Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Doppia violenza. Quando le istituzioni creano ostacoli

Fonte Freepik


Quanto costa denunciare? Quanto irto di ostacoli diventa poi quel percorso? Perché, ancora oggi, permane un carico pesante da sopportare per le donne sopravvissute alla violenza o che stanno cercando protezione per sé e i propri figli e un aiuto per uscirne? Da cosa è composto quel cumulo di rivittimizzazione?

La parola e i racconti delle violenze vengono sempre messi in discussione. In quanto donne è come se dovessero sempre dimostrare infinite volte l’attendibilità, la coerenza di ciò che denunciano. Su questo si sofferma la guida a cura di CADMILa doppia violenza – Violenza sulle donne, istituzioni e vittimizzazione secondaria.

 

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Torniamo a interrogarci sul valore che diamo alla vita delle donne


Questo 25 novembre, si fa fatica a scrivere, perché le parole risuonano sempre più inutili, cadono vane nel vuoto lasciato dalle donne alle quali la vita è stata interrotta, all’improvviso, perché un uomo ha deciso che quella vita non potevano, non meritavano di continuare a viverla.

E di anno in anno ci ritroviamo davanti a questo abuso che pesa sulle nostre esistenze, giorno dopo giorno a raccogliere frammenti di forza per non fermarsi mai di fronte a ciò che accade, lo dobbiamo a Violeta e a Jessica, a tutte le sorelle che non possiamo più abbracciare, ai loro sorrisi e ai loro sogni.

Jessica Faoro voleva farcela da sola, cercava di uscire dalle difficoltà con tutto il coraggio e l’orgoglio di una giovane donna, alla ricerca solo di un po’ di serenità e di un futuro meno doloroso della sua infanzia e adolescenza. La giustizia ora seguirà il suo percorso, ma a dirla tutta, tante altre responsabilità, oltre a quelle di Garlaschi che l’ha trafitta con 85 coltellate, resteranno nell’ombra.
Un silenzio che devo dirlo si stende su tutti i bambini e gli adolescenti che passano il tempo tra una famiglia affidataria e una casa famiglia.

Un silenzio che li travolge una volta maggiorenni, considerati evidentemente autosufficienti, nonostante sappiamo bene quanto questo non corrisponda ad un’analisi della realtà. E se alle domande che avevamo posto dopo il femminicidio di Jessica non ci è mai giunta risposta, se a qualcuno interessa il destino di giovani vite come quella di questa ragazza, se vi resta un po’ di coscienza, adoperatevi affinché venga fatta piena luce sulle ragioni che avevano costretto questa ragazza ad accettare l’ospitalità di colui che sarebbe diventato il suo carnefice.

Terribile che si continui a esercitare una rimozione ogni qualvolta accadono simili tragedie, eppure sembra di scorgere sempre la stessa sottovalutazione dei segnali di pericolo e di rischio, una sequenza che non riusciamo a interrompere. Per una volta smettiamola almeno con l’ipocrita messinscena e dedichiamo anche solo un briciolo del nostro tempo a sospendere tutte le diatribe, le logiche di calcolo, i veti incrociati, i veleni, i distinguo, i ragionamenti autoreferenziali per pretendere in modo deciso che in questo Paese la violenza contro le donne non passi più come un flash di cronaca, ma sia finalmente considerato una questione cruciale, centro di un impegno politico che nasce dalla piena consapevolezza che tutto questo è violazione dei diritti umani, che le numerose forme di controllo e di annientamento delle donne sono il prodotto mortifero della cultura patriarcale che continuiamo a coltivare e a diffondere a piene mani, uomini e donne.

Guardiamoci dentro e iniziamo, partendo da noi, un viaggio, lungo, certamente faticoso e doloroso, per sbarazzarci di quel senso di oppressione e di ineluttabilità. Indubbiamente non avremo risultati visibili nell’immediato, ma quanto meno ci saremo liberate da una serie di scorie eredità di secoli in cui i nostri corpi sono stati campi di battaglia, oggetto di ogni tipo di sfruttamento, crimine, puro dominio indiscusso maschile, che tuttora molti uomini si sentono legittimati ad agire, un diritto e in alcuni casi un dovere di “piegarle per rieducarle”.

 

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Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi di genere e violenza


Dopo l’ondata del 25 novembre, prendiamoci del tempo per riflettere. Per cercare di capire in che contesto viviamo, quale sia il punto di vista degli italiani e delle italiane sul tema, che tipo di cultura permea le relazioni e la nostra società, per fare il punto su quali leve e aspetti lavorare.

Il 23 novembre sono stati presentati i risultati di una indagine “La percezione della violenza contro le donne e i loro figli”, condotta da Ipsos per conto di WeWorld Onlus, organizzazione non governativa che da quasi 20 anni promuove e difende i diritti dei bambini e delle donne a rischio in Italia e nel mondo. È stata l’occasione a distanza dalla precedente ricognizione, del 2014, per fare un bilancio dell’opinione di un campione di 1000 persone (49% uomini, 51% donne tra i 18 e i 65 anni) intervistate nel mese di ottobre 2017, su una serie di affermazioni in tema di stereotipi di genere (tra parentesi la somma delle percentuali di chi è molto d’accordo o abbastanza d’accordo):

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa con i bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente a una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%)

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Respect-MI: insieme si può


Al via il progetto promosso dall’Associazione Libere Sinergie per sensibilizzare e informare la cittadinanza sulla violenza di genere, coinvolgendo tutti i soggetti del territorio, a partire dalle Scuole.

