Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

L’abolizione è un processo a lungo termine

 

Egon Schiele

Egon Schiele

 

Ho tradotto questo post di Rebecca Mott del 5 febbraio (qui), perché tra le sue parole si legge la sua esperienza personale. Non sono parole buttate al vento, superficiali, vuote, sono parole di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza della prostituzione. L’enfasi del suo appello è il risultato del suo vissuto, di un sentire viscerale, di anni di abusi e violenze. Nessuna parola è fuori posto se a scriverla è una donna con il vissuto di Rebecca. Un esempio prezioso per chi crede che si possono cambiare veramente le cose. La strada è lunga, costellata di ostacoli, ma va intrapresa con determinazione. Quotidianamente, ognun* con le proprie forze deve cercare di sradicare i pregiudizi e la rassegnazione che avvolgono questo argomento. Dire che nulla si può fare, che la prostituzione è per sempre è come aver dato ragione a tutti quegli uomini che ogni giorno usano le prostitute come merce, come oggetti. Non voglio più ascoltare giustificazioni del tipo: “fa parte della natura e della fisiologia del maschio”, “ci sono uomini soli che non possono fare altrimenti” ecc. La prostituzione non può essere considerata un servizio sociale di assistenza a “uomini in difficoltà”. Non è nulla di tutto ciò. Sono tutti alibi, che molte donne continuano a sostenere. Mi chiedo, ma non sarebbe forse giunto il momento di incrinare questa mentalità millenaria? Forse se iniziassimo tutte e tutti a guardare ai clienti con occhi realistici, vedremmo solo degli uomini violenti, degli stupratori, dei meschini padri e mariti, amici o figli, dei soggetti che non hanno mai avuto una sana sessualità, che guardano alle donne come a degli oggetti de-umanizzati o di serie B. E se dobbiamo intraprendere un’inversione culturale è ora di muoversi.
Non ci lasceremo intimidire da attacchi e pressioni di ogni sorta. Perché questa è sisterhood.

 

Mi accingo a scrivere qualche mia breve considerazione su cosa rappresenti l’abolizione per coloro che ne sono uscite e per me a livello individuale e perché non è semplice, né a breve termine.
È fondamentale capire chi e cosa sono le lobby del commercio sessuale (sex-trade lobby) e cosa non sono.
Questa lobby non è un gruppo di troll che si nascondono dietro un computer.
Questa lobby è molto organizzata, con finanziamenti ingenti, e recluta molti clienti e prostitute per costruire e montare la loro protesta.
Questa lobby è organizzata da coloro che traggono profitti dalla disumanizzazione delle prostitute – la sex-trade lobby è composta da papponi, ma non si occupa solo di profitti, pertanto è composta anche dai clienti.
Qui di seguito vi riassumo ciò che il mercato del sesso non è

Non ha interesse per il benessere psico-fisico o sessuale delle prostitute.
Non ha interesse a liberarle e a permettere una loro emancipazione.
Non fa nulla per migliorare i diritti umani delle prostitute.
Trascura completamente la salute e la sicurezza delle prostitute.
Volontariamente rende tutte le prostitute una classe sub-umana.
Perciò, se avete anche solo la minima sensazione che l’abolizione sia la risposta, smettete di credere alla sex-trade lobby e alla sua propaganda.
Non credete quando sostengono che la prostituzione può essere resa sicura – o anche un minimo sicura tanto da far finta che lo sia.
Non cascate nel mito che la prostituzione indoor può essere resa sicura, liberatoria e in qualche maniera “a favore delle prostitute”.
Inizia a ragionare con maggiore chiarezza, pensa al fatto che la maggior parte della violenza maschile sulle donne che non sono prostitute avviene in un ambiente domestico e da uomini conosciuti dalle vittime.
Perché le prostitute dovrebbero essere le uniche donne al mondo ad essere sicure quando si trovano da sole con un uomo tra quattro pareti – non ha senso, forse perché è pura spazzatura o semplici menzogne costruite da chi vuole trarre profitto dalla prostituzione indoor.
Siamo realisti – i clienti che comprano le donne, le vedono come merce, questi uomini sono spesso portati alla violenza, soprattutto se le loro aspettative vengono frustrate.
Questi clienti, sia che si servano della prostituzione di strada o da appartamento, di solito sono sadici quando sono in ambienti chiusi.
Osserviamo i più eclatanti casi di omicidi di prostitute – l’assassino di Ipswich abbordava le sue vittime per strada e poi le uccideva nel suo appartamento, lo stesso è avvenuto con gli omicidi a Bradford.
I numerosi omicidi in Canada ad opera di un serial killer che colpiva principalmente prostitute native americane, sono avvenuti all’interno del suo ambiente di lavoro (credo si tratti di Robert Pickton, ndr).
E, parlare, e seriamente ascoltare le donne che ne sono uscite, specialmente quelle che esercitavano in casa, essere al corrente, come noi, di quanto sia facile far scomparire le prostitute dai bordelli, dalle camere d’albergo, dalle case dei clienti, dai sex club.
È normale per una prostituta aspettarsi di scomparire dai sicuri ambienti della prostituzione indoor – ma non è abbastanza rilevante da essere riportato dai media, da essere contemplato nelle statistiche dei crimini.
Chiudi la prostituzione dietro una porta e così, come per magia, l’avrai resa invisibile.
Sto avendo difficoltà a concentrarmi mentre scrivo questo post, principalmente perché quando penso a sostenere coloro che sono uscite dalla prostituzione, avverto un profondo abisso di disperazione e mi assale il pessimismo.
Sono terrorizzata dall’idea che, come accaduto nella maggior parte dei casi nel corso della storia delle prostitute che si sono battute per la libertà, potremmo venire abbandonate dai nostri sostenitori ed essere lasciate da sole a fronteggiare la sex-trade lobby.
Ciò non deve accadere, a causa di questa lobby non si riesce ad attribuire umanità alla categoria delle prostitute, e la loro speranza di isolarci consentirebbe di rendere la nostra distruzione invisibile.
La sex-trade lobby ha provocato e sta generando un genocidio di prostitute.
È una forma di “genocidio intelligente” poiché reso invisibile, perché c’è un costante ricambio di donne disperate, quando qualcuna si loro scompare o viene assassinata.
È un genocidio che si nutre di tutte le miserie che affliggono il genere umano – recluta persone povere, in tempi di guerra o per catastrofi naturali, reduci da abusi subiti durante l’infanzia, tra coloro che subiscono discriminazioni razziali, tra donne che sono state rese cittadine di serie b, tra donne che non hanno autostima, e così via.
I commercianti del sesso reclutano e lo rendono un mercato altamente redditizio.
Si dovrebbe notare il loro cinismo e l’intento di mettere a tacere le nostre proteste per tutte le donne morte che non fanno notizia.
Per questo quando cerco di scrivere ciò che personalmente vorrei fare per sostenere e lottare per le prostitute, ricorda che il mio cuore è spezzato.
Voglio rabbia – non la reazione passiva di apprezzare gli sforzi delle fuoriuscite a rompere quel silenzio imposto.
Noi non vogliamo e non abbiamo bisogno della vostra pietà, le vostre lacrime nascondono l’apatia, voi state inscatolando le nostre vite per poterci controllare.
Molte delle sopravvissute desiderano essere libere, giustizia, abbiamo bisogno di “soldati” che si battano per questo – non semplicemente firmando petizioni, intraprendendo discussioni interminabili, o ri-raccontando storie simbolo.
Non è il momento per una trattativa – com’è possibile negoziare con la sex-trade lobby che non riconosce alle prostitute alcuna umanità?
È il momento di combattere a tutti i livelli.
Mi piacerebbe tornare alle vecchie pratiche, come quella di bruciare i sex shop, o di fotografare gli uomini che entrano nei sex shop/club o nei bordelli; il boicottaggio delle imprese porno, i picchetti nelle zone a luci rosse.
Mi piacerebbero delle azioni guidate e sostenute dalle sopravvissute.

