Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Conciliazione: scoperchiamo il vaso di Pandora

Avevo letto questa lettera. L’avevo lasciata andare, scorrere via. Mi parlava, mi toccava ma per una serie di motivi personali l’ho accantonata. Dopo qualche giorno si è ripresentata, quasi a sollecitarmi e a interrogarmi. Scrivo dal cellulare, in modo precario, ma non riuscivo a farmi uscire queste parole dalla testa.

Non è una sconfitta personale ma collettiva direi, e forse al di là della sentenza della magistrata che ha applicato freddamente e alla lettera un tessuto normativo che non riconosce nel part – time un diritto, non è mai una sconfitta quando si tentano tutte le strade per trovare una soluzione a misura umana.
Perché di questo si tratta, provare, non arrendersi, crederci perché rassegnarsi in partenza significa accettare lo status quo, anche se palesemente lontano dai bisogni, in contrasto con il benessere, lesivo della piena realizzazione della persona, limitante della partecipazione serena e produttiva al mercato del lavoro. Perché questo resta. Una dipendente che proseguirà a lavorare con questo esito, con il capo che non le ha fatto mancare il suo immediato commento di “incoraggiamento”, asserendo che nessuno la trattiene con le catene, che può tranquillamente andare via. Questo il clima, il contesto, l’atmosfera che l’accompagneranno.

Una risoluzione del conflitto pessima e che denota lo schiacciamento sempre più spinto di qualsiasi forma di conciliazione e flessibilità. Nessun beneficio reale nemmeno per l’azienda che con questa prova di forza perde un’occasione per migliorare le sue prassi aziendali e costruire un clima favorevole alla produttività e lungimirante. C’è solo l’arroccamento su un piccolo misero mondo aziendale di stampo arcaico-padronale.

Silvia non è l’unica ad aver “scoperchiato un vaso di Pandora” fatto di “arroganza, maschilismo, incompetenza e indifferenza.”

Giustamente registra una difficoltà a far valere le proprie ragioni, una resa da parte delle donne e forse ne è responsabile l’intera comunità, in primis le donne, visti certi commenti che ho letto in rete, se c’è così scarsa solidarietà.

“Ed è un vero peccato che tante donne e madri pieghino la testa e non facciano valere i propri diritti per paura…. ma paura di cosa?! Davvero non lo capisco, di cosa si ha paura?! La sera quando poso la testa sul cuscino mi dico.. ok Silvia è andata male, ma ci hai provato. E sono assolutamente convinta che se ognuno di noi, nel suo piccolo, si facesse valere per ciò che ritiene giusto, senza piegarsi a questo sistema malato, questa società sarebbe decisamente migliore”.

Le abbiamo provate tutte e chi non arriva in tribunale spesso trova il modo per alzare la testa in altri ambiti, con altri strumenti.

Si cerca di superare la barriera della solitudine e delle colpevolizzazioni.

Si scopre una voce che ti fa urlare dentro “Così non va” e la si adopera per cercare di cambiare e di sensibilizzare fuori da sé, di scoperchiare il pentolone a beneficio di altre donne. Parlo per esperienza vissuta. È un percorso, niente affatto scontato e semplice. Spesso c’è lo scoramento o cose peggiori, traumi più profondi.

Eppure ci si gonfia le piume disquisendo di smart working, welfare aziendale, flessibilità e semplificazione e di magie del lavoro in remoto da ogni angolo del globo. Parole che restano tali e che a beneficio dell’andamento aziendale vengono subitaneamente scordate. Quello del part time sembra un terreno impervio tra chi te lo impone e chi te lo nega.
Non sarebbe andata diversamente se a chiedere flessibilità fosse stato il padre, ci sono numerosi casi di mobbing, discriminazioni e ostruzionismo aziendale a carico degli uomini.

