne appartiene solo a loro, nessun uomo deve strappargliela.
Insegniamo un altro genere di relazioni, fondate sul rispetto e non sull’abuso e il sopruso.
Questi messaggi e la cultura che trasmettono vorremmo rispedirli all’autore, affinché impari un uso diverso delle parole, perché esse non diventino mai assassine.
Qui la nota originale del gruppo.
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