Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Svestirsi degli stereotipi e dei ruoli di genere

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Negli ipermercati e nei negozi di giocattoli spesso ci imbattiamo in colonne di prodotti segmentati per genere, ce ne accorgiamo con un semplice colpo d’occhio, colonne visibilmente colorate in maniera tipica per genere, con giocattoli spesso rigorosamente ordinati sulla base del destinatario ideale di genere. Addirittura c’è chi demarca nettamente i reparti Bambini/Bambine.
Vorrei spiegare alcuni concetti brevemente, semplicemente, affinché si comprenda cosa sono gli stereotipi di genere, come si costruiscono e perché è così importante intervenire sin dalle prime fasi di vita. Perché non è così scontato e non si tratta delle solite elucubrazioni da femministe.
Il genere è una costruzione socio-culturale, una serie di comportamenti indotti dalla comunità alla quale l’individuo appartiene e dalla cultura in cui è immerso. Questa costruzione attribuisce ad ognuno dei due sessi caratteristiche e capacità diverse. Una serie di caratteri che cambiano a seconda del periodo storico, dalla morale, della società. Insomma ciò che definisce regole e comportamenti “maschili” e “femminili” ha inizio sin dalla prima infanzia, tanti piccoli tasselli di genere che contribuiscono a formare l’identità di genere.
Tutto può iniziare da piccolissimi, quando ci viene chiesto di essere conformi a un ideale, di maschio o di femmina, quando si avvertono i primi tentativi di segregazione per genere. L’uso dei colori, rosa per le bambine, azzurro per i bambini, è solo uno dei tasselli che di fatto creano una gabbia. Non è un problema di colore, ma di cosa c’è dietro l’uso dei colori, di cosa veicolano, di cosa sono impregnati. Quando si commercializzano libri come “Parole per Bimbe e Parole per Bimbi”, si compie un’operazione dalle ricadute non proprio innocue: come se lo sviluppo del linguaggio dovesse avvenire separatamente, come se fosse necessario sviluppare differenti qualità, orientamenti, lessico in funzione di ruoli, qualità, capacità e caratteristiche che da adulti dovranno essere ben distinte.
Vestiti, giochi e giocattoli, attività e libri separati, differenziati per genere diventano l’humus di una cultura che separa e crea stereotipi che diventano sempre più difficili da cancellare. Nel caso ci si voglia discostare da questi schemi culturali, si correrà il rischio di essere visti come una anomalia. Invece,occorrerebbe incoraggiare sin da piccoli ad avere gusti e interessi autonomi, non indotti da una aspettativa sociale, che classifica in un determinato modo e che si attende comportamenti e idee stereotipate.

 

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Questo l’approccio del neo presidente Marco Bestetti con gli #stereotipidigenere. Si arruolerebbe nell’Isis pur di riportare le donne sotto controllo e consolidare i secolari ruoli di genere. Trovo alquanto preoccupante e inaccettabile che un rappresentante istituzionale inneggi all’Isis per dileggiare la decisione di Coop Lombardia.
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Al Presidente del Municipio 7 di Milano Marco Bestetti, ho consigliato di leggere questo articolo, per recuperare delle informazioni dettagliate sulle implicazioni degli stereotipi di genere.

Mi ha risposto così:

commenti

Come buttare alle ortiche anni di studi di genere, che hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche rilevanti che hanno modificato l’approccio in varie discipline, dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali. Attraverso un lavoro e un cambiamento culturali si possono ridurre pregiudizi e discriminazioni basati sul genere e sull’orientamento sessuale.
Per Bestetti gli studi di genere e l’attenzione a un superamento degli stereotipi e dei ruoli codificati sulla base del genere sono “paranoie”.
Questo significa che non ha intenzione di occuparsene. Forza Italia 2.0.

Vorrei concludere ricordando che il concetto di genere e l’attenzione alle differenze lo troviamo ne Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949), mentre la sua prima definizione scientifica venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin in The Traffic in Women del 1975.

Infine, nel testo C’è Differenza di Graziella Priulla c’è uno studio accurato e le fonti bibliografiche a cui Bestetti potrebbe attingere per approfondire la materia ulteriormente.