Il 26 novembre, presso il giardino di via Montegani a Milano ed in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, verrà inaugurata la panchina rossa promossa dall’Associazione Libere Sinergie. Primo step di un percorso che, come spiega la presidente della neonata Associazione, che ha curato la stesura dettagliata del progetto per le scuole, Simona Sforza, “consiste nel dipingere di rosso alcune panchine dislocate nei parchi e nelle vie della città, specialmente in periferia, per non dimenticare le donne vittime di femminicidio”. Panchine che però “devono essere – continua Sforza – dei simboli fisici tangibili di un impegno quotidiano di tutti e di tutte per aiutare le donne a uscire da situazioni di violenza, un luogo per diffondere consapevolezza e sensibilità su queste vite segnate o interrotte dalla violenza”.

L’iniziativa, nata con il patrocinio del Municipio 5 del Comune di Milano, si svolgerà a partire dalle 15:00 e vedrà la partecipazione, fra gli altri, degli studenti della III C dell’istituto Kandinsky che si faranno autori e protagonisti delle successive fasi del progetto, ovvero la decorazione grafica della panchina, attraverso un percorso prima di riflessione e di approfondimento del fenomeno della violenza in laboratori specifici e poi di personalizzazione e realizzazione di una idea artistica, che renda “parlante” la panchina. Il coinvolgimento delle scuole rimane infatti una delle priorità per l’Associazione Libere Sinergie per combattere la violenza di genere come problema culturale.
Periodicamente verranno organizzati presidi informativi proprio presso la panchina, affinché la cittadinanza sia coinvolta permanentemente e faccia proprio il senso e gli obiettivi del progetto che la panchina materialmente rappresenta.
Il progetto vede anche il sostegno e la collaborazione di Mister Caos, poeta di strada e fermo sostenitore della lotta ad ogni forma di violenza, che ha aderito all’iniziativa sottolineando “come in un’epoca in cui si comunica e si scrive tanto velocemente senza dare troppo peso a quello che si dice, sia bello creare un percorso condiviso e dare forza ad un progetto come questo: diretto, all’aperto, gratuito e che coinvolge zone della città bellissime, ma cariche di complessità. ”
La prima panchina ed a seguire tutte le altre, che verranno dipinte di rosso da Libere Sinergie e dalle scuole di volta in volta coinvolte, riporteranno tutte il numero nazionale antiviolenza 1522, perché oltre che un momento di riflessione vogliono essere uno strumento utile per segnalare a chi rivolgersi per iniziare un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Libere Sinergie nasce il 26 giugno 2017 dalla duplice volontà di portare avanti progetti educativi per prevenire la violenza di genere e fornire una sorta di mappatura di servizi già esistenti. Il tema della violenza non è il solo che compone gli obiettivi dell’Associazione: salute di genere e prevenzione, lavoro al femminile e forme di work-life balance, allargando fino a presidiare e a sostenere tutti i diritti delle donne, per raggiungere una società sempre più egualitaria e paritaria, in cui tutte e tutti possano esprimere le proprie potenzialità, senza muri o ostacoli.

Mister Caos, che ha fatto degli spazi cittadini le pagine su cui scrivere le sue poesie, è organizzatore e direttore artistico della seconda edizione del festival internazionale della poesia di strada. Le sue composizioni sono affisse a Milano, Roma, Palermo, New York, Parigi ed Hong Kong, per citarne alcune.

Associazione Libere Sinergie: http://www.liberesinergie.org
Mister Caos: http://www.mistercaos.com

Milano, 23 novembre 2017

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Quante donne ancora? #nonunadimeno

gabbia
Il mio contributo per la il 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Qui di seguito un estratto.
Tutti gli interventi necessari alla prevenzione e al contrasto di questa piaga devono essere multidisciplinari, multilivello e soprattutto occorre focalizzarsi sull’educazione, che serve a sradicare i fattori culturali all’origine della violenza.
Chiaramente il cuore di questo processo è la scuola, sin dalla prima infanzia, per costruire una cultura nuova fondata sul rispetto, per superare stereotipi, ruoli, gabbie e modelli distorti.
All’art. 12 della Convenzione si parla proprio della prevenzione, per non trovarci tra 10 anni allo stesso punto di oggi: le Parti si impegnano ad adottare “le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini.” All’art. 14 leggiamo: “includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.”
Parlando di scuola dobbiamo focalizzarci sulle relazioni, affinché siano paritarie e basate sul rispetto reciproco e delle differenze. Spesso si mettono in atto comportamenti che sono indice di lacune di educazione affettiva. Come decifrare, elaborare, affrontare, gestire le emozioni, specialmente se si è in una fase della vita piena di cambiamenti?
Essere consapevoli, conoscersi, accettarsi, comprendere e rispettare gli altri, saper affrontare gli scogli e le maree emotive non è cosa da poco e la scuola deve sostenere questi processi, se vuole alimentare una crescita a 360° dei futuri adulti. Perché la famiglia non è sufficiente.
Non si possono lasciare i bambini e i ragazzi da soli e senza strumenti, alla mercé dei soli istinti e modelli stereotipati secolari. Non da ultimo occorrerebbe lavorare sui contenuti dei libri di testo. Intanto siamo ancora in attesa delle linee guida del Miur per la prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni (qui una circolare sui contenuti).
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DOMANI sarò insieme a tante compagne alla Manifestazione #Nonunadimeno. Inondiamo Roma per dire “Basta a ogni forma di violenza che soffoca le nostre esistenze”, partecipiamo in tante e tanti alla manifestazione nazionale.
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p.s. il video Rai (che ha suscitato molte polemiche) realizzato per il 25 novembre lo potete vedere a questo link.
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La violenza sulle donne è un fatto politico

Matisse

 

Il 25 novembre e per tutto il mese di novembre si riaccendono i riflettori sulla violenza di genere. Poi al giro di mese si torna nelle catacombe.