Eppure altrove da tempo si ragiona diversamente e si procede con idee e diritti più avanzati. È la nostra Italietta a non comprendere e a non voler ascoltare le sollecitazioni che ci arrivano anche dal livello dell’Unione europea.
Ne parlavo in questo mio articolo dettagliato e ci sono degli aggiornamenti che fanno ben sperare, con l’iter della nuova direttiva europea sui congedi parentali e dei caregiver che prosegue.

“Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato la sua proposta di direttiva relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza e che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio. La proposta si basa sull’articolo 153 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che prevede la procedura legislativa ordinaria.
L’obiettivo generale della proposta è migliorare l’accesso ai meccanismi per conciliare attività professionale e vita familiare, quali congedi e modalità di lavoro flessibili, nonché aumentare il numero di uomini che si avvalgono di congedi per motivi familiari, sostenendo pertanto la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In particolare, la proposta rafforzerebbe le attuali disposizioni minime riguardanti i) il congedo parentale e ii) le modalità di lavoro flessibili, e introdurrebbe nuove disposizioni minime per iii) il congedo di paternità e iv) il congedo per i prestatori di assistenza.”

Insomma, non siamo all’anno zero, basta solo intraprendere coraggiosamente un cambiamento nella cultura aziendale e nell’organizzazione del lavoro. Non sempre numero di ore fanno rima con buoni risultati e produttività. Qui non si tratta di spingere le donne al part time, di segregarle come si potrebbe temere, ma di consentire una piena e libera scelta, di lasciare aperta una possibilità di flessibilità anche solo per periodi circoscritti per entrambi i genitori, senza alcuna penalizzazione, discriminazioni o ripercussione di carriera. Stiamo parlando di scegliere quale è il nostro personale equilibrio vita – lavoro nelle varie circostanze in cui ci troviamo a vivere, sia da genitori che da prestatori di assistenza. Tradotto in parole umane: dare serenità di vita. Il benessere e il clima aziendale aumentano la qualità del lavoro svolto. Intimidazioni, oppressione, mobbing, ostruzionismo comportano solo perdite per ogni parte coinvolta. Non otterremo alcun beneficio assecondando e accettando passivamente qualsiasi condizione di lavoro, anche se massacrante, frutto di enormi sacrifici e rinunce. Se continuiamo così a quali condizioni saremo costretti a lavorare pur di ottenere e conservare quel posto di lavoro? È innegabile che sia un problema che l’intera società si deve assumere.
Leggete la testimonianza di Silvia e delle tante donne che hanno il coraggio di far emergere le loro storie di vita senza giudicare. Non diciamo le solite frasi in stile lapidazione, “doveva pensarci prima di fare un figlio”, “basta organizzarsi”, “in tante c’è la fanno comunque con il full time”, “l’impresa non è assistenzialismo, è interessi economici”. Peccato che se l’occupazione femminile è tuttora sotto il 50% e continuiamo a scoraggiare la partecipazione delle donne ne risente l’intera economia e si perdono risorse importanti. Gran parte del tessuto produttivo è stagnante e sordo a queste sollecitazioni. Scordiamoci la crescita se questo è il contesto.

Non tutti i lavori sono uguali, non si può giudicare se non si è nella situazione specifica, non reagiamo tutte allo stesso modo, non tutte le città offrono gli stessi supporti, non tutti hanno una rete familiare/amicale di sostegno, non si tratta spesso solo di orario (in molti casi supera le 8 ore) ma di trasferte anche prolungate in Italia e all’estero, di affrontare gli imprevisti che un bambino comporta senza scapicollarsi. Insomma, almeno tra donne non diventiamo le prime nemiche di noi stesse.
Ascoltiamo e agiamo empatia.
Altrimenti davvero non si va da nessuna parte. Solo Silvia sa quanto ci ha provato, quanti sacrifici ha fatto, quante strade ha tentato e così le altre donne che hanno avuto una simile esperienza: solo chi vive queste difficoltà e si sente colpevolizzato ogni volta che chiede un permesso per un figlio che non sta bene, perché non ha supporti familiari e non guadagna abbastanza per pagare una tata. Quando non trovi un briciolo di solidarietà in azienda quando ritorni dalla maternità o non ti concedono flessibilità perché hai bisogno di seguire tuo figlio per una patologia o invalidità. Lo stesso discorso vale per i prestatori di assistenza per un familiare.