 

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Quando i diritti diventano acquistabili

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Vivere in una società individualista, dove l’Io diventa metro e misura dell’etica.

Ci hanno abituato a pensare e ad agire come monadi. Celebriamo il successo individuale, non sono concepibili fallimenti. Non sono concepibili limiti. Non ci sono più istanze collettive e politiche. L’Io diventa autosufficiente e l’unico metro di giudizio, l’unica misura dell’umano. Una chiusura e una mancanza di comprensione della realtà molto pericolose. Questo individualismo esasperato ha vari effetti, alcuni invisibili, che arrivano però a minare la stessa etica che fonda il nostro vivere sociale.
Il partire da sé è stato trasformato, deformato, come se la soluzione potesse risiedere dentro ciascuno di noi. La risposta dentro noi stessi. Come se la responsabilità fosse su noi stessi, come se non ci fosse relazione con altri. Monadi appunto, con diritti individuali che possono benissimo schiacciare quelli altrui, perché alla fine si lotta unicamente per il proprio benessere, felicità, successo, orticello di interessi. E se oggi decido che posso procurarmi un corpo che mi generi un bambino, risulta tutto regolare, l’ottica dell’io sopra ogni cosa prevale. Una società in cui ci sono rapporti di forza che prevalgono e vengono legittimati nel nome del desiderio. I bisogni solitamente non sono argomento gradevole, e quando si parla di bisogni che possono portare una donna a scegliere di essere la “portatrice”, l’involucro, solitamente si cerca di negarli, di imbellettarli con parole dolci, come dono altruistico. Anche il partire da sé non aiuta se c’è troppa distanza tra il farei e il “lo faccio”. Perché se l’ipotesi del mettere in pratica è remota, lontana, improbabile, forse perde forza, diventa un bel discorso di teoria. Non riusciamo a gestire emozioni e questioni molto più semplici, possiamo essere in grado di donarci e di mantenere il distacco? Cosa significa provare empatia? Cosa significa usare un’altra persona come mezzo? Cosa significa prendere possesso di un altro individuo, imponendogli doveri e regole per contratto? La questione di fondo non è impedire di, ma di ragionare sul contesto in cui queste nuove forme di business si sviluppano, in modo ampio, sulle ricadute che non sono solamente quelle del mettere al mondo un bambino.

 

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Prostituzione e tratta sessuale: una verità innegabile

Trovato su earthandspacequest.tumblr.com

Trovato su earthandspacequest.tumblr.com

 

Come promesso torno a tradurre un altro post di Mia de Faoite (QUI l’originale).

Prostituzione e tratta sessuale sono strettamente connesse; si ha una grazie all’altra. L’elemento di connessione sta nella domanda dei nostri corpi, affinché possano essere comprati, usati, sfruttati, umiliati, stuprati dagli stessi delinquenti e che quel legame crudele non può essere rotto da chiunque, sempre e in ogni luogo. Sebbene alcuni responsabili politici, del governo o accademici radicali faranno del loro meglio per spezzare questo legame, ma la loro verità è futile e illogica, solo uno sciocco può negare una verità tale.
Per quasi diciotto mesi ho vissuto a contatto con una donna vittima di tratta, siamo diventate molto solidali, anche se ci vedevamo in segreto, perché lei era costantemente sotto il controllo del suo sfruttatore. Non ho mai conosciuto una persona tanto distrutta, e nonostante mi sia occupata di lei, l’abbia curata, non sono stata in grado di rompere quel malsano e contorto legame che la legava al suo sfruttatore. Se l’avesse picchiata, lo avrebbe difeso, a volte si disperava per compiacerlo, eppure dentro sé in qualche modo aspirava ad essere libera, ma la libertà era un concetto che per lei aveva perso ogni senso.
(Mia ricorda la notte in cui le dette rifugio, storia riportata anche nel mio precedente post, ndr).
Le ho detto che le avrei preparato un bagno visto che sembrava esausta. L’ho lasciata in bagno e sono andata nell’altra stanza. Mi ha chiamata e quando sono entrata sono rimasta sconvolta dentro, davanti a me c’era la mia amica, ma aveva il corpo di un bambino, il suo ventre sporgeva, non aveva seno, il suo corpo era coperto da vecchi e nuovi lividi, graffi, sembrava appena uscita da un campo di concentramento. Non volevo che mi vedesse piangere. Sono tornata in bagno nuovamente per lavarle i capelli perché aveva le braccia doloranti. L’ho aiutata ad asciugarsi i capelli e canticchiava come una bambina. L’ho messa a letto e ho aspettato che si addormentasse. Poi ho pianto per quella bambina perduta che avevo appena messo a letto, non dimenticherò mai quell’immagine che ho visto quella sera, non eravamo in un campo di concentramento, in Polonia nel 1945, eravamo nel mio appartamento, a Dublino, nel 2010, non c’era una guerra in corso, ma non c’era una legge che ci proteggesse.