Allo stesso tempo c’è chi se ne occupa tutto l’anno, ma è un impegno invisibile, silenzioso. Ci vuole un piano di azione organico, ma sappiamo quanto sia complesso fare lavorare sinergicamente tutti gli operatori, i livelli di intervento (dalla gestione delle emergenze a quello culturale, più a lungo termine) sul lungo periodo, in maniera capillare sul territorio nazionale.

In un articolo recente si parlava della legislazione spagnola come un esempio virtuoso di protezione integrale contro la violenza di genere. A questo punto mi sorge una domanda: perché le donne spagnole hanno manifestato a Madrid lo scorso 7 novembre? Semplicemente perché hanno guardato in faccia la loro situazione, hanno rifiutato di assuefarsi alle morti delle loro sorelle, a una situazione molto simile a quella italiana, hanno compreso l’importanza di riappropriarsi degli spazi pubblici e di riprendersi la parola in piazza, rivendicando che la violenza di genere diventi una questione politica, di Stato, facendola così uscire dalla dimensione privata.

Da noi, dopo una breve stagione in cui sembrava insorgere una lotta collettiva e sembrava levarsi la necessità di non poter risolvere le cose rimanendo nella sfera personale o poco più in là, ci siamo nuovamente rituffate proprio lì. Come descrivere la percezione che si ha osservando il nostro paese?Una miriade di micro-commemorazioni della nostra condizione permanente di soggetti “destinati” alla violenza, perché a volte la sensazione è proprio questa.

Ma la violenza non può e non deve essere vissuta come un destino ineluttabile, definito dall’appartenenza al nostro genere. Certamente in queste occasioni c’è spazio anche per le riflessioni, ma spesso sono partecipate e indirizzate a chi già ha una buona sensibilità e conoscenza del tema. Per non parlare poi dell’ambiguità di alcuni contesti, che vogliono rieducarci sul rapporto uomo-donna.

Pochi i casi di lavoro diffuso, quello vero, che cerca di incontrare le persone, soprattutto le giovani generazioni per comprendere la mole di lavoro che c’è da fare, per fornirgli gli strumenti culturali necessari per una lettura diversa del mondo e dei bombardamenti comunicativi a cui siamo soggetti. Questo lavoro è prezioso e spesso poco valorizzato. Non piace? Piace avere sempre sotto controllo pubblico e situazione? Piace avere di fronte sempre lo stesso pubblico iperselezionato e addomesticato? Allora le situazioni “aperte” non fanno per voi. Ecco perché si pensa che sia più che sufficiente l’enorme mole di convegni e iniziative sul tema della violenza. La realtà là fuori però è ben diversa di una trattazione cattedratica, inamidata.

 

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http://www.dols.it/2015/11/25/la-violenza-sulle-donne-e-un-fatto-politico/

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Violenza contro le donne. Come vivere nel “braccio della morte”

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

 

25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Secondo gli ultimi dati Istat 2015 (sul 2014 – doc 1 e doc 2 )  “sono 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza. Vedremo come questo può innescare “reazioni di resistenza” da parte di alcuni uomini.

È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%).”

I numeri ufficiali non testimoniano adeguatamente cosa accade, perché ancora tante violenze restano sommerse, mai denunciate. Quel miglioramento non significa che stiamo meglio, visto il numero di femminicidi, di violenze indirette sui figli, di donne che non vengono aiutate sino in fondo, nonostante le denunce. Eppure denunciare è l’unico modo per iniziare a uscire dal silenzio e dal tunnel della violenza. Dobbiamo aiutarle a liberarsi dalle catene di partner che le controllano ed esercitano ogni tipo di violenza su di loro.

Il 25 giugno 2012, Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU, nella sua presentazione del rapporto sugli omicidi di genere ha affermato: “Culturalmente e socialmente radicati, (questi fenomeni) continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma (impunità anche da parte delle isituzioni, attraverso azioni o omissioni dello Stato, ndr). (…) Le donne che sono soggette a continue violenze, che sono costantemente discriminate, è come se vivessero sempre nel “braccio della morte”, con la paura di essere giustiziate.” Una condizione che è trasversale, per cultura, nazionalità, religione e status. Il termine femminicidio lo dobbiamo alla parlamentare femminista messicana Marcela Lagarde: una forma estrema di violenza di genere, come violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine. Perché c’è ancora un problema di fondo: per molti le donne non sono esseri umani a tutti gli effetti. Deumanizzarci è una delle vie attraverso la quale si legittima la violenza nei nostri confronti. L’oggettivazione è una forma particolare di deumanizzazione, attraverso cui possiamo essere trattate come oggetti, strumenti e merci. Chiara Volpato, nel suo “Deumanizzazione – come si legittima la violenza“: “l’oggettivazione delle donne contribuisce al mantenimento dell’ineguaglianza tra i generi e alla diffusione di atteggiamenti e comportamenti sessisti. L’esposizione a immagini mediatiche che oggettivano le donne influenza i giudizi sulle donne in generale e causa una più accentuata tolleranza degli stereotipi di genere, del mito dello stupro (le donne provocherebbero lo stupro con il loro comportamento), delle molestie sessuali (…).” Pensiamo al bombardamento di immagini e messaggi oggettivanti, al porno ecc.