Mi piacerebbe che riuscissimo ad ascoltare le sopravvissute a un livello più profondo di quanto facciano politica o le argomentazioni di breve termine – non ascoltare cosa rappresenti un trauma, la nostra percezione della violenza maschile, come viviamo immerse nella violenza.
Apprezzerei che in ogni discussione sul perché noi dobbiamo andare verso l’abolizione, vi fossero il dolore, la sofferenza e i traumi.
Mi farebbe piacere che ci fosse una manifestazione almeno una volta all’anno per commemorare la distruzione della classe delle prostitute – ma non dev’essere qualcosa a margine o come riflessione della violenza maschile.
Sarebbe un bel segnale se in ogni città ci fosse un memoriale permanente che ricordi queste perdite.
Sarebbero dei modi con cui la società potrebbe dimostrare che considera le prostitute degli esseri umani in tutto e per tutto.
Vorrei che ogni lettore/lettrice di questo blog interroghi gli uomini sul loro uso di prostitute. (Lo faccio quotidianamente sia con persone reali che nel mondo virtuale, questo li porta a irritarsi molto, ndr).
Desidero che ci siano uomini che si definiscano abolizionisti e che sappiano confrontarsi con altri uomini consumatori di sesso a pagamento.
Desidero che i clienti vengano seriamente puniti – per stupro seriale, per GBH/ABH, per tortura.
Desidero che ci siano pene severe per gli sfruttatori – per violenze psico-fisiche e sessuali, per reclusione forzata, per schiavitù, e tutti i crimini peggiori.
Perché è considerato sufficientemente congruo far pagare una ammenda ai clienti, che sono spesso degli stupratori seriali, capaci di torture psico-fisiche e sessuali – sarebbe il caso di sottolineare che forse le prostitute non sono considerate “esseri umani” a sufficienza da meritare giustizia?
Mi rendo conto che ci sarebbero altre mille cose da dire – ma fate qualsiasi cosa nelle vostre possibilità per fermare questo genocidio – non distraetevi, non guardate dall’altra parte.

 

Approfondimenti

♦ Da Anita Silvano

Lo Stato prosseneta.
“Non possiamo continuare a pensare la prostituzione come una questione di libertà individuale, ma dobbiamo capire che ogni sistema politico ha la sua politica sessuale e la prostituzione è sempre stata un’istituzione a disposizione del sistema di turno, nella fattispecie, adesso, del neoliberismo. Il neoliberismo cerca di farci pensare alla prostituzione solo dal punto di vista individuale, cancellando tutte le tracce del sociale che potrebbero metterla in discussione”.
Beatriz Gimeno

 

♦  Guardate a pagina 2 di questo ciclostilato del 1980:

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Non esiste luogo

Gabriella Giandelli

© Gabriella Giandelli

 

Ormai si parla con approssimazione, lo fanno tutti anche coloro che si autodefiniscono “esperti”. Lo si fa perché la profondità a molti stanca, perché le argomentazioni sostenute da fonti, dati e letture specifiche sono troppo complesse da masticare e digerire. Lo vedo quotidianamente, anche tra coloro che si definiscono “impegnate”. Mi chiedo come diavolaccio possiamo andare avanti così. Argomento su cui si disserta del più e del meno è la prostituzione, dimenticandosi che non si può essere superficiali quando si parla delle vite di donne, che non sono solo corpi, come qualche maschietto e qualche donna ritengono. Quando ti senti dire che tutto sommato è normale che qualche donna si sacrifichi.. che rispondi a una così? Per la serie, ci si volta dall’altra parte e si va a messa la domenica. Questa è la prassi diffusa. La facciata va salvaguardata. Tutto il resto non conta. Per non parlare del fatto che quei clienti non sono dei fantasmi, ma possono essere i nostri parenti, amici, vicini, figli, mariti ecc.

Se le opinioni della maggior parte delle persone si formano unicamente sulla tv, sui talk che ti forniscono la pappa pronta per riempirti il cervello, è chiaro che i risultati siano pessimi. La vulgata sul provvedimento sulla red zone a Roma (per fortuna rientrato, anche se c’è chi chiede a gran voce una legge nazionale che spazzi via la legge Merlin) è che tale provvedimento nasce con “premurosi” intenti. Controllare e proteggere meglio le ragazze. La SICUREZZA. Poi scopri che un mucchio di gente è soddisfatta perché non vede più le prostitute sotto casa. Sono stata attaccata perché trovavo questa soluzione inaccettabile, frutto di una colpevole ipocrisia e non solo. Mi è stato detto che è più decoroso così, lontano dagli occhi: “Chi vuole aiutare queste donne, lo faccia, ma sinceramente non me ne frega niente, almeno così non si vedono certe scene”, “meglio così, poveri bambini che vivevano con questa roba sotto gli occhi”, “poi sai, gli uomini sono fatti così”, “non puoi combattere una cosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà”. E poi, se riaprono i bordelli meglio così, lo Stato incassa. Così la gente sembra più contenta, ma io non lo sono perché spostare il problema fisicamente, non significa risolverlo. Nessuno, né tanto meno una istituzione, può procedere così. Non puoi dire, ti sposto e continua pure a stuprare, a usare le donne. C’è chi mi ha detto che si tratta di una soluzione tampone, poi si vedrà. Ma allora dico: “vai tu per strada a prostituirti e attendi provvedimenti che ti possano tirar fuori da questo inferno”. Questa è connivenza, questo significa dire ai maschietti, “guarda come siamo stati bravi, ora hai una zona in cui sei libero di usare le donne a tuo piacimento, con la nostra protezione e supervisione, sai l’importante è che non lo fai in un luogo frequentato, tra i palazzi”. Poi mi dovete spiegare se le organizzazioni criminali che gestiscono queste ragazze (anche minorenni) accetteranno mai di entrare nella red zone o preferiranno spostare la loro merce altrove, per non avere controlli.

