Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Scomode

 

orecchino di perla

Mi è particolarmente piaciuto l’intervento di Barbara Bonomi Romagnoli, che all’interno di Linea notte del 23 ottobre (al 45° minuto circa qui), ha cercato di portare un po’ di luce su temi spesso scomodi e dimenticati, quali un ministero che si occupi delle pari opportunità, i fondi anti-violenza e il piano anti-violenza nazionale (chiedendo risposte precise in merito, al di là degli annunci e delle soluzioni tampone emergenziali; qui lo stato dell’arte). Il nostro compito deve essere quello di porre domande scomode. In questo periodo dove tutto è coperto da una coltre di miele e tutti sembrano adorare il premier, forse bisognerebbe essere tutti un po’ più svegli e chiedere conto dei problemi accantonati e dimenticati, ma tuttora esistenti.
Di Barbara, mi è piaciuto il suo parlare di violenza a 360°, che riguarda anche la disapplicazione della 194 e il numero di obiettori che di fatto compiono una vera e propria violenza sulle donne. Un discorso e una riflessione simile a quelli che facevo alle compagne del gruppo di donne di cui faccio parte, facendo riferimento a un articolo di Chiara Lalli sulla relazione annuale sulla 194.
Ha ragione Lalli (qui il suo articolo): “se scegli di fare il ginecologo dovresti prenderti in carico tutti i servizi e non solo quelli che ti piacciono”.
Questo vale per ogni contesto, dall’ospedale al consultorio. Altrimenti vai a fare un altro mestiere. Sì perché il consultorio pubblico dovrebbe essere il primo baluardo a difesa della 194. Parlo di Lombardia, ma il fenomeno può essere allargato. La riforma li ha trasformati da consultori familiari in centri per la famiglia. Stanno svuotando da dentro i consultori, riducendo personale e risorse. L’obiettivo finale di Regione Lombardia è rendere le cose difficili per scoraggiare gli utenti e rendere i servizi inutilizzabili, non adeguati. Un modo per agevolarne la chiusura in futuro.
La relazione del ministero mi sembra emblematica di una deriva che fa dell’approssimazione dei dati e delle informazioni un sistema per evitare di dover dare conto di una disapplicazione di fatto di una legge dello stato. Non viene fornito un servizio. Se non si compie un’analisi critica e non si legge tra le righe della relazione, l’idea è che tutto sommato il numero di non obiettori sia sufficiente a garantire il servizio. Ma quel 64% delle strutture pubbliche dice esattamente il contrario.
Dobbiamo chiedere che il personale sia idoneo a garantire un’accoglienza e un servizio degni. Di scribacchini di ricette rosse non abbiamo bisogno. Di farci fare la morale dal personale sanitario nemmeno. Altrimenti, se non ti senti portato, se non ce la fai proprio, cambi lavoro, smetti si avere relazioni con gli esseri umani e fai un lavoro di catena di montaggio. Nessuno ti costringe a fare un lavoro, che implica un uso appropriato delle parole, per cui non ti senti portato. Come in altri settori, c’è la fila fuori e noi ci guadagneremmo in salute. Penso che queste siano forme di violenza legalizzate. Quando il personale sanitario e la psicologa si permettono di dire che il mio dolore non esiste, oppure è sopportabile, è normale, per esempio per costringermi ad allattare naturalmente, stanno commettendo violenza. Perché io avevo una mastite e il mio dolore e la mia sofferenza c’erano. Fin qui uno dei tanti episodi personali che potrei raccontare. Quando un ginecologo si permette di etichettare come una poco di buono (davanti agli altri utenti dell’ambulatorio) una quattordicenne (apostrofando in malo modo anche i genitori della ragazza) che è andata in consultorio per chiedere di iniziare a usare un contraccettivo ormonale, commette violenza. Immaginate questo atteggiamento che risultati ha: le ragazze lasceranno perdere (con tutte le conseguenze di una mancata contraccezione) o si rivolgeranno al web. Non sarebbe meglio accogliere, spiegare, capire i motivi della richiesta e aiutare queste ragazze? Il Consultorio in Piazza mi ha permesso di raccogliere un sacco di storie. Il bello è che per molti e per molte donne, va bene così, il medico non può accogliere, ascoltare, approfondire, aiutare, deve semplicemente e asetticamente emettere diagnosi e anche qualche giudizio morale se lo ritiene.. Siamo immersi in una brodaglia ideologica, moralizzatrice, confessionale pericolosissima. Una donna con cui ho parlato mi ha detto che non rientra nelle competenze del medico essere empatico e stabilire relazioni umane. Il medico deve proteggersi da eventuali denunce. Quindi si può anche permettere di usare violenza verbale per non incorrere in eventuali problemi legali. Bene, anzi male. Non vi dico la professione di costei, è meglio. Questo tipo di persone vanno in giro a pontificare, ma sono altamente pericolose. Altro particolare che mi fa infuriare. Se io ho i soldi, pago un medico privato che senza problemi mi ascolta, mi consiglia, mi aiuta. Se non ho soldi e magari non ho una famiglia alle spalle che mi spiega come avere una sessualità consapevole, mi devo rivolgere alle strutture pubbliche e incrociare le dita, sperando di incontrare il medico giusto, che sappia ascoltarmi e che sappia consigliarmi (senza usare epiteti o minacce) e che non mi mandi via. Dev’essere sempre una questione di denaro?
L’inversione culturale, necessaria per bloccare la deriva, implica che una parte di società sappia uscire allo scoperto e far emergere questi disastri. Altrimenti saremo tutt* complici.