Questa mentalità è all’origine dello sfruttamento sessuale delle donne in prostituzione.

 

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http://www.mammeonline.net/content/violenza-contro-le-donne-come-vivere-nel-braccio-morte

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#25novembre tutto l’anno

Illustrazione di Marika Sorangelo per il progetto “Insieme contro la violenza”

Illustrazione di Marika Sorangelo per il progetto “Insieme contro la violenza”

 

Tra il mese di ottobre e di novembre ho cercato di analizzare le molteplici sfaccettature della violenza. Ho iniziato in anticipo rispetto al 25 novembre, perché è attorno a questa data che si susseguono i soliti teatrini, bilanci, dati, indagini, eventi e atti di circostanza, poi si torna nel silenzio generale. Mi piacerebbe che ci fosse un dibattito permanente lungo tutti i 365 giorni dell’anno. Non è sufficiente ratificare la convenzione di Istanbul e poi dare una parvenza di interesse un solo giorno all’anno. Se poi è tutto un mero dato di cronaca nera, senza un approfondimento serio, si capisce che siamo sempre al palo. La percezione della violenza domestica (qui) parla da sé.

Oggi voglio lasciare la parola a Emma Baeri che in un articolo del 30 ottobre, dava una importante lettura della violenza. Ogni volta che ascolto o leggo un intervento di Emma Baeri non posso che ringraziarla per il suo lavoro incessante e sempre profondo. Il suo rimarcare il fattore culturale è cruciale, così come la necessità di un lavoro a partire dalle stesse donne.

“Emma Baeri, storica, scrittrice e femminista catanese di lungo corso lo dice chiaramente: «Le statistiche dicono che la maggior parte delle violenze sulle donne e dei femminicidi avviene tra le mura domestiche, perpetrate da uomini bianchi, occidentali».
La violenza è un fatto culturale, riguarda quel patriarcato che definisce il rapporto tra uomo e donna in termini di dominio e sottomissione.
Quella contro il femminicidio è una battaglia che deve essere combattuta prima che sul piano dell’ordine pubblico su quello dell’educazione sentimentale. Non è inasprendo le pene che gli uomini smetteranno di considerare le donne una loro proprietà», «Le bambine vengono educate da sempre alla generosità e alla comprensione, secondo un modello per il quale il loro essere potenziali generatrici di vita le renda automaticamente un prototipo materno – prosegue Baeri – È un condizionamento profondissimo, che viene da lontano. Perché di fronte alla pretesa di possesso degli uomini, le donne tendono a essere disposte a capirli. Non è che ci stanno, è che è stato insegnato loro a comportarsi così». Ma «dall’accettare un rapporto asimmetrico all’accettare una violenza o un assassinio ne passa».
«Se la dominazione dell’uomo sulla donna fosse un fatto naturale, allora tutti gli uomini dovrebbero avere una tendenza al predominio, io mi rifiuto di pensare che sia così – continua la docente – E comunque: la cultura è riuscita a modificare taluni comportamenti ferini, quindi non vedo perché questo non possa essere cambiato altrettanto.

(…)

l’unico modo per cambiare un modello patriarcale è interferire con la sua diffusione sin dalla scuola». Non bisogna, però, rivolgersi soltanto agli uomini, ma anche alle donne: «Elizabeth Cady Stanton nel 1848 disse che le donne devono imparare a essere giuste verso se stesse prima che generose verso gli altri perché gli altri imparino ad avere cura di loro. Lavorare su come noi vediamo noi stesse è una rivoluzione eccezionale, che necessita di tempo».
E anche se da più parti, pure in politica, si invocano maggiori tutele per il genere femminile, per Baeri ci sono alcune precisazioni da fare: «Il bisogno di protezione non deve sancire una minorità, deve invece preservare una differenza biologica e culturale vitale. E deve passare il messaggio che le tutele non sono necessarie solo per le donne, ma per tutta la comunità: come diceva Marie-Olympe de Gouges nel 1791, come la tutela di una donna in maternità è un bisogno per tutti, così una donna picchiata, violentata e uccisa è una macchia per una società intera». A un’uguaglianza formale tra uomini e donne serve aggiungerne, adesso, una sostanziale: «C’è molto da ottenere – conclude Baeri – Si pensa che i panni sporchi vadano lavati in casa, invece il personale è politico. Tutto quello che riguarda una persona riguarda la politica. E i passi avanti non devono essere fatti solo da chi ha bisogno di ulteriori strumenti culturali. Quanti sono gli uomini con grandi ideali di democrazia per i quali essere violenti con le loro partner è assolutamente normale?»

 

Vorrei ringraziare la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (CADMI), che compie un importante sostegno sul territorio. Vi consiglio le loro guide qui.

Si parla anche di violenza economica, poco riconosciuta e spesso sottovalutata.

Vi lascio con questa selezione di parole di Adrienne Rich. Grazie a Pina Nuzzo.

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Non più persona

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Sabato 22 novembre, in occasione della Settimana rosa di Zona 7 contro la violenza sulle donne, il gruppo Donne a Confronto e l’associazione Dimensioni Diverse, in collaborazione con l’associazione Diesis, hanno presentato il monologo  “Con queste mani”, scritto da Mariella De Santis, mia conterranea.