Mettiamo in campo solidarietà e tutto quanto possiamo mettere in campo per modificare queste distorsioni nelle vite. Non possiamo più rinviare. Questi problemi riguardano sia le donne che gli uomini, non sono affari da donne, dobbiamo assumerci la responsabilità di portare un’inversione di rotta. Staremo meglio tutti. Una piena emancipazione delle donne non può essere raggiunta finché permarranno situazioni come questa. Quindi, maggiori possibilità di reali scelte libere, meno stigmatizzazione qualsiasi scelta si compia, meno sottovalutazione dei vissuti e delle esperienze, razionalizzazione delle politiche di conciliazione/sostegno alle famiglie, politiche aziendali al passo con i tempi e con le esigenze delle persone. Ricordiamoci infine, che senza il lavoro invisibile, di cura, informale, non retribuito, il sistema non reggerebbe, come ci ricordano spesso le Ladynomics.

Un abbraccio a Silvia e a tutte le donne dalla mia terra, la Puglia.

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Autonomia, redistribuzione, parità di genere

Olimpia Zagnoli

Olimpia Zagnoli

 

Qualche giorno fa è uscito un bel pezzo sul NYT a firma di Judith Shulevitz, QUIche mi ha portato a ragionare e a scrivere questo post. Certamente nel pezzo del NYT ci sono molti riferimenti alla realtà statunitense, ma buona parte delle considerazioni sono applicabilissime anche alla realtà italiana.

Finlandia (QUI), Svizzera, Utrecht (QUI e QUI, QUI), insomma in giro per il mondo si inizia a considerare l’ipotesi di avviare e di sperimentare un reddito di base universale. Potrebbe essere un modo per riconoscere un valore al lavoro delle donne come madri o caregivers, che attualmente è del tutto gratuito e che ha come ricaduta principale le scelte di riduzione oraria del lavoro retribuito o il suo abbandono. Perché specialmente in Italia la situazione è estremamente sbilanciata, le donne sono coloro che maggiormente si fanno carico di lavori di cura per figli o familiari anziani e malati.

Ecco i dati del 2012 secondo l’Istat, su uso del tempo e ruoli di genere, pagina 29 e segg: QUI.

La quantità di tempo dedicato al lavoro non remunerato (lavoro domestico e di cura) varia considerevolmente tra paese e paese. Le donne italiane lavorano di più in casa in tutte le fasi del ciclo di vita, da 12 ore alla settimana, se vivono con i genitori, a 51 ore settimanali, se sono in coppia con figli piccoli (Figura 1.3).

1.3

Secondo l’indagine Istat Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere, sul 2011, pubblicata il 9 dicembre 2013, il 44,1% delle donne, contro il 19,9% degli uomini, ha dovuto fare qualche rinuncia in ambito lavorativo a causa di impegni e responsabilità familiari o semplicemente per volere dei propri familiari.

Nel rapporto Istat Come cambia la vita delle donne del dicembre 2015 (che copre gli anni dal 2004 al 2014), si evidenzia la seguente situazione, in merito al sovraccarico di lavoro familiare delle donne:

Finora ampio spazio si è dato al discorso del gender pay gap, i problemi legati ai congedi parentali, spesso semi-assenti per i papà, la debolezza del sistema di infrastrutture del lavoro di cura, come le chiama Anne-Marie Slaughter. Ma chiaramente, come ho più volte sottolineato in questo blog, questo rappresenta solo una parte del contesto ostile per le donne che devono combinare lavoro, carriera (se non si blocca inesorabilmente) e figli.

“Ma il problema non è che i datori di lavoro odiano le donne e i bambini. È che partono dal presupposto secondo cui la maternità è una scelta di vita, un lavoro non meritevole di salario, e nessun altro all’infuori dei genitori devono pagare per questo. Salari per l’educazione dei figli e per il lavoro domestico?”