La mia amica, dopo cinque giorni in cui aveva assaporato la libertà, tornò dal suo pappone, non era più capace di apprezzare la libertà, di capirla, non riusciva più a pensare a se stessa. L’unico fattore che ha rimosso la libertà della mia amica è la prostituzione, possiamo incolpare i trafficanti e gli sfruttatori, ma questi esistono solo a causa dei clienti, uomini che credono di avere il diritto di acquistare altri esseri umani.
Qualche mese fa sono andata allo zoo di Dublino con le sopravvissute alla prostituzione e donne vittime di tratta con i loro bambini. Ci siamo fermate a guardare le giraffe e rispetto alla mia ultima visita, ora c’era un nuovo spazio dedicato a una baby giraffa. Ho spiegato a una mia piccola amica che le giraffe vengono dall’Africa attraverso un lungo viaggio, che quella piccola giraffa non era infastidita, ma come tutti i bambini, desiderava superare la recinzione, è il loro istinto.
Mi sono guardata attorno e ho riflettuto sul fatto che noi portiamo da noi questi animali per mostrarli ai nostri bambini. Li accogliamo, li curiamo, li nutriamo, gli diamo un rifugio adeguato, tutto per farli crescere sereni e felici, ed è giusto che sia così. Ma non sono l’unica cosa che importiamo in Irlanda, dall’Africa portiamo anche donne e bambini per soddisfare le esigenze di un certo tipo di uomo, queste persone non sono trattate con ammirazione e rispetto come le giraffe. Ho abbracciato e baciato sulla guancia quella bambina e mi sono scusata con lei a nome del mio Paese, per quello che è capitato alla sua splendida madre, ma le ho detto che le cose stavano per cambiare. Mi sono vergognata tanto, non era il senso di colpa con cui noi prostitute conviviamo di solito, ma un senso di vergogna per la mia terra.

Il silenzio è d’oro si dice, ma non lo è, la pace e la serenità lo sono, il silenzio può essere mortale. Perché l’Irlanda è rimasta per tanto tempo in silenzio per quanto concerne l’acquisto di esseri umani per sesso, perché attribuisce un diverso valore alle donne come me e un altro per quelle vittime di tratta? È qualcosa che molte persone non vogliono ammettere, attribuire un valore diverso alle donne, molte volte non vogliono nemmeno vederlo. Mi chiedo cosa succederebbe se a essere vittime di tratta fossero delle donne statunitensi o tedesche, pensate che lo avremmo tollerato? Io penso di no, perché se io fossi nata in una rispettabile famiglia di Manhattan, io sarei stata degna di essere salvata, supportata e mi avrebbero garantito di tornare a casa sana e salva. Al contrario se fossi nata povera, non avessi ricevuto educazione, e provenissi da uno stato dell’Europa orientale, non avrei le stesse garanzie e protezioni, perché (certi Paesi) non ha(nno) il valore che hanno gli USA. Come possiamo decidere questo, che un essere umano ha più valore di un altro?
Il traffico di esseri umani è una moderna forma di schiavitù, e la schiavitù sessuale è il più terribile dei crimini, perché rimuove ogni diritto umano e la dignità delle persone. Non fare niente equivale ad avere un ruolo attivo affinché questo sia accada. Il mondo si deve svegliare, il mio Paese non ha altra scelta che combattere tutto ciò. L’Irlanda ha combattuto per la propria libertà, perciò ora deve battersi per difendere la libertà degli altri, non importa da che Paese provengano.
La prostituzione è, è stata e sarà sempre un affronto assoluto alla dignità umana e lo so perché l’ho vissuto in prima persona. Solo due anni e mezzo fa mi trovavo sulla strada anche io, spogliata di ogni frammento di dignità che possedevo, e ogni cosa che pensavo a proposito di ciò che ero una volta, mi ha fatto cambiare direzione, nonostante me.

