Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dalla relazione ai fatti. Poniamo fine alla violenza istituzionale e crediamo alle donne

La presentazione della relazione 13 maggio 2022

Nel 2000 l’UE promosse la campagna contro la violenza domestica adottando lo slogan “Rompete il silenzio”. Molte donne con l’aiuto dei centri antiviolenza quel silenzio lo hanno infranto. Molte volte ci sono segnali che non vengono colti da chi si trova vicino, e se la donna resta sola è ovvio che i rischi aumentano. Se poi ha figli, è importante che ci sia attenzione anche a loro. Dobbiamo evitare di essere parte di un occultamento della violenza, dobbiamo assumerci ciascuno le nostre responsabilità e informarci, formare, permettere di avere gli strumenti affinché tutte queste strategie e tattiche di invisibilizzazione e riduzione al silenzio vengano smontate, contrastate e non possano attecchire. È un lavoro che deve toccare tutti gli ambiti, professioni. Evitando che prendano piede teorie rivittimizzanti.

Il libro “Un silenzio assordante” di Patrizia Romito è una pietra miliare. Non è negando o peggio girandoci dall’altra parte di fronte a un segnale che riusciremo ad aiutare donne e minori.

In questo saggio si parlava tra l’altro dell’affido congiunto.

Da pag. 165: “La violenza nei riguardi della donna deriva da un desiderio di sopraffazione (…) cioè la figura del pater familias, la casa è mia, gli animali sono miei, la donna è mia e i figli ono miei per cui li possiedo… in certi interventi l’uomo diceva: “Sì, ma ‘sta qua è roba mia. Qua è tutto mio… lo gestisco io come voglio”

intervista di un poliziotto delle volanti 2000

Questa mentalità è ancora viva e vegeta e alimenta tutto quel fiume di violenza e femminicidi e figlicidi.

La ROBA.

“Il controllo su moglie e figli è una prerogativa troppo centrale nel patriarcato per rinunciarvi senza resistere. È quindi difficile anticipare l’esito della battaglia che oggi si sta giocando. Questa battaglia vede schierate da una parte molte donne, vittime di violenze e attiviste femministe, alcuni operatori e professionisti che, indipendentemente dalla loro appartenenza di genere e dall’adesione o meno all’analisi femminista, ritengono che la violenza maschile, dentro o fuori la famiglia, sia un crimine inaccettabile; dall’altra gli abusanti, i loro alleati e compagni di strada, i loro cani da guardia. In mezzo c’è la maggioranza delle persone, poco e mal informate, che per pigrizia e paura di mettersi in gioco rifiuta di vedere una realtà orribile, nega la violenza maschile e alla fin fine trova più facile sostenere lo status quo, e cioè il modello patriarcale, che opporvisi.”

pagina 169 Un silenzio assordante” di Patrizia Romito

Quindi, direi che abbiamo ben inquadrato il problema. Dopo anni di battaglie, denunce e la forza di tante madri, al coraggio di donne come Laura Massaro, qualcosa emerge, si fa un po’ di luce su questa realtà. A loro dobbiamo tanto, per loro dobbiamo continuare a mantenere alta l’attenzione e non mollare, la strada è ancora lunga.

Il fenomeno della vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti che disciplinano l’affidamento e la responsabilità genitoriale è arrivato alla commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione di Laura Massaro, si aggiunge un altro importante tassello, una relazione. Il video della presentazione della relazione.

“La Commissione Femminicidio del Senato ha svolto un’indagine in 4 anni sulla violenza contro le donne e i minori nelle separazioni e negli affidi esaminando circa 1500 fascicoli processuali e ha scoperto che:

-nel 34,7% delle cause giudiziali di separazione con affido davanti ai Tribunali civili siamo in presenza di “allegazioni di violenza domestica” (denunce, certificati, sentenze);

-nel 34,1% dei procedimenti di affido di fronte ai Tribunali per i minorenni c’è violenza, nel 28,8% dei casi si tratta di violenza diretta su bambini e ragazzi, in gran parte agita dai padri.

Si tratta di fenomeni per lo più “invisibili”, perché non riconosciuti dagli operatori nel corso dei processi. Di più, in queste cause di separazione con figli in cui sono presenti tracce di violenza, nella quasi totalità dei casi (96%) i Tribunali ordinari non acquisiscono i relativi atti e non ne tengono anche per decidere sull’affido dei figli, mentre i Tribunali per i minorenni nei casi in cui c’è violenza finiscono con l’affidare i minori nel 54% dei casi alla sola madre, ma anche con incontri liberi con il padre violento.”

La relazione, voluta fortemente dalla senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio, per la prima volta permette di indagare e quantificare in modo scientifico il fenomeno della vittimizzazione secondaria, di ricostruire il percorso della violenza contro le donne e i minori nelle aule dei tribunali, anche attraverso i pregiudizi e gli stereotipi di cui sono vittime. Tutto ciò è stato possibile grazie alle madri che hanno collaborato direttamente portando la documentazione dettagliata di ciò che avevano vissuto o stavano vivendo nei tribunali.

La senatrice precisa che: “molto è stato fatto sia dal legislatore (penso alla riforma del processo civile) che dagli operatori della giustizia (penso alle buone pratiche di molti Tribunali), ma molto resta da fare per dare concreta attuazione alla Convenzione di Istanbul, soprattutto in termini di formazione per riconoscere la violenza ed evitare di penalizzare donne e minori due volte.”

Per capire meglio la mole di lavoro fatta:

“La Commissione, nell’intento di esaminare la vittimizzazione secondaria nei casi di separazione con affidamento di minori, ha esaminato sia i procedimenti di separazione giudiziale di coppie con figli pendenti nei Tribunali civili, che i procedimenti sulla responsabilità genitoriale presso i Tribunali per i minorenni. In entrambi i casi ha ritenuto indispensabile verificare con rigorosità statistica l’effettiva incidenza del fenomeno su scala nazionale. L’inchiesta, che è stata svolta nel 2020 e 2021, ha quindi realizzato due rilevazioni campionarie. Per quanto riguarda i procedimenti civili di separazione giudiziale con affidamento di figli minori, è stato individuato un campione statistico di 569 fascicoli, rappresentativi dei 2089 iscritti al ruolo nel trimestre marzo-maggio 2017. Per quanto riguarda i procedimenti cosiddetti “de responsabilitate”, in cui i Tribunali per i minorenni decidono sull’eventuale decadimento della potestà dei genitori e sull’affidamento dei figli, il campione statistico ha compreso 620 fascicoli, rappresentativi dei 1452 iscritti al ruolo nel mese di marzo 2017. La Commissione ha inoltre esaminato altri fascicoli acquisiti agli atti per un totale di 1411, a cui si aggiungono quelli relativi a 36 “casi emblematici” di vittimizzazione (in cui si riscontrano anche provvedimenti di sottrazione di figli alle madri con la forza pubblica) sui quali è stata svolta un’indagine qualitativa.

Ciò che emerge è un quadro chiaro di violenza negata perché non riconosciuta da avvocati, magistrati, servizi sociali, consulenti tecnici e quindi di vittimizzazione secondaria delle donne che la subiscono e dei loro figli da parte delle istituzioni, con esiti anche gravi quali l’allontanamento dei figli dalle madri che hanno denunciato e/o subito violenza e/o l’affidamento dei figli ai padri maltrattanti.

Eppure, avremmo tutti gli strumenti per identificare e per prevenire la vittimizzazione secondaria. Ma qui è sempre un problema culturale, di pregiudizi e di formazione non uniforme e adeguata.

