Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Facciamo pressione

 

Elizabeth Pickett* in questo articolo pubblicato su Femminist Current (QUI), a ridosso dell’approvazione della risoluzione di Amnesty, ci parla di consenso, delle matrici alla base del commercio di sesso a pagamento, della situazione nei Paesi che hanno regolamentato e di tanti piccoli tasselli per comprendere meglio di cosa stiamo parlando. Una precisazione doverosa: insieme al termine sex work tanto in voga, gira anche quello di femministe pro-sex. Vi sorprenderà ma sappiate che le abolizioniste non sono contrarie al sesso, ma alla sua mercificazione e alla coercizione e alla violenza che la vendita e lo sfruttamento di un corpo portano con sé. Ebbene il sesso ci piace e ci piace libero per tutte, così come, in quanto femministe, si dovrebbe lottare per i diritti delle donne, esseri umani al 100%. Non dovremmo stare dalla parte di chi (clienti e papponi) desidera vederle come oggetti, merci, de-umanizzate per il loro business criminale.

 

Mi permetto di azzardare affermando che la maggior parte delle persone che ora stanno leggendo questo pezzo non credono che gli uomini abbiano diritto ad avere accesso al corpo delle donne per la loro gratificazione sessuale attraverso la coercizione e la violenza. Avevo più fiducia in questo assunto, prima che Amnesty International varasse la risoluzione a sostegno di una politica che depenalizzasse anche clienti e papponi, ma la mia scommessa era che anche di fronte a tale politica AI avrebbe detto ma non avrebbe poi fatto qualcosa. Il motivo per cui dico questo è che AI afferma di voler approvare solo la prostituzione volontaria e non quella “involontaria”.
Il sex work (sic) implica un accordo contrattuale in cui i servizi sessuali sono negoziati tra adulti consenzienti, con i termini di impegno concordati tra il venditore e l’acquirente di servizi sessuali. Per definizione, il sex work significa che i sex workers che sono impegnati nel commercio di sesso hanno acconsentito a farlo (cioè hanno scelto volontariamente di farlo) e ciò lo rende diverso dal traffico. Se questi volontari per il commercio di sesso esistono, chi sono, dove sono e cosa importa? Oltre a ciò, come si può proteggerli decriminalizzando gli uomini che usano i loro servizi sessuali, senza comportare alcun rischio per chi non è volontario?
A livello globale, le donne vivono in un contesto politico, sociale ed economico dominato dal capitalismo patriarcale razzista – un sistema che è per definizione strutturalmente razzista, sessista e classista. Il volontarismo è un concetto estremamente problematico per gli oppressi e gli sfruttati e le donne sono, per definizione, oppresse e sfruttate. Quando le donne sono indigene, povere, di colore, lo sfruttamento e l’oppressione avvengono attraverso più fattori che si intersecano. Questa realtà rende l’intera nozione di “volontari” del commercio del sesso e di “consenso” di una transazione commerciale sospetta sin dal principio.
Dimenticate le analisi femministe per un attimo e osservate come il diritto commerciale (QUI) – accettato in gran parte del mondo occidentale, in questo caso negli USA – esamina la questione del consenso in una transazione. Chunlin Leonhard spiega (QUI):

“Il requisito di volontà del consenso “richiede condizioni libere da coercizione o indebito condizionamento”. La coercizione si verifica quando una persona rischia di danneggiare l’altra persona al fine di ottenere il consenso. “Influenza indebita, al contrario avviene attraverso l’offerta di una ricompensa eccessiva, ingiustificata, inappropriata, impropria o altre proposte per ottenere l’accordo”. Inoltre, “incentivi che normalmente sono accettabili possono diventare influenze indebite se il soggetto è particolarmente vulnerabile”.

