Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Per gentile concessione

laicità2

Devo ammettere una cosa, inizialmente non volevo scrivere niente su questa notizia, poi ho deciso di farlo perché mi ribollivano troppe cose dentro e di getto ho scritto un post su Facebook, che qui si è allargato.

Leggo su La Repubblica:

“In occasione del prossimo Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”, scrive in una lettera a monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio
Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che è incaricato di promuovere le iniziative per il Giubileo”.

L’apertura in realtà sancisce la dimensione della colpa della donna, e solo la donna, che si è resa colpevole di aver abortito, decidendo autonomamente di non diventare madre. Sembra che il libero arbitrio per le donne sia un po’ più ristretto. Il Perdono chiesto e concesso alla donna che pentitasi si assoggetta a una prassi che sancisce ancora una volta il potere maschile sulle donne. Un condono della pena da infliggere alla colpevole, con l’uomo che si erge magnanimo a sollevare la debole, semi-umana donna, portatrice di un peccato che solo la bontà e la misericordia possono lavare. Qui non si tratta più soltanto di qualcosa di divino, ma di un “lavaggio” molto terreno, con la Chiesa, corpo maschile e patriarcale, che si auto-assegna il compito di riaccogliere nella comunità una parte di essa, prima scomunicata (secondo il diritto canonico «Chi procura un aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», in pratica automatica). Quindi una faccenda tra un potere patriarcale, ancora una volta ribadito, e le donne che restano le sole “da perdonare”, quasi come se il concepimento avvenisse per mitosi o clonazione. Un rimarcare questa dimensione della donna, unica responsabile della procreazione, per sancire ancora una volta l’errore da emendare e da evitare. Un uomo che decide quando e se la donna ritorna “degna” e non scacciata dalla comunità dei credenti. Una purificazione decisa a tavolino, per riaffermare ancora la necessità di un potere maschile, un discorso maschile che ribadisce il suo controllo sui corpi delle donne. Cuori pentiti che riconsegnano se stesse al padrone terreno, anche se si richiama il divino. Si richiama il divino solo quando conviene all’uomo, un perdono divino che viene distillato goccia a goccia dall’uomo, come, quando e se egli decide di concederlo, sancendo contemporaneamente la colpa e la subordinazione della donna. Perché gli assetti ritornino ad essere quelli classici. Poenitentiam agite, appropinquabit enim regnum caelorum! Mi sa tanto che vale solo per il genere femminile..

La donna ha l’anima, anzi secondo papa Francesco, l’anima spirituale sarebbe proprio femminile. Ma questo non impedisce di mantenere la gerarchia ecclesiastica al maschile, perché non dimentichiamoci il ruolo primario della donna: moglie e madre. Il rifiuto di questa dimensione già pone “fuori”. Le interpretazioni, le pratiche del “ti assolvo, ma..”, “per oggi io uomo distillo un po’ di perdono per te donna, in modo tale da farti ritornare nel tuo ruolo predestinato” a mio avviso rientrano nell’ambiguità di una non-apertura, perché tanto si è subordinate alla magnanimità maschile. Nell’assetto cattolico le donne sono e restano funzionali e strumenti in mano agli uomini, fedeli aiutanti che con il loro carico di virtù femminili devono rendere la vita dell’uomo migliore. La donna da sola, capace di decisioni autonome, libera e indipendente crea un’anomalia nel disegno della società cattolica.

Resta da comprendere un altro aspetto di tutta questa faccenda della scomunica, come mi ha suggerito una compagna di lotte femministe e sulla 194. In questo territorio di scomunicati rientrano tutti coloro che fisicamente o moralmente si siano resi responsabili di un aborto. Penso quindi che in senso lato, oltre naturalmente a tutto il personale non obiettore in ospedale, si potrebbe giungere anche a includere azioni volte a informare le donne sulla contraccezione, sull’aborto o volte a difendere la 194. Quindi immaginate a che platea si rivolge il pontefice. Sì, il numero si allarga. Però l’assoluzione in caso di appoggio morale all’aborto, è una questione più complessa, perché la via del perdono deve passare per il pentimento, che a sua volta dovrebbe riguardare una propria autonoma idea, il riconoscere alla donna il diritto di interrompere la gravidanza, lottando per questa causa. Ma il pentimento e il perdono implicano anche un impegno a non reiterare quello che per la Chiesa rappresenta un errore. Quindi almeno che non ci troviamo di fronte a una persona che ha improvvisamente cambiato idea sul riconoscere un diritto alle donne, mi sa che il perdono (chiederlo e riceverlo) non ha molto senso.

Fin qui le considerazioni teoriche e su quale valenza a mio avviso hanno le parole del pontefice.