La Svezia ha fatto la cosa giusta, in nome della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, la Norvegia e l’Islanda l’hanno seguita, ora è il turno dell’Irlanda e non dobbiamo perdere la possibilità di evocare un cambiamento sociale per superare questo, il nostro governo non ha il diritto di continuare a permettere che delle vite tragiche diventino senza senso.
Per finire, ciascuna vita ha un valore finché si attribuisce valore alla vita degli altri, questo è il mio augurio per il mio Paese, che riconosca il valore alla vita di coloro che sono vittime di tratta, di chi è costretto, di chi è profugo, solo, malato, tossicodipendente, in sostanza della maggioranza di coloro di cui anche io ho fatto parte in passato.
Mia de Faoite

 

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Per agganciare il mondo attorno

Baby gang - Admiralengracht, Amsterdam, 1932

Baby gang – Admiralengracht, Amsterdam, 1932

Loredana Lipperini qui ha espresso e riassunto perfettamente le sensazioni che ho avuto anche io dopo aver letto il raffazzonato articolo sul Fatto.
Fesserie appunto, come dice Lipperini. Come se fosse possibile spartire di qua o di là già dai primi anni, come se si potesse scrivere generalizzando su questi delicatissimi temi. Siamo noi adulti ad essere ossessionati dall’inscatolamento compulsivo dei bambini.
Mi son venute in mente alcune riflessioni in merito. Sia perché sull’argomento mi ero già espressa (qui, qui e qui), sia perché da bambina io non distinguevo il genere dei giocattoli, questo gli adulti devono metterselo in testa. Sono dettagli che notano solo i grandi, ma che per i bambini non esistono, perché per loro esiste un gioco bello o brutto, basta, senza troppi perché o sovrastrutture. Sono particolari che servono solo agli adulti per incasellare meglio i più piccoli e per renderli dei perfetti futuri consumatori. Sono meccanismi innescati da coloro che devono vendere e pubblicizzare un prodotto, in questo caso un giocattolo. Sono strategie di cui noi adulti, noi genitori ci rendiamo complici, spesso inconsapevoli. Personalmente penso che la faccenda dei colori e dei giocattoli di genere esista solo nelle menti monolitiche dei grandi. Vi ho già raccontato quando mi hanno fatto notare questa “divisione”: all’asilo, avrò avuto 4 anni, non potevo giocare con macchinine e soldatini/indiani, la maestra li aveva messi in scatoloni ben “segregati” e destinati ai maschietti. Ci rimasi male, ma non fu per me un freno. Anzi! Ricordo che mi piaceva giocare con i miei cuginetti a He-Man, con il veliero dei pirati della Playmobil (mio sogno mai esaudito), a calcio, anche se ero una schiappa. Ho iniziato a giocare con le Barbie a 7/8 anni. Ma sapete il motivo reale del gioco qual’è, la molla che ti porta a scegliere un determinato giocattolo? Per stare insieme, per giocare insieme e divertirsi insieme agli altri. Iniziai a giocare con le Barbie per stare insieme alle mie compagne, perché quello era uno dei mezzi attraverso cui fare gruppo, era solo un elemento per ritrovarsi e giocare insieme. Ma era solo uno dei tanti modi per stare insieme: la campana, saltare l’elastico, giocare a palla, a nascondino, giocare a impersonare un personaggio dei cartoni. Non importa il gioco, ma lo stare insieme, che forse con il tempo ci siamo dimenticati. Il giocattolo non vale per se stesso, per le abilità che può farti sviluppare, ma perché è un gancio per interagire con gli altri e con il mondo che ti circonda. Il giocattolo non è e non deve rimanere qualcosa di fine a se stesso. Mi fa tristezza se ce lo siamo dimenticati, se ci dobbiamo arrovellare sul “fabbricare” gli uomini e le donne del futuro, sulle basi delle nostre aspettative. I bambini cambiano velocemente e più volte nel corso dell’infanzia, andrebbero semplicemente lasciati liberi. I bambini giocano anche con molto poco, si fabbricano i giochi da soli (sullo stile dello “scatolone fabbricone” dell’Albero Azzurro): su questa loro capacità dovremmo investire. Siamo noi adulti che forse li riempiamo di troppi oggetti e sollecitazioni, perché a volte non abbiamo tempo da investire su di loro. Basta un po’ di cartoncino (a mia figlia ho comprato gli album Taglia e Incolla), disegnarci su qualche personaggio e qualche oggetto, ritagliare il tutto e inventarsi una storia. Per tutto questo basta un po’ di fantasia (ne basta un briciolo, non vi immaginate che io sappia disegnare capolavori o inventare favole straordinarie) e tanto tanto amore!
Non accaniamoci a costruire futuri ingegneri o architetti, medici o scienziati. Questo serve solo ad alimentare il nostro ego di adulti e di genitori, per esibire il “fenomeno” con gli altri. Sarà tutto tempo perso, ma non per noi, bensì per i nostri bambini. Rammentate sempre l’ottica!

