Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Verona e dintorni. Paese Italia, anno 2019

Cosa sta accadendo in Italia e non solo, attorno ai diritti tanto faticosamente conquistati, che riguardano le nostre vite e i nostri corpi.

È fatto noto che a Verona il 29-30-31 marzo si terrà il World Congress of Families. Ufficialmente, da programma, vorrebbero semplicemente dare un sostegno alle famiglie, a superare le loro difficoltà quotidiane. I temi ufficiali del Congresso:

  • La bellezza del matrimonio
  • I diritti dei bambini
  • Ecologia umana integrale
  • La donna nella storia
  • Crescita e crisi demografica
  • Salute e dignità della donna
  • Tutela giuridica della Vita e della Famiglia
  • Politiche aziendali per la famiglia e la natalità

Eppure, c’è molto altro, sotto la superficie apparentemente innocua. Dietro c’è il lavoro di una rete internazionale, che di fatto ha pianificato e sostiene gli obiettivi politici dei movimenti più reazionari in Europa.

Per capire come sono organizzati, è utile leggere un documento di aprile 2018, pubblicato da EPF, una rete di parlamentari di tutta Europa, impegnati a tutelare la salute sessuale e riproduttiva delle persone nel loro paese ed all’estero, troviamo le “visioni degli estremisti religiosi per mobilitare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione”:

Agenda Europa

Per saperne di più: il documento completo, tradotto in italiano da SNOQ Torino. Qui un’intervista a Giulia Siviero molto interessante.

Tra i loro obiettivi quindi lo smantellamento dei diritti e delle libertà duramente conquistate negli ultimi decenni, assieme al ripristino di ruoli sociali ingabbiati e stereotipati per uomini e donne, il non riconoscimento di famiglie diverse da quelle eterosessuali unite in matrimonio.

Ritorna il tentativo di ripristinare un controllo sui corpi delle donne e di sottrarre loro il diritto ad autodeterminarsi:quindi stop a contraccettivi e aborto. Naturalmente segue l’abolizione delle unioni civili e del divorzio e tanto altro.

Quando a inizio anno ho appreso del Congresso mi è sembrato l’ennesimo tassello di un piano assai articolato e diffuso. Oggi ritengo che sia solo la punta dell’iceberg di un processo iniziato già negli anni ’80, a cui hanno alacremente partecipato, passino dopo passino, coloro che non hanno mai accettato determinati cambiamenti, che non si sono voluti fermare nemmeno davanti a due referendum, il cui risultato ha di fatto sancito un cambiamento culturale in atto. Ma i cambiamenti culturali non sono irreversibili, specialmente se negli anni non sono curati e manutenuti dalla collettività. Con il passare dei decenni molta polvere si è depositata, tante cose sono cambiate, anche le sensibilità, e la memoria di queste lotte non è sempre stata trasferita alle nuove generazioni. Intanto, c’è chi ha lavorato in background, entrando in modo capillare in ogni contesto e ambiente, radicalizzando le sue posizioni e idee e cercando di creare una lobby che lavorasse a una restaurazione reazionaria.

A leggere il retroterra culturale e il programma espressi da Agenda Europa sembra un’opera uscita dalla tragedia dell’assurdo o da una farsa, a noi pare roba venuta da un passato lontano che riteniamo ormai sepolto e irresuscitabile, a noi sembra qualcosa di improponibile, anacronistico, un accidente, un imprevisto in una visione di storia come progresso e miglioramento, che si rivela ancora una volta errata. Eppure, eppure sono interpreti e portavoci di un movimento internazionale di destra, che è al contempo sessista, omofobo, razzista e esplicitamente antifemminista. Sembrerebbe che si tratti anche di una “mobilitazione professionale” ispirata dal Vaticano.

In Italia abbiamo un visibile e innegabile scivolamento in atto che ha subito negli ultimi anni un’accelerazione, ma che come dicevo prima ha le radici ben più profonde nel tempo. Molto del lavoro è stato pianificato negli anni: contaminare piano piano e “occupare” spazi strategici, sottraendo spazi e aria alla laicità, lasciando penetrare associazioni niente affatto innocue all’interno degli ospedali pubblici, lasciando vagare per i reparti i volontari con il loro armamentario colpevolizzante, grazie ai numerosi accordi tra i centri di aiuto alla vita o similari e le strutture pubbliche lombarde.

CONTINUA A LEGGERE SU DOL’S MAGAZINE… QUI

1 Commento »

Di femminismo e di autodeterminazione

Particolare del manifesto
8 marzo dei due no – 1981 – Fonte https://archiviodigitale.udinazionale.org/1981/03/08/8-marzo-dei-due-no/


Riprendo in mano il libro indagine di Elvira Banotti “La sfida femminile. Maternità e aborto”, 1971. Un testo che contribuisce a darci un quadro del prima del 1978, anno dell’approvazione della legge 194, della legalizzazione dell’aborto in Italia. Un lavoro che oltre ad accogliere i racconti delle esperienze delle donne, ci offre alcuni spunti di riflessione sui motivi di tanta ostilità tuttora presenti nella nostra società, volti a restringere il campo di applicazione della legge, volti a ostacolare il percorso delle donne. Ogni tanto fa bene tornare indietro per poter avere più strumenti per leggere e dare senso a ciò che avviene oggi.

Si pongono alcuni interrogativi, funzionali a discutere in un campo specifico: la maternità.

“Il diritto di realizzare la maternità può o non può essere iscritto tra i diritti personalissimi? Esiste per ora in questa materia “lesione” delle facoltà della donna?

Se il diritto non ha mai accolto la piena facoltà della donna a disporre del proprio corpo, ciò dipende dai rapporti di forza finora esistenti tra la comunità maschile e quella femminile. Tuttavia, se si tien conto che lo Stato è un’organizzazione titolare di poteri oggettivi e non di diritti, mentre la persona è titolare di diritti e poteri soggettivi, non potrà non essere chiaro che nel nostro caso dobbiamo appunto tentare di ridurre e abolire lo spazio di potere dello Stato per far posto all’autonomia della donna, ristabilendo la preminenza del contenuto individuale nella maternità. Peraltro, non è solo nella eliminazione di questo assurdo ostacolo del divieto di aborto che si deve discutere, ma delle libertà compromesse della donna. Siccome la maternità è ancora fissata e regolata su una vasta scala di valori oggettivi (in conflitto con i valori soggettivi che la donna cerca) il relegamento della procreazione tra i “fenomeni naturali” ha prodotto uno strano sistema di corrispondenze: concepita come qualità impersonale della donna, la filiazione viene sottratta ed estraniata dalle sue proprie esigenze diventando così esperienza oggettiva. Tuttavia, la strumentalizzazione a cui la donna è costretta viene accuratamente mascherata attraverso il concetto estemporaneo di “vocazionalità”; un concetto che implicitamente si fa portatore della soggettività, rivalutandola. Ma come è possibile ingannare la donna su un piano così scoperto? Come può esistere vocazionalità per un atto imposto? Arrivare a questo difficile connubio è compito del mito, con il quale si tenta, attraverso l’esaltazione parossistica di una maternità astratta, di far dimenticare alla donna che lei è madre non per libera scelta. Abbiamo quindi tutta una serie di contrasti sul piano dei fatti e dell’etica e, come conseguenza, la prima incrinatura sul piano politico. Poiché molti fattori culturali hanno costretto la donna a mascherare la propria personalità, essa non è ancora giunta all’individuazione della vita emotiva e, in stretta connessione, ad affermare la propria individualità fisica. Da qui partono le successive mistificazioni ed i pregiudizi che danno origine al divieto di aborto volontario, nel quale, rispetto a un mitico “istinto”, prevale una ben più precisa volontà di individuazione della propria persona e di liberazione da coercizioni organiche. L’aborto diventa così l’affermazione della coscienza e della conoscenza di sé, un momento di chiarificazione personale e interpersonale.