Ci viene chiesto, attraverso la retorica del sex work di accettare che esista un gran numero di donne nel mondo, adulte, che non sono state forzate con la violenza e le minacce di violenza, e che hanno fatto e continuano a fare scelte sufficientemente libere da coercizione o indebito condizionamento. Questo è lo scopo del convincerci che le esperienze di queste donne siano uno standard (certamente vago) che convalida il loro consenso a rapporti sessuali con uomini estranei, che le pagano, a volte molto bene, a volte assolutamente non bene, per ottenere servizi sessuali. La coercizione rappresentata dalla povertà, apparentemente non rientra in questa logica, dato che la maggior parte delle donne che si prostituiscono lo fanno per soldi, ancora una volta per definizione. La coercizione rappresentata da questioni razziali e dal sessismo è pure esclusa dal punto di vista del consenso.
AI, come molti gruppi di sex workers, papponi, clienti, ha basato la sua decisione su una visione idealista, liberale, capitalista di autonomia, di libertà individuale (compresa la libertà di contratto), di libertà dalla coercizione o indebito condizionamento che semplicemente non si applica ai cittadini oppressi e sfruttati del mondo, per non parlare delle donne. Questo non dovrebbe sorprenderci – AI è sempre stata utopista, liberale, un’organizzazione capitalistica, come lo sono molte altre ONG mondiali – come la Fondazione Gates per esempio.
Sostenere che le condizioni per questo tipo di autonomia individuale e la libertà di scegliere non ci sono per tutte le prostitute nel mondo non ci rende puerili come molti affermano, ma ciò sta a indicare che, per ragioni concrete, dobbiamo preoccuparci e sforzarci di proteggerci dalle devastazioni del capitalismo razzista patriarcale. Ma c’è! Come prima cosa sto utilizzando parole che AI (e molti altri) non accetterebbe. Allora, come facciamo a convincere la gente con un residuo di buona volontà nei confronti delle donne che l’adozione della policy di AI che sostiene la depenalizzazione di clienti e papponi non porterà benefici, piuttosto danni, alle donne?
Penso che la risposta stia nell’impegno di AI e di molte persone (mi auguro) di fermare il sequestro permanente delle donne nella tratta, nonché un impegno a proteggere le minori coinvolte nel sistema di schiavitù sessuale. Perché senza il supporto e la collusione degli stati di tutto il mondo, le ONG colluse con essi, con interessi capitalistici e con quelli dei papponi e dei clienti dell’industria del sesso, il traffico di donne e di ragazze non sarebbe delle dimensioni attuali. Questo perché il numero di volontari per il commercio di sesso sarà sempre superato dalla domanda, fino a quando non verranno presi provvedimenti seri per far terminare, o almeno scoraggiare, la domanda.
Diciamo che – dai, lo fanno – esiste nel mondo qualche gruppo di donne che sono sufficientemente non toccate dalla realtà razzista del capitalismo patriarcale, sufficientemente autonome e libere, che sono in grado di fare volontariamente le prostitute, in modo sufficientemente libero da coercizione, costrizione o indebito condizionamento, tanto che si possano definire prostitute volontarie. (Facciamolo per un istante, anche se abbiamo prove che alcuni maschi sostenitori dei diritti umani pensano a proposito delle donne povere.. come ha detto Ken Roth CEO di Human rights watch: “Tutti vogliono porre fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere la possibilità di lavoro sessuale volontaria? ” https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688).
Dove sta il problema? Il problema è che la domanda di prostitute supera l’offerta. Semplicemente non ci sono abbastanza volontarie per il commercio di sesso per soddisfare la domanda, anche nei paesi in cui tutti gli aspetti della prostituzione sono legali.
Prendiamo come esempio Amsterdam.
La sua industria del sesso raggiunge oltre i 500 milioni di euro all’anno di guadagni, di cui il governo incassa una percentuale attraverso le tasse. I lavori nei bordelli sono pubblicizzati nelle agenzie di lavoro e la prima “naked gym” ha aperto nel 2011 (QUI).
Ma a quanto pare, non molte olandesi vogliono lavorare in questo settore, come dimostra il fatto che la maggior parte delle donne che si prostituiscono non sono olandesi. La CATW ha stimato che le donne che lavorano nell’industria del sesso di Amsterdam sono circa 30.000. Ma usiamo i numeri del governo olandese che le stima tra le 20.000 e le 25.000. Il numero di donne provenienti dall’estero oscilla ovunque dal 60 all’80%. Nella migliore delle ipotesi, i protettori sono stati in grado di attirare non più del 40% di donne olandesi volontarie e forse anche meno. Le altre donne provengono da 44 paesi diversi, ma soprattutto dopo la caduta del muro, vengono da Bulgaria, Romania, Rep. Ceca e Polonia (QUI). Si stima che ovunque da 1000 a 7000 di quelle donne sono vittime di tratta (QUI). Non solo, ma molti sono bambini (QUI):