 

Non dobbiamo ignorare cosa accade attorno a noi. Dobbiamo essere al corrente di cosa è stato fatto nel nostro paese per la parità.

Ecco qualche immagine dalla marcia dei No194 e della contromanifestazione in difesa della 194 (qui e qui).

 

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Quei soggetti imprevisti

Irriverenti e libere2

 

Il pomeriggio dell’8 giugno sono stata alla Ladyfest per seguire la presentazione del libro Irriverenti e libere – Femminismi nel nuovo millennio di Barbara Bonomi Romagnoli.

Gli interventi e gli “asterischi” sono stati tutti molto interessanti e ricchi di spunti di riflessioni, da Lorella Zanardo a Eleonora Cirant, dal collettivo Ambrosia a esponenti del mondo femminista di varie generazioni.
L’autrice ha ricostruito le motivazioni e la genesi del libro, nato dalla necessità di non veder svanire tutta una serie di lavori, gruppi, sperimentazioni, che nel corso dell’ultimo decennio hanno rivitalizzato un dibattito femminista che sembrava addormentato dopo le fiammate degli anni ’60-’70 e qualche eco nei primi anni ’80.
Non è un lavoro onnicomprensivo, non è un’enciclopedia femminista degli ultimi anni, è una selezione attraverso un filtro personale dei fenomeni che Barbara ha vissuto più da vicino professionalmente come giornalista e umanamente come attivista. Sono le storie che sono passate meno sui media di larga diffusione, ma che hanno rappresentato, ognuna a suo modo, un modo di fare attivismo e di difendere quell’autodeterminazione che era stata l’emblema storico del movimento delle donne.
Il libro è un ottimo punto di partenza per tutta una serie di considerazioni e riflessioni su cosa ci si aspettava e cosa ci aspetta nel futuro prossimo. E’ uno di quei libri su cui ci torni più volte perché le voci racchiuse nelle sue storie ti invitano a tornare e a riflettere a lungo. E’ un libro di scoperte e di racconti che ti aiutano a mettere a fuoco una miriade di dettagli, passaggi e idee.
Non ci sono giudizi, se non quelli forniti dalle dirette interessate, intervistate dall’autrice. Questo mi è sembrato un approccio perfetto. Barbara ha saputo trovare il giusto equilibrio anche quando ha accennato all’esperienza dello Sciopero delle donne.
Tutte queste numerose declinazioni dell’attivismo “femminista” hanno mostrato tutte le difficoltà di trovare un modus vivendi e operandi tra donne. Personalmente penso che non dipenda dal numero delle partecipanti o dalla distanza geografica o anagrafica. Questa fragilità delle relazioni tra donne, tra attiviste credo sia insuperabile, per la natura stessa dei temi, per la differenza di opinioni, di approcci, di aspettative, di modalità di stare insieme, senza “sovrapporsi” e senza primati e personalismi pericolosi e fastidiosi. Non per questo non dobbiamo continuare a fare gruppo, a