Il divieto di aborto condensa una secolare verbalizzazione che è servita da copertura ad una delle più grandi violenze che la misoginia maschile abbia consumato sul corpo delle donne. Sottratta alla valutazione di colei che materialmente la viveva e subordinata alle valutazioni dell’uomo, la maternità si è infatti trasformata in un’esperienza terroristica e umiliante, attraverso la quale la donna si è vista privata del piacere della sessualità e dell’espressa e dichiarata partecipazione alla gestazione. Ancora oggi, laddove l’aborto è vietato, la donna è persino privata del diritto a interrompere la gestazione quando questa si svolge patologicamente; la si costringe a rischiare la propria vita per crearne un’altra.

Oggi dopo secoli di violenza psichica e sessuale, la donna che sceglie tra maternità e non maternità scavalca prima di ogni altro questo pregiudicante assorbimento fatto da parte maschile di una esperienza non propria. Facendo della maternità un problema individuale, la donna si affaccia ad un orizzonte più vasto, che le permette di verificare e superare la falsa seduzione del sistema di riferimento definito per lei dall’uomo.” (Pagg. 21-22)

In queste pagine che ho riportato c’è molto di una verità che deve essere ribadita e riaffermata ancora oggi, contiene una tensione tuttora non totalmente risolta, con pericolosi e vivissimi tentativi di riportare le donne ancora all’interno, subordinate a quel sistema maschile patriarcale. Persistono e si ripresentano gli incrollabili miti del “naturale”, del “destino”, dell’”istinto”, di un ruolo femminile al servizio e che si dona al maschile, ai suoi piani, desideri, ambizioni, costruzioni, con i nostri corpi funzionali a tutto questo.

La legge 194 è sotto un quotidiano attacco, non necessariamente a causa di qualcosa sotto forma di mozioni o di processioni no-choice, di associazioni che si infiltrano negli ospedali pubblici e nei consultori e fanno azione colpevolizzante e di violenza psicologica, di numeri abnormi di obiettori. Non è solo attraverso le varie tipologie di movimenti per la vita che si insinuano nelle scuole con i loro sistemi diseducativi, pericolosi, terroristici, violenti, mistificatori, al posto dei consultori familiari pubblici e laici. Una vergogna, un fallimento per uno Stato civile che dovrebbe educare e informare seriamente, anziché permettere simili ingerenze nocive e traumatizzanti. Quando prenderemo in mano la situazione e interverremo per bloccare questo scempio? È tanto difficile capire i danni compiuti da costoro? Eppure la realtà è sotto i nostri occhi, in tutto il suo disastro.

Il lento e progressivo rimaneggiamento delle idee, il rovesciamento dei termini della questione, avviene anche a causa di qualcosa di più sottile, che cerca di fatto di manipolare l’opinione pubblica, instillando quotidiane dosi no-choice. Accade che anche scegliere di pubblicare la lettera di un padre “mancato” su uno dei principali quotidiani nazionali, serva di fatto a sfondare e a bombardare ancora una volta uno dei principali fondamenti della legge 194: che spetti alla donna l’ultima parola, la sola che abbia valore, la donna autodeterminandosi sceglie se proseguire o meno la gravidanza. Pubblicare una lettera di un uomo che rivendica invece un suo ruolo decisionale, è un chiaro segnale di arretramento, non solo per i suoi contenuti, ma per spalleggiare un pericoloso movimento tellurico che oggi è abbastanza contenuto ma che visti i tempi potrebbe arrivare a subordinare le nostre scelte riproduttive a un volere, potere maschile ancora sui nostri corpi. Non ci sto, non concepisco questo voler dare sostegno a un tentativo di incrinare qualcosa che non va assolutamente toccato. La donna che ha deciso per l’IVG lo ha fatto perché lei ha valutato cosa rappresentasse quella gravidanza, non era desiderata e non voleva portarla a termine per mille motivi su cui nessuno deve intervenire e permettersi di giudicare, e solo lei poteva decidere in merito. Questo non deve essere mai messo in discussione, altrimenti che succederà, ci incateneranno come nel racconto dell’Ancella fino al parto?

Nemmeno su questo siamo più legittimate a decidere, a scegliere? Non metterò il link all’articolo, mi fa male pensare a quanto indietro stiamo tornando. Non decidiamo di abortire “di nascosto”, è nostro diritto non coinvolgere il “padre del concepito”. Questo è il quadro:

“Premetto che sono padre di una bambina di 17 mesi ed ho una compagna. Circa 6 mesi fa la mia ex-fidanzata C., con cui mi vedevo frequentemente anche dopo la nascita di mia figlia, è rimasta incinta dopo una notte di amore. Ho scoperto per caso questa situazione perché C. aveva deciso di fare l’interruzione volontaria di gravidanza di nascosto. Su questo punto secondo me la legge 194 è lacunosa: possibile che la decisione di tenere un figlio dove non ci sono problemi oggettivi (salute, economici, affettivi) dipenda solo ed esclusivamente dalla decisione della madre? Ho provato in tutti i modi a persuadere C. nel portare avanti la gravidanza ma non c’è stato nulla da fare ed a distanza di mesi mi porto ancora questo lutto nel cuore”.

Ed è di fronte a questo mettere continuamente in discussione la capacità autonoma della donna di decidere, per rientrare in un sistema di controllo, in cui ciò che avviene nei nostri corpi è funzionale, deciso, stabilito al di fuori di noi, altrove, dove il maschile ha pieni poteri e pretende di conservarli. Questo richiama anche tutti i tentativi di somministrarci ulteriori inganni, favole che si servono di un linguaggio suadente, che ci illude di essere protagoniste, per ridurci ancora una volta a meri strumenti, oggetti, involucri, su cui sospendere l’umanità e i diritti di ciascun essere umano, per renderli obbedienti all’ennesima strategia patriarcale.