Qui, l’evento su FB, con qualche dettaglio.

Il lavoro dell’autrice prende ispirazione dall’intervista di Emilio Quadrelli, pubblicata su “Alias” il 3 febbraio 2007 con il titolo “Anna e le altre. Carne da macello”, ma accoglie in sé altre storie che Mariella De Santis ha incontrato e raccolto nel corso della sua storia professionale di assistente sociale. Si tratta di versi pieni di energia, che scava dentro e porta ai nostri occhi tutta una serie di spunti di riflessione. Mirabile esempio di come l’arte in versi può rendere più incisivi dei messaggi molto importanti. L’arte che parte dalla realtà e la porge alle nostre menti, affinché scatti in noi qualcosa, dandoci la possibilità di riflettere a fondo. L’interpretazione incarnata dalla bravissima e intensa Lorella De Luca, rapisce lo spettatore per 40 minuti. Performance che riesce a trasmettere perfettamente il mondo interiore della protagonista. Lorella De Luca dimostra di sentire la donna che rappresenta, c’è un trasporto particolare che a nessuno spettatore può sfuggire. Il corpo e la voce dell’attrice rappresentano perfettamente l’apparente forza della donna, deumanizzata in seguito a innumerevoli violenze subite, “non più persona”, da tanto, troppo tempo. Vibra in lei una vita che non le appartiene più, un corpo che è sopravvissuto all’anima, a causa di un istinto vitale che inchioda a continuare una vita a metà, una vita in cui non si crede più. Dicevo apparente forza, quasi una corazza a proteggere quel corpo materiale e emotivo reso fragile e senza più speranze o sogni (viene accennato il sogno che spinse molti a cercare una vita migliore in Italia nei primi anni ’90). I pugni chiusi dell’attrice, a rappresentare il dolore trattenuto a stento dentro, che però sfugge e lascia trapelare solo odio e diffidenza nei confronti del genere umano. Un’esperienza che segna per sempre e che ti indurisce l’anima. L’autrice nel finale, che non è un happy ending semplice, ha voluto inserire un’alternativa alla violenza che ha invaso ogni angolo della storia. Ha creato un varco, un segnale che qualcosa di diverso è possibile, nonostante tutto, nonostante sembri che la violenza abbia prevalso nella giovane protagonista, fiaccando ogni aspetto umano. Segna una possibilità, nonostante tutto.

Non sono temi semplici e molte delle cose che vi si raccontano non sono note a tutti. Vi consiglio la lettura di tutta l’intervista di Emilio Quadrelli (prima e seconda parte), per entrare nel contesto in cui ci muoviamo.

Questo spettacolo permette di portare alla luce numerosi aspetti: il vero volto delle missioni di pace e degli interventi militari contemporanei, la natura di una certa imprenditoria italiana all’estero, la tratta, la prostituzione, la matrice della violenza sulle donne, con molte attinenze a fenomeni molto vicini a noi.

Come è stato precedentemente accennato, a monte di questo spettacolo ci sono delle donne vere, in carne, ossa, anima e pensieri. Ci sono le loro storie che devono essere raccontate e che ci devono portare a riflettere. Milena, la protagonista del monologo, è ispirata ad Anna, una giovane albanese rapita a 13 anni nel 1996 per lavorare in una fabbrica italiana in Albania. Nel 1998 viene costretta a prostituirsi per i militari prima (rientra nel “logistico” al seguito delle truppe delle missioni militari), per i turisti dopo e poi arriva la guerra in Kosovo. Molte ragazzine e ragazzini (età media 12 anni) finiscono nel giro di prostituzione internazionale (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo ma anche in zone come le Filippine e la Thailandia).

Nell’intervista di Quadrelli, Anna afferma:

“Una bestia che è stata terrorizzata ha solo due possibilità o soccombe come una cavia da laboratorio o si trasforma in belva, meglio la seconda ipotesi”.

Anna verrà liberata dalla sua vita da schiava, dal fratello che fa parte di in un gruppo di trafficanti di armi. Anna intraprenderà la stessa vita del fratello, perché una vita “normale” è impossibile da costruire, da immaginare, da vivere dopo quello che ha subito. Vorrei riprendere un passo dell’intervista:

“Nella sua sconcertante banalità la storia di Anna è tuttavia in grado di raccontare qualcosa di significativo sulle guerre contemporanee. Le popolazioni, soccorse e/o liberate, agli occhi degli occidentali non sono altro che animali e in particolare uno: il maiale. Al pari di questo, di loro, non si butta via niente. La loro veloce e continua riconversione in una qualche attività utile e proficua per l’uomo bianco non sembra conoscere intoppi di qualche sorta. Alla fine rimane solo la verità vera delle guerre attuali il cui tratto neocoloniale è difficile da ignorare. Allora vale forse la pena di ricordare che è pur sempre dai nostri territori che tali operazioni prendono il via e che, a ben vedere, la differenza tra missioni militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione. Resta da chiedersi chi, sottigliezze teoretiche a parte, tra le donne e gli uomini del Palazzo da tutto ciò può realisticamente chiamarsi fuori”.

Il territorio straniero diventa una terra di nessuno, in cui ogni nefandezza è ammessa, quasi come se si creasse un buco nero dei diritti e del rispetto degli esseri umani, un territorio di caccia in cui il maschio imbevuto di mentalità di dominio e sopraffazione di stampo patriarcale ha campo libero.