“Secondo la Raccomandazione n.8 del 2006 del Consiglio d’Europa, “la vittimizzazione secondaria significa vittimizzazione che non si verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale, ma attraverso la risposta di istituzioni e individui alla vittima”.

“La vittimizzazione secondaria – scrive la Commissione nella Relazione – con particolare riferimento a quella che rischia di realizzarsi nei procedimenti giurisdizionali di separazione, affidamento e di limitazione e decadenza dalla responsabilità genitoriale, si realizza quando le stesse autorità chiamate a reprimere il fenomeno della violenza, non riconoscendolo o sottovalutandolo, non adottano nei confronti della vittima le necessarie tutele per proteggerla da possibili condizionamenti e reiterazione della violenza”.

Come tutta la violenza di genere – continua la Commissione nella Relazione – anche la vittimizzazione secondaria ha profonde radici culturali: i rappresentanti delle istituzioni, in quanto espressione della società, possono essere portatori, anche inconsapevoli, di pregiudizi e stereotipi di genere che sono alla base della violenza domestica, con possibile tendenza a colpevolizzare la vittima (cosiddetto victim blaming)“. Non a caso la Convenzione di Istanbul obbliga gli Stati a contrastare la vittimizzazione secondaria e ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere le vittime dai nuovi atti di violenza.”

Nella quasi totalità dei casi (96%) i Tribunali ordinari non approfondiscono gli atti relativi alle violenze (pur se documentati nei procedimenti), tanto che:

– più della metà (il 57%) dei procedimenti di separazione giudiziale si conclude con il consenso delle parti

– i minori vengono affidati alla fine nel 54% dei casi alle madri, ma anche con incontri liberi con il padre violento.

Dunque, la violenza domestica e in particolare la violenza maschile contro donne e figli è invisibile nei processi di separazione giudiziale. In attesa dell’attuazione della riforma del codice di procedura civile (legge206/2021*) che prevede particolari cautele per le vittime nell’udienza presidenziale e vieta il tentativo di conciliazione nei casi di violenze in famiglia, ciò avviene anche in espressa violazione della Convenzione di Istanbul.

Cosa accade ai minori soggetti dell’affido? Nel 69,2% dei casi non sono stati ascoltati, e quando l’ascolto avviene (30,8% dei casi), esso viene delegato nell’85,4% dei casi al tecnico nominato e ai servizi sociali. Solo nel 7,8% dei casi il giudice ha parlato con i bambini.

Anche quando c’è violenza, le donne non vengono credute e la violenza non viene nominata dai giudici. Nel complesso il 77% dei provvedimenti presidenziali non nomina la violenza o la confonde col conflitto familiare, seppur in presenza di attestazioni di violenza. Lo stesso avviene nella metà dei primi provvedimenti presidenziali dei Tribunali minorili. La violenza denunciata dalle madri su di loro o sui minori non viene riconosciuta, neppure quando la madre denuncia abusi sui minori.

Di quali strumenti si avvalgono i giudici e cosa accade nella realtà?

Nel 17,8% delle separazioni giudiziali con figli minori vengono disposte consulenze tecniche d’ufficio, che appaiono generalmente molto critiche nei confronti delle madri. Nel 78,3% delle consulenze tecniche d’ufficio non vi è “nessuna considerazione della violenza, nel 43,9% dei casi vengono effettuati tentativi di conciliazione/mediazione tra i genitori e tra genitori e figli”. Nel 28,8% delle consulenze tecniche d’ufficio si rilevano valutazioni diagnostiche generiche del genitore, in gran parte della madre che viene definita “alienante, simbiotica, manipolatrice, malevola, violenta, incapace di elaborare quote di rabbia e rivendicazione, inducente conflitto di lealtà, fragile”, quando il figlio si rifiuta di vedere il padre violento.

Quindi che fare? Le proposte della Commissione sono:

– “Dialogo” tra cause penali sulla violenza e cause civili di separazione (previsto dalla riforma*);

– Il diritto alla “bigenitorialità” non può essere considerato superiore a quello del minore di viere in sicurezza e benessere (Convenzione di Istanbul);

– Più formazione specialistica in materia di violenza domestica e assistita per tutti gli operatori della giustizia (avvocati, magistrati, servizi sociali, forze dell’ordine);

– Se un uomo è violento, non può essere un buon padre. Evitare quindi l’affido e/o le visite;

– Ascolto diretto del minore da parte del giudice;

– Accertamenti tecnici: esclusione di teorie non riconosciute ed accettate dalla comunità scientifica (Pas);

– Evitare di allontanare bambini e ragazzi dalla casa materna con la forza pubblica se non si tratta di immediato pericolo di vita del minore;

– Sostegno alle donne che subiscono violenza, che per prima cosa devono essere credute.

Finalmente siamo giunte a mettere nero su bianco in atti ufficiali in Parlamento ciò che da anni in tante abbiamo denunciato. Ma la realtà dei fatti è che anche in questi giorni registriamo ancora figli allontanati dalle madri, sottratti con metodi disumani, portati in casa famiglia, come se fossero pacchi, oggetti insensibili, come se non vi fossero ripercussioni da certe esperienze. Nemmeno la salute e il benessere di questi bambini vengono tutelati. Quindi, è giunto il momento di porre fine nei fatti a questa violenza istituzionale che si abbatte su donne e minori. In questi ultimi mesi c’è un’altra Laura che sta lottando per riabbracciare suo figlio, lei ed altre hanno bisogno del nostro aiuto e di rompere il silenzio sulla violenza, perché le donne e i loro figli non siano considerati “roba” sotto il completo controllo e alla mercé dei desiderata del padre. Non voglio più sentire adoperare quegli aggettivi per lapidare le madri. Non voglio più sentire gente che vuole mettere sotto il tappeto esperienze di violenza familiare.

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Quanto ancora?


Quanto tempo ancora dovrà passare prima che Laura Massaro e suo figlio possano tornare ad essere liberi dalla spada di Damocle che da anni ha di fatto sospeso le loro vite e le ha messe nelle mani di tribunali, avvocati, assistenti sociali, Ctu?

Torno a parlare di Laura, torno a parlare di tutte le madri che come lei hanno vissuto e vivono sospese, col rischio di perdere i loro figli o che già lo hanno sperimentato direttamente.

Il pm del tribunale dei minori di Roma, lo scorso 2 maggio, ha espresso il suo parere: sospendere la responsabilità genitoriale di Laura, che debbano essere nominati un tutore e un curatore per suo figlio, che il tutore dovrà continuare a fissare gli incontri protetti padre-figlio (di fatto obbligandolo a vedere il padre). Se questo disposto non dovesse essere rispettato, si aprirebbero le porte della casa famiglia o si procederebbe all’affidamento del bambino a parenti idonei.

In pratica Laura si trova ad essere passata dalla posizione di vittima a quella di carnefice.

La parola ora spetta al giudice, se accogliere o meno la valutazione del pm.

Questo ennesimo tassello non tiene conto né delle denunce di Laura, né del fatto che è seguita da un centro antiviolenza, né di tutte le prove messe agli atti nel corso degli anni (dal 2013 è iniziato l’iter giudiziario). Non hanno sinora tenuto in considerazione nemmeno le dichiarazioni del bambino, sulla sua capacità autonoma di pensiero, sui suoi desideri e preferenze. Non sono state tenute in considerazione le esigenze di salute del bambino, che ora ha 9 anni.