“L’organizzazione di Amsterdam ChildRight stima che il numero è passato da 4000 bambini nel 1996 a 15000 nel 2001. ChildRight ha stimato che almeno 5000 dei bambini in prostituzione provengono da altri paesi, con un grosso numero di nigeriane.”

Verifichiamo la Germania, dove tutti gli aspetti della prostituzione sono legali. E indovinate? Anche la maggior parte delle donne tedesche non vogliono fare volontariato. Ancora una volta, due terzi delle donne impegnate nell’industria del sesso provengono dall’estero. Naturalmente, questo non significa che siano necessariamente vittime di traffico, ma la possibilità è elevata. Le statistiche sul numero effettivo di donne e ragazze vittime di tratta a fini sessuali sono notoriamente complesse da stendere a causa del basso numero di denunce (in parte, a causa del fatto che legalizzando la prostituzione diventa difficile distinguere tra volontarie e forzate). Non solo, ma la depenalizzazione di sfruttatori e clienti rende molto più difficile catturare i trafficanti, perché le forze dell’ordine non possono accedere ai bordelli. Anche se le donne e le ragazze trovate nei luoghi di lavoro sono vittime di tratta, tranne quando non vi sia un problema di età evidente, sono sempre restie a dire che non sono lì per libero arbitrio, perché è così quando sei controllata da un pappone. Oltre ciò, il traffico di donne e ragazze è in crescita esponenziale, tanto da mettere in crisi la capacità delle forze dell’ordine di tenere il passo.
“Secondo un rapporto sul traffico di esseri umani recentemente presentato dal commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström, ci sono più di 23.600 vittime nell’Unione europea e due terzi di loro sono sfruttati sessualmente. Malmström, dalla Svezia, intravede i segnali di come le bande criminali stiano espandendo le loro operazioni. Tuttavia, dice, il numero di condanne è in declino perché la polizia è sopraffatta nei suoi sforzi per combattere il traffico.” (QUI)
Inoltre, non è un caso che i paesi di provenienza delle donne e delle ragazze vittime di tratta (e anche delle “volontarie”) siano quelli con i più rilevanti problemi socio-economici e politici. Ma AI ritiene che quelle siano siano le stesse donne e ragazze il cui diritto di fare volontariato per l’industria del sesso debba essere protetto. Ah le contraddizioni.

I costi per i trafficanti
Sicuramente questa breve panoramica porta inevitabilmente a concludere che semplicemente non ci sono abbastanza volontarie tra le donne del mondo per soddisfare il desiderio apparentemente insaziabile (e incoraggiato) di alcuni uomini per la loro gratificazione sessuale ad ogni costo e senza alcun riguardo per il desiderio sessuale delle donne stesse (la prostituzione non ha nulla a che fare con i desideri sessuali delle donne). Una volta che il sesso diventa una transazione commerciale da multi-miliardi di dollari all’anno, con i maschi, come coloro che pagano e mantengono donne e ragazze, l’unico tipo di desiderio che resta alle donne è il desiderio di guadagnarsi da vivere o, addirittura, solo quello di sopravvivere.

Data la scarsità di volontarie tra le donne e la necessità di generare una industria da multi-miliardi di dollari all’anno le donne vittime della tratta dovranno soddisfare la domanda di sesso maschile, sicuramente è evidente che il problema è, avete capito bene, la domanda di sesso maschile. Ci sono tutte le ragioni per credere che non fare nulla per frenare la domanda equivale a dare il consenso sociale alla schiavitù sessuale di centinaia di migliaia di non volontarie.

