Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Una TV che non rispetta i vissuti di donne e bambine


Un servizio, un ennesimo servizio di Nemo, Nessuno escluso, su cui dobbiamo riflettere e interrogarci perché trasmesso da una rete pubblica in prima serata. La sposa bambina descrive con dovizia di particolari i preparativi della cerimonia di Prima comunione di una bambina meridionale. Ci domandiamo da cosa nasca questo servizio e a cosa risponda? A fornire uno spaccato di quanta fragilità ci possa essere nella nostra società? A colpevolizzare una madre? A fotografare un fenomeno di costume, offrendo uno spaccato folcloristico del nostro Sud? A fare un cabaret triste e uno spettacolo morboso su di una bambina? Il tutto senza andare a monte, restando solo alla superficie delle cose che accadono e accendendo i riflettori sulle spese folli per una comunione, senza interrogarsi sulle ragioni più profonde e sul contesto da cui esse traggono origine.
Lasciando tutto alle immagini, alle frasi delle madri e agli sguardi smarriti di bambine condotte in ingranaggi che lasciano il segno, risulta evidente solo lo stigma e l’aspetto folcloristico, tagliente però più di una lama. Con il gravame preliminare di quel titolo che ci accompagna per tutto il servizio, quelle parole che insieme proprio non ci stanno: Sposa e Bambina. C’è che a queste bambine vengono sottratti orizzonti perché le stesse madri sono impossibilitate, dal contesto in cui sono cresciute e in cui vivono, a fornire strumenti diversi per costruirsi un futuro. I padri non ci sono, come sempre o sono invisibili o restano sullo sfondo.
Anni e anni di tv commerciale del biscione hanno creato un immaginario che non lascia molte alternative, come del resto fece anche Boncompagni quando si inventò le ragazze poco più che bambine di Non è la Rai. Fautori di un modello televisivo Lolita oggetto sessuale per un pubblico incapace di percepirne le conseguenze. Conseguenze che si annidano e alimentano un immaginario che, anziché essere eradicato si afferma come fonte di riscatto. L’emancipazione fatta di lustrini e paillettes diventa monodirezionale, con la conseguenza che Belen, se diviene per la madre il modello auspicabile per la figlia, per la bambina non è altro che un immagine irreale su di un poster pubblicitario, al punto da domandarsi: “Ma Belen è viva?”.
Chiedere a una bambina di 9 anni di essere più sexy davanti all’obiettivo fa venire i brividi, perché è come se si stesse cancellando la sua infanzia, il suo diritto di essere semplicemente una bambina di 9 anni, senza doverne dimostrare di più, senza occuparsi di essere come qualcun’altra. Tagliando a fette il tempo, quasi si volesse fuggire da un presente fatto di difficoltà e sacrifici e da un futuro altrettanto oneroso. E succede così che si investa in una cerimonia, come confermato dalle parole della padrona del negozio di abiti per comunione: “Abbiamo notato che i clienti sono focalizzati più sulla comunione che sul matrimonio, forse perché non c’è l’aspettativa di un futuro, preferiscono fare adesso tutto. (…) Le mamme cercano questo (ndr abito) come da grande, così le vogliono da bambine.”
Come succede ai concorsi per baby miss, molto diffusi negli USA, si assiste anche in Italia ad un’adultizzazione precoce e indotta, utilissima ad una industria della moda, della pubblicità, dello spettacolo che richiede come merce di scambio lo scempio delle vite di queste bambine. Così facendo si plasma e si replica all’infinito una cultura capace di costringere bambine e donne in gabbie utili a segregarle socialmente e culturalmente per accrescerne conseguentemente le differenze di opportunità. Le responsabilità sono di tutti coloro che a queste madri e a queste figlie non offrono alternative di vita, di pensiero, di emancipazione, ossia quel gancio in mezzo al cielo che gli consentirebbe di cambiare orizzonti e prospettive di vita. Forse in qualche caso la madre cerca il proprio riscatto sociale attraverso la figlia, quasi a volersi concedere un’altra, seppur tardiva, opportunità. Forse nemmeno si rende conto che sua figlia è ancora una bambina, solo travestita e ricostruita da adulta.
È, però, onere dei media, della scuola, della comunità d’appartenenza, di chi giudica senza capire, senza comprendere che c’è un problema e un vuoto più vasti. Se in tutta la tua vita ti viene detto che è solo attraverso la bellezza, il tuo corpo, l’ingresso nel mondo dello spettacolo, che puoi costruirti un futuro, non vedrai alternative. Non potrai immaginare altre strade, non potrai essere diversa da questo programma e da questo destino.
La vicenda descritta nasce a Napoli ma non ha confini territoriali, potrebbe spaziare ovunque se solo allargassimo lo sguardo ad ogni luogo caratterizzato da alcuna emancipazione mentale, zero aspirazioni, nessuna via d’uscita se non quelle legate agli stereotipi e ruoli femminili. Soprattutto laddove lo studio e la scuola non vengano percepiti come occasione di riscatto e di opportunità su cui investire.
Il servizio televisivo La sposa bambina dovrebbe richiamare tutti noi alla responsabilità di permettere a tutti le stesse opportunità, in modo che si possa partire più o meno tutti dallo stesso punto e che vengano rimossi concretamente tutti gli ostacoli ad una crescita e a uno sviluppo paritario e non discriminatorio. Un obbligo che per la televisione pubblica dovrebbe costituire l’essenza della sua mission, non fosse altro che per offrire gli strumenti per tentare di comprendere le ragioni di questi fenomeni, nonché le correlate responsabilità private o pubbliche che siano.
La tv è responsabile della costruzione, della veicolazione e della sopravvivenza di certi immaginari, come anche delle false aspettative e visioni distorte che ad essi conseguono. Nel tempo ha prodotto e consolidato modelli idonei ad ingabbiare le persone e non si è preoccupata di fornire stimoli alternativi, limitandosi così ad assecondare la cultura vigente. Con il tempo l’intrattenimento, non sempre di qualità, ha preso il sopravvento e anche la Rai si è adeguata. Non ha mai mostrato qualcosa di diverso, storie di riscatto diverse, salvo sporadicamente. Non ci crede e non investe sino in fondo, a volte perde finanche l’attenzione a specifici contenuti quali quelli delle infinite declinazioni dell’essere donna, delle infinite sue possibilità, dei diritti acquisiti da difendere e quelli per cui si deve lottare.
La tv in questo caso si è deresponsabilizzata, producendo e mandando in onda questa storia senza supportarla con un approfondimento adeguato, di fatto addossando la responsabilità solo sulle donne, sulle mamme, che invece sono le vittime di un sistema che non concede alternative di emancipazione e di miglioramento.
Troppo semplice narrare di un ascensore sociale bloccato, facendone ricadere la colpa sulla chi è vi è rimasto rinchiuso e non su chi deve garantire il funzionamento dell’intero sistema sociale, affinché sia assicurata a tutti una prospettiva di vita dignitosa ed il più possibile egualitaria e paritaria.
Questo servizio non rispetta le persone, le donne, i bambini, con i loro rispettivi vissuti. Li proietta e li getta in pasto ai telespettatori. Una tv che fa servizio pubblico non può superficialmente mandare in onda qualcosa senza pensare alle inevitabili conseguenze, strumentalizzando le vite altrui per fare audience. La tv del tiro al bersaglio, della gogna, del circo, del tutto va bene pur di alzare lo share non può legare con la mission del servizio pubblico degno di tal nome.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Violenza contro bambine e ragazze. Dal mondo all’Italia

amanda-cass

@Amanda Cass

 

I diritti fondamentali di donne e bambine sono stati al centro di un impegno costante negli ultimi anni. È aumentato il numero di bambine che vanno a scuola, le donne sono più presenti nel mercato del lavoro e hanno maggiore accesso a metodi contraccettivi. Ma abbiamo ancora molte cose da aggiustare. La violenza contro le donne e le ragazze “persiste a livelli pericolosamente elevati” come ha denunciato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Nel nostro Paese la situazione non è rosea.

Dal rapporto Indifesa di Terres des Hommes, apprendiamo che: “Secondo l’ultima indagine ISTAT la violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita almeno una forma di violenza sessuale o fisica, pari al 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Il 10,6% delle donne intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di almeno una forma di violenza sessuale prima dei 16 anni. In particolare, nel 10% dei casi la donna è stata toccata sessualmente contro la propria volontà, nel 3% è stata costretta a toccare le parti intime dell’abusante e nello 0,8% ha subìto forme più gravi come lo stupro.”

Gli autori delle violenze sono: quasi l’80% persone conosciute, soprattutto parenti e familiari (19,5%), amici di famiglia (11,4%), compagni di scuola (8%), amici (7,4%), seguono i conoscenti (23,8%). Solo il 20,2% sono sconosciuti.

Nei primi 6 mesi del 2015 il centro SVSeD (Soccorso Violenza Sessuale e Domestica) della Clinica Mangiagalli di Milano ha registrato 64 ingressi di minori, dei quali 13 casi vittime di violenza fisica e/o emotiva e 51 casi vittime di sospetto abuso sessuale. Tra questi la stragrande maggioranza erano femmine, mentre la rappresentanza maschile è sempre dell’1-2%, come riferisce a TdH Lucia Romeo, Responsabile Pediatra del servizio SVSeD dell’IRCCS Policlinico Milano.

 

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Senza nome, senza volto

Matisse - Viso senza volto

Matisse – Viso senza volto

 

La comunità internazionale in questi giorni si è mobilitata per l’attacco a Charlie Hebdo. Contemporaneamente, e purtroppo già da molto tempo, i media occidentali sembrano dare meno importanza e rilievo a ciò che accade per esempio in Nigeria ad opera del gruppo terroristico Boko Haram. Nessuna insurrezione di massa, nessuna indignazione collettiva. Ci siamo forse dimenticati le studentesse ancora prigioniere? Quanto è durato l’interesse per #BringBackOurGirls?
Sono in pochi a dedicargli ancora attenzione. Ringrazio Narrazioni Differenti per questo recente post.
Riporto da un articolo di Internazionale:

“Ignatius Kaigama, l’arcivescovo della diocesi di Jos, capitale dello stato di Plateau, nella Nigeria centrale, in un’intervista alla Bbc ha accusato l’occidente di ignorare la minaccia del gruppo terroristico Boko haram. “La comunità internazionale dovrebbe avere lo stesso spirito e la stessa determinazione mostrati dopo gli attacchi in Francia”, ha detto l’arcivescovo dopo una nuova serie di attentati che ha colpito il nordest della Nigeria a Potiskum e Maiduguri, in cui in totale sono morte 23 persone.

 

Tutti noi dovremmo dare un forte segnale, per queste bambine che non diventeranno mai donne. Per ricordare le loro giovani vite rese strumento di morte e di terrore. Perché questi episodi non si moltiplichino e non si faccia uso delle anime e dei corpi di altre innocenti. Per chi non ha scelta.
Perché non basta sfilare per Parigi, se non c’è niente di sincero dietro. Che senso ha quando laicità e libertà si sbandierano solo all’occorrenza, una tantum, ma nella prassi quotidiana sono spesso ripudiate da molti di quei capi di stato e rappresentanti che sfilavano ieri a Parigi e non solo?
Mi dispiace, ma oggi non mi interrogherò su donne velate o su coloro che hanno un volto e un nome, sulle storie conosciute e riportate in questi giorni dai media. Non mi preoccuperò di scandagliare lo scontro tra civiltà e culture; né le difficoltà di una integrazione fallita nelle nostre tronfie società occidentali che si ergono a faro dell’intera umanità; né i miraggi di successo che si sono scontrati con una realtà che non fa regali a nessuno, se non nasci bene. Lascio queste analisi a chi ha o dovrebbe avere conoscenze e saperi specifici. Vorrei però esprimere ciò che penso.
Non c’è un noi e loro, no. Se iniziamo ancora una volta a tracciare la linea di confine commettiamo un errore enorme, perché strumentale a demarcare le parti. Un fronte ideologico a vessillo e a giustificazione di una guerra e di un nuovo scontro. Penso che forse occorrerebbe tornare all’essenziale, agli esseri umani, al valore della loro vita, prima di interrogarci sui costumi (legati al tempo storico) e sulle culture. Perché valori e culture sono elementi che vanno costruiti costantemente e non si possono imporre. Perché rischiamo di perderci le persone in carne ed ossa, con le loro aspettative, le loro storie e le loro unicità. Perché potremmo giungere a chiuderci a riccio senza tentare di comprendere la situazione che stiamo vivendo. Ammassare individui di qua o di là, in base alla cultura, alla religione, all’etnia ha sempre portato a tragedie immense. Ecco, nel mio piccolo penso che si debba fare un passo verso l’essenziale, verso l’importanza e verso l’unicità di ciascun essere umano.