Un paese in cui non si riesce a spiegare che occorre intervenire su una cultura che vede le donne come oggetti di cui servirsi. Un paese che sa ma preferisce non vedere. Un mucchio di cittadini che non legge, non è capace di ascoltare, di capire cosa significhi veramente prostituirsi. Leggete le testimonianze delle sopravvissute, di coloro che lavorano ancora per strada o nei bordelli. Lo so, fa molto male, ma solo così si costruisce rifiuto e repulsione per questi uomini che sono liberi di violentare le donne. Lo stigma deve essere sui clienti e sugli sfruttatori. Solo da questo si costruisce un’opinione pubblica che non si aspetta più free sex zone, ma uno stato che persegue e combatte il fenomeno, perché viola i principali diritti di una persona. Finora si è preferito ignorare e buttare la polvere sotto il tappeto. Per strada, in appartamento, o in mega bordelli, la sostanza non cambia. Questo donne subiscono violenze quotidiane per anni. Spesso pagano con la propria vita. Per cosa? Per un uomo che ha un’idea malata della sessualità? La mia indignazione massima deriva dal fatto che buona parte di queste argomentazioni le ho sentite fare da donne. Allora, mettiamoci in testa che forse sarebbe giunto il momento di dare un bel calcio ai non-uomini che vanno a prostitute, finiamola col difenderli. Non hanno bisogno di essere compresi! Va combattuta la domanda, punto e basta. Rendiamo questa schifezza di abitudine impossibile da praticare. Essere abolizionista non significa essere una utopista. Semplicemente non voltiamo la testa dall’altra parte. Nessun corpo può essere mercificato. Son cose che si insegnano, sin da piccoli. E poi, soprattutto, diamo delle alternative di vita a queste donne. Questo dovrebbe essere uno dei nostri principali obiettivi. Diciamo basta a questa vera e propria schiavitù. Questo mi aspetto, non soluzioni ipocrite e populiste. Non venite a parlarmi di autodeterminazione delle donne, che serve solo a mascherare tutto il resto.

Quando cerchi di portare la conversazione su clienti e papponi, ti rispondono così:

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Non avete idea di quante volte ho dovuto ripetere che in Italia prostituirsi non è reato, lo è invece lo sfruttamento. Per cui, nessuno può affermare che si voglia colpire chi si prostituisce. Girare la frittata è meschino, oltre che indice di ignoranza.

In questo blog ho da sempre privilegiato la scelta accurata e la citazione delle fonti. Un motivo c’è. Le mie opinioni non nascono come dei funghi nella mia testa, ma sono il risultato di letture e approfondimenti. Altrimenti non avrei mai il coraggio di scrivere. Non pretendo di sapere tutto, non mi posso definire una specialista. Non lo sono, ma quanto meno cerco di capire, di trovare risposte, meglio se numerose e diverse. Mi pongo domande e cerco di capire cosa c’è dietro i fenomeni. Per questo spesso propongo articoli che trovo in giro per il mondo, per avere uno sguardo diverso, perché spesso l’ottica nostrana è viziata e piena di lacune volute. Ecco, allora, quando qualcuno sosterrà che leggere non è necessario, sappiate che questa persona non vi ascolterà nemmeno durante la conversazione, perché le basteranno le sue idee e le sue torri mentali.
Documentarsi è fatica, ascoltare idem. Ma qui la si pensa diversamente.
Per cui, oggi vi propongo questa mia traduzione. Per chi ancora pensasse che i bordelli possano essere dei paradisi del sesso per le donne che vi lavorano.

Se ritieni che la depenalizzazione possa rendere la prostituzione sicura, dai un’occhiata ai mega-bordelli in Germania. È il titolo di un articolo pubblicato su New Statesman (qui), firmato Sarah Ditum. Mi piacerebbe che anche da noi ci fossero giornaliste come Sarah. Da noi invece si è sempre troppo preoccupate di bruciarsi la carriera. Dopo i fatti di Roma e della giunta Marino, che aveva proposto una red zone per ghettizzare la prostituzione, e chi spinge per una celere approvazione del Ddl Spilabotte, occorre davvero una mobilitazione collettiva. Non possiamo rimanere indifferenti e lasciar passare questi provvedimenti, che ammettono lo sfruttamento e lo stupro delle donne.

Qui di seguito la mia traduzione dell’articolo di Sarah Ditum.

 

I democratici liberali e i verdi supportano la depenalizzazione della prostituzione – nella speranza di renderli “sicuri”. Ma la Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002 e tuttora non si tratta di un lavoro come un altro.
C’è un luogo giusto per la prostituzione? Nel 2006, Steve Wright ha ucciso 5 donne a Ipswich. Tutte erano tossicodipendenti, e tutte si prostituivano per finanziare la loro dipendenza. Wright era un cliente, come tanti, ovviamente non più violento di tanti uomini che abbordano le prostitute sulle strade di Ipswich. Le donne che temevano per la propria vita, non avevano paura di Wright. “Era sempre una persona tranquilla con cui uscire, girava un paio di volte e poi sceglieva la donna che voleva”, ha detto Tracey Russell al Guardian (la sua amica Annette Nicholls era la quarta vittima di Wright). “Noi li chiamiamo solitamente “ritardati mentali”. Lui era uno di loro. Noi non avremmo mai sospettato di lui”.
A quei tempi, l’opinione pubblica sosteneva che quelle cinque donne erano morte perché si trovavano nel posto sbagliato – e che la penalizzazione della prostituzione le aveva messe lì. In un pezzo pubblicato sul New Statesman (qui), the English Collective of Prostitutes (ECP) ha accusato la legge sulla prostituzione, affermando che “le donne sono sono costrette sulle strade, piuttosto che prostituirsi nei locali, dove è più sicuro lavorare”. Ai tempi ero convinta che con un altro tipo di legislazione quelle cinque donne sarebbero state ancora vive. Tornando indietro ad analizzare quei casi, però, i fatti non si adattano alle tesi dell’ECP. Anche se una delle vittime, Tania Nicol, era stata costretta ad abbandonare il salone di massaggi, finendo per strada, non era stata spinta dai controlli di polizia: secondo uno dei gestori di un salone, era stata allontanata a causa della sua tossicodipendenza.
Le donne assassinate da Wright non erano “sex workers” spinte verso il pericolo da misure illiberali in merito alla loro “professione”; erano donne con vite fragili, caotiche, spinte verso la frontiera della violenza maschile a causa della loro dipendenza. Questa non è stata una scelta. (Russel descrisse al Guardian la prostituzione come qualcosa di “orribile”: “Si impara a cancellare tutto con il passare del tempo, solo perché sei sotto l’effetto di droghe, riesci a pensare ad altro. So che sembra strano, ma si fa. Ci si abitua a ciò, ed è finita in pochi secondi. Speriamo”.) Anche se ci fosse stato un bordello legale a Ipswich, mi sembra improbabile che queste cinque donne sarebbero state lì dentro.
Eppure la tesi secondo cui la depenalizzazione renderà sicura la prostituzione permane – nel Regno Unito è la politica perseguita dai Liberali Democratici e dai Verdi. In cosa consista questa maggiore sicurezza per le donne nella pratica è poco discusso, ma abbiamo un esempio a poche centinaia di chilometri da noi dal quale possiamo imparare. La Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002, seguendo il ragionamento (come Nisha Lilia Diu riporta al Telegraph qui) che questo sia un “lavoro come un altro”. Sex work come lavoro, con contratti, benefits, tutele sul posto di lavoro e nessuno stigma, che i sostenitori della legalizzazione spesso rilevano come il danno peggiore per coloro che si prostituiscono.