Nonostante insegnanti e servizi sociali abbiano fornito pareri positivi sullo sviluppo e sullo stato psicofisico del bambino, l’adeguatezza della figura materna è dimostrata da questo, si continua a ritenere responsabile Laura di alienazione genitoriale, di manipolare il figlio contro l’altro genitore, sulla base di una teoria spazzatura, che ora ha cambiato nome ma è sempre la stessa roba ascientifica e totalmente infondata prodotta da Richard Gardner, psicoanalista americano, tra l’altro sostenitore della pedofilia.

La cosa più sconvolgente è che sinora nessuno sta intervenendo per fermare questo scempio che avviene da anni e colpisce numerose donne. Il ddl Pillon è solo l’ultimo atto di una lunga vicenda che negli anni ha trovato molti proseliti, sostenitori della Pas o alienazione che dir si voglia.

Laura torna a parlare: “Dal 2013 ad oggi nessuno ha messo in primo piano la volontà e il benessere del mio bambino.” Una mamma incensurata, che ha sempre seguito passo passo le richieste dei servizi sociali, del tribunale, anche contro la volontà di suo figlio, non è ancora ritenuto sufficiente per fermare la macchina terribile che sta schiacciando le loro vite. Ha anche accettato di ritirare le denunce nei confronti del padre, per atti persecutori e stalkizzanti, sperando che tutto si concludesse per il meglio. Lo ha fatto dando ascolto ai consigli dei servizi sociali e dei giudici che le chiedevano di ridurre il conflitto con il padre, “abbassare la conflittualità” è stata la parola d’ordine. Perché ancora oggi si continua a confondere il conflitto con la violenza. Dopo le denunce le donne sono sole ed è chiaro che diventa tutto insostenibile e in salita.

Laura deve combattere contro l’accusa infondata e infamante di alienazione genitoriale, di cui sono ritenuti colpevoli anche i nonni materni. L’alienazione è diventata negli anni un’arma contro madri e figli, laddove emergono maltrattamenti e violenze domestiche o semplicemente si evidenzia l’inadeguatezza di un genitore.

Torno a fare un appello per Laura. Torno a chiedere a chi ha la possibilità, il ruolo istituzionale, chi può fornire sostegno di mettersi a disposizione. Ho ancora nella mia casella di posta le numerose email che ho scritto per chiedere che qualcuno si interessasse. Abbiamo bisogno di risposte che invertano la rotta. OGGI. Il silenzio che c’è stato sinora da chi ricopre incarichi politici istituzionali di rilievo è la cartina di tornasole dell’attenzione che c’è alle esistenze delle donne, ai loro problemi e al loro benessere. Si parla di denunciare le violenze, si parla di protezione delle donne e dei figli che hanno subito e vissuto queste situazioni, ma ha ragione Laura, nulla sembra servire. Si resta numeri, statistiche snocciolate dalla Polizia di Stato o dal ministro dell’Interno. Intanto le nostre vite passano, si trascinano sotto il peso di vicende giudiziarie infinite, in cui si fa fatica a conoscere una giustizia e un senso. Intanto ci si deve fare forza, in quasi solitudine, se escludiamo il sostegno meritevole di qualche associazione. Intanto, lo stereotipo delle madri malevole, che usano strumentalmente l’accusa di violenza per escludere il padre, si consolida e trova sempre maggiori spazi. Eppure sappiamo quanto rari siano questi casi “falsi”, che però diventano paradigmatici, modello per poter mettere il bavaglio alle donne e ai loro figli. Il meccanismo funziona perché di fatto le madri vengono stritolate in una morsa, più vogliono proteggere i figli, più corrono il rischio di subire pesanti accuse, di essere diffamate e screditate. Chi di fatto ha commesso le violenze viene “salvato” e deve semplicemente attendere che l’ingranaggio innescato faccia il suo corso.

La separazione da un uomo violento rischia di diventare una continuazione della stessa violenza, se nessuno interviene per interromperla; questo genere di uomini tenta in ogni modo di mantenere il controllo sulla donna e i figli. Alla stregua della “roba” di Mazzarò, narrato da Verga.

Scrive Patrizia Romito, pag. 166, Un silenzio assordante:

“In una società di tradizione patriarcale, le donne e i figli appartengono al padre. (…) Questo modello di società e questi diritti sono stati rimessi in discussione dal movimento delle donne, con alti e bassi, ma con una certa continuità negli ultimi due secoli; di conseguenza sono avvenuti cambiamenti sostanziali, a cui la società patriarcale ha opposto dura resistenza. Solo se abbiamo bene in mente questo contesto e l’entità posta in gioco, possiamo capire quello che avviene oggi.”

Romito richiama i cambiamenti legislativi in materi di violenza domestica, nella separazione, nell’affido dei figli in Italia e in altri Paesi. Purtroppo da anni si prescrive la mediazione (la vorrebbe imporre anche Pillon e altri testi affini) in caso di maltrattamenti, ignorando spesso la richiesta della donna di allontanare l’uomo violento. Si fa sempre più strada un tentativo di legiferare in materia di affido omettendo di proposito la dimensione della violenza domestica. L’invisibilizzazione e la negazione sono le strategie più praticate.

Se le donne si oppongono, cercano di resistere, di proteggere se stesse e i propri figli, vengono bollate come manipolatrici, le si silenzia attraverso l’uso a mo’ di randello dell’alienazione. Madri e figli non vengono ascoltati. Le donne rischiano di non essere credute e di perdere la responsabilità genitoriale, l’affido, in pratica vengono colpevolizzate e punite. Si tratta di una delle modalità di occultamento della violenza, come ha cercato di mostrare la professoressa Patrizia Romito.

Continuiamo a vedere applicata questa spazzatura dell’alienazione nonostante le falle e le ripetute critiche sul piano etico e scientifico. Dagli Usa all’Italia c’è chi spalleggia e diffonde queste pseudo teorie e davvero non si riesce a capire come le si possa applicare in modo spesso acritico e senza conoscere chi le ha create.

Non è un racconto di una realtà distopica, è ciò che da anni vivono tante donne e bambini.

Il rischio maggiore è che si dia credito a tutto questo costrutto e che in un’opinione pubblica poco informata o totalmente a digiuno, non abituata o non in grado di verificare, si consolidino pregiudizi e narrazioni spazzatura.

Pillon & Co. stanno semplicemente aspettando la fine delle elezioni europee per servirci un boccone avvelenato.

Trovo un errore aver abbassato i riflettori su questi pericoli. Le battaglie non si possono interrompere, rischiamo troppo.

Così come non possiamo permettere che Laura continui a vedere la sua vita e quella di suo figlio in bilico. Hanno diritto ad essere sereni e a non essere separati.

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Una cofirmataria del Ddl Pillon ritira la propria sottoscrizione


Dopo mesi di analisi, dibattiti, confronti, oltre 100 soggetti auditi in merito al ddl 735, a prima firma del senatore Simone Pillon, sono apparse, evidenti e innegabili, non solo profonde criticità ed elementi pregiudizievoli ma anche punti inemendabili e insanabili, perché portatori di una visione e di una cultura che rischia di compromettere equilibri e tutele, faticosamente raggiunte negli anni. Sono stati, peraltro, evidenziati rilievi di possibili elementi di incostituzionalità, come anche si è detto quanto tale disegno di legge renderebbe di fatto più arduo e oneroso il percorso del divorzio, quanto conterrebbe aspetti in contrasto con la Convenzione di Istanbul e quanto non garantirebbe la tutela non solo delle vittime di violenza domestica, ma anche dei figli.