Fa bene Nadia Somma (qui) a scrivere che il Papa fa il suo mestiere e che tocca allo stato italiano disciplinare la materia dell’interruzione volontaria di gravidanza e renderla facilmente accessibile. Lui è un capo religioso e si occupa di anime e questioni extra-terrene, anche se poi come ho detto, c’è poco di divino, e molto di potere temporale. Il problema è l’effetto di questo rigurgito di potere temporale nel nostro Paese.

In Italia abbiamo una laicità apparente, immatura, a singhiozzo, a seconda della convenienza. Nessuno si sognerebbe di dire ad alta voce che il nostro stato non sia laico, ma nella realtà questa dimensione è debole, soggetta a una infinità di eccezioni. La Chiesa gestisce tuttora un bacino elettorale non indifferente. Per cui nessun partito trascura questo dato. Gli italiani hanno un rapporto con la Chiesa particolare, non paragonabile a quello che accade per esempio in Francia. Ciascuno utilizza l’apparato Chiesa per i propri interessi personali (conoscenze, lavoro, relazioni) e come leva elettorale. Per cui è difficile che vengano fuori posizioni che vadano in netto contrasto con quanto prescritto dall’istituzione Chiesa cattolica. Si spostano voti in modo molto più semplice e “sicuro”. Se i cittadini scegliessero da soli cosa votare e chi votare il problema non ci sarebbe. Invece siamo ancora a Don Camillo.

La vicenda Estrela ci aveva dato un assaggio di questo “assetto”. A marzo però qualcosa a livello europeo è cambiato, evidentemente dopo il compromesso al ribasso sulla relazione Tarabella, con la risoluzione Panzeri sono stati riconosciuti “i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale”. E in Italia? La situazione l’ha già riassunta Nadia Somma. Eleonora Cirant sta portando avanti il prezioso progetto Un’inchiesta sull’aborto con il quale sta raccogliendo testimonianze e interviste per comprendere sul campo come e se viene applicata la 194, in consultori, ospedali e segnalando anche disservizi e chiusure che mettono a rischio il servizio e i diritti delle donne. Siamo ancora qui a scrivere di come le percentuali di obiettori di coscienza stiano di fatto rendendo difficile la vita delle donne, costrette a vagare alla ricerca di una struttura che assicuri le IVG. Interi ospedali (dal Bassini al Niguarda di Milano) devono chiamare dottori a gettone da fuori per garantire il servizio, i farmacisti obiettori che trovano mille scuse per non dare i farmaci, per non parlare delle violenze psicologiche a cui sono sottoposte le donne. I problemi sono molteplici, a partire dall’insegnamento dell’IVG nelle scuole di specializzazione, e di come diventare obiettore sia premiante per la carriera. Ci vogliono medici che siano formati, aggiornati, che sappiano fare bene le IVG, anche in caso di aborti terapeutici. L’assistenza pre e post intervento deve essere garantita e il servizio fornito deve essere efficiente anche dal punto di vista “umano”. Questo vale per tutto il personale di assistenza. Io penso che costringere le donne a migrare da un ospedale all’altro (alcune vanno anche all’estero ormai) sia inaccettabile, vedersi porre mille ostacoli davanti è una lesione dei diritti umani fondamentali. Sappiamo benissimo che quando saranno andati in pensione i medici della generazione che ha sostenuto il varo della 194, la situazione sarà già a un punto di non ritorno. Ci siamo già dentro, anche se il Ministero competente fa finta di niente e sostiene che è tutto a posto. Lo abbiamo scritto e ripetuto un numero infinito di volte. Ma chi ci ascolta? 

Sembra una questione secondaria, però chissà perché quando ne parla il pontefice ci sono i titoloni e quando noi donne chiediamo la giusta attenzione per affrontare ciò che non va, ci ritroviamo a parlarne solo tra militanti femministe, con pochi trafiletti sui quotidiani mainstream, su blog minuscoli e sulle nostre riviste storiche? Perché quando parli di 194 o di diritti delle donne in generale, ti senti sempre più spesso dire che bisogna superare le questioni di genere e occuparsi di altro, perché altrimenti ti chiudi nella nicchia. Cavolo, ma in quella nicchia, che in realtà è enorme, c’è un numero infinito di questioni aperte e irrisolte, nodi cruciali delle nostre esistenze che non riguardano solo noi donne, ma l’intera umanità, l’assetto della società e dei rapporti umani. Se non partiamo da qui, dove pensiamo di arrivare? Che senso ha partire azzoppati per il cambiamento? E’ da quella nicchia che parte tutto, se non risolvi le contraddizioni, le discriminazioni, le disparità di genere dove si va? Dritti nel burrone. E cavolo, il femminismo serve a questo, a non dire che questi passaggi sono superflui o superati. Se non ci interroghiamo a fondo e non prendiamo coscienza di noi stesse e di quanto c’è ancora da fare, ci sarà terreno fertile per una restaurazione in grande stile. Il patriarcato è vivo e vegeto e cerca di convincerci che è un approdo sicuro per noi donne. Noi dobbiamo smontare questo sistema in ogni sua ramificazione, per una società veramente paritaria. Iniziando anche da un processo di laicizzazione dei cittadini e dei meccanismi politici. Questo cambiamento è propedeutico a tutta una serie di miglioramenti nella nostra società.