Detto questo, qui, oggi, da questo micro spazio, voglio semplicemente ricordare tutte quelle bambine, ragazze e giovani donne che hanno subito sulla loro pelle le violenze e le conseguenze di queste folli azioni terroristiche. Bambine imbottite di esplosivo per esplodere a comando, svuotate della propria identità, della propria possibilità di scegliere, disumanizzate, rese armi azionate a distanza, piccole donne a cui è stato strappato un futuro, vittime di gruppi terroristici senza scrupoli. Le loro storie, i loro sogni, i loro nomi, le loro voci, i loro sorrisi e le loro lacrime, i loro volti che nessuno conoscerà mai e di cui nessuno si interesserà mai abbastanza. Ecco, oggi lo dedico a loro, a chi non c’è più e a coloro che ci auguriamo tornino presto a riabbracciare i loro cari. Che possa arrivarvi il mio abbraccio ovunque voi siate!

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Il colore rosa

LIBELLULA

Abbiamo veramente bisogno di sbarazzarci di un colore, di un simbolo per sentirci emancipate e per esserlo davvero?

Ho letto un post di Loredana Lipperini e mi si è accesa la miccia. Personalmente non vedo di buon occhio tutte quelle etichette di sessismo apposte ai giocattoli per bambine, come mini lavatrici, mocio, aspirapolvere e ferri da stiro. Non li guardo come se fossero una minaccia. Ne avevo già parlato qui. I simboli sono importanti e non vanno sottovalutati, ma non dobbiamo nemmeno permettere di farci manipolare. Non ci sono scorciatoie o soluzioni infallibili per costruire una società egualitaria e paritaria. I cambiamenti culturali hanno bisogno di tempo, ed è questo il punto centrale. Quel che mi auguro è che ogni bambina, ragazza o donna sia libera di scegliere come essere, perché noi siamo una, nessuna e centomila. Potrò cambiare molte volte nel corso della stessa giornata, a seconda delle circostanze, dell’ambiente e dei contesti sociali. Il mio essere donna avrà tutte le sfumature dell’arcobaleno, comprese quelle del rosa. Questo non mi cambierà nella mia essenza, non sbiadirà ciò che sono e voglio essere, non sminuirà la mia personalità e il mio io. Lo stesso ragionamento vale per tutte le piccole donne del futuro.

Dobbiamo chiedere di essere libere di scegliere con cosa giocare, cosa leggere, cosa indossare, cosa dire, cosa esprimere. Un colore non sarà il nostro limite, ma una delle nostre sfumature. Perché dobbiamo giocare tutto sulle sfumature e sul nostro saper essere molteplici. Sono le nostre peculiarità che ci permetteranno di incidere sulla realtà. Questo dobbiamo trasmettere alle prossime generazioni, perché non sia più una diatriba sul colore o un altro tipo di stereotipo a rinchiuderci in un ghetto di genere.

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Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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