Ritorniamo alle origini delle parole e continuiamo ad adoperarle non dimenticandocene mai il significato, il valore storico delle lotte che recano con sé. Non è concepibile la rottamazione delle parole e della storia che le ha attraversate. Le parole non sono intercambiabili o questione secondaria, servono a dare corpo ai significati intrinseci, a maggior ragione se si tratta di diritti. Come per esempio il diritto all’autodeterminazione, quale riconoscimento della capacità di scelta autonoma e indipendente dell’individuo. È una nostra rivendicazione, di una “capacità”, di un riconoscimento pieno di ciò, a partire dalle questioni della sessualità e della riproduzione. Significa rivendicare la totale autonomia della gestione del proprio corpo, che significa innanzitutto comprensione e valorizzazione di sé, affermazione di un sé, consapevoli di possibili manipolazioni. Costituì un po’ il punto di innesco fondamentale per denunciare, come abbiamo letto, le mille forme di violenza, coercizione e discriminazione subite dalle donne in ambito privato e sociale, da secoli di cultura di stampo patriarcale.

Con le lotte femministe si scoprono nuove percezioni di sé. Demolendo tutti i pregiudizi che oggi si cerca di riaffermare in alcune mozioni no-choice, in merito alle conseguenze dell’aborto, da Trieste al Municipio 5 di Milano.

Leggo sempre un paragrafo di Elvira Banotti, che introduce la sua indagine:

“Verificheremo così come le donne che hanno il coraggio del loro “peccato” non abbiano depressioni, traumi, ma sentano rafforzata la propria predisposizione ad esistere. Una volta uscite dalle restrizioni programmate esse assimilano le modificazioni attinte dentro di sé e vivono l’aborto come una ricomposizione della propria autonomia emotiva.

Potrà anche verificarsi che una volta sperimentato questo processo alla natura si riscontrino a livello inconscio presenze di confusi sensi di colpa. Questa fenomenologia è il riflesso immediato e diretto delle condizioni culturali e fornisce appunto la prova dell’introiezione del rapporto autoritario e punitivo e dell’ansia per aver voluto vivere un comportamento proibito. Siccome è proprio l’inconscio a incamerare i valori ereditati dalla tradizione, condensata in una serie infinita di fattori esogeni (idee, sentimenti dominanti, condizioni di vita materiale, regole politiche, pressioni da circostanze d’ordine collettivo, rapporti tra persona e persona e tra persone e gruppi sociali), esso tenta di imporre immagini ancestrali che si sedimentano in ogni singolo individuo; per cui ogni affermazione della persona e della volontà si scontra sempre con una resistenza e un condizionamento. Ed è proprio la capacità di distaccarsi da questi “filtri” delle esperienze personali ad operare come momento di affermazione dell’autocoscienza.”

È evidente che tutto il senso di colpa nasca e fuoriesca da una cultura che abbiamo assorbito fin da piccole, come nonostante oggi una legge ci consenta di effettuare una legittima decisione, c’è qualcosa di più profondo e tuttora radicato dentro di noi, quella cultura patriarcale che tuttora esplica i suoi effetti, perché è ancora fortemente presente, agisce nel profondo e cerca di riaffermare se stessa anche attraverso i sensi di colpa e lo stigma. Come se tutte le donne dovessero reagire allo stesso modo, come se si volesse appiattire il vissuto di ciascuna, per non consentire altro se non senso di solitudine, trauma e colpa. Abbiamo da rimuovere tuttora una enorme quantità di polvere di pregiudizi che si è sedimentata sulle donne, e non dimentichiamoci che secoli di lavaggio del cervello non si risolvono facilmente, considerando anche tutte le forme di resistenza che un certo tipo di cultura continua ad esercitare. Continuano a suggerirci, imporci come una donna deve rispondere, comportarsi, reagire in ogni occasione, accade anche quando subiamo violenza.

È sempre più vero che i corpi delle donne sono campi di varie battaglie consumate per mano patriarcale, e quando dico patriarcale mi riferisco a una cultura che pensa e agisce in tutti/tutte per controllare, dominare, schiacciare, assoggettare, annientare, invisibilizzare, sottomettere le donne. Attorno a noi crescenti segnali di una liberazione e emancipazione incompiute e illusorie. Su alcuni fronti purtroppo dobbiamo anche registrare una palese sconfitta, in primis perché allearsi col maschile che tutto può e promette tanto, è assai più conveniente che guardare a fondo, capire le implicazioni di ciò che avviene, stare dalla parte di chi per secoli non ha avuto voce e non ha potuto decidere. Si sceglie di difendere i privilegi e i desideri maschili, per i quali restiamo oggetti sessuali o riproduttivi. Libertà e scelta sono i nuovi mantra che ci somministrano per convincerci, quando poi nei fatti ci usano come beni di consumo, uteri, corpi al servizio, stendardi da pink washing, ricacciandoci indietro di decenni. Ci sottraggono diritti e tutele e non ne capiamo la portata. Ci continuano a chiedere di non disturbare. Molte di noi ci hanno vendute già ai manovratori patriarcali. Per assecondare le “varie sensibilità”, non disturbare, non essere scomode, mediare, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ci ritroviamo con i diritti che cadono a pezzi e vengono messi in discussione. Molte di noi ringraziano per le briciole ricevute in cambio, gioiose di un vantaggio personale, chiuso su se stesso. Molte di noi ci chiedono di pazientare. Non è tempo di avere pazienza, le cose non cambiano da sole. Molte di noi non si sono ancora arrese. Molte di noi continueranno a pretendere non semplici pannicelli consolatori, commemorativi di una situazione da destino immutabile, ma una differenza piena di azione, un cambio di passo concreto, per contrastare e fermare la violenza sulle donne che si presenta sotto innumerevoli forme. Sulle nostre vite vogliono passare con lo schiacciasassi, non lo permetteremo.

La conquista di sé è un percorso, un cammino da costruire, che ogni persona deve poter, saper vivere, sperimentare, ascoltando e facendo attenzione ogniqualvolta si passa da una dimensione di assoggettamento a qualcosa di esterno, di gruppo, sociale, a una voce personale di coscienza soggettiva, di sé. La responsabilità in primis verso se stessa, non come forma di subordinazione a qualcosa o a qualcuno, ma esercizio di libertà, rispetto di sé. Un passo necessario di assunzione di una libertà più consapevole e alta, capace di riconoscere e di vedere quando viene calpestata, manipolata, alterata, distorta, tanto da ritorcersi contro noi stesse. Una libertà che sia autenticamente nostra e non un surrogato che altri desiderano somministrarci, ancora una volta.

 

Per approfondire:

L’Irlanda ce l’ha fatta!

Al fianco delle donne di Napoli:

2 commenti »

La mozione no-choice arriva anche a Milano

Ora che la mozione è arrivata a Milano, forse riusciremo a concentrarci e a mettere questo problema tra le priorità. Ho presentato un documento politico, lanciato un allarme, chiesto di prendere posizione esplicita, perché era chiaro che non si sarebbero fermati a Verona. A questo punto dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze e metterci la faccia, esplicitare e far sentire la nostra voce, la nostra posizione, non si può più rinviare, soprassedere. Chi vuole restare nell’ombra e non esporsi ci rimanga pure, noi continuiamo a lottare. Domenica ero a volantinare, in occasione della Sagra di Baggio, su questo tema, con pochi ma essenziali punti e istanze.



