Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Capitalismo e oppressione delle donne

Girl-working-in-Manchester-cotton-mill

 

Ho già tradotto e pubblicato su questo blog altri pezzi di Simon Copland (qui), di cui consiglio una lettura, sono tutti strettamente collegati. Oggi si parlerà del nesso tra capitalismo e oppressione delle donne (qui l’originale). Buona lettura! Al termine qualche mia considerazione.

 

Vorrei affrontare le critiche femministe alla teoria di Engels sull’oppressione delle donne. Questa critica è stata condotta da Simone de Beauvoir, che nel suo Il secondo sesso (qui) con argomentazioni complesse, con un approccio che io definisco “naturalistico” all’oppressione di genere, riconosce che l’economia ha avuto un ruolo nell’oppressione delle donne, ma sostiene che questo si è verificato solo perché gli uomini hanno usato la loro superiore forza fisica per approfittare dei cambiamenti nella situazione economica. Lei sostiene:

 

“Senza strumenti adeguati, non era in grado di sentire di esercitare alcun potere sul mondo, si sentiva perso nella natura e nel gruppo, passivo, minacciato, giocattolo nelle mani di forze oscure; riusciva a pensare a se stesso solo identificandosi con il suo clan: il totem, il mana, la terra erano realtà del gruppo. La scoperta del bronzo ha consentito all’uomo, nell’esperienza di duro lavoro di produzione, di scoprire se stesso come creatore; che domina la natura, non aveva più paura di essa, e di fronte a ostacoli da superare trovò il coraggio di vedere se stesso come una forza attiva autonoma, per raggiungere l’auto-realizzazione come individuo.”

 

In altre parole, lo sviluppo degli strumenti e l’agricoltura hanno dato l’opportunità all’uomo di realizzare quanto avevano cercato di fare da sempre, opprimere le donne – principalmente attraverso il dominio della natura. Alcune voci primarie del femminismo, come Sherry Ortner (che si basa sul lavoro di de Beauvoir qui ) sostengono che le donne – soprattutto per la loro capacità di fare figli – erano considerate più legate alla natura rispetto agli uomini. Perciò gli uomini hanno espresso il loro dominio non solo sulla natura, ma anche sulle donne (ne avevo parlato anche qui, ndr).
Queste teorie fanno parte del patriarcato. Ci sono molte definizioni di patriarcato, ma in sostanza si basa sulla tesi per cui gli uomini hanno oppresso le donne per tutta l’eternità, con una oppressione che ha operato piuttosto autonomamente rispetto alle condizioni economiche. Le femministe danno diverse motivazioni per questo (collegamento donna-natura), ma ciò che è fondamentale è che l’oppressione delle donne opera attraverso i periodi storici, con gli uomini che sfruttano le circostanze economiche per lavorare insieme per continuare a opprimerle. Le circostanze economiche quindi non sono la causa, ma uno strumento per opprimere le donne.
Lascerò queste teorie da parte, per il momento.

Se vogliamo esplorare la connessione tra il capitalismo e l’oppressione delle donne non possiamo trascendere la forma tradizionale corrente di espressione familiare – il matrimonio. Il matrimonio oggi è in gran parte visto attraverso la lente dell'”amore”. Tuttavia, questo non è sempre stato così.

Torniamo al livello di analisi della sessualità umana. Questo racconto si basa su ciò che Helen Fisher chiama “The Sex Contract“; l’idea, basata sulla teoria della selezione sessuale di Charles Darwin, secondo cui le donne richiedono agli uomini di essere in grado di fornire per loro e per la loro prole, mentre gli uomini non forniranno tali risorse a meno che le donne non gli sappiano garantire la fedeltà. Uomini e donne si impegnano in un contratto – le risorse per la fedeltà. Questo è il ‘nucleo familiare‘ di cui avevo cominciato a scrivere nel mio ultimo post.

Come ho sostenuto l’ultima volta, il determinismo biologico di questo racconto non è corretto. Eppure le basi economiche del matrimonio moderno sono sorprendentemente solide. La domanda è, però, come ha fatto questa struttura a permanere con la nascita del capitalismo industrializzato?
Il capitalismo industrializzato ha la capacità di cambiare radicalmente i rapporti di genere all’interno della società (qui). Con la crescita del numero di operai che raggiungevano le città per lavorare, perdevano a loro volta quelle piccole quantità di proprietà privata. Il capitalismo industrializzato divenne una sorta di equalizzatore – tutti, uomini, donne, erano ora lavoratori. Le donne erano diventate forza lavoro, ora la loro oppressione avviene attraverso lo sfruttamento capitalistico. Ecco perché Engels (qui) aveva previsto che il capitalismo avrebbe visto la fine della famiglia proletaria.
Perciò come mai nonostante ci fosse tutto questo disperato bisogno di forza lavoro nelle fabbriche, le donne sono tornate a casa? Molti sostengono che i lavoratori cercarono di tenerle lontane dalle fabbriche. Heidi Hartmann (qui) per esempio sostiene che i sindacati dominati dagli uomini si sono organizzati per tenere alti i salari per gli uomini, soprattutto attraverso l’esclusione delle donne dal posto di lavoro. Eppure, molti altri non sono d’accordo con questo (qui). Nel loro saggio “Ripensare l’oppressione delle donne“, Johanna Brennero e Maria Ramas sostengono che i sindacati erano troppo deboli per vincere battaglie contro l’inclusione delle donne, e in molti casi hanno effettivamente lavorato pesantemente per portare benefici per i diritti economici delle donne. Allora, qual è la loro risposta? Brennero e Ramas tornano indietro a argomentazioni di tipo biologico, sostenendo che mentre un approccio deterministico biologico (che domina la narrazione standard) è falso, gli:

 

“Eventi biologici connessi con la riproduzione – la gravidanza, il parto, l’allattamento – non sono facilmente compatibili con la produzione capitalistica, e renderli tali richiederebbe spese in conto capitale in congedi di maternità, strutture di cura, assistenza all’infanzia, e così via. I capitalisti non sono disposti a fare tali spese, in quanto aumentano i costi del capitale variabile senza incrementi analoghi della produttività del lavoro e quindi riduzioni nei tassi di profitto. In assenza di tali spese, tuttavia, la riproduzione della forza lavoro diventa problematica per la classe operaia nel suo complesso e soprattutto per le donne.”
Questo era il problema. Nelle prime fasi del capitalismo industriale uomini, donne e bambini finirono tutti in fabbrica. Tuttavia, man mano che le persone affluivano nelle città, si registravano picchi di mortalità infantile. A Manchester (qui) per esempio sono stati registrati 26.125 decessi per 100.000 mila bambini di età inferiore a un anno. Questo era tre volte il tasso di mortalità che si registrava nelle aree non industriali.
Con il sorgere del capitalismo industriale i lavoratori sono stati derubati del controllo del processo di produzione, e, inoltre derubati della loro capacità di incorporare la riproduzione nelle esigenze della produzione. In termini più semplici, essere costretti a lavorare per lunghe ore nelle fabbriche malsane ha reso molto più difficile per i lavoratori occuparsi adeguatamente dei loro figli. E, come sostiene Tad Tietze (qui), “questo ha creato gravi problemi per la capacità del sistema di garantire la riproduzione della classe operaia.” I capitalisti hanno assistito alla morte della generazione successiva di lavoratori.