Secondo la sociologa francese Michel (qui un mio post in merito), la violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra. Ma io dico che la violenza esiste già prima di arrivare sul campo di guerra (così come per gli interventi “di pace” o umanitari), non può essere solo una conseguenza della guerra, perché un uomo che arriva a comportarsi così come è accaduto ad Anna, ha in sé il seme della violenza e una mentalità che vede la donna come un oggetto senz’anima. Inoltre, un uomo come quelli che ha incontrato Anna, che distingue la moglie, la madre, le figlie (le donne sante) e tutte le altre, animali su cui abusare, ha in sé qualcosa di malato e probabilmente in cuor suo non opera alcuna distinzione, per lui sono comunque esseri inferiori. Le donne sono ovunque oggetto di violenze e di sfruttamento. Ancora oggi assistiamo a fenomeni di questo tipo, le donne rumene schiave nei campi siciliani, per non parlare delle vittime della tratta della prostituzione, trasportate come merce laddove la domanda è maggiore (vedi Expo 2015).

Si rende necessario un approccio concreto, che scandagli un universo maschile che è quello della nostra quotidianità. Sono uomini che popolano le nostre città, non sono marziani. Sono uomini che vivono accanto a noi, possono essere mariti, fratelli, amici o semplici conoscenti.  Resta in piedi la domanda conclusiva di Quadrelli: chi può chiamarsi fuori? E qual è il ruolo delle donne nelle istituzioni (così come in tutti i luoghi decisionali o che possono incidere) per combattere queste nefandezze? Dov’è la nostra indignazione?

Qualche immagine scattata nel corso della serata.

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Donne e Pianeta

© Anarkikka

© Anarkikka

Sono stata sollecitata da un commento su FB di Elena al mio post La Natura, l’Altro e l’Altra, sul passaggio uomo-natura. Tra le problematiche femminili-femministe e le tematiche ambientali il passo è breve. L’uomo è stato da sempre impegnato nel tentativo di dominazione e di sottomissione della natura (come aveva rilevato Massimo Lizzi in un commento al mio post), quasi sempre incurante delle conseguenze di queste azioni. Il suo fare è stato sempre rivolto all’oggi, mai al domani e nemmeno alle future generazioni, se non in termini di passaggi ereditari, di trasferimento della “roba”, della terra come proprietà privata, bene non in sé ma in quanto simbolo di potere e di dominio (sarebbe anche interessante approfondire la tematica della redistribuzione delle risorse in una comunità). La donna ha in sé una radice di materna, una caratteristica propria del suo genere, che, sia chiaro non deve fissarla unicamente nel ruolo di madre biologica, ma che la aiuta a farsi madre rispetto al mondo, alla natura, alle future generazioni. Questo istinto che la porta a uscire da sé e ad avere e ad attuare una prospettiva ampia, aperta e in avanti, ci riallaccia al tema della cura per il nostro pianeta. Elena mi ha suggerito il testo La filosofia della crisi ecologica di Vittorio Hösle del 1992.

“Le catastrofi ecologiche sono la sciagura che incombe su di noi in un futuro non più lontano; nonostante tutti gli sforzi collettivi per rimuovere tale prospettiva, nonostante tutte le strategie sviluppate per rassicurarci e tranquillizzarci, nel frattempo questa convinzione si è consolidata nelle coscienze della maggior parte delle persone e costituisce il cupo sottofondo del senso della vita per la giovane generazione dei paesi più sviluppati”.

Salvo sporadici slanci di cambiamento, solitamente si reagisce con l’apatia, l’indifferenza, in una folle corsa verso l’inesorabile abisso al quale sembriamo destinati. Per cui ci perdiamo nell’edonismo del carpe diem, fregandocene del resto. Soprattutto, molto spesso “ragioniamo” (o meglio sragioniamo) per categorie stagne. Ma queste modalità non appartengono alla pratica filosofica. Ecco come la filosofia può aiutarci.

“la filosofia si occupa della verità, e precisamente non di questo o quel singolo momento di essa, ma della verità che concerne la totalità dell’essere; e in questa totalità l’uomo, unico essere naturale a noi noto in grado di udire la voce della legge morale, occupa un posto particolare. La filosofia non può restare indifferente di fronte al suo destino. Nessuno dei grandi filosofi si è sottratto alle emergenze del proprio tempo […] quindi nel momento in cui è in gioco non solo il destino del proprio popolo, ma anche quello dell’umanità e di gran parte della natura animata, essere indifferenti significa tradire la causa della filosofia”.

Probabilmente dobbiamo indagare sul versante della razionalità asettica dell’uomo, che ha pian piano rimosso una soggettività intrinseca della Natura, per giustificarne un controllo privo di limiti e regole. Il controllo è diventato sempre più un sopruso, uno sfruttamento, un depredare, un succhiare risorse, unicamente per massimizzare ricchezze personali, la produzione, nel nome del progresso economico e di un benessere cieco ed egoistico. Apro una piccola parentesi. Mi viene in mente che non dappertutto è stata negata la soggettività e una sorta di coscienza di sé della natura. Penso a luoghi come il Giappone, in cui lo shintoismo ha coniugato l’animismo autoctono al Taoismo. Mi raccontava una ragazza giapponese, che conobbi qualche anno fa: per loro ogni cosa è dotata di un’essenza in sé, per cui c’è una sorta di rispetto nei confronti di ogni elemento del mondo (aspetto che si ritrova anche nel rapporto con il cibo), soggetto e non solo oggetto della nostra percezione esperienziale. C’è una mentalità diversa, o almeno c’era in origine. Perché poi anche il Giappone e altri paesi orientali hanno scelto di mettere da parte questa originale idea e di buttarsi nell’economia e nella produzione di tipo occidentale, anche a scapito della natura. Nel mio post analizzavo il passaggio dal dominio sulla Natura, a un controllo sugli altri uomini (quindi alla società) e sulle donne. Hösle suggerisce una ridefinizione nel sistema di valori e delle categorie.