C’è bisogno di questo, di parlare alle persone di cosa sta accadendo, di ciò che è in corso, un attacco alla nostra autodeterminazione che passa per l’abnorme obiezione di coscienza, i privati che entrano nelle convenzioni pubbliche e che non applicano la legge 194, la lenta agonia dei consultori pubblici, i centri di aiuto alla vita e associazioni no-choice da tempo nei nostri ospedali, una Lega che si oppone a RU486 in day hospital, un disastro nella contraccezione, prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili e nell’educazione sessuale. Queste associazioni private devono stare fuori dalle strutture pubbliche, basta volantini negli ambulatori per le IVG. I soldi pubblici devono andare a rivitalizzare e a sostenere i luoghi deputati dalla legge, i consultori familiari pubblici. Andate a rileggervi l’art. 2 della 194. Avrei da aggiungere tra le cause dell’attuale situazione, un lavoro di smantellamento dei governi regionali che dura da decenni e la relazione ministeriale che ogni anno minimizza le criticità. DOVE VOGLIAMO FINIRE? MA CI RENDIAMO CONTO DELLE PAROLE USATE IN QUESTE MOZIONI? BASTA con questo vento oscurantista che si è insinuato dappertutto e vuole impedire, tra l’altro, l’applicazione della 194, che ci consente la scelta, alle donne, solo alle donne spetta l’ultima parola. Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri diritti! 

Qui di seguito il mio comunicato in merito a questa mozione: non cambierà le cose, ma almeno non rimango in silenzio. Non so quando sarà calendarizzata la discussione di questa mozione Amicone, ma dovremo e dobbiamo mobilitarci.


La mozione milanese a firma del consigliere comunale Luigi Amicone (Fi e ciellino doc), firmata anche da Milano Popolare, dalla Lega e da Stefano Parisi, ricalca in gran parte i presupposti ideologici e le distorsioni informative presenti nelle mozioni “gemelle” di Verona, Ferrara e Roma, con un pallino fisso: diffondere l’etichetta “città per la vita”. La mozione parla del ruolo dei consultori in termini di assistenza alle donne in gravidanza, cita l’art. 2 della legge 194, ma si “dimentica” di precisare che alla lettera D:
“I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”
si prevede la possibilità di supporto esterno di associazioni di “volontariato” DOPO LA NASCITA. Chiaro no?!
Come si può pretendere che i consultori pubblici svolgano appieno i compiti assegnati loro dalla legge 194, se negli anni
– si è proceduto a un progressivo e sistematico svuotamento di competenze, di personale, di strumentazione,
– si è coscientemente mantenuta bassa e insufficiente la loro diffusione territoriale, ben al di sotto delle raccomandazioni (il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti),
– si è modificata la natura di questi presidi territoriali, a beneficio dei privati accreditati con il SSN che non applicano la legge 194?
Come si può concepire che si chieda di inserire a bilancio comunale congrui finanziamenti pubblici per soggetti di natura privata, nati per contrastare una legge dello Stato e per sottrarre alle donne la libertà di scegliere autonomamente e senza pressioni e ingerenze indesiderate se diventare o meno madri?
Chiediamo che si torni a investire nei consultori familiari pubblici, ripristinando e salvaguardando la loro funzione originaria e la loro connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione e promozione della salute, che abbia al centro le donne.
Pensare che la causa della crisi demografica sia arginabile e risolvibile con un intervento che induca e convinca le donne a portare avanti la gravidanza ad ogni costo, significa non comprendere che alla base della denatalità e della decisione di interrompere la gravidanza non ci sono solo ragioni economiche e che la monetizzazione non risolve problemi di natura ben più vasta. Forse occorrerebbe soffermarsi sui differenziali di genere per poter analizzare correttamente il calo demografico.
La legge 194 garantisce la possibilità di scelta, in capo esclusivamente alla donna che potrà e dovrà valutare autonomamente se diventare madre o meno. Nessuno può sindacare e deve permettersi di giudicare tale scelta. Alla luce di quanto avviene negli ospedali lombardi e altrove, in cui operano i Centri di aiuto alla vita e alle modalità con cui svolgono le loro azioni dissuasive e colpevolizzanti, compiendo un vero e proprio terrorismo psicologico, ci risulta ben difficile pensare che questo sia un aiuto, quanto piuttosto una indebita violazione della privacy e del diritto all’autodeterminazione delle donne. Le donne di Napoli che si sono mobilitate in piena estate ci hanno dimostrato che contrastare l’ingresso di queste formazioni è possibile.
Il ritorno all’aborto clandestino è causato dai lunghi tempi di attesa per l’intervento, a loro volta dettati dalle stratosferiche quote di obiezione raggiunte, che di fatto mettono a rischio il servizio di IVG.
Se davvero la situazione fosse sotto controllo, non avremmo il ricorso alla pratica dei gettonisti, che operano “a chiamata” per effettuare gli interventi al posto degli obiettori e che ogni anno comportano un aggravio di spesa non indifferente per le casse regionali.
Il numero degli aborti è calato costantemente in questi 40 anni, a dimostrazione dell’efficacia della legge e del fatto che progressivamente è aumentata la consapevolezza e la responsabilità in materia di salute sessuale e riproduttiva. Quindi non si capisce come la mozione possa affermare che la legge abbia contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto come metodo contraccettivo.
Anzi, nonostante gli ostacoli a un’azione di prevenzione, alla possibilità di fornire gratuitamente presidi contraccettivi (attualmente totalmente a carico delle donne), alla diffusione strutturale di programmi di educazione sessuale nelle scuole, gli aborti sono diminuiti. Piuttosto, cerchiamo al più presto di trovare i finanziamenti regionali per consentire l’erogazione gratuita almeno sotto i 24 anni dei contraccettivi nei consultori, come da odg 99 presentato dalla consigliera PD Paola Bocci e approvato in Regione questa estate. Contemporaneamente dovremo compiere passi in avanti sulla diffusione di metodologie più innovative per le IVG, come previsto dall’art. 15, consentendo di somministrare la RU486 (aborto farmacologico) in day hospital, come richiesto dalla stessa Paola Bocci. Esiste una sola pillola abortiva: la mozione declinando “pillola” al plurale dimostra di confondere la contraccezione di emergenza, disponibile in farmacia, con la pillola RU486, somministrata attualmente solo in ospedale, previo ricovero di 3 giorni.
La diagnosi prenatale va difesa e non si possono diffondere deformazioni sui benefici dei progressi tecnologici.
Si riprende il tentativo compiuto a Trieste, con una mozione, per fortuna ritirata, che invitava “il sindaco e l’assessore competente ad adoperarsi per richiedere” una campagna informativa su tutti i danni ed i problemi alla salute che una donna può incorrere se decide di interrompere una gravidanza”. Un altro esempio di tentativo di terremotare la legge 194 e di diffondere false informazioni tra le donne che vorrebbero continuare a poter scegliere senza pressioni colpevolizzanti.
Da un lato questa mozione parla dei livelli enormi di obiezione, segno, secondo il redattore, del peso di coscienza degli operatori o forse sarebbe meglio dire “segnale di quanto spesso lo si faccia più per ragioni di carriera”, come loro stessi spesso rivelano; dall’altro si afferma che l’obiezione non sia un ostacolo all’accesso all’aborto. Insomma, molta confusione e poca attinenza alla realtà.
Una mozione scritta male formalmente e contenutisticamente, con notevoli incongruenze ed falsità.
Per le ragioni esposte sinora ci opponiamo a questo vento oscurantista che è arrivato anche a Milano e metteremo in campo tutte le azioni necessarie per informare adeguatamente e contrastare queste azioni mistificatorie volte solo a creare spaccature e confusione dentro e fuori le istituzioni.
2 commenti »