Brennero e Ramas sostengono che la creazione del “sistema famiglia-nucleo familiare è emerso come la risoluzione a questa crisi.” L’idea del “sistema famiglia-nucleo familiare” è stato introdotto da Michèle Barrett nel suo libro L’oppressione delle donne oggi (qui), descritto come una struttura (qui):

 

“in cui un certo numero di persone, di solito biologicamente correlate, dipendono dai salari di alcuni membri adulti, soprattutto quelli del marito / padre, e in cui tutti dipendono principalmente dal lavoro non retribuito della moglie / madre per la pulizia, la preparazione del cibo, la cura dei figli, e così via. L’ideologia della “famiglia” è quella che definisce la vita di famiglia come “‘naturalmente’ basata su una stretta parentela, come correttamente organizzata attraverso un soggetto di sesso maschile che mantiene la famiglia con la consorte e i bambini a carico, e come un rifugio privato al di là della sfera pubblica del commercio e dell’industria”.

 

Siccome i capitalisti non erano disposti, né in grado, di fornire servizi per i genitori che gli permettessero di allevare i loro figli (congedo di maternità retribuito, asili, etc.) e servizi per la casa (cameriere, servizi di pulizia, etc.) essendo tutto troppo costoso per la classe operaia, le donne sono state costrette a tornare in casa per occuparsi dei figli e dei doveri domestici in senso lato. Come sostiene Tietze (qui): “La famiglia capitalista doveva quindi essere consapevolmente costruita, con tutti gli elementi coercitivi e consensuali di quel processo – un processo che coinvolge vari elementi, in termini di ideologie, di leggi, di politiche, di normative, di riorganizzazione del lavoro, e di strategie di relazioni industriali, tra cui gli tutto ciò che concerne il salario familiare, etc. “La struttura della famiglia-nucleo familiare ha dovuto essere sviluppata in modo da garantire la sopravvivenza del sistema capitalista.

Questo non significa che le donne hanno smesso di lavorare, ma quando l’hanno fatto hanno affrontato particolari svantaggi. Brennero e Ramas sostengono che c’erano particolari classi di donne che lavoravano in questo momento; quelle con bambini, che erano rimaste vedove e quelle sposate con uomini con redditi instabili. “Queste donne hanno costituito un pool di manodopera particolarmente indifesa e disperata,” scrivono. Con responsabilità domestiche che rendevano difficile l’organizzazione sindacale e una possibilità di mobilità ridotta che rendeva difficile trovare posti di lavoro migliori, le donne sono state costrette in salari bassi, spesso con lavori part-time. Da qui si vede lo sviluppo del salario-divario di genere – un divario che continua fino ad oggi.

Qui sta la radice dell’oppressione femminile sotto il capitalismo – radice che vediamo ancora oggi. Mentre alcune donne hanno sfondato il “soffitto di cristallo” (qui) la maggioranza continua a soffrire, sia a causa di una situazione di svantaggio storico (qui) che hanno affrontato nel mercato del lavoro, ma anche a causa di una classe capitalista che non è disposta a fornire le risorse necessarie per allevare i bambini (che è ancora in gran parte visto come un lavoro da donna). Il congedo di maternità retribuito è stato oggetto di una lotta enorme, mentre i servizi di assistenza all’infanzia sono costosi e difficili da trovare. Questo lascia le donne ancora in svantaggio.

Mentre queste radici sono economiche, non possono spiegare il sessismo nel suo complesso. Queste radici economiche hanno creato anche realtà culturali. Ci sono molti esempi di questo, ma prendiamone in esame uno: la percezione della sessualità femminile. La repressione della sessualità (attraverso idee secondo cui le donne avrebbero una bassa libido (qui), alla medicalizzazione della sessualità femminile attraverso la “malattia” della ninfomania) è forse la più grande forma di oppressione ideologica delle donne. Ci (gli uomini in particolare) hanno convinti sin dai primi anni della nostra vita, che la sessualità femminile è irregolare, inaffidabile, incostante e, pertanto, nasce il diritto degli uomini di controllarla. Ciò è stato radicato culturalmente, ed è evidente attraverso gli alti livelli di violenza sessuale e fisica che hanno come bersaglio le donne (qui). Eppure, se ci pensiamo bene, questo ha una base concreta. Quando le donne sono tenute ad essere monogame l’oppressione collettiva della loro sessualità è “logica” (anche se non morale). Questo è solo un altro modo per assicurarsi che le donne adempiano ai loro ruoli economici.
Qui si annidano il sessismo e la misoginia della nostra società – un sistema con radici concrete che si esprime culturalmente ed economicamente. Qualsiasi tentativo di sconfiggere l’oppressione delle donne non può mancare di affrontare sia la cultura sessista, che la sua base economica. Non possiamo fare una cosa senza l’altra.

 

lavoro-femminile

 

Il capitalismo e il neoliberismo sono incompatibili con l’affermazione di una società egualitaria, in cui le donne abbiano pari tutele e diritti, pari accesso a ogni ambito della vita economica e sociale di un paese. Ogni qualvolta ci si orienta verso la folle idea che alla fine questo sistema tende a riequilibrarsi da sé, si ottiene semplicemente un allargamento della forbice tra chi può, ha potere, detta le regole e chi deve semplicemente sottostare, in forme e modalità molto simili allo schiavismo. Come donne dovremmo capire che questo sistema è altamente nocivo, dovremmo capire che ci sono tanti segnali di un patriarcato che sfrutta questo modello per poter continuare a mantenere il controllo su di noi. Più siamo divise, spaccate e parcellizzate in tante micro realtà, più è probabile che il controllo su di noi risulti efficace, paralizzando ogni istanza di cambiamento reale e diffuso.

Se i servizi pubblici mancano o sono carenti, non sempre potremo sperare nell’azione taumaturgica di un imprenditore lungimirante e benefattore, perché questo potrebbe non avvenire mai. Sarebbe auspicabile che si giungesse a integrare più fattori e servizi che vadano a rendere possibile e concreto un equilibrio tra vita privata e lavorativa, con sostegni ai genitori, entrambi equamente responsabili dell’educazione e accudimento dei figli. Per questo penso e torno a ribadire quanto sia fondamentale un’azione organica statale.
I nostri servizi territoriali pubblici sono in profonda sofferenza, e avrebbero bisogno di tornare al centro delle nostre battaglie, chiedendo allo stato investimenti e progetti organici, ma soprattutto attenzione e cura di quanto già esiste. Penso a quanto sarebbe utile assicurare una educazione alla contraccezione, rendendo a tutte accessibili i vari metodi contraccettivi (possibilmente gratuiti). Sto parlando soprattutto di consultori che potrebbero e dovrebbero tornare ad essere il primo presidio per le donne, non solo per prestazioni socio-sanitarie, si potrebbe pensare a un punto di incontro per poter avere uno spazio di confronto tra donne, su vari temi, perché anche se non sono mai stati in un numero congruo, come previsto dalla normativa, sono un presidio territoriale fondamentale. Si potrebbe pensare di sviluppare all’interno dei consultori dei team in grado di fornire l’assistenza alle donne che vivono una situazione di violenza, con sportelli di facile accesso (al momento ci sono delle figure per un supporto psicologico, ma non sono specifiche). Lo so, l’orientamento generale sembra andare in tutt’altra direzione, i consultori tendono a perdere le loro caratteristiche e peculiarità, per divenire punti generalisti, centri polifunzionali per la famiglia, in senso ampio, amplissimo. Nei consultori pubblici mancano gli ecografi (come se il tempo e la tecnologia si fossero fermati) e a nessuno sembra interessare; in quelli privati accreditati non è così. La ratio di una scelta così suicida non è comprensibile, se non richiamando l’obiettivo sottaciuto, arrivare a una lenta dismissione degli stessi, una volta resi inefficienti e inutili. Negli anni li abbiamo abbandonati, e non accetto che si continui a non vedere questo grave errore. Il decentramento nella gestione politica-amministrativa della materia sanitaria ha creato non poche differenze nei servizi della penisola. Abbiamo permesso che spuntassero altri attori privati a fornire servizi che in uno stato sano, consapevole e interessato alle problematiche delle donne non dovrebbero prosperare. Uno stato che tende a ritirare il suo impegno dal sistema di welfare, poi vede l’avanzata di soggetti privati, spesso legati a logiche tutt’altro che laiche e spesso con interessi non propriamente puri e lontani da logiche di lucro, laddove invece sarebbe meglio avere una presenza pubblica forte, in grado di fare programmi lungimiranti e capillari, l’unica in grado di garantire un servizio quanto più universalistico e equo possibile. Non vogliamo servizi a macchia di leopardo. Inoltre, torno a ribadire la necessità di un monitoraggio (valutativo) imparziale e oggettivo di tutte le attività che si svolgono sui nostri territori, a cura di enti privati accreditati o indipendenti (consultori, centri antiviolenza ecc.), che forniscono servizi per noi donne, sarebbe una garanzia per noi tutte, onde evitare di incappare in strutture che non applicano interamente le normative nazionali (vedi la legge 194) o non offrono servizi di buona qualità.