La criminalizzazione di sfruttatori e clienti non porrà fine completamente al problema. Nessuno è così ingenuo da pensare questo. Solo la fine del capitalismo patriarcale e la sua sostituzione con un sistema socio-economico che valorizzi la vita di tutte le persone, soprattutto, senza distinzione di razza, sesso o condizione economica potrà rendere possibile questo. Le femministe che consigliano la criminalizzazione di coloro che vendono le donne e di coloro che le acquistano comprendono perfettamente che la sanzione penale rappresenta solo un debole argine tra i loro corpi e la forza bruta del patriarcato. Coloro che hanno lavorato per decenni nell’ambito di questioni legali e di ordine pubblico, inerenti alla violenza maschile contro le donne sono fin troppo consapevoli del fatto che, anche in quei luoghi in cui esistono una buona legge e una buona politica sulla carta, i tassi di riferimento, la ricerca, le strategie, l’azione penale, e la condanna degli uomini che violano le donne sono patetici. Continuiamo a lavorare su tutti questi fronti, con la piena consapevolezza che il diritto penale, da solo, non potrà mai essere sufficiente. Ma non può essere seriamente suggerito che quelle protezioni scarse dovrebbe essere negate.

Lavoriamo per fare pressione sui soggetti e sui sistemi responsabili per la nostra protezione e per la punizione di quei maschi che minacciano la nostra integrità fisica quotidiana. Non meno di ciò che è necessario per combattere la piaga della schiavitù sessuale femminile. Non meno che la criminalizzazione della domanda maschile per l’accesso ai nostri corpi, non importa la qualità del nostro consenso. Non chiedo granché.

 

*Elizabeth Pickett is an internet-based feminist freedom fighter, a mother and grandmother, a blogger, and a poet, seething in Whitby, Ontario. Her website is The Final Wave. Follow her @ElizPickett.

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La risoluzione di Amnesty sulla prostituzione e i diritti delle donne

noamnestyforwomen

 

Ringrazio Mammeonline.net per avermi ospitata nuovamente, questa volta con un pezzo sulla prostituzione.

In questo articolo ho cercato di raccogliere alcune mie riflessioni scaturite dalla risoluzione votata da Amnesty.
E’ stato un modo per ragionare attorno a vari aspetti, nel tentativo di far chiarezza e cercare di dissipare la coltre di falsità che aleggiano sul tema della prostituzione. Ritengo sia fondamentale parlarne e riparlarne, perché attorno a me sento di tutto di più, con persone schierate a priori dalla parte della regolamentazione. Ricordandoci in primis dei diritti delle donne, che devono finalmente essere riconosciuti e rispettati, non solo quando conviene. Non parlate di corpi, di autodeterminazione, di scelta a sproposito, solo quando vi fa comodo, solo per difendere le “abitudini” violente di qualche maschio.

QUI L’ARTICOLO COMPLETO:

http://www.mammeonline.net/content/risoluzione-amnesty-sulla-prostituzione-diritti-delle-donne-no-amnesty-women

QUI DI SEGUITO UN ESTRATTO:
“La policy di Amnesty consiglia ai governi di “non emanare leggi che limitino lo scambio consensuale di servizi sessuali a pagamento”, invitando a depenalizzare tutti gli aspetti del “consensual sex work”. Quindi liberi tutti, tutti uguali?
Se la stessa Amnesty International ammette che ci sono disuguaglianze di genere e di altra natura che spingono le donne in prostituzione, come si può parlare di autonomia, di libertà, di scelta? Meagan Tyler domanda: “Should poor and marginalised women be grateful, as Ken Roth suggests, that wealthier men will pay to penetrate them?”
In pratica, secondo Roth di Human Rights Watch, prostituirsi sarebbe una valida modalità per uscire dalla povertà. https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688
E così si mettono sullo stesso piano prostitute, clienti e papponi, con questi ultimi nel ruolo di benefattori. Come se ci fosse una reale possibilità di uscire dalla povertà prostituendosi. Semplice per questa gente raccontare la favola della “prostituta felice” o “del denaro facile”. Perché invece non parlare dei danni psico-fisici, delle malattie e delle dipendenze?
Se l’obiettivo di Amnesty, come ha tenuto a precisare, fosse semplicemente quello di eliminare il reato per chi si prostituisce nei Paesi in cui tuttora esiste, mi sembra che il documento della risoluzione si spinga ben oltre. Amnesty se avesse voluto fare bene le cose non avrebbe usato nel suo testo frasi ambigue. I termini sex work e “all aspects” alludono a qualcosa di più ampio, per non parlare poi del “consenso”.