Il silenzio assordante dei decisori politici, che non rispondono alle continue sollecitazioni e richieste di sanare l’ormai diffusissima mancanza di medici non obiettori, dipende proprio dalla rilevanza che hanno i voti di “matrice cattolica”. Magari non sono nemmeno praticanti o credenti, ma rientrano in quella grande famiglia per altri “buoni” motivi di convenienza. Noi donne dovremmo svegliarci e far valere i nostri diritti. Il problema nasce sempre dal fatto che per molti il problema non sussiste fino a che non lo tange direttamente. Dobbiamo sradicare questa mentalità e impegnarci insieme. Ci stanno togliendo una miriade di servizi.. la risposta non è la rassegnazione ma la lotta! Perché non iniziare, mettendo in discussione l’art. 9 della 194, che disciplina l’obiezione di coscienza? Per me fare politica è questo, cambiare le cose che non vanno, risolvere i problemi. Non c’è nessun bacino elettorale da difendere, i voti si conquistano con i contenuti, con i progetti, con i fatti e con le idee, migliorando la vita di tutt*. Questo capovolgimento di mentalità è fondamentale.

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Private del diritto al rispetto

 

Con questa ennesima sentenza colma di moralismo, a mio avviso è come se dicessero a tutte noi che non solo è inutile denunciare, che lo stupro alla fine è una cosa da poco, ma anche che dobbiamo stare al nostro posto, non dobbiamo alzare la testa, chiedendo pari diritti. L’obiettivo è ricacciarci in un luogo storico in cui eravamo senza diritti e senza voce. È come se ci stessero consigliando: “Se state al vostro posto nulla di così terribile vi potrà capitare”. Stare al nostro posto, seguire una infinità di regole e di consigli di “sano comportamento donnesco”, essere in linea con un modello che è stato creato per noi e tramandato al maschio nei secoli per far di noi quello che meglio crede, per soddisfare il suo desiderio di dominio, da esprimere anche attraverso un atto di violenza. Siamo donne e come tali vogliono farci credere che dobbiamo avere un margine ridotto di scelte, di movimento, di azione e di modi di essere e dividere. Come se ancora, sulla base di una Natura diversa, noi dovessimo auto-ridurci a qualcosa di minuscolo, adeguato a qualcosa che gli uomini si aspettano da noi.
Aggiungo un altro elemento di analisi. Questa sentenza è il risultato di una giustizia che agevola di fatto chi meglio può difendersi, chi ha gli avvocati migliori e non chi in tutto questo orrore è la vera vittima, l’unica che andrebbe difesa, ascoltata e creduta. Perché è un problema di giustizia equa, che metta difesa e accusa ad armi pari, senza che il risultato finale sia fortemente influenzato in base alle disponibilità economiche e di potere delle parti in causa. Perché è soprattutto, ancora, una questione di potere, di differenziale di potere, di vario tipo. E questo il punto più importante su cui riflettere.
Questo continuare a emettere sentenze semplicemente sulla base di uno scavare nella vita di una persona, senza ascoltare i fatti in questione. La sentenza di fatto è come se cancellasse il diritto della donna a non essere abusata e a vedersi riconosciuta dalla giustizia come parte lesa. I suoi diritti esistono solo se il suo comportamento viene ritenuto moralmente conforme. Come se i diritti umani potessero essere sospesi per una o più ragioni. Puoi violentare liberamente se una donna ha uno o più elementi “non conformi”.
Un no è un no, un abuso è tale, da sobria o meno. Se non si sancisce questo una volta per tutte, ci ritroveremo ancora di fronte a questi orrori.
Siamo un Paese che ancora marchia a fuoco le donne che pensano e scelgono con la propria testa, che parlano, che si esprimono, che si dichiarano femministe, che si battono per i diritti, che vanno a studiare fuori casa, che si cercano un lavoro e cercano di essere autonome. Perché ancora oggi, noi dobbiamo rinunciare a queste cose, altrimenti siamo strane, pericolose, pazze, fuori-norma e in quanto tali, tutti sono legittimati a fare di noi ciò che vogliono e a privarci dei nostri diritti fondamentali. Non voglio credere che questo stato di cose sia immutabile, perciò da qualche parte credo che esista un modo per cambiare questo contesto e questa mentalità che poi porta a creare l’humus ideale per questo tipo di sentenze.