“Sarebbe erroneo ritenere che la crisi ecologica possa essere superata per mezzo di provvedimenti di natura esclusivamente politico-economica. Se la crisi ecologica ha le proprie radici in certe direttrici spirituali che hanno condotto a determinati valori e categorie, non si potrà conseguire un mutamento radicale se non correggendo questi valori e categorie. Probabilmente al centro di questa trasformazione vi dovrà essere il concetto di natura; il rapporto tra l’uomo e la natura dovrà essere impostato in un modo diverso da come viene impostato in gran parte della filosofia e delle scienze moderne”.

Quindi, mi viene da aggiungere, anche attraverso la ri-fondazione di un rapporto Uomo-Uomo-Natura-Donna circolare, che abbracci, includa, capace di una dialettica costruttiva e non volta all’annientamento dell'”Altra parte”. Eliminare la dimensione morale ha di fatto aperto la strada a ogni tipo di sopraffazione, che oggi prende la forma del neoliberismo. Riprendo quanto rilevavo al principio di questo post. La deumanizzazione e la collocazione del soggetto donna a un gradino inferiore dell’umanità (continuando a rinviare le soluzioni concrete delle disparità di genere, sottovalutando, ridimensionando o addirittura negando tutte le forme di violenza che le donne devono subire), così come la privazione della soggettività della Natura, sono in realtà tutti sintomi e strumenti di un dominio e di una sopraffazione dell’uomo sulla donna come sul pianeta. Le violenze hanno la stessa radice valoriale e culturale. Per questo motivo penso che l’appello che l’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit) lanciò un anno fa debba essere ripreso, sostenuto. Siamo noi donne che dobbiamo rinnovare gli approcci, le analisi, le soluzioni, le chiavi di lettura dei fenomeni. Siamo noi donne che dobbiamo saper recuperare le nostre doti prospettiche per non lasciare che l’intero pianeta sprofondi nell’abisso. Colgo l’invito per il #25Novembre di Politica Femminile, da cui ho tratto il seguente pezzo dell’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva.

“ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. […] L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. […] dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

Da La Rete delle reti femminili: la Premio Nobel ‪‎Jody Williams‬.
https://www.youtube.com/watch?v=ZRz-OLu324U

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Il Complesso

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Vi consiglio innanzitutto di leggere per intero l’intervista alla sociologa Andrée Michel, perché si tratta di un condensato di suggerimenti e chiavi di lettura di primaria importanza, soprattutto per gli stretti legami tra società patriarcale e gli aspetti militari/economici di uno stato.
Mi vorrei soffermare sul Complesso Militare Industriale, una sorta di patto di fratellanza tra i grandi industriali dell’armamento e gli alti dirigenti dell’esercito. Una combinazione vincente che presuppone da sempre la definizione, la creazione di un nemico, che possa fungere da motivazione e garantisca il successo del rapporto simbiotico di poteri. Una corsa agli armamenti sfrenata, ingiustificata se non per il CMI. Oggi ogni intervento militare viene giustificato con fattori umanitari e per garantire la democrazia, sempre di stampo occidentale. Tutte queste spese militari sottraggono risorse pubbliche importanti ai servizi rivolti alla popolazione civile. Siamo qui a considerare necessario ciò che è solo il frutto di una sovrastruttura più in alto di noi. Non stiamo parlando di fantapolitica. La Michel ha studiato a lungo il sistema CMI francese, che oltre ai militari e agli industriali, include le banche, i laboratori scientifici che elaborano nuovi sistemi d’arma, i partiti politici e i mass-media. Un meccanismo capillare per la creazione di consenso a un assetto militarizzato della società e per il controllo del dissenso. Per questo il femminismo con il suo antimilitarismo storico è pericoloso: mette a repentaglio un lavorio incessante volto ad anestetizzare il giudizio critico sull’operato dei governi. La Michel suggerisce che “Per cambiare la società bisogna partire da sé, comportarsi con coerenza, e cercare soluzioni davvero umane e democratiche”. Sarebbe pertanto auspicabile mobilitarsi non appena si verificano dei tentativi di intervento militare strumentale, chiedendo e pretendendo che i negoziati e il dialogo abbiano sempre la precedenza rispetto alle armi e alla violenza. Basta con le deleghe a scatola chiusa. Dobbiamo pretendere che le donne che ricoprono ruoli istituzionali importanti e rilevanti, soprattutto nell’ambito della difesa e della politica estera, non siano dei burattini nelle mani degli uomini, ma abbiano l’esperienza, la forza, le capacità per avviare un’altra politica, con il coraggio di sovvertire certi meccanismi per la soluzione dei conflitti. Le donne devono guardare in questa direzione. Ogni riferimento a fatti o a nomine recenti non è casuale.
Si legge nell’intervista che il CMI è una «una formazione sociale aggravata del patriarcato»:

“La militarizzazione rafforza e consolida a tutti i livelli il dominio patriarcale. Per funzionare il sistema militare necessita della sottomissione degli uomini, che devono obbedienza assoluta alla gerarchia. Perché questi accettino la loro strumentalizzazione, si permette loro di strumentalizzare le donne. Nei paesi dove da decenni vengono «esportate» le guerre, le basi e gli interventi militari dei Cmi occidentali, si concretizza nella prostituzione forzata, negli stupri e nei femminicidi, pratiche tollerate quando non autorizzate ufficialmente. Nella Repubblica Democratica del Congo, da anni le donne vengono sistematicamente violentate, torturate, uccise. L’obiettivo è traumatizzare la popolazione locale e forzarla all’esodo per sgomberare il loro territorio e permettere a certi capi di stato africani, e alle potenze occidentali che li sostengono, di impadronirsi delle ricchezze del sottosuolo. È per mettere fine all’impunità di questi crimini che chiediamo all’Onu l’istituzione di un tribunale penale internazionale per la Rdc che succeda a quello del Ruanda in chiusura alla fine di quest’anno”.

L’assetto militarizzato dei nostri rapporti sociali che si ripercuote nel rapporto tra i sessi può generare una escalation di violenza, e a farne le spese è proprio la donna. Per alcuni uomini diventa la giustificazione e l’unico modello da seguire. Facciamo caso, senza spostarci in zone di guerra ma restando in un contesto di “pace”, a quanti ambienti e situazioni sono intrisi di una mentalità militaresca e fortemente gerarchizzata. Da un lato c’è la coercizione e la forza e dall’altro un’obbedienza assoluta, che non ammette eccezioni. Le eccezioni vanno punite, sanzionate. Per alcuni uomini non è concepibile che vi sia ribellione alla gerarchia. Devo ammettere, anche per esperienza personale, che talvolta questo modello militaresco viene utilizzato anche dalle donne, specialmente in ambiente lavorativo e ha come bersaglio preferito proprio altre donne. Purtroppo queste sono le conseguenze di un’adesione nuda e cruda a un modello maschile: una falsa emancipazione e una triste riscossa.
La violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra.
Naturalmente il CMI è vivo e vegeto anche in Italia. È impossibile non accorgersi dei sintomi e delle sue ramificazioni.
Vi ricordo che in base alle nuove formule di conteggio del PIL, i costi per gli armamenti sono stati “riallocati” nel capitolo investimenti, non sono più costi.
Noi non ci stiamo ad essere stritolate in questi ingranaggi. Diamoci una mossa!
Vi lascio con questa bella canzoncina, in tema:

P.S. a proposito di violenza, vi segnalo che il prossimo 25 novembre, in occasione della Giornata contro la violenza maschile sulle donne, torna lo #ScioperoDelleDonne. Di cosa si tratta? Leggete bene qui:

Facebook

Sito

“Scioperiamo per fermare la cultura della violenza, per protestare contro tutte le ingiustizie che subiamo ogni giorno”.

Facciamoci sentire!

“Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone – fortissimo – a tutte le teste di questo paese”.

Anarkikka per #scioperodelledonne

Anarkikka per #scioperodelledonne

8 commenti »

Tra questione maschile e femminile

Il prossimo 25 novembre sarà la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Nel 2013 siamo al punto di partenza. Perciò, credo che sia il caso di porci delle domande. Dopo decenni di battaglie e di rivendicazioni, spesso arroccate su posizioni solitarie, spocchiose e autoreferenziali dovremmo ammettere che ci sono stati degli errori di base e non solo dal punto di vista maschile. Porci sempre in contrapposizione e parlando solo tra di noi, come se l’universo maschile fosse un qualcosa di estraneo, irrilevante, che non ci riguardasse interagire con gli uomini, ponendo le basi per un dibattito serio sulle problematiche femminili. Al massimo siamo giunte a scaricare la patata bollente agli uomini, sostenendo che è diventato un loro problema (il che è vero solo a metà). Siamo andate avanti come un treno, sulla nostra strada, spesso lamentandoci, salvo poi non praticare mai, all’occorrenza, un briciolo di solidarietà femminile. In pratica, a parole siamo “amiche solidali”, poi nella realtà quotidiana, ci sbraniamo, ci voltiamo le spalle e facciamo delle stupide battaglie per “dimostrare” che no, non siamo tutte uguali, ma che ci sono donne più “degne ed elevate” di altre. Siamo talmente abituate a parlarci addosso, che abbiamo perso l’attitudine a riflettere e ad ascoltare non solo le donne come noi, ma anche gli uomini. La spocchia e la supponenza è una sorta di peccato originale di qualsiasi tentativo di essere credibili. Siamo unite solo teoricamente, mentre siamo in perenne lotta per affermare le nostre “singolarità”, non importa se pestandoci i piedi a vicenda. Il tutto sempre tra donne. Se a ciò aggiungiamo che gli uomini sono figli di donne, dovremmo prenderci una manciata di corresponsabilità, se siamo così indietro. Siamo ferme perché per noi non ci siamo mai messe veramente a disposizione. Siamo ferme se non riusciamo ad essere consce dei nostri limiti e non combattiamo per una “uguaglianza” che non può essere realizzabile, pena la perdita delle nostre peculiarità. Se Dio ha creato uomo e donna ha voluto dare vita a due tipi differenti, ognuno diverso e complementare all’altro. Siamo ferme quando decidiamo di tenere i generi separati. Il problema è bipolare. Occorre avere la vista di un’aquila bicipite.

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