Le audizioni, consultabili sul sito del Senato, hanno fatto emergere le valutazioni tecniche/professionali di numerosi soggetti che hanno rilevato grossi pericoli insiti nel ddl Pillon, che fa da pilastro agli altri ddl ad esso collegati. 

Nello specifico il Movimento per l’infanzia e l’adolescenza ha parlato tra l’altro di “un disegno di legge a protezione degli imputati di violenza e abusi sessuali in famiglia e punitivo delle donne ed i bambini”, “di disposizioni a favore della pedofilia e dei padri violenti e maltrattanti”. Tale associazione ha peraltro sottolineato che l’impianto normativo aderisce alla “propaganda ideologica sulla scienza spazzatura della PAS e delle false accuse”, “che spezza in due la vita dei bambini, toglie loro sicurezze e serenità, per esasperare il conflitto dei genitori”.

Udi -Unione Donne in Italia- invece, attraverso un’approfondita analisi nella sua relazione ha rilevato che i ddl Pillon e collegati sono “in contrasto con le Convenzioni internazionali ratificate dallo Stato italiano e ledono i diritti fondamentali dei minori e delle donne che trovano fondamento nella Carta Costituzionale per come interpretata dalla Corte Costituzionale e applicata dalla Suprema Corte di Cassazione.”. La Casa Internazionale delle Donne ha descritto un tentativo “di ripristinare il primitivo ‘ordine familiare precostituito’ ”, assieme a un revival della potestà genitoriale che di fatto soffoca una genitorialità sana, fondata su una responsabilità condivisa. Lungi dal pensare di poter rigidamente regolare tutto nei minimi dettagli, la suddetta associazione ha sottolineato come alla quantità di tempo non corrisponda conseguentemente una relazione di qualità e ha concluso la sua audizione ribadendo che si tratta di “un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili.”.

Le stesse preoccupazioni le ha condivise la statistica Linda Laura Sabbadini, che ha rimarcato come “il disegno non mette al centro il loro benessere” e come “le madri sarebbero fortemente penalizzate dal punto di vista economico”. Ha poi evidenziato un ulteriore elemento, trasversalmente riconosciuto come cruciale, che è correlato anche alla mediazione familiare obbligatoria, sostenendo che “La violenza contro le donne da parte del partner è molto diffusa tra le donne che hanno vissuto una separazione; ciononostante il 90% non la denuncia neanche al momento della separazione”. La statistica ha pure precisato che “Più del 60% dei bambini assistono alla violenza del padre sulla madre ed è quindi ragionevole supporre che questa potrebbe essere la causa del rifiuto di vedere il padre. Ciò significa che il rifiuto del bambino a stare con il padre non può essere automaticamente imputato all’influenza negativa della madre. Non ci sono dati oggettivi per dimostrare la colpa della madre, mentre ci sono dati oggettivi per ipotizzare che se un bambino si rifiuta di vedere il padre ciò possa essere dovuto al fatto di aver visto il padre picchiare la madre”. Infine sul rischio povertà Linda Laura Sabbadini ha evidenziato come: “L’eliminazione dell’assegno di mantenimento dei figli provocherebbe quasi il raddoppio della povertà assoluta tra le madri.”.

La CGIL dal suo canto ha sottolineato come: “il combinato disposto tra la suddivisione paritaria del tempo, il mantenimento solo diretto e la tutela delle precedenti condizioni economiche del minore fanno sì che quest’ultimo venga trattato alla stregua della casa di proprietà e che si affermino criteri non già affettivi ma meramente economici.”

Infine, la segretaria di Magistratura democratica, Mariarosaria Guglielmi, ha affermato in un passaggio della sua relazione in apertura del Congresso nazionale dell’associazione che: “Ci troviamo di fronte a un progetto di controriforma che, in nome di un ordine morale ‘superiore’, che vuole farsi anche ordine giuridico, ridisegna la regolamentazione della crisi familiare in contrasto con il bene supremo da salvaguardare, rappresentato dall’interesse del minore e con il principio personalistico proclamato all’articolo 2 della Costituzione, che assegna alle ‘formazioni sociali’, come la famiglia, il fine di permettere e di promuovere lo svolgimento della personalità di ciascuno”.

Tante voci critiche, ordunque, si sono levate in questi mesi, non solo dentro le aule delle audizioni in Commissione Giustizia del Senato ma anche fuori da parte di esponenti della società civile. Appare sempre più chiaro che su certi temi, che coinvolgono le vite e i diritti di tante persone, ci sia bisogno di un lavoro necessitante di un approccio diverso, fondato su una cultura che, appunto, voglia concretamente migliorare il benessere in gioco, in primis quello dei figli. Occorre un percorso più ampio, più condiviso e meno calato dall’alto, che non sia scritto seguendo i desiderata e gli input di una sola parte, che il sen. Pillon si sente di rappresentare, dimenticandosi di dover ottemperare a interessi che dovrebbero realizzare un miglioramento per tutti i soggetti coinvolti, senza pregiudizi o modalità ostili e misogine.

A questo punto dell’iter dei disegni di legge in questione, con le audizioni terminate e con il senatore leghista che sta lavorando a un testo unico, occorre un forte senso di responsabilità in quanti ricoprano incarichi istituzionali e abbiano a cuore il futuro di tanti minori, donne ed uomini. Auspichiamo che facciano sentire la propria voce e prendano posizione contro questo tentativo di riportarci pericolosamente indietro e di colpire i soggetti più deboli in fase di separazione familiare. Abbiamo bisogno di creare una rete trasversale tra le forze politiche, che riesca a evidenziare come questi testi siano inemendabili e insanabili e che, se si vuole lavorare ad una riforma in materia, si debba cambiare metodo, cultura fondante e modalità di lavoro. Non si può legiferare con la stessa accetta che si vuole poi adoperare nella definizione dell’affido tra ex coniugi.

Pertanto, cogliamo come auspicio di speranza l’ordine del giorno sul ddl Pillon predisposto da Patrizia Cadau, consigliera e capogruppo del Movimento 5 Stelle al Comune di Oristano, che al riguardo si è augurata che “venga ritirato dalla Commissione Giustizia il disegno di legge Pillon perché costituisce un vero e proprio attentato alla sicurezza delle donne e dei bambini e perché propone una visione sociale di particolare arretratezza in merito alle pari opportunità e al dibattito sui diritti umani”. Sulla stessa linea riteniamo ancor più importante che lo scorso 5 marzo la senatrice Angela Anna Bruna Piarulli (M5S) abbia ritirato la propria firma dal ddl Pillon. Chiediamo, conseguentemente che anche le altre cofirmatarie, Grazia D’Angelo (M5S), Elvira Lucia Evangelista (M5S) e Alessandra Riccardi (M5S), seguano l’esempio della loro collega e che sempre più esponenti della maggioranza pentaleghista, come delle altre forze di minoranza, riconoscano la pericolosità e la dannosità di questi ddl. Invitiamo a prendervi le distanze per il tramite del ritiro delle correlate sottoscrizioni, atto che assumerebbe la valenza di un atto non solo simbolico ma anche sostanziale, perché dimostrerebbe non solo una capacità di ascolto e riflessione, con quanto avuto modo di apprendere durante le audizioni in Commissione Giustizia, ma anche di sintonia con la società e la cittadinanza che dall’autunno scorso sta protestando contro la paventata riforma dell’affidamento familiare prevista dal disegno di legge Pillon ed suoi collegati.