sperimentare nuove soluzioni, nuovi esercizi per stare insieme. Dobbiamo solo essere consapevoli dei meccanismi interni che si possono creare e cercare di tamponare per tempo e accettare che magari le cose non sempre hanno il successo sperato. Motivo per cui forse occorrerebbe ridurre la quantità di carne sul fuoco, concentrandosi su piccoli obiettivi, condivisibili e da portare avanti sul proprio territorio. Se mescoliamo gli innumerevoli problemi, dibattiti, temi che ruotano attorno alle tematiche delle donne, si rischia di fare un minestrone difficilmente gestibile. Secondo me la concentrazione delle energie su pochi, ma essenziali obiettivi comuni porterebbe giovamento ai movimenti. Così, penso che lavorare su progetti singoli, come si è detto nel corso del pomeriggio, sia un fatto positivo e una modalità molto utile. L’anima di tutti questi progetti siamo noi stesse, con le nostre storie, le nostre esperienze, le nostre sensibilità, le nostre energie e le nostre idee, insomma noi donne.
Se negli anni ’70 era inconcepibile una distanza tra movimento femminista e impegno per un cambiamento socio-economico, oggi appare evidente che si è creata una cesura tra le due tipologie di azioni e secondo me si corre il rischio di decontestualizzare le proprie battaglie, come se fare politica e voler incidere sulla realtà sia un qualcosa da fare a compartimenti stagni. Abbiamo forse modificato il significato di impegno politico o più semplicemente lo abbiamo riadattato ai tempi di allergia diffusa a una politica troppo affaristica, verticistica e istituzionale. Eppure, se veramente vogliamo sollevare la coltre di inerzia delle istituzioni e se vogliamo che certe istanze e certi cambiamenti avvengano veramente dobbiamo riprendere in mano un lavoro faticoso e difficile, ma che non può non comprendere un dialogo con le sedi decisionali reali, cercando di far intervenire il cambiamento di rotta anche in questi contesti. Naturalmente, stando attente a non farci strumentalizzare. Il femminismo cosiddetto storico aveva raggiunto una diffusione notevole, diventando una forza interlocutoria credibile e importante, che più di un risultato è riuscita a portare a casa. La nicchia è bella e rassicurante, ci fa sentire a nostro agio, tra persone che parlano la medesima lingua. Ma non sempre questa nostra prospettiva ci aiuta ad allargare il nostro dibattito, a divulgare le nostre idee e le nostre richieste di cambiamento. La ricostruzione di Barbara ha proprio questo obiettivo, tra gli altri: divulgare e informare attraverso un racconto esperienziale, utile a chi è a digiuno o che ha vissuto da lontano certi temi e movimenti. Utile anche a chi bazzica da tempo questi temi e questi gruppi, per comprendere cosa non è andato bene e cosa invece si può recuperare per i giorni a venire.