Lo so, all’interno del femminismo si è lottato per far entrare le donne nel mondo del lavoro, non per dargli una remunerazione che consentisse loro di stare fuori da quel mondo. Sono consapevole che ci potrebbe essere un rovescio negativo della medaglia, una remunerazione potrebbe diventare un disincentivo all’impiego, ma dobbiamo chiederci se è umano quello che oggi ci viene chiesto e se è equo. Considerando che la divisione equa dei compiti di cura familiari (una via necessaria e auspicabile) è lontana dall’essere raggiunta.

Insomma, sembra che noi donne ci mettiamo sul groppone questo lavoro di cura per la gloria che ci dona questo ruolo. In realtà l’intera società beneficia di questo benefit spontaneo e gratuito. In più ci fa da zavorra al lavoro.

“Come Marx avrebbe detto se avesse considerato il lavoro delle donne nella sua teoria del valore-lavoro (non l’ha fatto), il “lavoro riproduttivo” (come le femministe chiamano la creazione e la cura delle famiglie e delle abitazioni) è alla base dell’accumulo del capitale umano. Io dico che è giunto il tempo per qualcosa di simile a un indennizzo”.

Secondo una affermazione radicale:

“Il reddito di base universale è una condizione necessaria per una società giusta, in quanto riconosce il fatto che la maggior parte di noi – uomini, donne, genitori e non – mettiamo a disposizione una grande quantità di lavoro non retribuito per sostenere il benessere generale. Se non ci stiamo occupando dell’educazione dei figli, allora possiamo dedicarci al volontariato in tutto il quartiere.”

Politicamente, il reddito di base universale sembra molto più plausibile di una sovvenzione che mira solo alle mamme, perché le politiche hanno più capacità di resistenza quando vengono percepite come garanzia di diritti universali, piuttosto che l’elargizione di contributi a pioggia.” Niente oboli o soluzioni che confermano ruoli di genere.

Certo c’è il problema di come finanziare questa misura.

Questo dibattito va avanti da secoli.

“Nel 1797, Thomas Paine ha suggerito che le nazioni dovrebbero dare a ogni ventunenne, una somma forfettaria, perché coloro che ereditano la terra hanno un vantaggio ingiusto rispetto a quelli che non hanno. Dalla metà del secolo scorso, gli economisti e i leader su entrambi i lati dello spettro politico proponevano i redditi minimi.

L’eroe libertario Friedrich A. Hayek affermava “una sorta di livello sotto il quale nessuno deve cadere.” Milton Friedman proponeva una imposta negativa sul reddito (simile al nostro attuale credito di imposta, ma questo solo per le persone che hanno un reddito. L’imposta sul reddito negativo sarebbe andata anche ai disoccupati). Nel 1969, il presidente Richard Nixon ha proposto il Family Assistance Plan, un piccolo stipendio annuo in sostituzione del welfare – $ 1600 e $ 800 in buoni pasto per una famiglia di quattro persone. La sua proposta di legge è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti, ma è morta in Commissione Finanze del Senato.

Proposte di reddito di base sono rispuntate, da destra come da sinistra.

Charles Murray della American Enterprise Institute pensa che un reddito garantito potrebbe sostituire lo stato sociale. QUI

Qui occorre capire cosa si vuole smantellare dello stato sociale, perché se mi dai un reddito di base e mi devo pagare spese mediche astronomiche, il gioco non torna, diventa un’arma a doppio taglio.

Le proposte di reddito di base stanno guadagnando terreno proprio a causa del divario tra ricchi e poveri, una forbice che si allarga sempre più.

Inoltre, computer e la gig economy rischiano di creare milioni di disoccupati. Uno studio dell’Università di Oxford del 2013 QUI ha concluso che i computer potrebbero sostituire gli esseri umani in quasi la metà di tutte le occupazioni negli USA fra non più di due decenni. Non stiamo parlando solo di lavori manuali. I computer sono in grado di svolgere compiti cognitivi non routinari che potrebbero spazzare via le posizioni di middle-management, come i commercialisti o gli ispettori dei trasporti, così come molti posti di lavoro qualificati nei servizi, alcuni dei quali tipicamente svolti da donne (per esempio cameriere nei ristoranti, segretarie legali).