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Un finale che non avremmo voluto vedere #Amnesty2015

amnesty

 

Amnesty 2015. Alla fine è andata così. Lo staff di Amnesty brinda, ma è a dir poco macabro brindare in questa occasione. C’è poco da fare, hanno fatto un enorme pacco regalo all’industria del commercio di sesso in tutte le sue forme.

“The resolution recommends that Amnesty International develop a policy that supports the full decriminalization of all aspects of consensual sex work.”

Papponi e clienti inclusi. Altro che difesa dei diritti umani, qui gli unici ad essere difesi sono coloro che usano e vendono le donne.

Abbiamo la solita illusione secondo cui l’intento è di proteggere le persone che sono in prostituzione, per la maggior parte donne e bambine, sì proprio bambine:

“The policy will also call on states to ensure that sex workers enjoy full and equal legal protection from exploitation, trafficking and violence.”

Ma tutti noi sappiamo che nei paesi che hanno regolamentato, l’unico risultato evidente è stato quello di rendere più difficili se non impossibili le attività di contrasto allo sfruttamento, essendo diventato più complesso definire e provare lo stesso. Per non parlare del fatto che in Germania la tratta non si è arrestata, ma si è incrementata.

La prostituzione non è un lavoro, ma sfruttamento, di un corpo, di un bisogno di sopravvivenza. Non li si può definire servizi sessuali perché non c’è vera libertà di scelta, se dietro c’è un bisogno, la povertà, una violenza sin dalla più tenera età, una dipendenza da alcol o droga. Non si sta vendendo un servizio, qui in vendita ci sono degli esseri umani e questa è pura schiavitù. Se il risultato sono i disturbi post-traumatici da stress di cui le prostitute soffrono, mi spiegate perché sostenere che sia naturale tutto questo.

Perché non ci si impegna a sconfiggere questo mondo che usa le donne come oggetti di consumo, anziché preoccuparsi di “normalizzarlo”? E dato che i rapporti di forza tra clienti/papponi e donne in prostituzione non sono equilibrati, e gli uomini sono ancora una volta legittimati a usare, a comprare corpi per la loro sete di dominio, di violenza libera e senza confini, dovremmo immediatamente capire da che parte stare. Perché in tutta questa storia c’è solo un aspetto: con questa risoluzione si è voluta ribadire la legittimità di un controllo totale sulle donne, sulle prostitute considerate evidentemente sub-umane. Perché continuare a legittimare il fatto che ci siano donne con meno diritti, che gli uomini possono utilizzare liberamente? Questa non è la strada verso un mondo più equo, giusto, verso un’uguaglianza di genere piena, in cui tutti gli esseri umani possano godere degli stessi diritti e dello stesso rispetto.

Come giustamente rileva Meghan Murphy, l’uso del termine neutro “sex worker”, fa scomparire le donne, le persone in prostituzione, le fa diventare un gruppo marginalizzato unicamente per il fatto di essere sex workers, cancellando le motivazioni a monte per cui si è entrati in prostituzione, non considerando che all’origine di tutto c’è l’industria del commercio del sesso.

Le donne e le loro storie scompaiono, così come non si comprende più perché accade tutto ciò, viene cancellata la domanda e con essa anche l’industria che consente di soddisfarla. Lo sfruttamento nasce e prospera grazie a questi due fattori. Quindi lo sfruttamento lo si blocca e lo si riduce partendo proprio dalle origini. Non si liberano le donne omettendo che dietro la prostituzione ci sono questi attori. Come ho detto nei miei precedenti post, il termine sex worker è come un gran calderone che può includere qualsiasi cosa, compresi magnaccia, proprietari di bordelli, e dietro c’è la criminalità organizzata internazionale e locale e i trafficanti di esseri umani.

E se alla base c’è il bisogno, combattiamo la povertà, non “assolviamo” le abitudini malsane degli uomini e non li rendiamo benefattori. Le donne che scelgono la prostituzione non si arricchiscono e non escono dalla povertà, ci restano e mettono a rischio la loro salute fisica e psichica.