Chiediamo, in particolare, che si colga l’occasione offerta dalle due citate esponenti pentastellate per avviare all’interno del Movimento 5 Stelle uno stringente confronto sull’argomento, pur in presenza di un originario contratto di governo configurante una “rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli” nell’ottica di realizzare “un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali, nel rapporto con la prole”. E, nonostante in tale contratto fosse previsto di “assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale”, auspichiamo che questi impegni teorici, alla luce del serrato confronto istituzionale con gli esperti della materia, inducano a rivedere il proprio aprioristico consenso a quanto sottoscritto nell’accordo governativo.

Quell’impegno iniziale oggi richiede una sua responsabile rivisitazione sulla base di quanto emerso nelle audizioni parlamentari. A questo punto dell’iter del disegno di legge Pillon e dei suoi collegati, in attesa del conseguente testo unico, ciascun senatore della Commissione Giustizia dovrebbe coscientemente onorare i propri obblighi istituzionali. E, se una breccia si è aperta, soprattutto in riferimento al ritiro della firma dell’esponente pentastellata Piarrulli, evento passato sottotraccia sui media, auspichiamo che ciò serva ad aprire un reale confronto all’interno di tutto il Movimento 5 Stelle. Un passaggio imprescindibile che, al di là delle dichiarazioni pubbliche di suoi sottosegretari o singoli rappresentanti istituzionali, consenta di delineare finalmente una sua posizione chiara e netta, dentro e fuori le istituzioni, su questi ddl.

Dopo altri rappresentanti istituzionali locali pentastellati, che nel recente passato hanno votato contro il disegno di legge Pillon, ultimamente due esponenti femminili 5 Stelle hanno aperto un’ulteriore breccia. Nostra speranza è che si allarghi sempre più e lasci entrare una luce nuova, capace di rischiarare il buio in cui forze oscurantiste e retrograde vorrebbero fare calare i destini di tante donne e bambini italiani alle prese con i problemi conseguenti ad una separazione familiare.

Simona Sforza e Maddalena Robustelli

 

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU:

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AGGIORNAMENTO: IN DATA 28 MARZO anche il senatore Giarrusso, cofirmatario del Dll Pillon, ha ritirato la sua sottoscrizione.

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Distrazione e disinformazione di massa. Nel caso non aveste ancora capito cosa stiamo attraversando…


8 Marzo 2019, Matteo Salvini: con la sua consueta imperturbabilità ribadisce il suo diritto di rispondere a ciascun attacco nei suoi confronti, senza alcuno sconto, quindi rivendica la sua abitudine di pubblicare sulla sua pagina Facebook, foto di donne che lo contestano, facendole sbranare dai follower con commenti di una violenza inaudita. Questa sarebbe per il ministro una sana modalità di azione, a me pare semplicemente un esempio dei tempi che viviamo.

Aggiunge che: “Il Ddl Pillon sarà il punto di partenza per la riforma del diritto di famiglia a tutela dei minori… certo si può migliorare, emendare, ma la parità di diritti di padri, madri e figli, su questo bisogna lavorare”. “Il diritto di famiglia va riformato nell’interesse delle donne, degli uomini, ma soprattutto dei minori, dei nonni che perdono i nipoti. Contro i padri che non danno gli alimenti pur potendoselo permettere, alle madri che con le false accuse, intasando i tribunali, trattano i figli come merce di scambio per ottenere quello che non sempre potrebbero ottenere. I bimbi sono usati troppo spesso per le beghe degli alunni”. Quindi per fare l’interesse dei minori, garantire loro maggior benessere, li equipariamo a pacchi postali, da spostare ogni tot giorni da un’abitazione all’altra, secondo piani genitoriali e schimi rigidi, costringendoli a cambiare abitudini, luoghi, contesti, per seguire il meccanismo delirante dei tempi paritetici, senza entrare nel merito delle specifiche e singole esigenze, senza consentire appunto ai figli, anche in relazione alla loro età, di avere condizioni di vita a loro veramente favorevoli.

Bernard Buffet

Il testo di Pillon vorrebbe attuare un modello di bigenitorialità rigido, chiuso, estraneo a considerazioni relative all’interesse del minore. Almeno che non ci siano le seguenti ipotesi ostative: violenza; abuso sessuale; trascuratezza; indisponibilità di un genitore; inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

Violenze che devono però essere comprovate e passate in giudicato. Eppure sappiamo quanto differenti siano i tempi della giustizia penale e civile.

Gli affidi sono condivisi nell’89% dei casi, ma il collocamento prevalente è ancora a carico della madre. Il motivo lo spiega bene la giudice Monica Velletti, giudice tribunale civile Roma, nella puntata di Presa Diretta:

Né ci si può appellare all’Europa, sostenendo che ci dobbiamo adeguare a quanto prescritto a quel livello, perché le cose l’Europa le ha concepite in modo del tutto diverso da quanto la cultura, l’ideologia che sta alla base della riforma Pillon ha partorito. Perché è assai pericoloso asserire che Pillon di fatto recepisce e vorrebbe attuare qualcosa che è stata disegnata a livello europeo. Assai pericoloso pensare che questo testo, o gli altri ad esso collegati, sia recuperabile anche solo in parte: si corre il rischio non solo di lasciar intendere che sia cosa buona e giusta in alcune sue parti, ma che ne si condivida l’impianto, che da più soggetti è stato giudicato assai negativo. Non lascerò passare l’idea semplicistica e manipolatoria che Pillon stia semplicemente compiendo quanto a livello europeo si suggerisce di attuare, che ci si debba allineare a qualcosa che altrove è già realtà, ma guarda caso omettendo le specificità di ciascun paese e soprattutto senza tenere conto della diversa condizione della donna.

Siccome la questione del fatto che il Ddl Pillon sia in linea con un dettato europeo non sussiste e non è assolutamente adoperabile a mo’ di propaganda in nessuna sede, aggiungo uno stralcio della Risoluzione 2079 (2015) del Consiglio d’Europa:

“introduce into their laws the principle of shared residence following a separation, limiting any exception to cases of child abuse or neglect, or domestic violence, with the amount of time for which the child lives with each parent being adjusted according to the child’s needs and interests”.

Pillon di fatto omette nel suo testo un fattore centrale e discriminante come la violenza domestica, in più fa finta di non aver visto che la risoluzione prevede la possibilità di modulare i tempi paritari sulla base delle necessità e dell’interesse del minore. Non c’è la rigidità e l’inflessibilità dei tempi previsti dall’art. 11 del Ddl Pillon nel testo europeo.

Scompare altresì ogni riferimento alla valorizzazione del minore quale soggetto titolare di uno specifico potere d’iniziativa, che invece è espressamente previsto dall’art. 5.11 della Risoluzione 2079. Tale disposizione, con riferimento ai piani genitoriali, prevede che vi sia la “possibility for children to request a review of arrangements that directly affect them, in particular their place of residence”. È previsto quindi un ruolo attivo dei minori anche nella definizione di quanto deciso dai genitori, specialmente per quanto riguarda i luoghi di residenza. Si dovrebbe sempre verificare la praticabilità di certe previsioni, oltre che la loro costituzionalità.