Chiaramente, si assottiglierà l’offerta di lavoro, è innegabile, si lavorerà di meno e molte professioni verranno automatizzate, c’è sempre meno bisogno di controllo umano. Si rende necessario un ripensamento dell’intero assetto socio-economico e del rapporto salario-lavoro. Sono questioni da sempre sul banco, ma oggi assumono una rilevanza e un impatto maggiori di un tempo.

Ecco perché alcuni membri dell’elite della Silicon Valley, meglio conosciuti per il loro disprezzo per il governo, sostengono formule all-inclusive, sovvenzioni in denaro complete. Nel mese di novembre, Robin Chase, il co-fondatore ed ex amministratore delegato di Zipcar, ha richiesto un reddito di base QUI. I venture capitalist come Albert Wenger QUI di Union Square Ventures e John Lilly QUI di Greylock Partners, che investe in LinkedIn e Airbnb, hanno detto che è il momento di iniziare a pensare a un U.B.I. (universal basic income). Il fondatore di HowStuffWorks.com, Marshall Brain, ha anche scritto un romanzo sul reddito di base, titolato “Manna” (QUI) e contrappone un mondo da incubo in cui i robot sono dirigenti e i lavoratori schiavi con un insediamento utopico nel deserto australiano, in cui i cittadini ricevano una quota garantita della ricchezza creata da tali robot e possano dedicarsi a ideare nuove tecnologie innovative. È la versione della Silicon Valley celeste.

Tutto molto bello, dicono gli scettici, ma il reddito di base universale rappresenta ancora un rischio morale. Dare alla gente soldi per niente, porterà all’incremento dei pigri e il resto degli uomini andranno in bancarotta. Ma questo non sembra essere il nostro caso. Al contrario: il reddito di base dà i lavoratori meno motivi di ciondolare a casa, più di di quanto non facciano le politiche perversamente disincentivanti come quella in cui ogni dollaro guadagnato è un taglio ai sussidi familiari. La ricerca suggerisce che, piuttosto che indebolire la volontà di lavorare, erogazioni regolari incondizionate permettono alle persone di gestire la loro carriera più saggiamente.

In cinque studi famosi sulla imposta negativa sul reddito condotti negli USA e in Canada nel 1970, un reddito minimo ha portato a un po’ di diminuzione delle ore di lavoro, anche perché i disoccupati si sono presi più tempo per trovare nuovi posti di lavoro. I ricercatori ipotizzano che si riservavano per le posizioni che più ritenevano adeguata alle loro abilità. Negli Stati Uniti, i capifamiglia maschi calano di ben il 9 % all’anno. (…) In entrambi i paesi, gli adolescenti rimangono a scuola più a lungo. E le donne con figli hanno trascorso in media fino al 30 per cento in meno di tempo sul lavoro.

Il reddito di base universale incontra sia critiche che sostegni tra le femministe. Il reddito di base potrebbe incoraggiare le donne ad abbandonare il lavoro, dicono, perdendo terreno su un tema su cui il femminismo ha combattuto così duramente. Ma questa preoccupazione mi sembra, anche, paternalistica. Le donne dovrebbero avere più scelte, non meno. Così come gli uomini. La parità tra i sessi non dovrebbe richiedere a tutti di conformarsi a modelli tradizionalmente maschili di lavoro.