Continuiamo a informare e a diffondere consapevolezza su cosa sia la prostituzione e sfatiamo quotidianamente tutti i miti che vengono adoperati per legittimare questa forma di violenza e di schiavitù.

Mi associo all’abbraccio di Maria Rossi, al fianco di femministe, vittime di tratta e alle sopravvissute.

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/08/e-stata-approvata-dublinouna.html?spref=tw

 

Vi segnalo anche questa lettera di Angeles A. Auyanet ad Amnesty “The decriminalisation of buying sex harms all women (but especially poor women) and the ideal of gender equality”: QUI 

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Il sesso non è un bisogno umano fondamentale. Lo stesso vale per la prostituzione

Photo: Kenya - Survivor of Human Trafficking, Advocate, and New York New Abolitionist. Photo Credit: Lynn Savarese.

Photo: Kenya – Survivor of Human Trafficking, Advocate, and New York New Abolitionist. Photo Credit: Lynn Savarese.

 

Questo articolo (QUI l’originale) che ho tradotto ci fa pensare che forse la lobby del commercio di sesso è più forte e ramificata di quanto possiamo immaginare. Buona lettura e buona lotta!

 

All’inizio dell’anno erano trapelati alcuni documenti di Amnesty International UK (che sembra un ossimoro). Come è emerso, Amnesty International sta pensando di inserire nella sua piattaforma d’azione la legalizzazione (in realtà Amnesty parla di decriminalizzazione, ndr) della prostituzione. Naturalmente si tratta di una posizione anti-donna e non si basa su fatti concreti, specialmente se si osservano i dati del traffico di esseri umani, degli stupri e degli omicidi in prostituzione.
Ma la dichiarazione più scandalosa presente nel documento, che ha suscitato qualche risposta da parte dal pubblico è stata la seguente:
Come osservato nel quadro della politica condotta da Amnesty International in merito al sex work, l’organizzazione è contraria alla criminalizzazione di tutte le attività legate alla compravendita di sesso. Il desiderio e l’attività sessuali sono un bisogno fondamentale dell’essere umano. Criminalizzare coloro che non sono in grado o non vogliono soddisfare tale esigenza attraverso metodi più tradizionalmente riconosciuti e acquistano sesso, quindi, può rappresentare una violazione del diritto alla privacy e minare il diritto alla libera espressione e alla salute.

Fonte: http://fr.scribd.com/doc/202126121/Amnesty-Prostitution-Policy-document

 

Ci si dovrebbe domandare un po’ di cose dopo aver letto questo paragrafo:
1. Si sta affermando che tutte le attività connesse alla prostituzione devono essere depenalizzate, come il traffico di esseri umani, lo sfruttamento della prostituzione, lo stupro e l’omicidio?
2. Il diritto alla privacy e alla libera espressione di un cliente è più importante dei diritti umani fondamentali delle prostitute o delle donne vittime di tratta?
3. Da quando la prostituzione non è considerato un “metodo tradizionalmente riconosciuto” per “soddisfare” il desiderio sessuale?
4. Se il sesso fosse un bisogno umano fondamentale, allora le donne dovrebbero essere obbligate a fornirlo agli uomini?
5. Come può essere considerata una questione di privacy, di espressione e di salute il fatto di pagare per il sesso? La privacy di chi è coinvolta? L’espressione di chi è ridotta? La salute di chi è a rischio?