Anche il nostro ordinamento riconosce la tutela del “best interest of the child”, principio di natura costituzionale, in quanto come Paese ci siamo impegnati ad ottemperare anche a normative sovranazionali (ex art. 117 Cost.), in riferimento alla Convenzione di New York del 1989 ed ad altri testi che salvaguardano l’interesse del minore. Nessuna legge può essere varata se contraria a quanto previsto dal nostro testo costituzionale, questione da non dimenticare mai.

Ve lo faccio spiegare anche da un ex ministro, giudicate voi se combacia o meno con quanto prescritto dal ddl 735 e da un intento che vuole criminalizzare le donne che denunciano le violenze domestiche o che vogliono separarsi per allontanarsi da compagni maltrattanti.

A ottobre 2016 l’ex ministro della Giustizia Orlando interveniva in risposta a una interrogazione:

“La risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2079 del 2015, firmata anche dai rappresentanti italiani, al par. 5.5 richiama gli Stati membri ad introdurre nella loro legislazione il principio della shared residence dei figli in caso di separazione, limitando le eccezioni alle ipotesi di abuso, negligenza o violenza domestica, e “ad organizzare i tempi di permanenza in funzione dei bisogni e dell’interesse dei bambini”. Pertanto, la shared residence si sostanzia in una “tendenziale” parità di permanenza del minore con entrambi i genitori al fine di garantire l’effettività del suo diritto alla continuità affettiva con ciascuno di essi: principio che, per sua natura, non può essere assoluto, dovendosi necessariamente commisurare ai bisogni ed al “superiore interesse” del minore, richiamato in tutte le convenzioni internazionali di protezione e di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Con tale chiave di lettura della shared residence, non condizionata da impostazioni adultocentriche, non pare in contrasto la disciplina dell’affido esistente nell’ordinamento italiano. Come è noto, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto l’istituto dell’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione dei coniugi, modificando il testo dell’originario art. 155 del codice civile ed introducendo gli articoli da 155-bis a 155-sexies. Successivamente, il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, ha abrogato tali ultime norme e modificato nuovamente il disposto dell’art. 155, il quale oggi si limita a rinviare, per l’affidamento dei figli in caso di separazione, agli art. 337-bis e seguenti del codice civile. Tali norme affermano, fra l’altro, il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, ricevendo cura ed educazione da entrambi, dovendo il giudice valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori e potendo decidere per l’affido esclusivo ad uno solo dei genitori, ma, in ogni caso, assumendo ogni decisione “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale della prole”. La determinazione dei tempi e delle modalità di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori non è lasciata, pertanto, ad alcun arbitrio giurisprudenziale, ma è funzionale all’effettiva realizzazione del diritto che ha il figlio minore di conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori.”

e ancora aggiungeva:

“Nell’analisi delle fattispecie concrete, l’ordinamento interno ha demandato, infatti, al giudice il compito di adattare i tempi di permanenza con ciascun genitore alle esigenze di vita del minore, senza che possano trovare spazio pregiudizi che traggono fondamento su una presunta diversa capacità genitoriale scaturente da diversità di genere. È evidente che le esigenze di vita sono ontologicamente diverse per ogni singolo minore e sottoposte a variabili, da considerare caso per caso. Stabilire, in via di principio, l’affido materialmente condiviso, con analoghi periodi di permanenza del minore presso entrambi i genitori, significherebbe condizionare fortemente l’attività interpretativa in valutazione concreta dei fabbisogni del minore, calati nella realtà familiare.

Si può ricordare che, sulla base delle informazioni assunte dai competenti Dipartimenti, risulta che, nel nostro Paese, le separazioni consensuali siano la maggioranza ed in esse, com’è noto, il tribunale si limita ad omologare l’accordo raggiunto dalla coppia, potendo intervenire solo se tale accordo leda l’interesse dei figli minori. Ne consegue che nella maggioranza dei casi sono i genitori a volere l’assetto “sbilanciato” in favore di uno solo dei due (di solito, la madre).”

 

Sarebbe quindi da salvaguardare il potere del Giudice di valutare, caso per caso, quale sia l’interesse del minore, quindi avendo riguardo al “best interest of the child”. Naturalmente si auspica altresì una formazione specifica del giudice affinché sappia cogliere ogni dettaglio utile a fare l’interesse del minore. Soprattutto ci si augura che la violenza domestica possa emergere e non restare sommersa: nella valutazione dell’affidamento non può essere sottovalutata o non tenuta in debita considerazione. Ne parla il giudice Fabio Roia, che ci aiuta anche a confutare la tesi delle “false accuse” tanto care al senatore Pillon:

Pertanto, riportiamo i piedi per terra e ricostruiamo i fatti come sono, perché non si continui a diffondere disinformazione su questi temi. Sono testi irrecuperabili, inemendabili, totalmente corrotti alle radici, altamente pericolosi se introdotti nel nostro ordinamento. Nel caso questi disegni di legge dovessero essere approvati, non solo si introdurrebbe l’alienazione parentale nel nostro ordinamento, non solo si ostacolerebbe il divorzio, non solo si consentirebbe di assicurare al padre violento di continuare a frequentare i figli e a condividere l’affidamento, non solo si irrigidirebbe la vita dei figli, non solo si andrebbe contro gli interessi dei minori, ma, con il ddl 45 De Poli, ci sarebbero cambiamenti notevoli anche in materia penale, in tema di maltrattamenti, ma anche in merito alla fattispecie della “calunnia”, quindi in caso di indimostrabilità delle violenze subite e denunciate. C’è come detto in precedenza ben più che il mero intento di rivedere la materia dell’affidamento dei figli, si intravede un disegno in chiave misogina e regressiva di revisione del diritto di famiglia, ma anche di tutte le fattispecie che riguardano la violenza di genere. L’obiettivo sottinteso è obbligare le donne a non denunciare gli abusi e a non separarsi più.

Lo fanno per il nostro bene, come quando si è presentata la legittima difesa come uno strumento a tutela delle donne. Siamo noi che non abbiamo capito, siamo noi donne italiane a doverci allineare ai modelli europei, dobbiamo cambiare mentalità, sì come qualcuno l’ha definita, “parassitaria”. Peccato che ad alcuni uomini durante il matrimonio ha fatto comodo che la donna assumesse su di sé quasi tutto il carico di cura familiare, rinunciando spesso a carriera, lavoro, autonomia economica e prospettive future, riducendo orario di lavoro e cercando di conciliare tutto, seguendo il nostro marito e sostenendo le sue aspirazioni lavorative. Per poi sentirci anche dire che siamo noi a dover cambiare, fare come le donne degli altri Paesi europei. Chissà perché è a noi donne che viene richiesta versatilità, adattabilità, tuffi carpiati, acrobazie e possibilmente tutta una serie di disponibilità al mutamento delle situazioni. Chissà perché siamo noi donne, che oltre a vederci stravolgere la vita da una serie di discriminazioni e ostacoli, dobbiamo anche assistere al progressivo annientamento di quel po’ di diritti conquistati. Il pensiero di tanti seguaci di Pillon ha contaminato anche un sacco di donne, anche in contesti in cui si dovrebbe riuscire a discernere con la propria testa.

A colpi di sentenze e di ddl ci vogliono riportare indietro di decenni.

Un uomo ottiene una riduzione della pena per un femminicidio da lui commesso, poiché in preda a una “tempesta emotiva” soverchiante, dettata dalla gelosi. Dramma della gelosia e delitto d’onore di ritorno.