Faccio un piccolo inciso, richiamando questa affermazione apparsa in questo articolo, a proposito della denatalità italiana: “Il sociologo danese Gøsta Esping-Andersen tempo fa disse che in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, la rivoluzione di genere partita dalla maggiore istruzione femminile infine si è bloccata: la società non si è adattata alle madri lavoratrici né dentro le famiglie, né dentro il mercato del lavoro, e uno dei risultati è, appunto, una bassissima fecondità permanente.” In pratica è palese che ci sia stato da un lato un ingresso nel mondo del lavoro, ma a condizioni “maschili”, che praticamente non hanno tenuto conto di una necessaria maturazione parallela del sistema sociale e del sistema delle relazioni, della distribuzione equa degli impegni familiari all’interno delle coppie.

Inoltre, le politiche dei redditi di base hanno dimostrato di ridurre i tipi di povertà specificamente femminili.

Dai risultati degli esperimenti di prestiti per lo sviluppo condotti nelle città povere dell’India, emerge che le ragazze sono aumentate di peso e al contempo è aumentato il tempo trascorso a scuola, a tassi superiori rispetto a quelli raggiunti dai ragazzi, probabilmente perché quando ci sono pochi soldi in famiglia, le ragazze ricevono meno cibo e sono tenute maggiormente a casa.

Sarebbe interessante verificare se anche da noi si otterrebbe un effetto analogo sull’istruzione, incentivando le ragazze a proseguire gli studi. Trovo molto importante un lavoro di questo tipo, perché ancora oggi troppe ragazze abbandonano gli studi, perdendo un’occasione di emancipazione e di uscita da strade obbligate e limitanti. Le giovani donne dovrebbero essere aiutate a non restare ingabbiate in aspettative che ne limitano le aspirazioni.

Negli Stati Uniti, come Kathryn J. Edin e H. Luca Shaefer hanno mostrato nel loro libro sulla povertà estrema “$ 2,00 a Day,” il processo di accesso ai buoni pasto e all’assistenza temporanea per le famiglie bisognose, il programma di welfare-to-work creato nel 1996, può essere così impegnativo, sconcertante e degradante che molti candidati semplicemente rinunciano. E chi coloro che aspettano pazienti in fila, sono costretti a fare la pipì nelle tazze per i test antidroga o tornano a casa a mani vuote? Le donne, sempre più spesso, dato che il numero di famiglie sulle spalle delle madri single sono quattro volte superiori rispetto a quelle con un padre single, e le famiglie con a capo una donna che ricevono il sussidio di disoccupazione sono un terzo in più rispetto a quelle con a capo uomini.

Per quanto riguarda le mamme che restano a casa, che hanno alle spalle un partner, un reddito di base consentirebbe loro di mettere da parte dei soldi propri. La maggior parte degli strumenti di pensionamento-risparmio sono legati agli stipendi, il che significa che i genitori che non lavorano non hanno modo di avere una copertura sociale, 401(k) o I.R.A. Un reddito di base permetterebbe loro di risparmiare per la vecchiaia. Per le madri che non hanno stipendio c’è il rischio di essere obbligate a restare intrappolate in relazioni violente, un reddito di base proprio renderebbe più facile per loro uscire da queste situazioni.

Quanto il reddito di cittadinanza è in grado di realizzare dipende da come è configurato. Un reddito minimo garantito davvero e universale sarebbe costoso. Significa $ 12.000 all’anno per ogni cittadino con più di 18 anni, e $ 4.000 per bambino QUI. Di questo passo, avremmo bisogno di circa 3 miliardi di dollari, circa l’80 % del bilancio federale totale. Il programma potrebbe essere ancora più efficace, e più giusto, se i bambini percepissero la somma piena, visto che crescere un bambino porta alla povertà così tante persone – e tante donne! (è improbabile che questo produrrebbe un boom delle nascite, in quanto anche una bella vincita difficilmente coprirebbe i costi della crescita dei figli).