Guardiamoci attorno, e cerchiamo di capire di cosa avremmo veramente bisogno. Allarghiamo il nostro sguardo e impegniamoci per ottenere servizi migliori e accessibili a tutte. Dobbiamo tornare a chiedere che lo stato investa sulle politiche che fanno bene alle donne, semplificando e alleggerendo i carichi che oggi pesano quasi unicamente sulle nostre spalle, in termini di welfare e cura, spingendo verso servizi universalistici, che coinvolgano anche gli uomini nel carico di responsabilità quotidiane. Lavoriamo per colmare il gender pay gap pretendendo la trasparenza delle retribuzioni, permettiamo alle donne di mantenere il lavoro (secondo una recente indagine Istat il 30% delle donne occupate ha lasciato l’impiego dopo la gravidanza) e di rientrarvi a tutte le età (i contributi dimezzati previsti dal Jobs Act per chi assume lavoratrici disoccupate da oltre dodici mesi o donne di qualsiasi età senza lavoro da almeno 24 mesi o il ddl collegato alla legge di Stabilità 2016 con cui si introduce lo smart working devono diventare realmente adottabili da tutte le aziende, per poter offrire benefici reali a tutte le donne, il tessuto imprenditoriale italiano non è tutto “virtuoso” e attento a questi problemi). Abbiamo anche l’Unione Europea, che può svolgere un importante ruolo propulsore di diritti e di linee guida per migliorare il nostro paese. Un benessere diffuso parte da un sistema riequilibrato, che va studiato e praticato, a partire dagli attori statali. Nessun* esclus*. Non possiamo pensare di vivere bene in un sistema senza regole che siano garanzia per tutt*, dobbiamo impegnarci in un lavoro certosino volto a riequilibrare le storture di un sistema economico e culturale che genera diseguaglianze, sopraffazione e la riproposizione di modelli affini allo schiavismo. Non lasciamoci affascinare da una libertà che pone al centro i desideri e i bisogni dell’individuo, che non prevede limiti e senza diritti certi per chi è più debole e non ha mezzi per difendersi. Non siamo monadi, siamo parte di un tessuto sociale, non possiamo ignorare i buchi, intesi come gap di genere e di censo, che lo caratterizzano. Non possiamo permetterci ulteriori tentennamenti e divisioni sterili, così non andiamo da nessuna parte. Un segnale di una deriva individualista che mi inquieta? Parlare di libertà e di autodeterminazione della donna associandole alla prostituzione e alla maternità surrogata (qui e qui). Andiamo alle radici di questi temi, senza omissioni o senza perdere la bussola.

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L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

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Femminismi e dintorni

by Elin Høyland

by Elin Høyland

Il 6 dicembre in Canada è stata la giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne, in ricordo delle 14 donne uccise nel 1989 all’École Polytechnique, da un uomo armato che sparò urlando: “siete un branco di femministe e io odio le femministe!” (qui qualche informazione)
Ringrazio Ilaria Baldini per aver condiviso questo articolo di Meghan Murphy, che provo a tradurre qui per voi.
L’autrice coglie questa occasione per spiegare in cosa consiste il femminismo oggi e quali sono gli obiettivi che si prefigge.

 

“Io definisco il femminismo come un movimento per porre fine al patriarcato e alla violenza maschile sulle donne. Questa definizione ha un suo senso e mi sembra ovvia perché senza patriarcato non ci sarebbe bisogno del femminismo e perché la violenza maschile sulle donne è il frutto – e il principale effetto – del patriarcato. Le donne saranno oggetto della violenza maschile, finché saranno una classe oppressa e soggetta a un sistema di controllo che adopera la violenza come strumento di minaccia (e sottomissione, ndr). Uno stato di impotenza (dipendenza, ndr) economica e sociale rende gli individui vulnerabili alla violenza.
Alcuni sostengono che il femminismo consista nel fatto che le donne aspirano a diventare “uguali” all’uomo, ma io non sono d’accordo con questa definizione. Gli obiettivi del femminismo non sono e non dovrebbero consistere nel diventare “come gli uomini”. Il potere maschile è un problema. L’idea della mascolinità (il prototipo virile) è un problema. La gerarchia è un problema. Questa definizione che non mi piace, sembra alludere agli uomini e alla virilità come qualcosa di “migliore” rispetto alle donne e al concetto di femminile, quando, in realtà, sappiamo che mascolinità e femminilità sono dei prodotti, delle prescrizioni derivanti dai ruoli di genere che stiamo cercando di demolire. Mascolinità e femminilità sono dei concetti non reali. Non sono qualità innate, ma il risultato di una serie di caratteristiche che ci sono state appiccicate (inculcate) sin dalla nostra infanzia. Io non voglio più aspirare ad essere “come un uomo”, voglio essere rispettata come una donna. Non desidero il potere che ha l’uomo, io non aspiro ad essere il sesso o la classe o la razza dominanti. Dire che auspichiamo che le donne divengano “uguali” agli uomini non coglie le radici della disuguaglianza e non affronta il fatto che le donne sono di fatto biologicamente differenti dagli uomini e che per questo i nostri diritti possono non collimare esattamente con quelli degli uomini (per esempio, i diritti riproduttivi). (C’è la necessità di una declinazione diversa, ndr). Alcuni pensano che una femminista sia semplicemente una persona che chiede di avere pari diritti uomo-donna e che si tratti di “parità tra i sessi”. Sono d’accordo sul fatto che uomini e donne debbano avere pari opportunità, dignità e diritti, ma allo stesso tempo penso che se non nominiamo il patriarcato come l’origine del problema e non sottolineiamo che la violenza maschile sulle donne è il risultato chiave del patriarcato, stiamo perdendo di vista il nostro reale bersaglio, contro il quale stiamo combattendo.
Ci sono innumerevoli punti su cui le femministe non concordano tra loro: la soluzione migliore in materia di legislazione sulla prostituzione, se la pornografia può o meno essere femminista, il numero di peli pubici che è consentito avere, il grado di divertimento quando mangiamo l’insalata da sole, se le donne possono o meno amare il whisky. Ci sono conflitti su tanti aspetti, tranne sul fatto se il sessismo sia o meno ok, se la violenza sulle donne sia o meno ok, se il patriarcato esista o meno e se sia o meno un male per le donne.
Ora che abbiamo fatto queste puntualizzazioni, desidero segnalarvi un recente articolo di Joyce Arthur, una delle fondatrici di FIRST (una organizzazione nazionale femminista di sex worker con sede a Vancouver, che si batte per la depenalizzazione della prostituzione in Canada), ed è un’attivista pro-choice.
In questo articolo si sostiene che il 6 dicembre non fosse il giorno più appropriato per il varo della nuova legge sulla prostituzione che penalizza protettori e clienti. A questa affermazione io avevo già risposto sostenendo che:
“Il fatto che la nuova legge entri in vigore nella giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne è perfetto, perché va a punire i clienti che sono là fuori in cerca di una giovane donna vulnerabile, aborigena, per soddisfare i loro bisogni. Il 6 dicembre è il giorno in cui ricordiamo e agiamo contro la violenza sulle donne. Questo è il significato della giornata. Quale migliore occasione per gridare contro i perpetratori della violenza: MAI PIU’! Non è un vostro diritto, queste donne non sono per voi. Queste donne meritano di meglio e non sono una serie di fori da penetrare. Le donne povere o vittime di discriminazioni razziali meritano qualcosa di meglio della prostituzione.
Ho anche risposto alle asserzioni (riferite anche da Arthur) secondo cui questa legge alimenterebbe la violenza nei confronti delle sex workers. Non solo non esiste alcuna prova che questo sia vero, ma non vi è prova reale nemmeno che la legalizzazione e la depenalizzazione completa porti alla violenza sulle sex workers. Il fatto che la legalizzazione porti un incremento del traffico significa assistere a un incremento della violenza. Un altro fatto è che sin da quando il modello nordico è stato applicato in Svezia, nessuna prostituta è stata uccisa, mentre nei quartieri a luci rosse di Amsterdam annualmente si registrano femminicidi ai danni delle donne che vi lavorano.
Arthur sostiene la solita tesi secondo cui lo “stigma” provoca la violenza contro le prostitute e ciò che il modello nordico perpetra è uno “stigma”. Ma anche in paesi che hanno legalizzato, lo stigma non è scomparso. Le donne tuttora non vogliono prostituirsi e solo un ridotto numero di prostitute si registrano per pagare le tasse (il che significa che la maggior parte del settore è ancora sommerso, il che contesta l’affermazione secondo cui il modello nordico produce clandestinità) – perché? Perché non desiderano essere registrate e mostrare di essersi prostituite. La loro speranza è di uscire dal loro stato e di fare qualcosa di diverso nella vita (una registrazione è qualcosa che rischia di marchiarti a vita, ndr). Gli uomini non uccidono le prostitute a causa dello “stigma”, bensì perché viviamo in una società patriarcale, all’interno della quale gli uomini imparano che la violenza contro le donne è accettabile e sexy (vedi BDSM), perché i clienti sono misogini che non rispettano le donne (se le rispettassero come esseri umani veri, non le tratterebbero come oggetti e materie prime) e perché molte delle donne che si prostituiscono sono emarginate economicamente, socialmente, a livello razziale e di genere: questo “legittima” il potere dei clienti su di loro, sminuendo il valore di queste donne e rendendole meno visibili nel contesto di un patriarcato capitalista.
Ho affrontato già in precedenza queste tematiche e ho risposto a molte di queste affermazioni senza fondamento che Arthur ripete nel suo articolo, per cui ora vorrei andare oltre e concentrarmi su “cosa le femministe realmente pensano e credono”, “su cosa sia una femminista” e su “cosa sia il femminismo”, rispondendo puntualmente ad alcuni punti dell’articolo di Arthur.