P.s. E’ una vera goduria poter tornare a colorare gli album e a pasticciare con colla e forbici!

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Cos’è la fantasia?

Mucca Moka di Agostino Traini - Emme Edizioni

Mucca Moka di Agostino Traini – Emme Edizioni

Mia figlia, che ha due anni e mezzo, mi ha spiazzato ancora una volta con le sue domande. Ieri mi ha chiesto cosa fosse la fantasia. Un concetto astratto è difficile da rendere, ma ci ho provato. Ho notato che mia figlia adora farmi domande complesse, che come le scatole cinesi, implicano altre domande a catena. Le ho spiegato che la fantasia è tutto ciò che ci permette di immaginare di fare e di essere cose diverse, ti permette di sognare anche quando non dormi, ti permette di inventare nuovi giochi, di cucinare deliziosi manicaretti, di volare, di guidare un aereo, di scorgere sagome buffe nelle nuvole, di saltare fino a raggiungere la luna (tra un po’ sfonderà il letto a furia di provarci 🙂 io glielo consento per compensare il mio desiderio frustrato da bambina, quando non mi permettevano di saltare sul letto) di salire sulle nuvole, di andare in mongolfiera, di essere chi vuoi tu, di fare mille cose diverse anche senza avere gli strumenti a portata di mano. Una coperta diventa la tua grotta oppure puoi giocare a fare il fantasmino. Dei cartoncini colorati ritagliati sono sufficienti a inventarsi storie sempre nuove. La fantasia ti permette di trasformare i tuoi giochi, inventandoti nuove soluzioni, modi di adoperare quello stesso gioco. Significa trovare alternative, guardare le cose da un punto di vista nuovo e diverso. La fantasia è anche sentirsi liberi. Lei è una divoralibri, divorastorie di ogni tipo. La fantasia è ad esempio immaginarsi e fingere che la lava del vulcano di Mucca Moka sia davvero bollente e faccia tanto fumo.. anche se poi la razionalità di mia figlia emerge comunque: “mamma ma non brucia davvero, è un disegno”. Ecco, la fantasia non va d’accordo con la logica e la razionalità. Ma la fantasia ti permette di proiettarti al di là del presente, del contesto, del già noto, di ciò che è scontato e precostituito per te, ti proietta nel futuro e ti aiuta a smontare gli schemi, a essere un individuo autonomo. Con il tempo diventi più concreto, più ancorato alla realtà, ma un pizzico di fantasia aiuta sempre. Sarà un caso che mi piace il surrealismo?
Concordo in pieno con quanto afferma il Ricciocorno in questo bel post.

p.s. Ringrazio Agostino Traini, l’autore di Mucca Moka: mia figlia è stata “rapita” dalle avventure di questa MUUU!