Verona: laboratorio per un Medioevo di ritorno. Contro la 194/78, contro i diritti delle donne


Lo scorso 4 ottobre il Consiglio Comunale di Verona ha approvato una mozione, presentata dal consigliere della Lega Zelger, che, impegnando il sindaco e la Giunta a inserire nel prossimo assestamento di bilancio un congruo finanziamento ad associazioni no-choice, di fatto compie un attacco alla Legge 194/1978 che in questi 40 anni ha garantito alle donne di poter scegliere di interrompere la gravidanza in sicurezza, ponendo fine all’epoca delle mammane, del prezzemolo e dei ferri da calza.

Tra i soggetti beneficiari di questa mozione vengono citati: il progetto Gemma e Chiara. Il primo a cura della Fondazione Vita Nova offre un contributo economico per la durata della gravidanza e l’anno successivo alle donne incinte che sarebbero intenzionate a “non accogliere il proprio bambino”.

Il secondo è un progetto del Centro diocesano aiuto alla vita di Verona, e fornisce alimenti e beni di prima necessità o un piccolo contributo economico alle mamme sole in difficoltà. La mozione prevede anche la promozione del progetto regionale ‘Culla segreta’.

 

Verona: laboratorio per un Medioevo di ritorno. Contro la 194/78, contro i diritti delle donne.

 

A destare preoccupazione sono soprattutto le premesse.

Nella mozione si concentrano una serie di palesi mistificazioni:

– si sostiene che l’aborto venga usato come metodo contraccettivo. Sappiamo invece quanto questa scelta sia sempre stata ponderata assai bene. Piuttosto ci si preoccupi del fatto che i contraccettivi ormonali sono tutti a pagamento.

– si crea confusione tra pillole abortive e contraccettivi di emergenza, che hanno contribuito a ridurre ulteriormente il numero delle IVG.

– si continua a pensare che le cause che portano le donne ad abortire siano di natura esclusivamente economica e che quindi basti un obolo per dissuaderle.

– il ritorno alla clandestinità è causato dalle difficoltà che le donne incontrano per via delle liste di attesa lunghissime, causate da un’obiezione che in alcune regioni supera grandemente l’80%, costringendo le donne a viaggi anche interregionali per poter trovare una struttura ospedaliera che le accolga.

– si associa la 194 alla crisi demografica, citando i numeri delle mancate nascite.

– si compie un’azione di terrorismo psicologico, paventando rischi psicofisici a carico delle donne che abortiscono.

– si definiscono “uccisioni nascoste” gli embrioni eliminati dopo pratiche di procreazione medicalmente assistita.

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET

1 Commento »

Riconoscere valore, dare esistenza


Non avrei voluto tornarci su. Un po’ per non voler alimentare le consuete atmosfere da trincee contrapposte, un po’ perché ho già in passato lungamente cercato di spiegare il mio punto di vista, partendo da me. Ed è da qui e solo da qui, da questa piccola finestra, che posso partire ed esprimermi, perché oltre mi sostituirei alle altre donne. Se c’è una cosa che ho imparato dal femminismo è la sospensione e la rinuncia ad atteggiamenti e pensieri giudicanti, la necessità di un esercizio costante di ascolto, un partire da se stesse senza la presunzione, l’intenzione, l’abitudine a sostituirsi all’altra. Le esperienze sono molteplici, diverse, uniche anche se sembrano simili, i caratteri, le possibilità diverse e mutevoli, le scelte mille, le soluzioni variegate.

Mi sono trovata davanti a questo articolo.

“la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù.”

“Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione.

(…) Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.”

Mi ha fatto piacere constatare che l’autore di questo articolo fosse un uomo, perché sembra a volte che ce la cantiamo e ce la suoniamo da sole.

Due giorni fa sono stata contattata per una indagine Doxa proprio sul tema lavoro. Mi sono trovata a rispondere alle domande che di solito leggo nelle statistiche, mi è stato anche chiesto se le leggessi. Sono anni che le leggo, le analizzo e ne scrivo (qui uno dei miei ultimi scritti). Ma siamo sempre lì. Lo so che ci sarà qualche voce femminile che mi dirà che un lavoro se non è retribuito non può definirsi lavoro. Lo so che ci faremo ancora del male tra di noi. Lo so che continueremo a lapidare le donne. Lo so che molte donne mi diranno che senza busta paga si è parassite e improduttive. Eppure, forse basterebbe chiamare le cose con il loro nome. Sapete, nell’indagine Doxa c’era anche qualche quesito che serviva a rilevare l’ascensore sociale, i titoli di studio ecc. Mi sono accorta ancora una volta che non solo è fermo, ma non fanno manutenzione da un pezzo. Mi sono resa conto che mentre rispondevo alle domande era come quando ho compilato il modulo per confermare le mie dimissioni. Una x in una casella e poi tutti a casa.

La sensazione di un disinteresse si fa strada, e poi le leggi per toglierci anche quelle poche briciole, per schiacciarci. Siamo quelle delle “rendite parassitarie” come dice Timperi. Siamo quelle da annientare, e in questo gioco al massacro partecipano anche tante donne. Perché siamo sempre in prima fila quando si tratta di essere le prime e più efficienti nemiche di noi stesse. Sempre pronte a ferirci, sempre pronte a strapparci di mano un sogno, una speranza, un desiderio.

Questo articolo ci ricorda come siamo messe, finché non dimostreremo un po’ di solidarietà tra noi, saremo sempre ferme. Prima o poi dovremo affrontare questo passaggio, quanto meno parlarne. Per farlo occorrerà far tesoro di tutte le riflessioni che ci hanno regalato le donne delle generazioni precedenti, poi dovremo perdonarci, dovremo accettare le scelte delle altre, anche se non le comprendiamo o non le condividiamo, anche quelle che scelte non sono, dovremo accogliere le storie di ciascuna come un unicum e rispettarle, dovremo non anteporre le soluzioni ai desideri di ciascuna, dovremo essere capaci di smontare certezze che ci siamo costruite per poter andare avanti, dovremo non avere l’ansia di poter dover far tutto, dovremo abbandonare l’idea che un tipo di vita e di occupazione sono migliori di altre, dovremo smantellare modelli di lavoro costruiti dagli uomini e a loro convenienti, dovremo rifiutare la minestra e la ricetta che ci è stata imposta quando secoli fa siamo entrate nel mondo del lavoro retribuito. Dovremo sovvertire il sistema non solo di produzione, ma anche di welfare pubblico, che al momento si assottiglia sempre più e che necessità una ristrutturazione. Il lavoro che doveva emanciparci e liberarci non è stato la chiave delle nostre catene. Questo dobbiamo ammetterlo. Ci ha elargito qualche briciola, ma la sostanza che appesantisce la qualità delle nostre vite non cambia.