 

La connivenza con alcune forze politiche
Arthur scrive:
“Le femministe radicali che si oppongono alle sex workers hanno sostenuto gruppi di destra e il governo federale conservatore per far passare questo testo di legge sulla prostituzione. Questi ultimi due gruppi sono motivati da un forte desiderio di contrastare i diritti delle donne, l’autodeterminazione e la libertà di espressione sessuale “non tradizionale”, fatto che denota le difficoltà con cui queste femministe radicali affrontano questi temi. Per lo meno credo che lo facciano quando si parla di diritti delle sex workers”.
Io non ho unito le mie forze a nessun partito politico, tanto meno con il governo federale conservatore. Questa non è una questione di parte. Ho sostenuto la legge C-36 perché è un buon testo, nonostante io non sostenga il partito conservatore. Non condivido la posizione del NDP sulla prostituzione perché la ritengo pessima e fuorviante, anche se alla fine alle prossime elezioni potrei votare per loro. Chi lo sa. Ma non posso oppormi a una legge che io ritengo buona, solo perché non voto il partito che la sostiene, così come non vorrei mai dover sostenere un progetto di legge cattivo ad opera di un partito che voto. Il mio voto in occasione delle ultime elezioni locali lo dimostra. Mi piacerebbe poter votare per un partito che sostengo in toto, ma è difficile che ciò possa accadere in tempi brevi.

 

Sugli abolizionisti
Gli abolizionisti si oppongono all’industria del sesso (Arthur sostiene che ci opponiamo al sex work, ma non usiamo l’espressione “lavoro sessuale” perché troppo vago per includere ogni aspetto e perché è più corretto dire che ci opponiamo all’industria del sesso). Questo non è perché abbiamo “problemi” in relazione ai diritti delle donne, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale delle donne. Questa è un’affermazione assurda se si ha la minima comprensione di cosa sia il femminismo e cosa siano prostituzione e patriarcato. Tutte le femministe sostengono i diritti umani delle donne. Questo non significa che sosteniamo il potere maschile e l’industria che rende le donne e le ragazze un servizio sessuale per gli uomini che hanno maggiore potere di quanto ne abbiano loro. Sosteniamo l’autodeterminazione delle donne in quanto aspiriamo a una società che consenta scelte reali per le donne, che vadano ben oltre l’essere scopate da degli sconosciuti, per il solo fatto che queste donne non hanno altri mezzi per sopravvivere.

 

Sulle tradizioni
I sostenitori del sex work e i maschilisti ignoranti solitamente asseriscono che sia “il mestiere più antico del mondo” (che non lo è, per la cronaca) il che sembra suggerirci che, lungi dall’essere “non-tradizionale”, la prostituzione è parte di una lunga tradizione che è legata a stretto filo con la tradizione del patriarcato. Ciò significa dire che non solo è una cosa ridicola e risibile che qualcuno dotato di un po’ di cervello possa definire la prostituzione come qualcosa di “non tradizionale”, ma anche che non ha niente a che fare con la naturale espressione sessuale delle donne, questo perché l’unico motivo per cui la prostituzione esiste è che a questo mondo gli uomini detengono un maggiore potere economico e sociale. Non perché le donne entrano volontariamente in massa nell’industria del sesso. Se così fosse non esisterebbero la tratta internazionale di esseri umani, i rapimenti, i ricatti, le bugie e tutti i vari espedienti messi in atto che costringono e portano le donne a prostituirsi. Perché loro non dovrebbero fare altro che “scegliere” di farlo come parte della loro “espressione sessuale non-tradizionale”.

 

Sulla scelta
Naturalmente esistono donne che scelgono intenzionalmente di prostituirsi, senza esservi costrette. Ma ci sono anche migliaia di donne in tutto il mondo che si sottopongono a operazioni di mastoplastica additiva (per scelta), che agitano le tette a spettacoli rap (per scelta), che pubblicano selfies su Instagram (per scelta) – questo significa che tutta l’auto-oggettivazione è femminista? O che le protesi al seno siano qualcosa di buono? O che ottenere applausi per un nudo non abbia nulla a che fare col patriarcato? Se una persona sceglie o meno qualcosa non significa automaticamente che quella cosa che sceglie sia o meno femminista (o più in generale buona o cattiva, etica o salutare o altro). Si tratta semplicemente di una scelta che hanno fatto, considerando il contesto di una serie di fattori – in questo caso i fattori sono stati principalmente il capitalismo e il patriarcato, e se facciamo riferimento al nostro precedente quesito su cosa sia il femminismo, noterete che è un movimento che combatte il patriarcato e che, pertanto, se il tuo femminismo non è fermamente radicato in questa lotta, nei fatti non stai facendo esperienza di femminismo.