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Le donne e i bambini di Tuam

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‘That’s a long time ago, forget about it, it doesn’t matter any more.’

Così Catherine Corless riassume l’atteggiamento che ha prevalso tra gli abitanti della piccola Tuam, cittadina della contea di Galway in Irlanda, quando sono stati pubblicati i risultati della sua ricerca, che sta scuotendo le coscienze degli irlandesi e non solo. Questa donna, oggi sessantenne, ha ricostruito pazientemente un pezzo dimenticato della storia locale, un episodio terribile per anni rimosso e mai affrontato. Ha denunciato le violenze e i maltrattamenti subiti dalle madri e dai loro bambini nati fuori dal matrimonio. Fino agli anni ’60 le ragazze madri, cacciate dalle famiglie, venivano ospitate in case d’accoglienza gestite dalle suore cattoliche, ma erano obbligate ad abbandonare i figli. Questa era la prassi in tutta l’Irlanda. Questi bambini spesso morivano a causa delle malattie e della malnutrizione. Catherine non ha mai dimenticato questi orfani che venivano sistemati in fondo alla sua classe e sottoposti a ogni tipo di dileggio. Oggi non possiamo immaginarci cosa potesse rappresentare diventare madre senza essere sposata in una società come quella irlandese di quei tempi. Il 10 giugno 2014 il primo ministro irlandese Enda Kenny ha annunciato la creazione di una commissione di inchiesta per comprendere cosa sia realmente successo alle quelle donne e ai loro bambini. Questo “abominio” come lo ha definito Kenny sembra aver coinvolto circa 35mila ragazze madri che sarebbero finite in circa 10 istituti, tra cui quello di Tuam, gestito dalle suore del buon soccorso. Ci sono storie di adozioni forzate, bambini schiavizzati dalle famiglie adottive, separazioni forzate dalle madri e dai fratelli. La ricerca di Catherine richiama anche un altro episodio della storia locale di Tuam. Nel 1975 due bambini, mentre giocavano attorno al muro di cinta del vecchio istituto ormai abbattuto, scoprirono una fossa contenente dei corpicini. La zona venne benedetta ma la questione finì lì. Allora non si poteva criticare la chiesa e i sacerdoti. Oggi, l’Irlanda è diventata più laica e più di un bambino su tre nasce fuori dal matrimonio. Oggi che il patto tra potere politico e chiesa si è indebolito, che la popolazione non è più disposta ad accettare certe forme di emarginazione sociale, non è più ammissibile che non si diano risposte su episodi così terribili. Oggi si sa che i corpi erano 796, appartenenti a bimbi deceduti tra il 1925 e il 1961, anno della chiusura dell’istituto di Tuam. Corless oggi vuole restituirgli un nome, trovare la loro identità, per ridare loro quella voce che gli è stata tolta in nome di cieche pratiche, che di religioso non avevano niente. Donne e bambini privati dei loro diritti.

“This was a country that applauded motherhood but ensured that unmarried mothers and their children had no rights; a society where gossip was a means of ensuring conformity; where poverty and illnesses such as TB (tubercolosi, ndr) were rife; where class determined your relationship to authority; where secrecy shaped our social interactions and responsibility and accountability were too seldom practised”.
Maria Luddy – docente di storia moderna dell’Irlanda alla University of Warwick, UK. Qui l’articolo completo.

 

Oggi le istituzioni sono chiamate a rispondere e ad assumersi le proprie responsabilità, a scusarsi e a risarcire anche economicamente le vittime. Anche per consentire a coloro che sono stati separati dalle proprie madri, fratelli e sorelle di ricostruire la propria storia, le proprie origini. Questo mi sembra il minimo.
Questa è un’altra orrenda pagina per l’Irlanda, dopo lo scandalo dei preti pedofili e delle Magdalene laudries, gli istituti religiosi per ragazze “perdute”, costrette a lavorare gratuitamente per espiare i loro peccati.

Ho trovato qui una interessante tesi di laurea di Ann Marie Graham, che ricostruisce il contesto legislativo irlandese, tra il 1921 e il 1979, a riguardo delle ragazze madri.

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C’era una volta l’infanzia

Vi segnalo questo articolo, di Simonetta Fiori, che a mio parere è da leggere, leggere, leggere e rileggere: C’era una volta l’infanzia. Ci sono dei passaggi che sono fondamentali e su cui occorre riflettere, per evitare di trasformare il ruolo genitoriale in una figura di manager dell’organizzazione della vita dei nostri figli.

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Lasciamo ai bambini scegliere come e quanto giocare

Incredibile, a Natale si riapre il dibattito sui giocattoli, sul gioco dei bambini e via discorrendo.

Oggi ho letto ben due articoli sull’argomento gioco.

Il primo, uscito sull’Huffington Post, verte sui giocattoli sessisti: qui. Sinceramente la trovo una polemica sterile e pretestuosa. Porto il mio caso personale ad esempio. Da piccola, ricordo che all’asilo, veniva applicata ancora una rigida divisione di genere per i giocattoli. In pratica, era sconsigliato il gioco con le macchinine, i pupazzetti degli indiani o giocattoli di uso prevalentemente maschile. Questo per me era un supplizio, anche perché ero costretta a trascorrere gran parte del tempo a disegnare e a colorare (cosa in cui ero e sono rimasta negata, nonostante mi applicassi e mi sforzassi di migliorare). Il mio rammarico era questa linea di confine, che le mie maestre avevano segnato. Sarebbe stato meglio lasciarmi la possibilità di scegliere. Ma non per questo disdegnavo i giochi da bambina, infatti, adoravo le bambole, stirare, cucinare. Insomma, il mio gioco è stato un modo per prepararmi alla vita adulta, ad imitare i grandi, ad essere autonoma e autosufficiente da adulta. Tutto questo gioco di simulazione, mi ha consentito poi, quando sono diventata puù grandicella, di passare dal gioco al vero e proprio “fare”. Quando sono andata via di casa a 23 anni, per lavorare a Milano, a 1000 km da casa, non ho subito nessun trauma, perché ero in grado di cavarmela da sola. Il gioco è stata una componente essenziale della mia crescita e non mi sono mai sentita discriminata se ricevevo in regalo un gioco da bambina. I bambini devono essere lasciati liberi di scegliere come giocare, devono poter sperimentare autonomamente. Questo non significa lasciarli giocare da soli sempre, ma accompagnarli nelle scoperte e guidarli in modo soft, perché non è il giocattolo, l’oggetto in sè, che fa crescere: l’interazione e il confronto con gli altri, che siano coetanei o adulti, sono i combustibili indispensabili affinché scatti la scintilla che porta ad apprendere qualcosa. Con mia figlia lascio che lei si accosti ai giochi in modo spontaneo, glieli propongo, le faccio capire grosso modo il senso e poi la lascio andare in avanscoperta da sola. Devo dire che le piacciono i Lego, come le pentoline o le macchinine. Lei adora imitarmi e fa tutto con una naturalezza incredibile. La vedi pulire e cucinare come una piccola donna di 80 cm. Nessuno le ha mai “suggerito” nulla, ha fatto tutto naturalmente, istintivamente. Non posso mica impedirle di giocare a cucinare perché poi potrebbe crescere con il tarlo della casalinga! Ho scoperto che ci sono dei comportamenti spontanei, che non possono cadere sotto la scure di educatori che hanno paura che vengano inculcati valori sessisti. Quindi bando ai bacchettoni e lasciamo che i nostri bimbi sperimentino tutto, in totale libertà e scevri da ogni pregiudizio di sorta. Lasciamo spazio alla loro immaginazione!

Il secondo di Peter Gray, uscito sul magazine Aeon, è illuminante, perché finalmente qualcuno si pone il problema di come la nostra società ha “ingabbiato” i nostri figli in una serie di attività, che li allontanano sempre più dal gioco, che invece è molto molto importante.

Buona lettura!

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