Il prezzo da pagare per questi trasferimenti di denaro sarebbe in parte compensato dai risparmi. La maggior parte dei programmi contro la povertà diventerebbero superflui. Resta compito della burocrazia estirpare gli imbroglioni (…). I più ricchi potrebbero farsi rimborsare parte dei loro contributi in tasse, in proporzione al loro reddito da lavoro. Inoltre, un reddito di base ridurrebbe gli effetti negativi della povertà e quindi il costo per la società per una cattiva salute pubblica, per la criminalità e per l’incarcerazione. Alcuni esperimenti di reddito di base hanno dimostrato che i beneficiari fanno maggior uso dei servizi medici e infrangono la legge meno spesso di coloro che non li ricevono. E poi c’è la spinta per l’economia che deriverebbe dal fatto che i poveri con a disposizione un reddito di base inizierebbero a comprare più beni.

Alcune delle numerose strategie proposte per recuperare il denaro necessario includono una tassazione uniforme relativamente alta; la fine delle scappatoie fiscali; un’imposta sul valore aggiunto; l’eliminazione dei diritti della classe media, quali la deduzione dei tassi dei mutui e le pensioni di anzianità; una più attenta rimozione degli sprechi in sicurezza sociale; una tassa sulle transazioni finanziarie speculative; e una carbon tax. Potremmo anche ricavare denaro dallo sfruttamento delle risorse pubbliche. L’Alaska, che paga già ai suoi cittadini qualcosa di molto simile a un reddito di base, manda a ogni adulto e bambino un dividendo annuale variabile di circa 2.000 $, ricavato da un fondo che investe in royalties pagate allo Stato da parte dei produttori di petrolio e gas naturale. (una sorta di risarcimento alla popolazione per lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali, compreso l’inquinamento, ndr).

La verità, però, è che il reddito di base è una forma di redistribuzione. Ce lo potremo permettere solo quando decideremo che ne vale la pena permetterselo. Ma è proprio quello che dobbiamo decidere. Dobbiamo tagliare la spesa militare se vogliamo realizzarlo, o aumentare le tasse ai ricchi. La volontà politica per una tale enorme ristrutturazione della nostra economia richiederebbe una sostanziale revisione del rapporto tra lo Stato e il popolo. Forse, come Thomas Paine, dovremmo cominciare a pensare a questi trasferimenti di ricchezza, come a un diritto di cittadinanza, invece di una polizza assicurativa contro un disastro finanziario.

Anche se abbiamo iniziato in modo modesto, per abituare la gente all’idea, offrendo somme a chi vive sotto il livello di povertà ($ 6,000, per esempio), queste potrebbero essere una boa per le famiglie americane che lottano per non affondare.

Il reddito di base sarebbe anche per noi un modo per avvicinarci a un mondo con una maggiore parità di genere. Il denaro extra renderebbe più facile per un padre diventare il caregiver primario se lo desidera. Una mamma con un lavoro potrebbe permettersi aiuti per la cura dei bambini e mantenere al contempo un proprio reddito (riducendo il rischio di povertà una volta andata in pensione, il gap pensionistico è il risultato del gap salariale, di orari parziali obbligati, di periodi in cui la donna non può lavorare per obblighi di cura, ndr). I genitori che restano a casa avrebbero soldi in banca, maggiore rilevanza in famiglia, e il rispetto che deriva dallo svolgere un lavoro con un valore misurabile. E avremmo stabilito il principio che il lavoro di amore non ha prezzo, ma vale la pena pagare per esso.

 

Mi piacerebbe che come donne riuscissimo ad affrontare questa sfida, progettando con un punto di vista “nostro”, nuovo, un approccio che porti la nostra sensibilità, tentando di avviare un progetto concreto che sperimenti un reddito di base universale e incondizionato. Non è un semplice reddito minimo. Un lavoro che implica, come si è visto, una volontà di compiere scelte anche drastiche, per trovare le risorse necessarie. La politica richiede che si compiano delle scelte, spesso una inversione di tendenza. La lotta alla corruzione, all’evasione, una revisione delle spese militari, una definizione delle priorità di una nazione, che dovrebbe contemplare al primo posto l’idea di un benessere il più possibile diffuso, sono l’unica strada percorribile se si desidera cambiare in meglio. Ma come al solito è questione di volontà, di modificare anche, se necessario, le nostre sedimentazioni culturali.

 

Un po’ di storia:

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