Ciascuna di queste domande è importante e degna di discussione (se non altro perché evidenziano quanto sia assolutamente ridicola la posizione pro-prostituzione). Ma per me la menzogna più eclatante è la proposizione “il desiderio e l’attività sessuale sono un bisogno umano fondamentale.”
Ho notato che alcuni uomini vorrebbero che le donne credessero a queste stronzate. Sembra che non contino sul fatto che le donne siano in grado di comprendere la biologia umana o ogni uomo che li sfida su questo. Ma io li sfido.
Il desiderio e l’attività sessuale non sono bisogni umani fondamentali. Nessun uomo è mai morto o è stato fisicamente danneggiato dalla mancanza di desiderio o di attività sessuale. Non avere desiderio sessuale non è di per sé un problema di salute.
La grande rilevanza data al desiderio e all’attività sessuali da parte della società dà alle persone, soprattutto adolescenti, l’impressione che loro devono fare sesso. Questo genera un bisogno, ma questo è un bisogno costruito e altamente insano. In nessun senso è “fondamentale”.
Quando pensiamo ai “bisogni umani fondamentali”, pensiamo agli imperativi biologici come mangiare cibo nutriente, dormire abbastanza a lungo, respirare aria pulita, avere una casa. Tutte queste cose implicano contatti sociali e sostegni, che sono parte di essi. Ma “fare sesso” non fa parte di quella lista perché non è un imperativo biologico; ci piace farlo perché gli orgasmi ci fanno sentire bene, ma hey, ma è anche per questo che ci masturbiamo.
Sai cos’altro ti fa sentire altrettanto bene? La cocaina. Agisce sui recettori del piacere del nostro cervello, come gli orgasmi. E non ho nulla contro le persone che ne fanno uso, così come non mi oppongo alle persone che fanno sesso (consensuale e ugualitario). Ma io non credo che sia un bisogno fondamentale.
Sai cos’altro non è un bisogno fondamentale? La prostituzione.
Tutte queste argomentazioni sono in realtà solo una versione ben scritta del vecchio luogo comune per cui abbiamo bisogno delle prostitute per rendere gli uomini felici ed evitare che vadano a stuprare le “donne rispettabili”. Quando parlano di “metodi tradizionalmente riconosciuti”, stanno parlando di “donne rispettabili”. Le prostitute sono di per sé “non rispettabili”. Ecco perché i loro diritti sono irrilevanti. Gli unici rilevanti sono i diritti del cliente.
La retorica pro-prostituzione è una retorica che odia le donne, perché ogni ideologia che sostiene lo sfruttamento e l’oggettivazione delle donne è retorica anti-donna. Nella misura in cui si afferma che le prostitute (che sono esseri umani) debbano essere un mezzo per un fine (come per esempio “le prostitute esistono per alleviare i bisogni degli uomini”), va contro il principio etico fondamentale che nessun essere umano può essere trattato come un mezzo per un fine, e quindi deve essere definitivamente respinta.
Nessuna presa di posizione sulla prostituzione (non importa da che parte e da chi proviene) dovrebbe essere presa seriamente se contraddice il fatto che il sesso non è un bisogno fondamentale. Nessuna posizione etica su qualsiasi questione (non importa quale persona importante lo abbia detto o quanto sia in linea con la vostra visione del mondo) dovrebbe essere presa sul serio se è in contraddizione con il principio etico fondamentale di non trattare gli esseri umani come mezzo per un fine.

Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che ciò soddisfi un bisogno umano fondamentale”.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che il fine sia buono (come stabilito da voi)”.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che non abbiano scelto volontariamente di essere trattati in questo modo, allora tutto va bene”.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che (si ritiene comunemente) siano inferiori a te”.

Vi segnalo questa petizione “Vote NO to Decriminalizing Pimps, Brothel Owners, and Buyers of Sex”: QUI

In questo testo sempre di Amnesty, QUI si parla di decriminalizzare il sex work (già l’uso di questo termine denota una “leggera” deformazione della realtà), regolamentandolo nel rispetto della legislazione internazionale sui diritti umani. Siamo d’accordo sul fatto di non criminalizzare chi si prostituisce, ma non manca qualche ambiguità. La questione è che si parla sì di sex workers, ma nel calderone sex work ci può finire di tutto, compresi i magnaccia e gli sfruttatori. Non basta difendere i diritti umani delle prostitute, e porsi contro la prostituzione minorile. Amnesty non prende posizione su quale sia la forma auspicabile di regolamentazione, ma l’impressione generale che si ha leggendo il documento è che si tratti la prostituzione come un qualsiasi altro lavoro, e ci si preoccupi unicamente di garantire misure adeguate per svolgerlo “in sicurezza”. Si sceglie la politica di “riduzione del danno”. I danni sulla persona non sono rappresentati solo dallo stigma, ma dal fatto che la prostituzione è una forma di violenza, con ripercussioni transitorie e permanenti gravissime. Regolamentarla (per esempio sullo stile tedesco) non significa eliminare questa violenza intrinseca, bensì potrebbe aprire le porte a uno sfruttamento/traffico libero e difficile da dimostrare.