Inoltre, come ho scritto già in altri post, mi piacerebbe che i gruppi, i movimenti delle donne sfuggissero alla trappola/tentazione individualista, di lotta autoreferenziale o elitaria. Per individualista non intendo i singoli, ma la deriva che spesso alcuni piccoli gruppi imboccano. Questa tendenza che per alcuni è naturale, dev’essere riconosciuta e in qualche modo superata se non si vuole che l’esperienza si spenga o si affievolisca. Occorre ragionare in termini di battaglie diffuse, collettive, affinché diritti e risultati siano per tutt*, per superare quegli ostacoli socio-economici che nella vita non ci fanno partire tutt* dal medesimo punto.
Non dobbiamo aver paura delle etichette, essere femminista non deve essere sinonimo di strega o di persona fuori dal tempo: sono solo manipolazioni utili a demonizzare chi vuole un cambiamento culturale e reale di un mondo ostile alle donne. I motivi per lottare e resistere sono tanti e attualissimi.
Ma dobbiamo imparare a dialogare con tutti, ognun* con i propri metodi e pratiche, ognuna con il suo approccio ai temi del corpo, della sessualità e della percezione del sé. Dobbiamo uscire un po’ tutte dalle gabbie, di cui ha parlato la Zanardo. A mio avviso, non ricominciamo sempre da zero, è solo un’impressione di mutamenti e azioni che scorrono e si susseguono tutte con obiettivi comuni e che servono a liberare le donne da quelle camicie di forza culturali che le hanno sempre volute e tenute ai margini. Un percorso da fare mano nella mano, tutt* insieme. Noi ci proviamo. Noi, quei soggetti imprevisti (mutuando Carla Lonzi) della Storia.

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I diversi volti del femminismo

anarkikka1

Ritorno sul tema, su cosa vuol dire oggi essere una femminista. Mi interrogo perché oggi mi sento più coinvolta di un tempo e mi chiedo quali possano essere le cause e gli errori da evitare per non tornare ad addormentarci.
La mia è una generazione strana, non propriamente fortunata come i baby boomers, ma pur sempre cullata dalle premure dei nostri genitori, che tuttora, per molti, sono il paracadute sociale ed economico in questi anni di precariato. Questa sorta di rete protettiva, per chi ce l’ha, ci ha portati ad occuparci poco dei temi etici, delle battaglie tipiche degli anni ’60, ’70. Gli anni ’80 della nostra infanzia sono stati leggeri e sofferenti, ma non hanno lasciato traccia in noi di quel nero punk. Cristina D’Avena era il nostro mito e la caduta del muro venne vissuto come un segnale di un meraviglioso avvenire di pace. Lo stesso grunge ci ha portati a una adolescenza alquanto solitaria, poco comunitaria, raggomitolati su noi stessi e sul nostro spleen, che non capivamo bene da dove scaturisse. Non sono mancati gli inciampi, ma evidentemente non sono stati tali da spingerci a una mobilitazione. Ognuno ha seguito la strada del “si salvi chi può”.

Oggi, da madre, sono tornata ad interrogarmi su certi temi e su quello che desidero sia il mondo che mia figlia troverà ad accoglierla quando sarà adolescente. Magari sarà più forte di me, ma vorrei che non si tornasse indietro e che si accompagnassero le future donne in un percorso di crescita e di autoconsapevolezza a 360°. Ma come agire e come orientarsi per non fallire nuovamente?
Vi consiglio questo post, sui femminismi che oscillano tra coloro che ci credono e coloro che giocano a fare le donne alternative e le paladine dei diritti. Analisi chiara, sincera e che offre un’occasione per riflettere sul futuro delle reti e dei movimenti femministi. Come quando andavo al liceo, il mondo era costellato da ragazze che giocavano a fare le donne emancipate e invece erano forse più confuse e fragili di me. Oggi molti diritti e tutele sono sotto attacco e di personaggi tiepidi e opportunisti non ce n’è bisogno, dobbiamo arrivare al nocciolo, espandere le informazioni su sessualità e autodeterminazione. Partendo dalle persone. Tutte le altre scorie e gli obiettivi strettamente di carriera personale (le femministe di convenienza) devono essere lasciati indietro. Dobbiamo divulgare, parlare, raggiungere quante più persone possiamo, fare rete ma senza formalismi e soluzioni elitarie. Dobbiamo essere convinte e imbastire una mobilitazione costante, pura, schietta, spontanea, leggera ma profonda, che scandagli i punti essenziali.

Vi consiglio il libro di Barbara Bonomi RomagnoliIrriverenti e libere – femminismi nel nuovo millennio“, controcorrente.

Ringrazio Anarkikka per l’immagine del post.

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