Tre giudici donne scrivono in sentenza: “Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto”. Così due giovani, condannati in primo grado a cinque e tre anni per violenza sessuale, vengono assolti in appello. Per fortuna interviene la Cassazione, che annulla la sentenza. Appello dunque da rifare.*

Ci sono segnali inquietanti dappertutto, ogni giorno. Non permetteremo che si compiano arretramenti e continueremo a far chiarezza ogni qualvolta ce ne sarà bisogno. Certo sarà assai complicato, anche grazie alle donne che vanno sottobraccio al patriarcato e fanno il gioco di queste falangi reazionarie.

 

*aggiornamento: Corte di Cassazione.

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Galassia Pillon: oltre il ddl 735


Che ricadute avrebbe il ddl Pillon e il disegno generale che lo sostiene? Se già oggi non riusciamo a proteggere adeguatamente i bambini dalla violenza, se continuiamo a permettere a padri violenti di continuare a vedere i figli pur in presenza di abusi conclamati, cosa potrebbe accadere se dovesse passare il ddl 735?

 

Le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano quanto sia difficile riuscire a proteggere i minori da genitori violenti. Abbiamo letto tutti della tragedia accaduta a Taranto, dove un uomo, dopo aver litigato con la moglie proprio per la frequentazione con i figli, ha gettato la figlia dal balcone e ha accoltellato il figlio. Una violenza che continua oltre la separazione, che ha generato la decisione della donna di separarsi, e infine si riversa sui figli. Una violenza maschile che deve annientare e distruggere tutto, anche i figli, perché la donna abbia una sofferenza eterna. Giustamente i giudici avevano tolto a quest’uomo la responsabilità genitoriale, si possono immaginare le motivazioni, eppure tanti interrogativi restano in piedi, più di una sottovalutazione del rischio ha consentito che quest’uomo commettesse tutto questo orrore. Quindi ci chiediamo che ricadute avrebbe il ddl Pillon e il disegno generale che lo sostiene? Se già oggi non riusciamo a proteggere adeguatamente i bambini dalla violenza, se continuiamo a permettere a padri violenti di continuare a vedere i figli pur in presenza di abusi conclamati, cosa potrebbe accadere se dovesse passare il ddl 735?

In origine, oltre al ddl 735 a firma Pillon, vi era più di un disegno di legge depositato al Senato, in materia di affido in casi di separazione, per la precisione:

– n° S.45 – Disposizioni in materia di tutela dei minori nell’ambito della famiglia e nei procedimenti di separazione personale dei coniugi, Iniziativa Parlamentare di Antonio De Poli (FI-BP) e Cofirmatari: Paola Binetti (FI-BP), Antonio Saccone (FI-BP).

– n° S.768 – Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare. Iniziativa Parlamentare di Maria Alessandra Gallone (FI-BP).

– n° S.118 – Norme in materia di mediazione familiare nonché modifica all’articolo 337-octies del codice civile, concernente l’ascolto dei minori nei casi di separazione dei coniugi. Iniziativa Parlamentare di Antonio De Poli (FI-BP). Sostanzialmente si occupa di definire ruoli, compiti, figure e modalità della mediazione, che resta un invito per i coniugi separandi. Il testo inoltre prevede che, all’’articolo 337-octies del codice civile, “il giudice deve prendere in considerazione la sua opinione (il minore, ndr), tenendo conto dell’età e del grado di maturità. Il giudice può altresì disporre che il minore sia sentito con audizione protetta, in locali a ciò idonei, anche fuori dell’ufficio giudiziario, e che la medesima, oltre che verbalizzata, sia registrata con mezzi audiovisivi”.

– n° S.282 – Introduzione dell’articolo 706-bis del codice di procedura civile e altre disposizioni in materia di mediazione familiare. Iniziativa Parlamentare di Vanna Iori (Partito Democratico).

Il primi due sono stati congiunti al 735 in data 10 settembre e i restanti il 26 settembre. Questo significa che“stante l’attinenza di materia” si discuteranno congiuntamente in commissione, come ha confermato lo stesso senatore Pillon.

Andiamo per gradi, giusto per orientarci in questa galassia di testi.

Il ddl 282 di area PD viene ritirato il 26 settembre, con il “ddl Pillon” già ampiamente oggetto di critiche, soprattutto per quanto concerne l’inserimento della mediazione obbligatoria. Ed è proprio su questa materia che verteva il testo 282, all’art. 4 infatti prevedeva l’introduzione nel c.p.c. dell’art. 706bis:

“– (Mediazione familiare). – Qualora vi siano figli minorenni e vi sia disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso, la parte ricorrente o le parti congiuntamente hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e fatti salvi i casi di assoluta urgenza o di grave e imminente pericolo per l’integrità psico-fisica dei figli minorenni o del ricorrente, di adire un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare libero professionista ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, nonché di partecipare ad almeno tre incontri volti a fornire sostegno alla genitorialità nella separazione e al raggiungimento di un accordo sulla nuova organizzazione familiare, nell’esclusivo interesse del figlio o dei figli…”

e all’art. 5:

“Nella procedura di negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi (…), e in presenza di figli minori di anni quattordici, i coniugi hanno l’obbligo, prima del raggiungimento dell’accordo, di adire un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare libero professionista ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, nonché di partecipare ad almeno tre incontri volti a fornire sostegno alla genitorialità nella separazione e al raggiungimento di un accordo sulla nuova organizzazione familiare, nell’esclusivo interesse dei figli.”

A differenza del ddl 735 che prevedeva la gratuità solo del primo appuntamento, in questo caso la mediazione sarebbe stata gratuita, in quanto il 282 prevedeva che “ In ogni azienda sanitaria locale, di preferenza presso i servizi dei consultori familiari, ove esistenti, è istituito un servizio di mediazione familiare, ad accesso libero e gratuito…”

Come già detto questo testo è stato ritirato e quindi non sarà all’esame.

Il ddl 45 viene introdotto in questo modo:

“I frequenti casi di sindrome di alienazione genitoriale (PAS), documentati dagli studi di Richard A. Gardner, confermano la necessità, (…), sull’affidamento condiviso dei figli, di dare concreta attuazione al primordiale diritto di ogni bambino ad avere accanto entrambe le figure genitoriali, ciascuna delle quali ha un ruolo diversificato ma complementare per una corretta evoluzione psicofisica della personalità infantile e adolescenziale.”

Che in un testo di legge della nostra Repubblica si affermi come verità frequente e fenomeno reale la Pas è assai grave. Non lo dico io, ma esperti in materia e chiunque si consapevole di chi fosse il suo inventore. Le parole chiare del magistrato Fabio Roia spiegano perfettamente ciò che sta accadendo e il tentativo di sdoganare un fenomeno che non è tale:

“Si tratta di una falsa sindrome, nel senso che sotto il profilo di patologia non ha avuto nessun tipo di riconoscimento scientifico perché non è mai stata inclusa nei manuali delle malattie psichiatriche che è il Dsm. E quindi non ha ottenuto una validazione.”

Alla domanda precisa sul motivo per cui la Pas venga adoperata nei tribunali italiani e non si riesce a contrastare tale prassi, Roia risponde:

“E’ una disfunzione culturale. Bisognerebbe fare una grande opera di formazione su tutti gli operatori che fanno le indagini sulla famiglia: mi riferisco agli assistenti sociali e ai consulenti tecnici. Perché alcuni di questi operatori leggono la violenza e la pesano, altri ritengono che non sia di loro competenza ma del giudice penale. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato: perché quando un giudice deve valutare l’idoneità di un genitore a svolgere il suo ruolo, deve valutare anche l’esistenza o meno di comportamenti violenti. Non può essere qualcosa di separato. Quando un bambino si rifiuta di vedere un genitore, penso ai casi di violenza domestica, potrebbe legittimamente non volerlo frequentare a seguito di traumi innescati dai comportamenti violenti di quel genitore. E invece spesso si dice che quel bambino è stato alienato dalla madre.”