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Spose?!

Nujoud Ali - foto di Stephanie Sinclair

Nujoud Ali – foto di Stephanie Sinclair

Ci ho messo del tempo per iniziare a scriverci su. Non è semplice, perché mi sentivo strappare un pezzo di carne ad ogni storia che leggevo. Ma dobbiamo parlarne, perché quelle bambine potevamo essere noi, le nostre figlie o nipoti. Noi abbiamo avuto solo la fortuna di nascere altrove, in un contesto diverso.
I numeri del fenomeno delle spose bambine è allucinante: l’Onu stima che siano circa sessanta milioni nel mondo.
Il Niger è al primo posto, seguito da Rep. Centrafricana, Ciad, Bangladesh, Guinea, Mali, ecc. (i dati completi qui). Resta difficile censire i casi in gran parte del Medio Oriente.
Non ci sono solo ragioni culturali, analfabetismo, c’è soprattutto la povertà che spinge le famiglie a “dare in moglie” le figlie, per saldare i debiti e non doverle nutrire e mantenere. Da una ricerca condotta in Afghanistan, il 52% delle spose sono bambine.
Questa pratica compromette irreversibilmente la crescita e la salute psico-fisica di queste bambine, costrette a subire violenze e un tipo di vita che alla loro età non è ammissibile. Il loro corpo non può sopportare gravidanze così precoci, e anche psicologicamente sono pratiche devastanti. Solitamente le uniche vie d’uscita da queste situazioni sono uccidere il marito o suicidarsi, se non sei morta prima per gravidanze e violenza.
Queste giovani non conosceranno mai una vita normale, non potranno mai crescere e seguire le tappe tipiche di ogni età, né tantomeno studiare.
Quasi tutti i Paesi citati hanno fissato per legge un’età minima per il matrimonio, spesso a 18 anni, ma in molti casi, per questioni legate alla religione islamica, questo limite non viene rispettato. In Yemen, nonostante il divieto di matrimoni sotto i 17 anni, ci ricordiamo tutti del caso di Fawziya, 11 anni, costretta a sposarsi precocemente con un uomo più anziano. Lei ed il suo bambino sono morti durante il parto. Aveva solo 12 anni.
Ci sono storie di bambine anche più piccole.
Se sopravvivi al parto, ci sono altre complicazioni. Due milioni di queste bambine sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza.
Inoltre, devi augurarti che tuo marito non ti “doni” anche malattie sessualmente trasmissibili.
Vi consiglio questo post, che parla di Stephanie Sinclair, fotografa per il New York Times e per il National Geographic, che ha fotografato e documentato il fenomeno delle Child Brides.

Inoltre, qui trovate notizie sulla rete Girls not brides.
Un percorso infernale, davanti al quale non possiamo girare la testa e far finta di niente.
Per questo dobbiamo parlarne e chiedere di porre fine a queste pratiche.
Siamo vicin* a Razieh Ebrahimi, sposa a 14 anni, madre a 15, a 17 ha ucciso l’uomo che era stata costretta a sposare e dal quale subiva continue violenze, oggi rischia il patibolo in Iran. Qui l’appello di Amnesty International per salvarla.

Il fenomeno interessa anche i paesi “occidentali”, specialmente nelle comunità di immigrati. Qui Bologna e la Gran Bretagna. Si legge che sono state “inasprite le pene per il reato il ‪‎matrimonio forzato‬ in Gran Bretagna: fino a 7 anni di carcere per chi costringe qualcuno alle nozze contro la propria volontà. Attraverso l’inasprimento delle pene il governo di Londra si propone di salvare migliaia di potenziali vittime, concentrate soprattutto nelle comunità immigrate, garantendo loro la libertà di scegliere”.

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La felicità delle donne è sempre ribelle

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Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

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Reflecting Equality in Australian Legislation for women

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Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

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Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

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