 

Sulle vittime
Nonostante ciò, Arthur sembra credere il contrario, se qualcuno si identifica come “vittima” non ha niente a che fare con il fatto che l’industria del sesso vittimizzi o meno le donne. Gli abolizionisti si concentrano sui comportamenti maschili e non su quelli femminili. Questo significa che il colpevole è la persona che vittimizza, quindi che una persona scelga o meno di identificarsi come vittima, non cambia le responsabilità del colpevole. Se per esempio una donna rimane con il marito violento e non si sente/definisce vittima, si tratta di una sua scelta. Ma questo non significa che le azioni del marito diventano “accettabili” (“legittime” ndr), che le femministe debbano accettare ciò come “normale” e guardare altrove o che quello che sta facendo non costituisca vittimizzazione. Per quanto riguarda la prostituzione, in particolare, una donna può sentirsi nelle piene facoltà di scegliere di prostituirsi, ma 1) Lei fa parte di una minoranza (la maggior parte delle prostitute è povera, molte di loro non hanno scelta e non rilasciano interviste) e 2) questo non cambia le dinamiche e il senso dell’industria del sesso, nel suo complesso. Nel mondo vi sono più di 20 milioni di vittime di tratta, la maggior parte delle quali sono donne o ragazze da avviare alla prostituzione. Non esistono milioni di donne adulte nel mondo che stanno scegliendo la prostituzione perché gli piace.

 

Sul femminismo anti-femminista ed altri aspetti in merito al femminismo e alle femministe
Nel resto dell’articolo Arthur ricorre prevalentemente a insulti sessisti e tropi, di solito riservati agli MRA (men’s rights activist), ai giocatori, ai frat bros, in modo tale da accusare le femministe di essere delle fanatiche, come i patriarchi cristiani fondamentalisti che reprimono la sessualità. Arthur prosegue con l’etichettare le femministe che si oppongono all’industria del sesso come pudiche e che cercano di reprimere la sessualità maschile e di incoraggiare la monogamia, affermazioni che suonano molto simili a ciò che direbbe un uomo sessista. Non sono certo cose che direbbe una persona che sostiene di essere in linea con il movimento femminista. In ogni caso, se la prostituzione fosse qualcosa di innato della sessualità maschile, è stupro? Tutto ciò che facciamo per affrontare il “diritto” al sesso che gli uomini accampano e l’uso dei corpi femminili significa “reprimere la sessualità maschile”? Gli uomini sono in qualche modo biologicamente predisposti ad avere rapporti sessuali con donne che non li desiderano? Perché trovo questo concetto preoccupante, per non dire altro.
Le femministe sono apostrofate in ogni modo dalle anti-femministe: naziste, odia-uomini, nemiche del sesso, brutte, pelose, arrabbiate, pazze e pudiche. Arthur utilizza alcuni di questi epiteti. Lei ci accusa anche di odiare le donne: “è possibile che (le femministe radicali) abbiano una vena punitiva che disprezza le prostitute?”
Permettetemi di rispondere: no Joyce. Per la miliardesima volta no. Il femminismo non odia le donne. Si tratta di qualcosa che concerne gli uomini e consiste nello sfidare il potere maschile. Inoltre, molte femministe radicali, femministe e femministe abolizioniste sono state prostitute. E loro non possono certo odiare se stesse, le amiche, le loro sorelle, le figlie e le madri che in passato sono state prostitute o lo sono tuttora. Mi verrebbe voglia di rispondere con il dito medio a queste insinuazioni, ma questa volta rinuncerò.
Nelle sue esultanze misogine finali, Arthur sforna un classico: You’re all just jealous, bitcheeeees. Nelle sue parole “le femministe radicali…vedono le sex workers come concorrenti che, troppo disponibili sessualmente, rovinano “la piazza” alle altre donne. Mi sembra un’ipotesi un tantino confusa, perché mi sembrava di aver capito che le femministe radicali odiassero gli uomini e il sesso, quindi mi sembra strano che ora vengano dipinte come gelose e desiderose di essere possedute dai clienti al loro posto.
Non so voi. Si potrebbe pensare che se le femministe fossero messe così male riguardo al sesso, se la prostituzione fosse una pratica tanto piacevole per far soldi, ci dovrebbe essere un buon numero di uomini prostituti per risolvere il problema delle femministe radicali. (…)
Scherzi a parte le argomentazioni dell’articolo di Arthur non possono definirsi femministe. Sono dannose, sessiste, pieni di stereotipi contro le donne radicati nei miti e nelle fantasie maschili. Sono tesi che concorrono a mantenere lo status subordinato delle donne e mirano a far sembrare “naturale/normale” la nostra oggettivazione, la nostra sessualità e la nostra disuguaglianza. Sono argomentazioni che servono ad attribuire un’aurea di normalità al potere maschile e alla violenza. E come ogni 6 dicembre, ogni anno, ricordiamo che l’odio nei confronti delle femministe può essere molto pericoloso.

Quale libertà ci può essere in una scelta, quando non si hanno alternative percorribili? Pensiamoci, questo ci riguarda molto da vicino.

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La “causa” è di tutte le donne o di nessuna

 

Silvia Federici qui (in pdf) afferma che:

“non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne”.

L’impostazione sul lavoro retribuito come fonte “certa” di liberazione delle donne nasce come risultato delle teorie marxiste, una conseguenza “naturale” che sarebbe stata raggiunta con l’abolizione delle classi e con il superamento del modello capitalistico. Il capitalismo è vivo e vegeto, le discriminazioni delle donne pure. Ne parlavo qui, commentando le tesi di Simone de Beauvoir:

“siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le nostre veci di angelo del focolare. Si susseguono e si affermano miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli”.

Queste riflessioni ci portano a comprendere, forse per la prima volta nella storia, dopo l’euforia a partire dal secondo dopoguerra e del boom economico, che l’emancipazione non passa unicamente per una compartecipazione alla produzione capitalistica, non può derivarci nulla di buono dall’essere inserite in un meccanismo che ci sfrutta e che ci usa. Evidentemente ci vuole qualcosa di più “permanente” e meno aleatorio di un lavoro. Evidentemente si tratta di un’emancipazione illusoria, funzionale al nostro essere utili a un sistema di produzione ineguale e fonte di discriminazioni. Il mito dell’ascensore sociale è crollato. Come abbiamo visto, possiamo ampiamente sostenere che siamo ricadute in una nuova forma di “controllo” e sfruttamento, per certi aspetti più subdola. Forse è il caso di affrontare queste questioni e aprire le nostre riflessioni.

Notevoli i passaggi che si riferiscono al lavoro domestico e alla violenza domestica:

Domestic work and domestic life are built on women’s unpaid labour and the male supervision of it. As I have often pointed out throughout my work: by means of the wage, capital and the state delegate to men the power to command women’s work, which is why domestic violence has been socially accepted and is so widespread even today.

L’attuale assetto socio-economico specula su una competizione accesa tra individui, divisi e sempre più spiccatamente dotati di un approccio individualistico alla vita. Silvia Federici spiega molto bene come un meccanismo di cooperazione potrebbe costare molto caro al capitalismo. Per questo noi femministe siamo da sempre bersaglio del modello capitalista. Ma per orientarsi verso un modello di cooperazione occorre sviluppare una consapevolezza propria, che in un momento di fragilità esistenziale e materiale come quello che stiamo vivendo, appare difficilmente raggiungibile.
Nella lunga intervista, la filosofa femminista tocca anche il tema della famiglia nucleare, funzionale all’ordine e alla disciplina capitalista. Così come la sottomissione delle donne è stato uno strumento per la costruzione capitalista, in Europa, nelle Americhe e in Asia (dove la dominazione coloniale ha cancellato i modelli di società matrilineari e la trasmissione delle proprietà collettive per linea materna).

“L’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

La causa è di tutte le donne o di nessuna. Il femminismo deve essere rivoluzionario, scardinare le regole secolari costruite dagli uomini per il benessere e il successo del proprio genere, a discapito dell’Altra.
La crisi, lo “slittamento dal welfare al workfare” ha segnato l’avvento di tutele previdenziali subordinate allo svolgimento di un lavoro retribuito. In un contesto di precarietà diffusa, questo meccanismo è molto pericoloso, segna una discriminazione che dovrebbe portarci a riflettere. Non si tratta semplicemente di un modello che disincentiva chi non lavora, ma lo penalizza nel momento in cui la sua condizione di bisogno e di impossibilità permanente o temporanea non gli permette di essere parte attiva del sistema produttivo. Sappiamo benissimo quali sono le componenti della società maggiormente colpite dal workfare. Soprattutto laddove mancano i servizi e i sostegni dello stato all’assistenza dei figli e dei familiari anziani o malati.

Questa intervista è preziosa per l’approccio analitico, a 360°. Ciò che alcune volte manca alle riflessioni femministe. Occorre capire che tutti gli ambiti qui toccati sono strettamente interconnessi e non dobbiamo assumere un’ottica parziale e monotematica. Infine, penso che sia giunto il momento di tornare a fare fronte compatto tra donne e dismettere la prassi che spesso ci coglie “ognuna per sé”, divise in schieramenti e appartenenze che non aiutano.

Fonte originale dell’intervista qui.

 

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#CiaoMaria!

Ivan Aivazovsky - Storm at Sea on a Moonlight Night

Ivan Aivazovsky – Storm at Sea on a Moonlight Night

Potremmo chiamarlo morbo cassintegrazione o precarietà. A un certo punto il palliativo delle promesse e della pazienza non servono più. La storia di Maria è comune a tante altre persone che il modello di produzione sta schiacciando. Da soli, perché questo accade, si perde la forza di continuare a credere che un giorno le cose cambieranno, che attraverso un impegno personale si possa arrivare a superare le avversità. Siamo navi inclinate nel bel mezzo di una tempesta che non sappiamo quando e se finirà. Di giorno in giorno il silenzio delle istituzioni e dei politici segna una connivenza con un sistema imprenditoriale che evidentemente non si vuole correggere e aggiustare. Anzi, si auspica un aumento di quella precarietà che uccide e che va oltre ogni immaginabile piaga. Sei anni di CIG sono un abisso troppo lungo e profondo a cui nessuno ha saputo dare risposte. Essere tagliati fuori a 47 anni, non poter essere più parte integrante e attiva di una vita collettiva ti porta a restare isolato. Questa solitudine e questa mancanza di fiducia nel futuro ci hanno privati di una donna e di tante altre vite, che per Marchionne saranno meno importanti dei profitti e dei margini, ma per noi devono essere un monito, ci devono spingere a dire BASTA, a non abbassare più la testa, a non voltare lo sguardo da una realtà spietata e folle.
Dobbiamo respingere con forza al mittente il modello di produzione che ci vuole schiavi e vittime sacrificali. Le istituzioni non possono tacere, non possono sostenere questo modo di fare il manager, l’imprenditore, l’amministratore delegato. Dove sono finiti tutti i diritti e le tutele sul lavoro o più semplicemente degli individui? I rappresentanti delle istituzioni abbiano il coraggio di dire che sono diventati carta straccia, quantomeno per amore di sincerità. Non vogliamo essere ammorbati con le parole di circostanza solite. Se i fatti non arriveranno, il collasso della società sarà inevitabile e non ci sarà più niente da recuperare.

Ciao Maria!

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Per un paio di scarpe di Chanel

Il bacio, Henri de Toulouse-Lautrec, 1892

Il bacio, Henri de Toulouse-Lautrec, 1892

Cosa non si farebbe? Premetto che sono per la libertà di scelta sul modello da adottare per fare imprenditoria e su come utilizzare il proprio corpo. Al termine di questa narrazione mi sono chiesta se l’obiettivo ne valesse veramente la pena. La motivazione sembra nobile: sfuggire al precariato (e forse alla fatica quotidiana). Ma poi spuntano le scarpe Chanel e mi sorge un dubbio. Questa storia sembra suggerire che chi guadagna 1.000 euro e fa l’impiegata sia solo una sfigata, una che non sia in grado di fare del proprio corpo un’impresa commerciale. Insomma una massa di idiote. Una marea di donne incapaci che si ostinano a sgobbare per 1.000 miseri euro. Poveracce noi, verrebbe da dire. Ma se poi si guardano bene gli obiettivi di Stella, il nome fittizio della protagonista dell’articolo, ti appaiono per quello che sono. Così come quando sostiene di vivere alla giornata. Ci si dimentica che sono proprio le persone che vivono quotidianamente nella precarietà e nelle retribuzioni da fame a vivere alla giornata, senza prospettive neanche di medio termine. Stella voleva sfuggire veramente a questo tipo di vita? Continua a vivere in un modo “precario” e senza progetti. Mi sembra che non ci sia stato un grande vantaggio. Non voglio credere che i soldi siano rimasti l’unico motore trainante che ci resta. Dove sono finite le altre aspirazioni? La liberazione rischia di nascondere una nuova schiavitù, questa volta del vile denaro e di qualche bene di lusso da indossare. Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta, oppure solo vuoto e superficialità di scelta? Tanto orgoglio per svolgere la sua professione per cui aveva grandi attitudini, e poi la cosa deve rimanere un segreto. Siamo certi che non si tratti di un’ennesima vittima finita nel tritacarne del sistema capitalistico? Sono scelte autonome o comunque indotte da un certo sistema?

Tutti i lavoratori dipendenti in fondo lasciano che la propria azienda utilizzi il loro corpo per le finalità produttive. Abbiamo fatto tanto affinché questo utilizzo fosse possibilmente regolamentato e contenuto, ma a quanto pare oggi molti non sono più interessati a questa lotta.

Questa vicenda pare confermare una tendenza in atto da qualche anno a questa parte. Si assiste sempre di più all’affermarsi della dimensione individuale su quella collettiva, anche nel campo della richiesta di libertà e diritti. Sulla base del classico assunto liberale, l’individuo tende a prevalere sulle necessità e sui bisogni collettivi. Anche a livello normativo si assiste a un dominio crescente del contratto ad personam, rispetto alla dimensione legislativa, uguale per tutti. Questo fenomeno, apparentemente conveniente, può nascondere un aspetto pericoloso, presupponendo che nella realtà nessuno parta dalla stessa linea di partenza in tema di diritti e di libertà. Nella questione contingente, Stella ha tutto il diritto di svolgere la professione che desidera e apparentemente non crea problemi. Ma questo non va a banalizzare tutto il discorso sui diritti di coloro che si prostituiscono per bisogno? Visto che la cosa è normale, perché sbracciarsi tanto per tutelare tutte le donne che lo fanno per fame?

P.s. casualmente ho recuperato questo documento collettivo di Resistenza Femminista, che mi è sembrato perfetto ed esplicativo di quanto cercavo di esprimere nel mio post. Ve lo consiglio.

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L’egocentrismo nascosto in un mantra

Mafalda work

 

Gli aforismi spesso rappresentano un mondo ideale, un’utopia, un sogno di equilibrio assoluto. Ultimamente si sente ripetere spesso la frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”. Il tema mi ha solleticato dopo la lettura di un articolo di Miya Tokumitsu su Jacobin, intitolato In the name of love.

La frase che ho citato viene sempre più spesso applicata al lavoro, con risultati non sempre innocui. Spesso questa mitica aspirazione a seguire ciò che si ama, può portare alla svalutazione di ciò che si fa, insieme a una pericolosa disumanizzazione del lavoratore. In pratica si spinge a cercare di trarre reddito da una cosa che piace, ma in questo modo la si lega al profitto, che non è proprio un modo sano di ragionare.

A chi si rivolge allora questo slogan di vita? Incoraggiandoci a restare concentrati sulla nostra dimensione individuale, fatta di una felicità egoistica, perdiamo di vista gli altri, il loro lavoro, le loro condizioni di vita, in altre parole la collettività. Alla fine di questo processo, ci autoassolviamo da qualsiasi responsabilità nei confronti di coloro che lavorano senza amare ciò che fanno, in pratica di coloro che hanno bisogno di uno stipendio per sopravvivere.

Questa è una visione privilegiata del lavoro, che maschera la sua natura elitaria attraverso l’esortazione a migliorare se stessi e a seguire le proprie inclinazioni. Il lavoro diventa un qualcosa che si fa per se stessi, e se il profitto manca è solo per mancanza di una sufficiente passione. Questo vale per molti lavori intellettuali, creativi: in pratica, se sei un precario e stenti ad arrivare a fine mese, la colpa è solo tua.

Questo tipo di messaggio, che anche Steve Jobs amava trasmettere (vedi il discorso del 2005 ai laureati della Stanford University), è altamente pericoloso e distorsivo per la società, per le scelte di studio, per le giovani generazioni. Come se al mondo non esistessero lavori poco attraenti, ma che mandano avanti la società. Se si applica questo modello, il mondo del lavoro si divide in due categorie, in perfetta scissione classista: quello piacevole (creativo,intellettuale, socialmente rilevante) e quello che non lo è (ripetitivo, non intellettuale, a bassa specializzazione). Colui che fa un lavoro piacevole è di fatto un privilegiato in termini di ricchezza, status, istruzione, peso politico, nonostante sia una minoranza dell’intera forza lavoro.

Il resto del mondo del lavoro assume un valore minore agli occhi dei fautori di questo inno al fa’ ciò che ami e fallo con amore. Vengono cancellati tutti gli apporti indispensabili per consentire ai privilegiati di svolgere il loro lavoro d’oro: chi coltiva i campi, chi assembla per un salario da fame i supporti tecnologici di Jobs, chi trasporta le merci, chi pulisce gli uffici, chi si occupa dei magazzini e delle spedizioni ecc.

Questo è un mondo di sfigati che non sono stati in grado di applicare il mantra di Jobs e dei suoi simili? Questo mascherare il lavoro da amore, impedisce di rivendicare anche i propri diritti per un contratto serio e a una giusta retribuzione, tanto si gode del privilegio di fare un lavoro che si ama e che ti gratifica. Ci sono interi settori nei quali è normale venir ripagati solo in “moneta sociale”, in prestigio. Da questi meccanismi restano naturalmente esclusi tutti coloro che devono lavorare per sopravivere, in pratica la stragrande maggioranza.

Questo meccanismo porta a una società immobile, economicamente e professionalmente, che si autoriproduce sempre uguale a se stessa, perché esclude sempre le medesime voci offerte da coloro che restano esclusi dai circoli dei privilegiati. In questo processo le donne sono fortemente coinvolte, essendo di fatto le peggio remunerate ed essendo numerose in attività quali moda, media e arte e nelle professioni di cura e di insegnamento. In pratica, le donne dovrebbero fare questi lavori, non spinte dalla paga, ma perché naturalmente portate ad essi, come accade da secoli. Inoltre, una signora non dovrebbe mai parlare di soldi. Il mito del fa’ quel che ami è democratico solo in superficie.

Questa filosofia rientra anche nel sogno americano, protestante, dove chiunque si ingegni adeguatamente può raggiungere il successo. Perché sostituire il concetto di lavoro e di fatica con quello dell’amore? Lo storico Mario Liverani ci ricorda che “l’ideologia ha la funzione di presentare allo sfruttato, lo sfruttamento in una luce favorevole, come qualcosa di vantaggioso per gli svantaggiati”. Uno strumento perfetto per il sistema capitalista: distogliendo l’attenzione dal lavoro degli altri e mascherando il nostro con qualcos’altro, non potremo accorgerci della truffa ai nostri danni e per questo non rivendicheremo nulla, non lotteremo per i nostri diritti, non chiederemo di fissare dei limiti allo sfruttamento, non chiederemo che ci venga riconosciuto un giusto corrispettivo, non chiederemo orari compatibili con la nostra vita e la nostra famiglia. Naturalmente, ci saranno anche gravi ripercussioni sulla nostra propensione alla partecipazione politica attiva. Ci vogliono possibilmente inconsapevoli e tutti immersi in questa ideologia per tenerci occupati e separati, segregati nella nostra dimensione individuale.

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Tutto e niente. Il cambiamento e la transizione a patto di..

Crisi, recessione, economie ferme, aumento del divario tra ricchi e poveri, malcontento diffuso con un’annessa sfiducia nei confronti della classe dirigente. Sono temi che ristagnano nei dibattiti di tutti i giorni, ma che stentano a trovare una soluzione. Se si osservano questi problemi da un macro-punto di vista, si potrebbe trovare nelle distorsioni insite nel capitalismo la causa comune. Il capitalismo genera ricchezza e benessere, ma senza gli opportuni aggiustamenti da parte dello stato, si corre il rischio che si creino sacche di persone molto benestanti e masse di gente che a mala pena sopravvive. La distorsione è data da una fede esasperata nelle presunte capacità del mercato di trovare dei meccanismi di auto-aggiustamento. La scelta di affidare il sistema mondo a questo modello di sviluppo è stato un gioco d’azzardo calcolato e meticolosamente coltivato ad arte. Nulla si perpetua per caso. Il modello capitalistico globalizzato ha espanso e diffuso le sue distorsioni, i suoi tarli e ritengo che la strada imboccata sia in parte un processo irreversibile. Vogliamo beni senza limiti, a prezzi sempre più stracciati, welfare, stili di vita al di sopra delle nostre disponibilità, tutto a portata di mano, non importa a quale prezzo. Ce ne freghiamo di pensare quando andiamo a votare, salvo poi denigrare la classe dirigente. Poi ci lamentiamo, piangiamo e ce la prendiamo sempre con gli altri. Ci facciamo manipolare dai populismi che cavalcano il malcontento e la crisi. Ci facciamo infarcire di una informazione sempre più di parte e che ci lascia più aridi e delusi di prima. Siamo passivi e lamentosi. La nostra incoerenza ci rende difficilmente difendibili. A questo si aggiunge una prassi diffusa: una passione per la difesa del nostro status quo, del nostro orticello, di una sciocca rappresentazione ‘nazionale’ dello spazio europeo. I problemi che affliggono l’Occidente non sono da affrontare a livello di singolo stato o a zone. Occorre uscire da logiche unilaterali e di singoli capitani coraggiosi. Le variabili economiche e le dinamiche in gioco sono talmente complesse e interconnesse che occorre instaurare un nuovo corso unitario. Le soluzioni devono essere omogenee e non possono venire da semplici programmi nazionali, qualora se ne abbia si abbia il coraggio di riformare seriamente. L’ampio respiro dev’essere la regola delle politiche per risolvere i problemi cruciali del nostro immondo modello di sviluppo e di falso benessere a buon mercato. Il cambiamento deve passare attraverso una mutazione di abitudini poco virtuose ed egoistiche. La soluzione non potrà essere indolore e non dovrà proteggere benevolmente coloro che hanno prodotto solo danni e che hanno mangiato abbondantemente, ingurgitando avidamente ciò che sarebbe stato utile redistribuire. La mancanza di un efficace sistema di redistribuzione e di riequilibrio delle risorse, delle forze e dei poteri ha prodotto il disastro attuale. Così non può andare. Non ne usciamo senza un cambio radicale di mentalità, di abitudini e di modus vivendi. Vogliamo il cambiamento, ma senza smuovere veramente niente a fondo. Così non funzionerà mai.