Abbiamo ancora un forte ritardo culturale se ancora oggi sentiamo dire che se una ragazza, una donna è indipendente, cerca di esserlo, compie le sue scelte autonomamente, vive cercando di essere felice, libera, senza catene, fuori dalle gabbie è da considerare non normale. Ce ne fossero tante di donne così! Se pensiamo che una ragazza possa fare in potenza meno cose di un ragazzo, se nemmeno la nostra famiglia ci rispetta se chiediamo di essere considerate allo stesso modo, dobbiamo rimboccarci le maniche per invertire la nostra storia. Oggi, dopo tanti anni, rispondo a una battuta di mio cugino che quando mi trasferii a Milano nel 2003, mi disse: “Ah ti stai divertendo.. bella vita”. In pratica, essendo donna sarei dovuta rimanere nella mia città natale, perché l’unica prospettiva idonea a una donna era quella di sposarsi. Il fatto che avessi trovato lavoro a Milano era un dettaglio, ai suoi occhi ero andata a Milano per fare la bella vita, per divertirmi e per essere finalmente marchiata “secondo il libro sacro della tradizione maschile” come una “con i grilli per la testa” in tutti i sensi. Nessun pensiero lo ha mai sfiorato (a lui come a tanti altri) che io stessi facendo enormi sacrifici per darmi un futuro, una prospettiva di vita e di lavoro. Ero la pecora nera della famiglia, lo sono, oggi forse più di ieri, con lo stesso orgoglio di avere una nuvola da “irriducibile” che mi segue. Vi ho raccontato questo aneddoto, per farvi capire come il pregiudizio culturale sia più forte di anni di conoscenza. Il pregiudizio dovuto a un tipo di cultura e di mentalità direi di tipo patriarcale, è come se azzerasse la percezione reale della persona e portasse a giudicarla e a etichettarla secondo parametri immaginari, gli stessi che portano a giustificare dei modelli di comportamento differenziati per genere e che portano a partorire sentenze come quella che ha scagionato quei sei “bravi ragazzi”.
Così si rovina per sempre la vita di una ragazza, di una donna, convincendola che comportandosi bene, assecondando un certo modello di vita e di comportamento, avrà una vita esente da “guai”. Niente della vita di una donna deve poter diventare un alibi, un via libera al fatto che i suoi diritti umani fondamentali possano essere violati. Lo ripeto, non è tollerabile che si emettano sentenze sulla base di giudizi morali e richiamando dettagli della vita della vittima. Aver convissuto, aver avuto qualche rapporto occasionale vuol dire automaticamente “autorizzare” tutti gli uomini a violentarti? Ciascuna donna dovrà sentirsi in pericolo di stupro semplicemente perché non ha il pedigree di una vita immacolata, lineare? Chi ha stabilito poi cosa sia una vita lineare? Nulla può giustificare mai uno stupro. NULLA MAI! Che facciamo, autorizziamo tutti gli uomini violenti a commettere stupri e violenze se qualche dettaglio del mosaico della vita di una donna non è al suo posto?
Se essere “bisessuale dichiarata, femminista e attivista lgbt” deve essere considerato dalla giustizia italiana un lasciapassare, che esenta gli uomini da un rispetto dei diritti di un altro individuo, io non ci sto. E nessuna di noi ci deve stare. Non voglio sentire più da nessuno, né tantomeno da una donna, che in qualche modo “se l’è cercata”. Perché questa, come altre sentenze similari, colpisce tutte noi: un giorno potremmo trovarci al posto della “ragazza dello stupro della Fortezza”, e non essere credute, non avere giustizia vera.

Nessuna giustificazione alla violenza deve avere cittadinanza. Facciamo sentire la nostra voce, URLIAMO IL NOSTRO NO! Mi unisco all’idea di Lea Fiorentini Pietrogrande, facciamo una manifestazione tutte insieme, per abbracciare e sostenere questa ragazza e tutte le donne vittime di violenza!

 

 

P.S.

– La sera del 28 luglio le compagne Unite in rete – Firenze stanno organizzando una manifestazione per ribadire che vogliamo vivere le strade liberamente, nonostante qualcuno voglia farci stare a casa e in silenzio.

http://www.controradio.it/sentenza-sullo-stupro-alla-fortezza-unite-in-rete-lancia-lidea-manifestazione-notturna/

AGGIORNAMENTO:

La manifestazione di Firenze alle 21 del 28 luglio: La libertà è la nostra “fortezza”.  https://uniteinrete.wordpress.com/2015/07/24/la-liberta-e-la-nostra-fortezza/

Qui l’evento su FB: https://www.facebook.com/events/1013313712014907/

 

– Vi invito a firmare questa petizione online:

https://www.change.org/p/giudici-di-firenze-vergognatevi-della-vostra-sentenza?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

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