Forse occorrerebbe uscire da sé e ampliare l’ottica, liberarsi di catene e di ansie da prestazioni, con il bilancino alla mano. Il reddito fuori casa non sempre toglie le catene, altrimenti non ci sarebbero certi fenomeni e come donne avremmo raggiunto altri traguardi. Io mi guardo in giro e non ritrovo benessere ma equilibrismi. Essere qualcosa che gli altri ci suggeriscono non è mai gratificante. Io posso parlare però esclusivamente per me e guardare cosa accade fuori da me. Esistono innumerevoli donne che pur lavorando perpetuano modelli opposti all’autodeterminazione e profondamente arcaici.

Se l’autonomia economica genera vantaggi, più capacità di autodeterminarsi, non si spiegherebbe la violenza economica su donne che lavorano, negarla non si può .

Forse c’è qualcosa che ci inchioda di più profondo dell’assenza di un reddito proprio, una cultura che rende possibile il controllo anche laddove si potrebbe ipotizzare una maggiore possibilità di liberarsene e di sottrarvisi. La cultura genera prassi che rendono di fatto tutto più complicato e meno scontato. Non è per sentito dire che ne parlo.

Spiegatemi perché si continua a voler invisibilizzare una quota di produttività. Perché non si riesce ad andare oltre le statistiche e attuare politiche che valorizzino e inizino a comprendere quali meccanismi reggono il sistema. Chiediamoci perché tanta resistenza al trovare fondi per un congedo di paternità obbligatorio di durata pari a quello materno, perché continuano a ripeterci la frase “basta organizzarsi”, perché seri strumenti di work life balance sono ancora chimere e rarità, perché le donne sono sempre più chiuse in una dimensione privata e come gli struzzi hanno perso l’energia e l’abitudine ad alzare la testa, perché il welfare è ancora prepotentemente qualcosa di femminile e di autogestito, perché non è visibile, gratuito e lo si dà per scontato. Non è che se si parla di reddito alle casalinghe ci vogliono fregare, ci stanno già fregando da tempo e forse non ce ne accorgiamo nemmeno.

Spiegatemi perché si continua a mantenere un modello lavorativo di stampo maschile.

Due anni fa scrivevo:

“La nostra gestione simultanea dei due globi di vita pubblico-privato, familiare-produttivo, produzione-ri-produzione, hanno cercato di trovare un equilibrio, un’equiparazione tra questi ambiti. Per molto tempo abbiamo visto differenza e uguaglianza come due cose separate, inconciliabili, inseguendo la seconda, rifuggendo dalla memoria della prima.

Per poter entrare e permanere in certi contesti lavorativi abbiamo dovuto assecondare il fatto che il modello maschile si rifiutasse di integrare la differenza sessuale nella cultura del lavoro creata dagli uomini. L’accettazione e l’integrazione esigevano la negazione di ogni specificità, soluzione diversa, e l’invisibilità del genere con cancellazione della differenza. Quindi abbiamo avuto l’accesso, ma la parità è rimasta teoria, poco reale. Al contempo, in lavori tipicamente femminili, sono state riversate alcune capacità sviluppate in ambito domestico.”

Forse occorrerebbe guardare ciò che abbiamo accettato passivamente e a cui abbiamo rinunciato a dare un’altra forma, un altro corso. Perché farci sopraffare dall’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa agli altri, per interpretare ruoli che ci ingabbiano. La libertà è nella nostra testa, nel non dover “per forza”, nell’insubordinarsi a meccanismi mentali indotti da una cultura secolare.

Cristina Borderías, nel suo “Strategie della libertà”, Manifesto Libri, 2000, scrive: “Produzione e riproduzione esigono dalle donne logiche di accettazione e di esercizio di valori radicamente contrapposti. Per questo la doppia presenza ha significato non solo la difficoltà di accumulare due giornate di lavoro o di assicurare una presenza simultanea nella famiglia e nella professione, ma necessità di tenere insieme e mettere in relazione le logiche dispari delle due culture del lavoro.”

Quindi è necessario cambiare i tempi, trovare una nuova forma di organizzazione sociale e di regolare i compiti di pubblico e privato. Trovare un nuovo centro, ma che ciascuna possa definire.

Pretendere un intervento pubblico nei servizi di sostegno al care, significa colmare una grave fonte di discriminazione tra donne di censi diversi.

La divisione sessuale del lavoro (produzione-uomo; riproduzione-donna) non è mai passata di moda, e le condizioni socio-economiche attorno la alimentano. La gestione emergenziale, ognuna per sé, reggere a ogni costo, dimostrare sempre qualcosa in più per poter esistere, avere un posto nella società, nella famiglia, nel lavoro.

Sarebbe da proporre un nuovo contratto sociale, in cui si dovrebbe creare una rinegoziazione dei tempi del lavoro tra uomini e donne.

Cambiare cultura del lavoro serve a cambiare le relazioni tra i generi. Riorganizzare il lavoro nella sua complessità e globalità.

I compiti di cura fanno parte pienamente del sistema economico, anche nell’invisibilità e nella scarsa considerazione di cui hanno goduto. In questo vortice di “lavori” la nostra forza politica è sempre stata silenziata, sbriciolata, la nostra lotta sacrificata su un modello di partecipazione fittizia.

Non sbraniamoci sul reddito alle casalinghe, non restiamo a questo livello di interazione, non arrocchiamoci nella polemica per evitare di discutere di altro. Il punto non è reddito sì vs reddito no, alziamo lo sguardo e riflettiamo su cosa potrebbe essere davvero utile. A mio avviso il senso dell’articolo è riportare alla luce un dato che spesso viene invisibilizzato, è uno stimolo a sviluppare un’analisi, un confronto, al di là della proposta che può essere condivisibile o meno, ma che non deve generare lotte intestine o tra porzioni di popolazione. Dobbiamo essere capaci di analizzare una realtà complessa e fuori dalle banali reazioni. Oltrepassiamo la monetizzazione di ogni minima cosa, chiediamoci cosa continuano a nasconderci. Per esempio, pensiamo al fatto che la retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa. Per questo c’è tuttora il gap salariale di genere e il tentativo di escludere le donne dai lavori meglio retribuiti.