Un malanno di una cultura che pregiudizialmente considera la madre malevola a priori e non sempre indaga a sufficienza sulle ragioni per cui il bambino mostra un rifiuto o un timore. Per non parlare delle false accuse, eppure: “tutti i dati nazionali, internazionali, europei, giudiziari e di analisi Istat ci dicono che normalmente nei procedimenti penali per violenza la donna è vittima nel 90% dei casi.” Purtroppo, come sostiene Roia, simili insinuazioni permeano l’attività di alcuni professionisti chiamati a fare da consulenti in tribunale e ultimamente ho sentito citare Gardner anche in luoghi che non dovrebbero accogliere come fonte autorevole un pedofilo e un soggetto considerato inattendibile.

L’elevata conflittualità tra gli ex coniugi di cui parla il ddl 45 non si rileva nei dati che vedono le separazioni essere per l’82% consensuali, con un 89% di affidi condivisi. Cosa prevede in concreto? All’articolo 2 “In caso di affidamento condiviso, si prevede la fissazione della residenza anagrafica dei figli minori presso entrambi i genitori.”

L’articolo 3 “prevede la sospensione della potestà genitoriale in caso di calunnia da parte di un genitore o di un soggetto esercente la stessa a danno dell’altro.” Qui ci sono tutte le argomentazioni care allo stesso senatore Pillon che ha aperto le Crociate contro le donne calunniatrici. Per non parlare del fatto che per legge (Art. 316 comma 1 C. C. ex Dlgs. n. 154/2013) non si parla più di potestà ma di responsabilità genitoriale, magari documentarsi prima di scrivere sarebbe auspicabile.

Inoltre, con la previsione di pene aggravate (art.4), questo testo sottende un evidente tentativo di dissuadere le donne dal denunciare.

“L’articolo 4, oltre a riaffermare il concetto che l’educazione dei figli costituisce un diritto ma anche e soprattutto un dovere, punisce in uguale misura sia il genitore che si sottrae agli obblighi di assistenza, cura ed educazione dei figli minori sia quello che attua comportamenti tali da privarli dell’apporto educativo dell’altra figura genitoriale. Al quinto comma del novellato articolo 570 del codice penale si prevede la possibilità per il giudice di irrogare la sanzione del lavoro di pubblica utilità”.

L’articolo 5 vorrebbe innovare la materia dei maltrattamenti e il relativo art. 572 del C.P. che oggi è denominato “Maltrattamenti contro familiari o conviventi” e si vorrebbe trasformare in “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”. La nuova formulazione chiaramente sposta e deforma il focus di azione. Leggiamo altresì: “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo 571, usa sistematicamente violenza fisica o psichica nei confronti di una persona della famiglia o di un minore (…)” Sistematicamente, significa in maniera continuativa, che non contempla quanto in tutti i casi di violenza domestica si intervallino periodi acuti e periodi di “luna di miele”, si parla infatti di ciclo della violenza. Si riducono le pene per questi reati e soprattutto nei casi più lievi addirittura si può optare per i servizi di pubblica utilità, come quelli che commina il giudice di pace.

Il testo del ddl 768 è più moderato del 735, con qualche elemento che però lo ricalca, come per la previsione di un contributo per l’uso della casa familiare, all’articolo 3:

“Il godimento della casa familiare è attribuito di regola secondo la legge ordinaria; nel caso in cui la frequentazione dei genitori sia necessariamente sbilanciata è attribuito tenendo conto esclusivamente dell’interesse dei figli e compensandone le conseguenze economiche. Ove il genitore senza titolo di godimento sia privo di sufficienti mezzi economici per garantire alla prole un’adeguata dimora nei tempi di permanenza della stessa presso di lui, il giudice può stabilire un contributo a fini abitativi a carico dell’altro genitore” e la riproposizione di tempi prefissati con la: “frequentazione mai inferiore a un terzo del tempo presso ciascun genitore”. Si apre un varco per quanto riguarda l’ascolto dei figli in tema di affidamento, all’articolo 5 e viene affrontato e inserito il fenomeno della violenza domestica all’articolo 2: “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. Il perdurante maltrattamento intrafamiliare, la violenza sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere e la violenza assistita dai figli, l’abuso e la trascuratezza, comportano l’esclusione dall’affidamento.” Purtroppo occorre rilevare che anche in questo testo si spinge per la mediazione obbligatoria, all’articolo 11: “In tutti i casi di disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso le parti hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e salvi i casi di assoluta urgenza o di grave e imminente pregiudizio per i minori, di rivolgersi a un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o a un mediatore familiare libero professionista (…).”

In nome della difesa della bigenitorialità, si mettono a rischio molte cose. Mettere al centro l’interesse del bambino significa innanzitutto rifiutare una impostazione adultocentrica che riserva diritti e potestà superiori ai genitori sulla testa dei minori. Noi siamo ancora pesantemente indietro nell’applicazione di convenzioni internazionali (penso alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e quella di Istanbul). È stata da poco presentata la Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori dall’’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano. All’art. 1 si afferma il diritto a “preservare le relazioni familiari, a non esser separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi” e si conclude con: “L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.” Ecco, i tempi paritetici e la suddivisione prevista dal ddl Pillon sembra non comprendere questo aspetto, come non riesce a discernere che ciascun caso va valutato in modo specifico, entrando nel merito, soprattutto per far emergere situazioni di violenza domestica.

Tra i diritti individuati troviamo quello di “continuare a essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori. E ancora: bambini e ragazzi nelle separazioni hanno diritto a essere ascoltati e a esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni e che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori. I figli, infine, hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti tra genitori, al rispetto dei loro tempi e a ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.”

Ripetiamo quanto sia importante che ci sia ascolto, che non vengano considerati pacchi da spostare a seconda dei desiderata genitoriali. Le decisioni dei genitori non possono arrivare sulla testa dei figli e travolgerli, devono essere considerati individui che hanno non solo doveri, ma anche diritti autonomi e pieni.

Inoltre, all’art. 9 leggiamo che i figli hanno il diritto “di essere preservati dalle questioni economiche, di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, o di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.” Tutte questioni ampiamente sollevate tra le criticità del ddl 735.

Il 23 ottobre inizieranno le audizioni in commissione. Appuntamento il 10 novembre con le mobilitazioni promosse  da D.i.Re Donne in rete contro la violenza, ma nel frattempo, non abbassiamo la guardia e soprattutto cerchiamo di fare informazione corretta andando tra la gente, consapevoli che chi sostiene questo ddl è assai attivo sul web e non risparmia alcun metodo per assaltare chi gli si oppone.

Spiragli emergono anche dagli avvocati riuniti a Catania per il XXXIV Congresso Nazionale Forense: “che quelle possibilità concrete (di genitorialità paritetica, ndr) siano costruite in funzione della situazione di ciascun minore interessato. Quello che viene fuori dai tavoli è l’esigenza che non si apra a nessun automatismo, insomma. Bisogna capire che su quel terreno va riconosciuto e mantenuto al giudice il potere discrezionale, garante di una valutazione il più vicino possibile al reale superiore interesse del bambino.”

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s magazine.

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