L’esperimento tedesco non è andato come previsto: le donne (spesso migranti alla ricerca di veloci guadagni per poi andar via dal paese di nuovo) non hanno registrato benefici, e i bordelli sorti non volevano garantire i contratti o prendersi il rischio delle altre responsabilità. Invece i proprietari dei bordelli sembrano più dei padroni di casa, riscuotono una sorta di tassa/caparra per poter far accedere gli uomini e per far lavorare le donne, ciò significa che una donna inizierà a guadagnare per sé solo dopo il secondo o terzo cliente. E cosa deve fare per ottenere quel denaro? Questa settimana, il documentario The Mega Brothel trasmesso da Channel 4 (qui), è andato a visitare la filiale di Stoccarda della catena Paradise (sì, in Germania ci sono catene di bordelli, come i fast food o i negozi di abbigliamento) e ha intervistato le donne, i clienti e il proprietario del bordello.

Se voi coltivate qualche aspettativa che il Paradise possa rappresentare una scena da Eden della sessualità liberata, sarebbe meglio che vi arrendeste subito. All’inizio, uno dei clienti ha spiegato la sua filosofia agli intervistatori. “Il sesso è un servizio,” ha detto, “Se tu vuoi ottenere del buon sesso, devi pagare abbastanza per esso.” (L’idea che il “buon sesso” possa includere il rispetto, l’intimità o il mutuo consenso non gli passa per la testa: è semplicemente un servizio, una prestazione tra uomo e donna, come se si trattasse della lavanderia o delle pulizie domestiche)  L’intervistatore domanda: “Che effetto ha questo sulle ragazze?” e il cliente sembra sinceramente perplesso. Dopo un attimo di silenzio, ammette: “Non so, non ci ho mai pensato”.
Sembra che un sacco di uomini non pensino a ciò che stanno facendo alle donne che pagano per fare sesso. Quando Josie, che lavora come prostituta al Paradise, mostra il contenuto della sua borsa alle telecamere, offre un inventario triste di dolore – vissuto, previsto ed evitato. “Ho un vibratore.. uno piccolo perché a volte i clienti sono un po’ aggressivi, un po’ rudi”, spiega. Una confezione di medicinali, anestetici genitali: “è come una piccola assicurazione se il dolore diventa troppo forte”, spiega.
Che tipo di “lavoro” può essere questo, per cui le donne devono assumere anestetici per sopportare la penetrazione da parte di uomini che nemmeno pensano che la persona che hanno davanti sia capace di sentimenti? Certo non si tratta del tipo di lavoro per cui le donne sono rispettate per farlo. Michael Beretin, il responsabile del marketing del Paradise, parla delle donne con il massimo disprezzo: “Queste persone sono totalmente fottute, un gruppo di persone senza funzione. Poche di loro hanno ancora un briciolo di anima… è molto triste ma è quello che sono.” (Questa strana contabilità dell’essenza umana mi ricorda una risposta di una tenutaria di un bordello in Nevada a Louis Theroux, nel 2003, contenuta nel documentario Louis and the Brothel: “Una ragazza è brava in ciò che fa se ogni volta lascia un pezzettino della sua anima.”) La teoria secondo cui la stigmatizzazione scomparirebbe con la legittimazione (del lavoro di prostituta, ndr) si rivela pura fantasia, scompare quando si scontra con la realtà dei fatti.
In Germania ci sono ancora magnaccia (i “loverboys” che manipolano le donne nei bordelli e gli rubano i guadagni). Ci sono ancora i trafficanti, che cercano di piazzare i loro prodotti umani nei Paradise. C’è ancora odio nei confronti delle donne. E fondamentalmente, c’è ancora la prassi brutale che le donne vengono scopate per soldi, scopate che fanno male, come se non si sentissero a casa nel proprio corpo. La prostituzione è violenza contro le donne, inflitta dagli uomini. La violenza di essere malmenata con un vibratore, è inferiore alla violenza di essere soffocata, ma anche il fatto di dover fare un confronto è nauseante. Non esiste nessuna “sicurezza” qui – quando i corpi delle donne sono aperti per l’uso maschile, stiamo semplicemente discutendo il confine tra “terrorizzata” e “morta”. La prostituzione non è semplicemente un lavoro con qualche sfortunato, ma inevitabile (maschio, violento) pericolo, che può essere migliorato: è un’istituzione che insiste sulla disumanizzazione delle donne, lo strappar via l’anima per renderle più facili da scopare, da usare, da uccidere. Sotto il cielo o sotto un soffitto, le cose non cambiano. Nessuno sospettava di Steve Wright. Era un cliente abituale. Sono gli “abituali” il problema.

 

Appuntamenti sul tema:

Mercoledì 18 febbraio 2015 – Dalle ore 17,30 alle ore 20,00
Presso la sede della Caritas Ambrosiana in via S. Bernardino 4, Milano

si svolgerà il seminario: “Tratta e prostituzione. Corpi in vendita: il denaro, il grande mediatore” (qui i dettagli).

 

Approfondimenti:

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/02/13/gli-intoccabili-diritti-del-c-o-la-consigliera-di-parita-del-governo-difende-i-quartieri-a-luci-rosse/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2014/05/lesperimento-fallito-della-prostituzione.html

http://femminismoinstrada.altervista.org/autodeterminazione-e-forse-il-sogno-vecchio-e-moderno-dellautonomia-del-se-conversando-partire-da-altre-partire-da-noi/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/02/cosa-accade-nei-paesi-dove-esistono-le.html

http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/02/09/news/prostituzione-106916632/?ref=HREC1-4

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La prostituzione è una forma di violenza

La prostitución no es un trabajo, es violencia

 

Si tratta della battaglia quotidiana di Rosen Hicher, ex prostituta, che oggi lotta proprio per questo: affinché la prostituzione venga riconosciuta come una forma di violenza. Vi propongo la mia traduzione di una intervista concessa a Zulma RamírezSol Camacho Olga L. González (membri del gruppo Aquelarre, qui il loro blog) e pubblicata su El Espectador lo scorso 3 gennaio (qui l’originale). Per riflettere un po’ anche qui in Italia…

 

Rosen Hicher

Rosen Hicher

 

Rosen Hicher è diventata un simbolo in Francia. Dopo aver trascorso più di venti anni nel mondo della prostituzione, dopo una presa di coscienza difficile e graduale, ora combatte apertamente affinché la prostituzione venga considerata una forma di violenza.

Recentemente ha fatto una marcia di 800 km. Perché?
Ho iniziato la mia marcia il 2 settembre, partendo dall’ultimo posto in cui mi sono prostituita e ho visitato tutti i luoghi e le città in cui mi prostituivo, fino ad arrivare al primo posto, al primo cliente, perché è colui che ci trasforma in una prostituta. Dal momento in cui hai avuto un cliente, diventi prostituta per tutta la vita.
Durante i 22 anni passati nella prostituzione, non capivo che venivo violentata, essendo immersa nella violenza, perché ogni cliente è una violenza, gli permettiamo che ci violi. Giunse il momento in cui mi diventò insopportabile sentir dire che come donne “in questo modo abbiamo una forma di sussistenza, per vivere e mangiare”.
La mia marcia è stata anche un modo per aprire il dibattito e affinché anche altre donne si mobilitino e raccontino la verità. Vorrei che altre prostitute ci raccontino le loro esperienze, perché ascoltiamo sempre le stesse voci, le medesime persone che ci dicono che prostituirsi è una buona cosa. Quando si è dentro, non si è coscienti di ciò che si sta vivendo.

Ha trovato sostenitori?
Ho incontrato voci che mi hanno sostenuta, altre prostitute che si univano al mio cammino. Sono certamente rimasta sorpresa di ricevere tante telefonate di donne che mi dicevano “ sì, la prostituzione è una forma di violenza, ma come possiamo fare per uscirne? La soluzione non consiste nel dare diritti alle prostitute, dobbiamo trovare il modo per farle uscire dalla prostituzione.

Se non le crea fastidio, potrebbe raccontarci come è entrata nella prostituzione?
Ho iniziato a marzo del 1988. Avevo appena perso il mio lavoro e guardando gli annunci ho trovato un’offerta di lavoro in un bar, dove mi presentai. Era come rifare qualcosa che avevo sempre vissuto, qualcosa che non mi era totalmente sconosciuto. La prima prostituta che incontrai mi disse: “Sembra che tu abbia fatto questo per tutta la vita”. Perché davo questa impressione? Fino ad allora avevo lavorato nel campo dell’elettronica, ero una moglie e una madre di famiglia! Quella frase mi è risuonata in testa ogni giorno, per 22 anni. Così ho iniziato a scavare nel mio passato e mi sono resa conto che, in effetti, avevo vissuto in quella situazione per tutta la vita: fui violentata a soli 16 anni da un amico di mio padre; vivevo con un padre alcolizzato, è come se fossi stata predisposta a diventare una prostituta fin dalla più tenera età. Quando sono entrata nel mondo della prostituzione, non mi era sconosciuta, dal momento che la violenza era qualcosa che avevo già vissuto e che consideravo come un trattamento naturale e questo è molto grave perché non c’è niente di naturale nel vendersi.

Ritiene che questo sia un percorso comune?
In 22 anni ho incontrato molte prostitute. Quando ho iniziato a contattare le associazioni mi sono resa conto che conoscevano altre donne, e quello che mi hanno raccontato mi ha ricordato ciò che mi dicevano altre compagne sulla loro vita: quasi tutte erano vittime di stupro, di abusi, di violenza domestica e familiare, di violenza e alcolismo dei padri; questo tipo di testimonianze riguarda il 98% delle prostitute.

In che momento ha capito che la prostituzione è una violenza?
Ho sempre saputo che fosse qualcosa di anormale, che prostituirsi non fosse normale. Mi era necessario capire come ero caduta nella prostituzione per poter riconoscere che si trattava davvero di una violenza e così trovare un modo per uscirne. A quei tempi vivevo con un uomo molto violento, vivevo due situazioni di violenza: la violenza domestica e la prostituzione.
In quel periodo era più facile prostituirmi che subire la violenza domestica, inflittami da un uomo (mio marito, ndr) che amavo appassionatamente e che mi aveva chiesto di scegliere (tra lui e la prostituzione, ndr), mi separai da mio marito e questo mi liberò la mente. Questi fatti accaddero nel 1998, dopo 11 anni nella prostituzione. Poi ho lentamente compreso che vivevo ancora nella violenza, ma ho dovuto capire che la violenza quotidiana era la prostituzione e che dovevo darci un taglio. Avevo già eliminato una violenza (mio marito, ndr) e ora mi restava l’altra.

E quanto ci ha messo a farlo?
Dieci anni. È stato tutto un percorso ad ostacoli, perché non solo ho dovuto comprendere come ero finita a prostituirmi, che mi aveva portato a ciò, ma ho anche dovuto affrontare il problema di come avrei potuto vivere senza prostituirmi, senza il denaro della prostituzione. Il denaro diventa una droga, è l’unica cosa che ti spinge a continuare. Mi ci sono voluti circa 6 o 7 anni per capire le ragioni della mia caduta nel mondo della prostituzione e il resto del tempo l’ho impiegato a capire come potevo uscirne. Questo è accaduto all’improvviso. Per me fu come una cura, una presa di coscienza della violenza che vivevo sul mio corpo, che avevo sperimentato nella mia vita di donna, che avevo vissuto nella mia carne… perché non è facile, e a un certo punto fu come se mi si accese una piccola luce che mi fece dire: “Mai più!” e questa fu la decisione definitiva.

Ha mai avuto la sensazione, quando era nella prostituzione, che i rapporti fossero consensuali?
Quando ero dentro, sì ero consenziente, per me era parte della mia libertà, dei diritti di una donna che può disporre come vuole del proprio corpo, erano fatti miei e di nessun altro e non capivo perché volessero proibirmi di prostituirmi.
Una volta fuori, ci rendiamo conto che abbiamo veramente bisogno di protezione. Abbiamo bisogno di essere informate e protette, dobbiamo arrivare a capire che si tratta di un abuso grave, sono violenze. Una volta fuori, accade quella che io chiamo una rivelazione.

In che senso si sentiva libera?
Era il mio corpo, e il mio corpo faceva ciò che voleva. Ma una cosa è certa: se stavo facendo quello che volevo con il mio corpo, gli uomini che venivano a comprarmi non avrebbero dovuto fare quello che volevano con il mio corpo. Ciò può essere una libertà per una donna, ma gli uomini non dovrebbero avere la libertà di acquistare il corpo di una donna.

Ritiene sia possibile uscire dalla prostituzione?
Io ce l’ho fatta, quindi è possibile. Si tratta di un processo lungo, dobbiamo responsabilizzare le donne per farcela. Questo rappresenta molto per molte donne. Esse devono essere in grado di essere consapevoli del fatto che, quando sono entrate nella prostituzione erano state vittime di violenza, in modo da curare prima queste violenze e poi le altre, per guarire dalla violenza contro le donne che deriva dalla pratica della prostituzione.

Cosa può fare lo Stato?
Lo Stato può fare molto, iniziando a proibire l’acquisto: la donna non è in vendita, un corpo non si può comprare; devono essere messe in campo una serie di risorse, di formazione, di sostegno e di aiuto. È essenziale che gli operatori siano consapevoli che la donna prostituta è vittima in ogni senso della parola “violenza”, che prima deve avere il tempo per riposarsi, che ha bisogno di un periodo, io pensoche ne ha bisogno, penso che abbia bisogno di stare da sola per un po’. E poi consentire a queste donne di vivere in un modo diverso, dotarle di mezzi per vivere, perché uscire dalla prostituzione genera molta paura.

Ha ricevuto aiuto da parte delle associazioni?
Mi sono informata in molte associazioni e dopo ho fatto un grosso lavoro personale per capire le mie ragioni e per riflettere su come avrei potuto uscirne e per sapere come avrei potuto sopravvivere dopo. E poi è successo tutto in tempi relativamente brevi, da un giorno all’altro.

Ora le leggiamo alcune frasi di una femminista colombiana, Mar Candela. Lei sostiene: “La prostituzione è un lavoro dignitoso come qualsiasi altro”.

Cosa ne pensa?
Per prima cosa non si tratta di un lavoro. Nella prostituzione non esiste alcuna dignità, nessuno ci rispetta, tutte nascondiamo la nostra attività, perché non è una cosa degna, non sarà mai un lavoro.

Candela afferma anche che: “La prostituzione è l’esercizio della nostra sessualità”.

L’esercizio della nostra sessualità? Intende dire quella degli uomini? La prostituta non ha sessualità, la prostituta subisce. Lei accetta solo perché ci sono i soldi, altrimenti non lo farebbe.

Mar Candela sostiene che non esiste un collegamento tra la tratta di esseri umani e la prostituzione.

C’è un gran numero di persone vittime di tratta. Per questo io spesso dico: se importano donne dall’estero è perché c’è domanda. E se c’è domanda è perché la prostituzione è ancora consentita. Il giorno in cui non ci sarà più domanda, cesserà la vendita e l’importazione di donne. Un cliente vuole oggi una donna bianca, domani una di colore, dopo una asiatica e per rinnovare l’offerta devono andare a cercare altre donne sempre più lontano. E queste donne sono spesso costrette a subire promesse del tipo: “Diventerai una modella, avrai un lavoro come cameriera, ecc.”, e invece diventano prostitute.

Mar Candela, inoltre sostiene che “Oggi le puttane decidono!”

Devo dire una cosa: la prostituzione oggi è identica a quella di ieri. Siamo qui per soddisfare i desideri sessuali dei nostri uomini. Quando un cliente arriva con un biglietto da 100 euro e ci chiede di essere sodomizzate, sesso orale o di picchiarci, accettiamo, ma non lo vorremmo. Non si sceglie il cliente, sono loro che scelgono noi. Non ho mai scelto i miei clienti, è sempre stato il cliente a scegliermi, è sempre lui che sceglie e che chiede. Non si può dire “no”, perché se dici “no”, non hai soldi. Se dicessimo no a qualcuno, dovremmo dire no a tutti. Perché, infatti, nel momento in cui abbiamo detto no a un cliente, è perché abbiamo iniziato a capire che ciò che chiede non è normale… e che tutte le cose che ci chiedono i clienti sono anormali! Ci sono passata anche io, ho incominciato a dire no a qualcuno, ci ho messo 2 o 3 anni, ma dopo tre anni ho incominciato a dire no a tutti. È il processo di presa di coscienza della situazione di dominio in cui si vive, ed è l’inizio della guarigione.

In Europa, il 50% delle donne che si prostituiscono sono immigrate, conosci qualcosa a proposito di queste donne?
Ho iniziato a prostituirmi nel 1988. A quei tempi l’80% delle prostitute era francese, il 20% immigrate. Quando ho lasciato la prostituzione nel 2009, il 90% delle donne erano straniere e il 10% di francesi. Molte donne arrivano in Francia dalla Nigeria. Donne che non hanno mai avuto un’identità, bambine nate senza identità.
Ci sono un sacco di giovani donne dell’Est che rimangono nel mondo della prostituzione perché gli hanno rapito i figli o perché hanno minacciato le loro famiglie, perché gli hanno tolto i documenti e li hanno sostituiti con documenti falsi, questo accade in Francia e dappertutto. Nonostante ciò si condanna la prostituta, anziché aiutarla. Nel mio paese si dice che sia una vittima, però è una vittima che viene condannata.

 

 

Deseo expresar mi solidaridad con Aquelarre en Colombia, sobre su campaña para explicar porqué el proyecto de ley 79 es nocivo para las mujeres y para la sociedad.

Simona

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Donne piccole come stelle

la donna cannone

 

Qui di seguito pubblico la mia traduzione dell’intervento di Rachel Moran al FemiFest 2014 (qui l’originale sul suo profilo FB). Ci sono dei passaggi molto forti, che mi hanno fatto stare male, ma dovevo finire di tradurre, perché queste storie devono essere raccontate. Ogni volta che leggo storie di questo tipo, mi chiedo come si possa ancora voltare la testa dall’altra parte e non cercare di trovare delle soluzioni per strappare queste donne da questo inferno sulla terra. Manca forse la volontà, non solo politica, di sradicare un’abitudine più diffusa di quanto di possa pensare? Come si fa con la gramigna, dobbiamo impegnarci a sradicare la prostituzione. Non ci sono alibi. Questa è violenza e nessuno stato dovrebbe rendersi complice di essa, anzi dovrebbe mettere a disposizione le risorse necessarie per combattere la tratta e lo sfruttamento delle donne da parte di organizzazioni criminali piccole o grandi. Chiedo a coloro che considerano la prostituzione una professione come le altre e che portano avanti proposte di legge in questa direzione, la consigliereste a una figlia, a una nipote o a un’amica? La prenderebbero mai in considerazione per se stesse? Oppure, forse, sarebbe il caso di garantire a tutte le donne una valida alternativa per sopravvivere?

Un’altra annotazione: qualora venga approvata in Italia una legge che riapra le case chiuse e che preveda un registro delle sex workers, per quanti anni una donna potrebbe verosimilmente svolgere questo mestiere? Cosa accadrebbe nel caso volesse smettere? Che futuro lavorativo potrebbe avere? Che diritti lo stato le garantirebbe? Di cosa potrebbe vivere? Non raccontiamo balle, raccontiamo le cose come stanno!

 

Prima di tutto desidero affrontare cosa significa per me il Radical Feminism, in relazione al mio ruolo di attivista abolizionista e, da un punto di vista emotivo, in quanto sopravvissuta al mondo della prostituzione.
Tre anni fa iniziai a scrivere su giornali e blog sotto lo pseudonimo di FreeIrishWoman. Ho notato che i miei scritti venivano largamente diffusi e condivisi da un particolare gruppo di femministe: le femministe radicali. Le storie che raccontavo erano sulle esperienze di una senzatetto, socialmente rinnegata, una prostituta di appena 15 anni, mi sarei aspettata la solidarietà di tutta la comunità femminista. Per fortuna non ero totalmente all’oscuro delle divisioni tra coloro che si definivano femministe, altrimenti sarebbe stato scioccante scoprire che, mentre le mie parole e le mie esperienze venivano condivise dalle femministe radicali, allo stesso tempo venivano ridicolizzate e contestate in merito alla loro autenticità, da coloro che si definivano femministe liberali.
Il femminismo liberale – che sostiene che qualunque cosa faccia una donna è un modo per emanciparsi, purché non abbia una pistola puntata alla tempia – mi è sempre sembrato come un cumulo di scemenze, quindi non posso dire che fossi delusa. Ferita sì e soprattutto irritata. È sia irritante che traumatico per me sapere che c’è un intero esercito di giovani donne bianche, socialmente privilegiate che parlano della prostituzione come un simbolo di emancipazione femminile. Ciò che fanno è emettere delle valutazioni su esperienze che non hanno mai vissuto in prima persona, potendo trascorrere anni a studiare per tenersi lontane da quelle classi sociali le cui donne più facilmente rischiano di fare quel tipo di esperienze, hanno deciso che è una cosa innocua, sicura, nonostante le evidenti prove di quanto possa essere dannosa come esperienza, è per me la forma più ripugnante di ipocrisia.

Talvolta, noi che raccontiamo la verità su cosa sia il commercio globale del sesso ci troviamo vicine alla disperazione, schiacciate sotto il peso dell’opinione pubblica prevalente, immersa nell’ignoranza; sia intenzionale che casuale, in oblio, talvolta istintivamente innocenti, e quando lo sono appare molto più frustrante. Siamo consapevoli di come gli interessi del patriarcato siano al servizio dell’esistenza stessa del commercio globale di sesso e dell’annientamento di innumerevoli vite di donne che si spengono in questo modo. È irritante, pertanto, per tutte noi, ascoltare le femministe liberali che sulla scia del modello patriarcale, ci vogliono vendere l’idea che il nero sia bianco, ribaltando la frittata, e che la schiavitù possa essere liberazione. Confondere il consenso con la liberazione è l’attività di coloro che non sanno che l’oppressione non può funzionare senza di esso. Ma il consenso all’oppressione, il consenso sotto costrizione non è consenso vero e proprio. La coercizione stessa ha trasformato il consenso in qualcosa di diverso e lo ha allontanato dalla sua vera natura. Il consenso sessuale vero non è realizzabile in questo caso. Il consenso sessuale può esistere solo al di là delle regole del commercio; è qualcosa che esula dalla vendita e dall’acquisto. Tuttavia, l’abuso sessuale ha spesso un prezzo e quando ciò accade, noi lo chiamiamo prostituzione.

Sono stanca dell’ignoranza delle donne che non comprendono questo aspetto, ma sorprende qualcuno il fatto che queste donne siano, come ho già detto, bianche, privilegiate e giovani? Dubito che qualcuna delle donne qui presenti si sorprenda di questo dato, perché le persone socialmente privilegiate sono lontane dal tipo di vita di coloro che sono socialmente emarginati, questo è ovvio per chiunque abbia un briciolo di buon senso.

Riconosco che siamo stanchi, frustrati e infuriati, a ragione. Ogni volta che parliamo apertamente, fanno di tutto per chiuderci la bocca. Abbiamo avuto degli esempi nelle ultime settimane. Mentre parlo, ci sono delle fools che lanciano petizioni contro questa conferenza da Edimburgo a Brighton e viceversa. Il consiglio più gentile che posso fare a costoro è di andarsi a rileggere il significato del termine femminista. Naturalmente, dovrei anche consigliargli di ignorare il risultato di tale ricerca, in quanto in molti dizionari il femminismo è trattato come una questione di uguaglianza sessuale, che è come mettere il carro davanti ai buoi. Una donna che crede nell’uguaglianza sociale, economica e politica tra i sessi non è femminista, ma una utopista. Noi non viviamo in quel mondo, noi non abbiamo uguaglianza, e come molte femministe radicali sanno, un prerequisito dell’uguaglianza è lo smantellamento della supremazia maschile. Come prima cosa dobbiamo essere liberate da questo. Allora e solo allora potremo vivere le nostre vite come eguali.

La semplice crudeltà della posizione delle femministe liberali è qualcosa, che a quanto pare, sfugge anche a loro. Il loro atteggiamento è come se dicesse a tutte le sopravvissute che ogni stupro che hanno subito non importa, che ogni sorta di violenza sessuale rientra nei rischi della professione e che gli stupri di gruppo non sarebbero accaduti se ci fosse stata una legislazione ad hoc che li vietava. Bene, ho una notizia per loro: in Germania sono di gran moda i pacchetti che offrono stupri di gruppo e i bordelli a tariffa forfettaria. Per chi non sapesse di cosa si tratta, i bordelli a tariffa forfettaria sono come dei buffet della prostituzione. Gli uomini pagano una “tariffa flat” e possono utilizzare il corpo delle donne per tutto il tempo in cui sono umanamente in grado di reggere. A volte sono associati a pacchetti di stupro di gruppo, per cui cinque, sei o sette uomini arrivano al bordello insieme, pagano la tariffa flat e abusano di una donna fino a quando lei riesce a malapena a stare in piedi. Mi sono arrivate foto scattate nei bordelli tedeschi. Erano di una ragazza di 19 anni, incinta di 7 mesi, stuprata da una mezza dozzina di uomini. Questo è il vero volto del commercio di sesso regolamentato, per cui le femministe liberali combattono.

Qualcuno ha sostenuto, nel corso delle campagne contro questa conferenza, che sto mettendo in pericolo la vita delle donne che si prostituiscono. È significativo come la profondità della loro incomprensione emerga dalle accuse che mi rivolgono. Quando mi prostituivo c’era solo un gruppo di persone che mettevano in pericolo la mia vita e non erano di certo le abolizioniste; erano i clienti; quei clienti che non avranno mai un pompino da quelle femministe liberali che difendono e sostengono i diritti di questi uomini ad avere pompini da altre donne; donne senza risorse economiche, svantaggiate dal punto di vista dell’istruzione, socialmente svantaggiate e emarginate. Dove pensiamo di andare con tutti questi ostacoli? Cosa facciamo con tutta la rabbia inevitabile, una reazione umana intrinseca all’ingiusta accusa di essere definite bugiarde, quando stiamo raccontando la verità? La prima cosa che mi preme dirvi per incoraggiarvi: questa situazione non durerà per sempre. La stessa ipocrisia delle femministe liberali sarà la rovina delle loro argomentazioni. La dottrina secondo cui l’emancipazione può scaturire anche da questo tipo di esperienze (che noi combatteremo con le unghie e con i denti per evitarcela) ha una scadenza. Quale può essere il senso di una cosa che ha una data di scadenza? Per quanto popolare possa essere, permane il fatto che tale dottrina è destinata a deperire – stile Emperor’s New Clothes. In questi ultimi anni mi ha confortata molto (specialmente negli ultimi 18 mesi da quando il mio libro, Paid for, è stato pubblicato) non solo dalle verità che ho raccontato io, ma anche da quelle raccontate da tante altre donne che non hanno vissuto queste esperienze ma le hanno fatte conoscere. Sono confortata dal fatto che sorgono continuamente nuovi movimenti abolizionisti, anche laddove non esistevano, ho notato che laddove è avvenuto un rafforzamento dell’abolizionismo, si sono verificate delle collaborazioni tra movimento abolizionista e movimento femminista radicale, o quanto meno una forte adesione dell’abolizionismo ai principi del femminismo radicale.