Oggi che sono adulta, sono madre, vorrei solo dire a mia madre di perdonarsi, di non avere più sensi di colpa. Ogni tanto parliamo di quando ero piccola. Io ho ricordi precisi, come se fosse ieri, lei li ha persi nel turbine che è stata la sua vita di insegnante, madre, care giver per decenni. Le mancano questi avvenimenti, i dettagli, le sensazioni, ciò che abbiamo vissuto insieme le è scivolato via per i ritmi indiavolati di quegli anni. Io ho avuto un’esperienza analoga ma per tempi più brevi. Ma so che per ognuna di noi è diverso per ennemila motivi e so che raffronti non si possono, non si devono fare. Qualcosa si perde inevitabilmente, così come qualcosa si guadagna ma ripeto, dobbiamo salvarci e perdonarci, qualsiasi scelta facciamo. E ne possiamo fare di diverse nel corso della nostra vita. Dobbiamo capire che ci sono situazioni e situazioni, circostanze e variabili imprevedibili, fuori dal nostro controllo diretto, cose che lasciamo indietro, bivi che prendiamo.

Precarietà, retribuzioni incerte e basse, tempi di lavoro e modalità di lavoro super-flessibili come si conciliano con l’autodeterminazione delle donne, quanto determinano scelte obbligate e vere e proprie nuove forme di schiavitù?

Quante di noi hanno la possibilità di contrattare nuove forme di vita e di lavoro?

Adele Pesce a metà degli anni ’80 (in Lavoratrici e Lavoratori) parla di dilemma uguaglianza/differenza:

“rivendicare una trasformazione dei rapporti di potere tra uomini e donne nello spazio di lavoro senza omologarsi al modello maschile, cioè conservando e rendendo significativo il valore della propria differenza senza che questo porti a una svalorizzazione del proprio lavoro e della propria identità.”

È giunto il tempo del non giudicare e di smetterla di punirci. Siamo produttivi e produttive in vario modo, al di là di ciò che il sistema capitalistico ci ha fatto credere. Il contributo delle donne è visibile, basta avere occhi per guardarlo. Basta sensi di colpa, basta generalizzazioni, basta con la rassegnazione. La doppia presenza ci dovrebbe consentire di sviluppare soluzioni, modelli, cultura del lavoro nuove e diverse. Dovremmo davvero smetterla di accettare una pappa secolare patriarcale, paternalistica, che regge anche per un sistema che si fonda su un accesso al mondo del lavoro non sempre sano e paritario. Adoperare le variabili a nostro vantaggio, plasmare una flessibilità che non ci riduca in poltiglia e schiacciate dalla precarietà, agire empatia e solidarietà. A volte vedo solo che ci hanno abituato a ragionare per orticelli. Occorre comprendere che “attività produttiva” contiene molte più sfaccettature di quelle che ci hanno abituato a vedere. Si tratta di una rivoluzione in primis culturale. Parliamone, senza fraintendere il senso di emancipazione, con gli occhi che sappiano accogliere e includere le differenze. Riconoscere la realtà è riconoscere il valore di ciascun contributo.


Articoli correlati:

https://simonasforza.wordpress.com/2014/02/17/il-paradigma-del-nutrimento-e-della-cura/

https://simonasforza.wordpress.com/2018/07/18/conciliazione-scoperchiamo-il-vaso-di-pandora/

https://simonasforza.wordpress.com/2017/05/31/passata-la-festa-continuano-a-farcela/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/02/02/il-dilemma-uguaglianzadifferenza/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/15/autonomia-redistribuzione-parita-di-genere/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/03/29/classe-e-patriarcato-due-variabili-per-il-controllo/

Lascia un commento »

#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

2 commenti »

WAE, ecco il nostro manifesto

wae

Vi avevo già parlato qui dell’assemblea nazionale tenutasi a Milano lo scorso 6 aprile, dal titolo: “Autodeterminazione, sessualità, aborto e salute riproduttiva”.

Nel corso di quell’incontro, promosso dalla rete Women are Europe (WAE), le donne provenienti da varie associazioni e movimenti provenienti da tutta Italia, si sono scambiate idee e proposte sul tema della giornata.

Al termine abbiamo tutte concordato sull’idea di produrre un manifesto, che parlasse alle donne, che di fatto rendesse più esplicito a tutte su quali temi e perché vogliamo fare rete. Ci è parso un buon modo per iniziare a far rete e per unire le forze nel nome dell’‪‎autodeterminazione‬ e della libertà di scelta per tutte le donne. Occorre rilanciare un dibattito pubblico su questi temi, per diffondere consapevolezza e difendere i risultati raggiunti in anni di lotta (tra cui la legge 194 e i consultori familiari pubblici). C’è veramente tanto da fare, se non vogliamo permettere che si torni indietro di decenni (basta vedere i dati sulla contraccezione in Italia).

Ci eravamo date pochi punti sui quali basare il manifesto e focalizzare le nostre prossime attività.

Oggi quel manifesto è pronto.

Se ne condividete obiettivi e contenuto vi prego di aderire e di diffondere il manifesto.

GRAZIE GRAZIE GRAZIE a tutte coloro che ci hanno lavorato!!!

Ora tocca a tutt* noi operare sul nostro territorio per organizzare iniziative e sensibilizzare tutt* su questi temi, per noi e per le prossime generazioni.

#iodecido, non dimentichiamolo!

Per maggiori informazioni:

Blog WAE

Pagina Facebook

Adesioni

Lascia un commento »

Pugna?

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

 

Visto che siamo nel pieno di una diatriba, una sorta di guerra dei Roses, su chi incarna al meglio le sacre vesti della femminista ideale e su cosa la caratterizzi, iniziamo a chiarirci un po’ le idee.
Ho trovato molto sensato, corretto e condivisibile il post di Ida Dominijanni.
Nel mio post avevo espresso le mie perplessità in merito a un certo modo di interpretare la libertà di usare il proprio corpo, nel nome di un femminismo originario (il corpo è mio e lo gestisco io) e che oggi occorrerebbe rileggere e ricontestualizzare, se non si vuole correre il rischio di cadere in errate letture e semplificazioni. Quello che ipotizzavo era una stretta connessione tra meccanismi simil-femministi e un impianto liberal-capitalistico, che fa rima con neoliberismo. In pratica, il femminismo si è vestito dell’ideologia neoliberale, facendo un bel cortocircuito di mezzi, metodi, idee e finalità. Quello che prefiguravo nel mio post era una sorta di “lasciapassare” per qualsiasi cosa. Le affermazioni di questo tipo di femminismo sono strumentali per far passare l’idea che un “consumatore finale di sesso” come Berlusconi fondamentalmente sia una persona perfettamente nella norma, così come il suo giro di escort. “Facciamo quello che ci pare” è stato il cavallo di battaglia del Silvio nazionale.
Tutto diventa mercificabile, messaggio pubblicitario, ogni contenuto si svuota e si riempie con la parolina magica dell’emancipazione e dell’affrancamento femminista, che serve ormai a vendersi per avere un po’ di visibilità. Si è schiave di un sistema di produzione e di battage pubblicitario costante, spacciandolo per autodeterminazione consapevole della donna. Non basta però l’etichetta per dire qualcosa di sensato.
Sotto l’egida delle leggi di mercato si sviluppa un tappeto di una miriade di trovate che anche a un ingenuo apparirebbero per quel trucco che rappresentano. Così abbiamo la tinta rosa delle quote in politica (salvo poi non occuparci delle dimissioni in bianco), la Bacchiddu, la Chirico, la Conchita Wurst ecc. Tutti prodotti di consumo, di marketing che si rendono tali, indispensabili simulacri della nostra contemporaneità post-capitalista, di un usa e getta. Questo fa davvero bene alla causa di chi non ha lo stesso potere e che vive ogni giorno senza possibilità di scelta, senza una vera alternativa? Un sistema che si autoalimenta, mettendoci tutti nello stesso calderone di consumatori e prodotto, semplificando messaggi, ideali e contenuti per rendere tutto più sorridente al marketing onnipresente.