Consigli di lettura:

  • Caroline De Gruyter, NRC Handelsblad: Problemi comuni, da Internazionale n° 1031 qui

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Il (semi)recupero di Marx

A proposito di lotta di classe, c’è chi recupera MarxLa rivincita di Marx_Internazionale1027 , per molto tempo considerato un visionario, le cui idee erano state smentite dai fatti. Liberismo, libero scambio, globalizzazione sembravano aver decretato il fallimento delle teorie di Marx, propagandando l’idea di una ricchezza che si sarebbe diffusa a vantaggio di tutti coloro che desideravano diventare ricchi. Tutti gli strumenti erano a portata di mano, semplici da applicare e da portare a proprio vantaggio. Certo, se tutto ciò fosse stato corretto, oggi saremmo tutti un po’ più felici e soddisfatti, non ci sarebbe la crisi e non sarebbe tanto acuto il conflitto sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio e io aggiungerei anche che è sempre più percepibile un altro scontro: come accennavo qui, si tratta di una guerra tra poveri, una lotta per difendere il proprio, quel poco che si ha. Il capitalismo ha sviluppato questo escamotage, una sorta di sistema immunitario della ricchezza. Il fatto che chi oggi protesta contro questi assetti socio-economici esistenti non chieda più di rovesciarli, bensì solo di riformarli e di rivederli, in modo che siano più praticabili e sostenibili sul lungo periodo, tramite una semplice redistribuzione della ricchezza, contiene una chiara debolezza. Come si può chiedere al sistema di cambiare e di autoriformarsi? Il sistema che ha prodotto il disastroso gap attuale tra poveri e ricchi tende a massimizzare i suoi profitti, il suo successo e il suo potere. Il potere passa anche per il controllo totale di coloro che servono a produrre ricchezza, a qualunque condizione. I meccanismi di autocura che si immaginano, sono veramente di una ingenuità enorme. Vogliamo il cambiamento,  ma siamo pigri, ci trema la voce e il pensiero al solo immaginare di perdere questo nostro disastrato modello capital-consumistico. Vogliamo forze progressiste in grado di dare una sterzata significativa e poi ci preoccupiamo di non calpestare troppi piedi “importanti”, non vogliamo cambiare in modo sostanziale il modello, ci accontentiamo di una fantomatica elemosina,  perché di questo si tratterebbe. Dobbiamo esserne consapevoli fino in fondo. Questo per Marx non sarebbe stato immaginabile. Le opportunità per tutti passano per una profonda ridefinizione delle regole, dei patti, degli equilibri tra le forze socio-economiche, per un cambiamento dei modelli e degli stili di vita. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Interventi troppo tiepidi avrebbero l’efficacia dei pannicelli caldi, in stile Gattopardo.

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Ragionando sul lavoro ai nostri tempi

Leggendo questo articolo dell’antropologo David Graeber Il secolo del lavoro stupido_Internazionale1023, si hanno delle impressioni discordanti. Keynes nel 1930 aveva previsto, molto ottimisticamente, che la tecnologia ci avrebbe consentito di avere una settimana lavorativa di 15 ore. Il che fa un po’ sorridere, perché in parte sarebbe realmente possibile, ma nei fatti non lo è. Certo, sono largamente diminuiti i posti di lavoro di chi produce beni materiali, ma il sistema economico ha ideato al contempo nuove forme di lavoro legate al terziario, alla fornitura di servizi. In pratica, sono fioriti opifici di lavori inutili o quasi, della cui utilità sociale si può, in un certo senso, nutrire qualche dubbio. Avete presente l’efficienza che è richiesta in qualsiasi impresa produttiva? Ce la siamo lasciata alle spalle, affogata nel modello lavorativo impiegatizio, consulenziale e di somministrazione di servizi di vario e presunto “alto valore aggiunto”, dove il valore pecuniario di queste prestazioni è elevato, ma spesso questo prezzo finisce solo nelle tasche di pochi e privilegiati dirigenti e manager. Ecco perché vediamo lievitare gli emolumenti di una parte di lavoratori e d’altro canto c’è chi assiste al depauperamento della propria busta paga. Ma questo sarebbe un male minore, se noi poveri lavoratori del terziario avessimo un po’ di tempo libero al di là del lavoro. Spesso il lavoro è diventato senza orario, mal retribuito, con un notevole ammontare di ore lavorate e per niente retribuite. Parlavo di efficienza, ma spesso la legge che vige in alcuni lavori è l’esatto contrario, la giornata è spesso fatta di tempi morti, per poi averne altri in cui non hai nemmeno il tempo di respirare. Ci sono giornate fiacche e giornate in cui si lavora a oltranza. Siamo operai intellettuali che vengono sfruttati senza molte regole. Per molti il lavoro diventa l’unico fulcro della propria vita, consuma le giornate ma senza un vero appagamento o un vantaggio per la collettività. La sensazione diffusa è di un lavoro arido, poco soddisfacente e che avvantaggia economicamente solo i vertici. Addirittura se riesci a completare un incarico in un tempo minore di quanto pattuito nel contratto con il cliente, vieni tacciato di far perdere fatturato e che si dovrebbe far finta di lavorare piuttosto che far perdere alla ditta quel margine di guadagno in più. Questo voi come lo chiamate? A voi la risposta e a me le conclusioni: tutto questo modus operandi porta il nostro modello economico all’autodistruzione, al lento impoverimento di senso e di valori. Anziché produrre un benessere diffuso, si crea un contesto di cannibalismo improduttivo e senza regole, dove il fumo vale più della sostanza, dove produrre spesso fa  coppia con aria fritta. I servizi sono importanti, ma solo se vengono gestiti bene e hanno come obiettivo un miglioramento tangibile. Tutto il resto crea distorsioni nel modo di vivere, percepire e produrre. Nell’articolo trovo corretto che si affermi che questo è un modello ideale per salvaguardare il capitalismo, dove sia chi produce beni materiali, sia chi fa un lavoro  “di concetto” o come dice l’autoreinutile”, sono vittime inconsapevoli di un ingranaggio creato dai vertici aziendali e dalla classe dirigente. Così si corre il rischio di una guerra tra poveri e si perde di vista il nocciolo del problema: indurre i lavoratori subalterni a una contrapposizione formale tutta interna, non più in chiave di una lotta di classe, ma di una lotta inter-classista, per poterci meglio sfruttare. Il nostro modello socio-economico perde il valore sociale dello svolgere un’occupazione utile e “migliorativa” della nostra società e ci lascia solo il lato pecuniario e vile della miseria a fine mese. Il sistema regge se la massa è inconsapevole e preoccupata solo del proprio orticello. Il sistema regge solo se si continua a percepire il lavoro come di first class o di categorie inferiori. Il capitalismo ha le mani libere se non c’è più un’unica e compatta classe lavoratrice, ma tante deboli compagini disorganizzate e in lotta tra loro per le briciole. Altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il crescente arretramento dell’azione delle organizzazioni sindacali.  Il sistema regge se l’istruzione non ci fornisce i giusti strumenti di interpretazione della realtà e ci fa crescere subalterni e ciechi. Il sistema regge se l’unico nostro obiettivo consiste nel lavorare per comprare. Il sistema capitalista si regge sul “Produci, consuma, crepa”, come in una canzone dei CCCP. Il problema è se vogliamo farci consumare da questa gestione folle.

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