La verità è che le femministe radicali stanno dal lato giusto della storia, sono le uniche femministe che hanno il quadro completo, e ne conoscono le ragioni. Le femministe socialiste hanno il mio rispetto, ma non hanno ben chiaro il quadro completo. La prostituzione non esiste come conseguenza della privazione dei diritti economici delle donne. La povertà è un fattore di sostegno. Non la causa. I fattori di sostegno non sono le cause di un fatto. Sono semplicemente dei fattori che supportano un fenomeno. La prostituzione esiste per un solo motivo: il motivo è la domanda maschile. Nessun grado di povertà da solo sarebbe in grado di generare la prostituzione, se non esistesse la domanda di sesso da parte degli uomini.

Oggi chiedo a tutte le donne presenti sostegno e collaborazione nella lotta contro questo flagello che pesa quasi esclusivamente su ragazze e sulle donne. Noi dobbiamo combattere questo (flagello), non strappandone le foglie, non potandone i rami e nemmeno tagliandone il tronco, dobbiamo sradicarlo partendo dalle sue radici. Per quanto questa impresa possa sembrare ardua e scoraggiante, abbiamo già gli strumenti per realizzarla. Per fortuna non siamo totalmente confuse come le femministe liberali, né zoppichiamo nel comprendere come le socialiste. Noi sappiamo che la prostituzione è sia una conseguenza che un emblema della subordinazione delle donne, la comprensione di questo è il punto di partenza da cui partire per smantellarla. È molto importante non cedere mai in questa battaglia. Non dobbiamo mai cedere alle tattiche delle lobby pro-prostituzione, la prima delle quali è far finta che la prostituzione non sia una questione morale. Permettetemi di dire a voi e a tutto il mondo: puoi essere dannatamente certo che la prostituzione sia una questione morale, i diritti umani lo sono sempre.

Secondo la lobby pro-prostituzione, gli abolizionisti sono impegnati in una “crociata morale” per liberare il mondo dalla prostituzione. “Crociata” è usata qui in termini dispregiativi e viene collegata alla morale in modo tale da conferirle un senso di scherno sprezzante. La morale in sé, ci viene detto, è qualcosa di negativo, infondato e pertanto sbagliato. Sinceramente la follia sta nell’affermare che discernere tra giusto e sbagliato sia una pratica errata, cosa che sembra sfuggire ad alcune persone.

Sono stanca di sentire persone che aprono le loro argomentazioni abolizioniste dicendo “io non sono una moralista, ma…” Siamo tutti moralisti, a meno che non siamo psicopatici, e da quando in qua la moralità è una parolaccia? La risposta è questa: la morale è diventata una parola sporca in quanto tipica di alcune persone che girano la testa dall’altra parte (facendo finta di non vedere, ndr) e fingono che la morale sia abrogata e senza valore in questi casi; e troverete, di volta in volta, che le persone che sposano quelle tesi stanno difendendo qualcosa di chiaramente sbagliato, pertanto la loro continua insistenza non dovrebbe avere alcuna chance.

Vi è un’altra affermazione senza senso, secondo cui chi si oppone alla prostituzione lo faccia sulla base di posizioni di tipo religioso, come se non esistessero atei dotati di senso etico. I principi morali che influenzano e governano la condotta umana spesso si fondano su un innato senso di cosa sia un comportamento umano dannoso o meno. La prostituzione è dannosa per la psiche umana a ogni livello concepibile; è proprio la sua dannosa e degradante natura che dà origine al senso immediato di opposizione che proviamo quando immaginiamo la prostituzione come un aspetto nella vita delle donne che amiamo (la sua natura dannosa rende inconcepibile accettare che la donna che amiamo si possa prostituire, ndr).
Cerchiamo pertanto di impegnarci sui seguenti punti: che la prostituzione esiste a causa della domanda di sesso maschile, che conosciamo perfettamente e non sarà scossa dal fatto che noi affermiamo quanto sia assolutamente sbagliata. C’è un motivo per cui dobbiamo combattere con costanza facendo perno su questi punti; il motivo è che i nostri avversari sanno che possiamo avere la meglio.

Lasciatemi ripetere che oggi sono qui a chiedere il vostro sostegno nella lotta contro la prostituzione. Questo è un invito all’azione. In tutta Europa, i nostri politici stanno iniziando a discutere sempre più spesso in merito di prostituzione, e proprio lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza l’approvazione dell’Honeyball report, che richiede un’ampia adozione del modello nordico da parte dei paesi membri dell’UE. Quando i vostri politici ne parlano, sosteneteli; e se non ne parlano, incoraggiateli a farlo. Quando vi accorgete di una campagna abolizionista che viene lanciata – e ne vedrete sempre di più; il movimento abolizionista sta crescendo – per favore date una mano, donando il vostro tempo, le vostre energie e fatevi sentire.

Sto lavorando con il gruppo SPACE International. SPACE è l’acronimo di ‘Survivors of Prostitution-Abuse Calling for Enlightenment’. La nostra azione copre al momento 7 paesi e tutte noi stiamo facendo un enorme sacrificio per parlare pubblicamente delle violenze che abbiamo subito e delle nostre esperienze nel mondo della prostituzione. Abbiamo amici e alleati in diverse organizzazioni internazionali e stiamo guadagnando terreno, ma non possiamo fare tutto ciò senza il sostegno delle donne in pubblico. Vi invito a unirvi a RadFemUK o a gruppi simili, e di sostenere le loro azioni, condividendo e diffondendo i loro materiali e le loro campagne. Abbiamo bisogno di un’ondata di sostegno da parte delle donne, ma forse prima che ciò accada, abbiamo bisogno di ricordare che i corpi delle loro figlie sarebbero altrettanto graditi nei bordelli e nei quartieri a luci rosse così come lo sono stati i nostri, nel caso in cui le circostanze della vita dovessero portarle in quella direzione.
Rachel Moran

 

P.S.

Il titolo di questo post è tratto da una canzone di Mia Martini, scritta da Enzo Gragnaniello (qui, tutta da ascoltare).

L’immagine è tratta dalla copertina de La donna cannone di Francesco De Gregori.

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