Io non ci sto a farmi incasellare dalla Chirico di turno. In questo modo vengon meno le peculiarità delle donne, quando si riutilizzano gli stessi metodi e schemi maschili per affermarsi, rivestendoli di semplice apparenza fisica, senza sostanza. Qui non c’è sorellanza che tenga, c’è unicamente il voler per forza costruire un universo femminile ad uso e consumo degli uomini, consapevolmente o meno. Abbiamo superato in parte alcuni aspetti del patriarcato, ed ora qualcuna di noi sente la nostalgia del passato.
Il fatto di aver scollegato le lotte femministe da certi ideali di sinistra, di aver creato un femminismo apolitico e allergico alla “categoria del politico”, ha in qualche modo portato a questi risultati e a questa revisione degli stessi principi, che un tempo servivano a tenere ben lontane le intromissioni da parte di speculatori padronali. Con una base culturale politica più solida non saremmo cadute nella trappola di renderci merce. Il politico serve a portare le riflessioni e il ragionamento “fuori da noi”, dalla nostra dimensione individuale. Il politico serve a smascherare lo sfruttamento e la manipolazione di corpi e pensieri da parte del sistema produttivo o di accumulazione contemporaneo.
Inoltre, aver rifiutato la categoria “morale” nelle battaglie delle donne, ha prodotto delle deviazioni strane. La morale è mutevole e cambia a seconda delle epoche, intercettandone i cambiamenti. Per cui, non si può linciare a priori tutto ciò che coincide o che si può annoverare con la morale. Tacciare di colpevole moralismo un certo femminismo che cerca di fare un’analisi un po’ più profonda e meno superficiale non aiuta alla riflessione sulle tematiche femminili. Rischiamo di perderci qualche pezzo importante e fondamentale, e soprattutto si apre la porta a qualunque assurdità.
La libertà di prostituirsi, così come propagandata ultimamente, fa coincidere in capo a un unico soggetto l’“operaio”, il prodotto e l’imprenditore. Ripeto la domanda del mio post precedente: “Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta”? Solo questo accumulo strano di elementi dovrebbe portarci a riflettere e a comprendere che qualcosa non quadra.

Non occorre scomodare la saggistica a riguardo, per capire che si tratta di interpretazioni del femminismo strumentali a un sistema postcapitalista e ultraliberale, in cui tutto e tutti sono attori e merci del mercato al tempo stesso, preferibilmente in assenza di regole e di diritti collettivi. Siamo giunti ad auspicare un diritto che ogni singolo individuo si può confezionare a seconda della convenienza personale, anche in contrapposizione con delle regole collettive, che garantiscano tutti indistintamente. Questo modo di ragionare apre le porte a forme autoritarie o entropiche, in cui tutto è ammesso, in cui si lotta con ogni mezzo e vince chi è più forte, furbo e scaltro. Nel nome della mia libertà personale non posso e non devo mai calpestare i diritti altrui, ignorando le sue problematiche e le sue sofferenze. Questo non era il mondo che sognavano le nostre madri e che noi ora dovremmo aggiustare, pena il fallimento di tutte le nostre lotte.

3 commenti »

I diversi volti del femminismo

anarkikka1

Ritorno sul tema, su cosa vuol dire oggi essere una femminista. Mi interrogo perché oggi mi sento più coinvolta di un tempo e mi chiedo quali possano essere le cause e gli errori da evitare per non tornare ad addormentarci.
La mia è una generazione strana, non propriamente fortunata come i baby boomers, ma pur sempre cullata dalle premure dei nostri genitori, che tuttora, per molti, sono il paracadute sociale ed economico in questi anni di precariato. Questa sorta di rete protettiva, per chi ce l’ha, ci ha portati ad occuparci poco dei temi etici, delle battaglie tipiche degli anni ’60, ’70. Gli anni ’80 della nostra infanzia sono stati leggeri e sofferenti, ma non hanno lasciato traccia in noi di quel nero punk. Cristina D’Avena era il nostro mito e la caduta del muro venne vissuto come un segnale di un meraviglioso avvenire di pace. Lo stesso grunge ci ha portati a una adolescenza alquanto solitaria, poco comunitaria, raggomitolati su noi stessi e sul nostro spleen, che non capivamo bene da dove scaturisse. Non sono mancati gli inciampi, ma evidentemente non sono stati tali da spingerci a una mobilitazione. Ognuno ha seguito la strada del “si salvi chi può”.

Oggi, da madre, sono tornata ad interrogarmi su certi temi e su quello che desidero sia il mondo che mia figlia troverà ad accoglierla quando sarà adolescente. Magari sarà più forte di me, ma vorrei che non si tornasse indietro e che si accompagnassero le future donne in un percorso di crescita e di autoconsapevolezza a 360°. Ma come agire e come orientarsi per non fallire nuovamente?
Vi consiglio questo post, sui femminismi che oscillano tra coloro che ci credono e coloro che giocano a fare le donne alternative e le paladine dei diritti. Analisi chiara, sincera e che offre un’occasione per riflettere sul futuro delle reti e dei movimenti femministi. Come quando andavo al liceo, il mondo era costellato da ragazze che giocavano a fare le donne emancipate e invece erano forse più confuse e fragili di me. Oggi molti diritti e tutele sono sotto attacco e di personaggi tiepidi e opportunisti non ce n’è bisogno, dobbiamo arrivare al nocciolo, espandere le informazioni su sessualità e autodeterminazione. Partendo dalle persone. Tutte le altre scorie e gli obiettivi strettamente di carriera personale (le femministe di convenienza) devono essere lasciati indietro. Dobbiamo divulgare, parlare, raggiungere quante più persone possiamo, fare rete ma senza formalismi e soluzioni elitarie. Dobbiamo essere convinte e imbastire una mobilitazione costante, pura, schietta, spontanea, leggera ma profonda, che scandagli i punti essenziali.

Vi consiglio il libro di Barbara Bonomi RomagnoliIrriverenti e libere – femminismi nel nuovo millennio“, controcorrente.

Ringrazio Anarkikka per l’immagine del post.

Lascia un commento »

12 aprile.. cosa si muove a Milano

Purtroppo nel 2014 accade questo, a Milano. L’attacco alla 194 sembra non conoscere tregua. L’autodeterminazione della donna è in pericolo. Dobbiamo vigilare e non lasciare che questi episodi minino una delle leggi migliori al mondo sulla salvaguardia della salute riproduttiva della donna e per una maternità consapevole.

Nel blog di Eleonora Cirant trovate un po’ di news in tema di salute riproduttiva e 194.

Lascia un commento »

tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine