Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Oltre il carcere

Gramsci

Ci sono persone che non ci sono più (scusate il giro di parole sgrammaticato) eppure la loro presenza e il loro messaggio continuano a essere sempre più forti e importanti, col passare del tempo. Persone le cui idee e la cui capacità di ragionamento non hanno subito un arresto, mai, nemmeno quando la libertà è stata loro tolta, proprio per quelle idee. Anzi, la prigionia ha sprigionato le loro capacità analitiche e di progetto per il futuro, non pensando a sé, ma per tutti gli altri.

Su questo dobbiamo soffermarci, se molti di noi non sanno che farsene della libertà, se per molti non ha importanza difendere i diritti e le garanzie. Affinché non ci si abitui ad essere tenui e deboli spettatori degli accadimenti quotidiani.

Gramsci era un’anima autonoma, a volte in dissenso con la minestra che proponeva il suo partito. Ecco, dovremmo lasciar germogliare questo spirito, così daremo senso al nostro impegno.

Nino ci ha lasciati 77 anni fa. Vi lascio questo post, a cura dell’Associazione Casanatale Antonio Gramsci Ales.

 

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Opinione personale #Boschi

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Ci sono cose che dovrebbero restare private, esistono desideri e aspirazioni che sono talmente delicati e deperibili alle intemperie del mondo esterno, per cui è preferibile lasciarle accucciate dentro di noi e nella sfera intima delle persone a cui scegliamo di aprirci. La distanza tra pubblico e privato spesso si assottiglia talmente, da rendere impercettibile la linea di demarcazione. Questo può legittimamente avvenire per scelta personale o perché qualcun altro interferisce e oltrepassa quel confine.

A proposito della tanto citata Maria Elena Boschi, ho letto questo post, che trovo molto condivisible, perché l’analisi sull’intervista della Boschi su Vanity Fair, avviene in modo onesto e nella misura che giudico corretta. La nostra ministra ha parlato di sé come una qualsiasi altra donna, senza un ruolo pubblico tanto rilevante, farebbe. Ma ha valicato quel confine di cui parlavo prima, rivestendo la sua sfera personale di una patina artificiosa. Le critiche che le sono state più volte lanciate sono state tipiche del nostro mondo maschilista. Ma oggi arriva qualcosa che mi sommuove. Questa intervista è posticcia, io l’avrei evitata, perché ricade nei cliché da cui dovremmo cercare di svincolarci, c’è la rappresentazione di un qualcosa che magari non si condivide affatto, un’astratta idea di focolare domestico da appiccicare alla propria vita, per dare sostegno ai messaggi che il proprio partito vuole veicolare in questa ennesima campagna elettorale. Un figlio, o addirittura tre, un compagno, una famiglia non sono degli ammennicoli da accatastare sulla propria figura per abbellimento o legittimazione sociale. Non sono nemmeno dei passatempo. E se si confonde politico-personale-campagna elettorale, il pastone indigesto è servito. Ci ritroviamo tutti gli argomenti nello stesso pentolone: bellezza, intelligenza, maternità, famiglia etero, solitudine, triade di figli, un compagno da ricercare o da fabbricare, la figura di rappresentanza politica, il partito, la politica, la società maschilista e chi più ne ha, più ne metta. La Boschi per fugare tutte le chiacchiere da bar o da parrucchiera che girano, non avrebbe dovuto rilasciare una intervista siffatta, o magari non avrebbe dovuto ascoltare i suoi guru d’immagine. Avrebbe dovuto scegliere la via dei contenuti, si sarebbe dovuta dedicare alla costruzione di un personaggio diverso da come l’hanno sinora dipinta, magari prendendo delle posizioni autonome e coraggiose su temi vicini all’universo femminile e perché no materno, alle porzioni della nostra società meno considerate e tutelate. Avrebbe potuto parlare di temi concreti, di diritti civili, di diritti di conciliazione e condivisione. Si parla tanto di quote rosa, ci aspettiamo la forza e la sensibilità necessari per sostenere e affrontare certi temi. Bisogna fare da apripista e non appiattirsi sulle solite croste a olio. Facendo così avrebbe trasmesso un messaggio più verace del suo sentire, si sarebbe smarcata da certi modelli ed etichette e avrebbe dimostrato di essere fieramente libera in un contesto di servi, amici e nominati. Sono certa che la Boschi saprà sorprendermi in futuro, quanto meno me lo auguro.

Mi aspetto troppo? È da tempo che non abbiamo delle belle donne di carattere. Vorrei un ecosistema partitico di sinistra capace di esporre chiaramente le proprie posizioni, senza balbettare sui contenuti reali dei propri obiettivi. Non possiamo fare campagna elettorale con i quadretti di Peynet, dobbiamo scendere nel profondo, parlare distintamente, mai sottovoce. Altrimenti saremo la solita polvere fastidiosa e temporanea. La Boschi per lasciare il segno deve osare e usare la sua testolina.

La politica è coraggio delle idee, non fanno storia i ripetitori a pappagallo.

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Abituarsi a non pensare con la propria testa

 

Claude Monet - San Giorgio Maggiore Venezia

Claude Monet – San Giorgio Maggiore Venezia

 

Leggendo questo articolo, mi è sopraggiunta un’idea. Tutto questo affannarsi a dare la colpa della cattiva informazione, a un certo modo di fare giornalismo, non porta a capire le motivazioni che sono alla base di tutto questo fenomeno di appiattimento globale.
Queste modalità e questo ingrigirsi della penna, deriva essenzialmente da due fattori: le risorse scarse dell’editoria contemporanea, con annesso oligopolio, e la graduale e inesorabile pigrizia di buona parte dei cittadini italiani: a mala pena riescono a masticare le notizie trite e condensate di un’Ansa e riportate su uno di quei quotidiani gratuiti che si leggono in metro la mattina. Da qui, la sbagliata rinuncia a priori a spiegare bene le cose.
In questo deserto dei Tartari è facile proporre la vulgata quotidiana, omologata e predigerita. L’importante è non scomodare troppo gli stomaci già ulcerosi del cittadino medio e il buon umore dei nuovi politici tutti decorosamente allineati. Chi non lo è, fa parte dei rapaci notturni, meglio definiti gufi.
Ecco che le europee sono l’ennesima prova di costruzione di una dimensione fantastica da domenica sportiva, due fazioni e nulla più. I contenuti sono latitanti, nascosti e fruibili solo da quella esigua parte che non si rassegna a consegnare il proprio cervello al capo di turno. Ogni riferimento è puramente casuale. Quindi tutti in silenzio, raccolti in una reverenziale quiete, assistiamo al susseguirsi di notizie, a cui seguono smentite e correzioni, critiche e complimenti in un turbinio confuso. Tanto che alla fine, ci si arrende all’evidenza di non aver capito a che punto siamo. Non abbiamo nemmeno lasciato spazio all’alternativa, presi come siamo nella lotta tra europeisti ed euroscettici. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione la via di mezzo, la rimodulazione. Questo perchè ci hanno spiegato che non si può stare a metà, perché altrimenti si è doppiogiochisti e non si prende le parti di nessuno, come invece ci chiedono di fare. Io di solito prendo le mie parti, non amo abbracciare in toto ed esclusivamente una parte, così, tanto per simpatia e per fede dogmatica. Sono abituata a seguire la mia testa e a vagliare di volta in volta. Se poi è una cattiva abitudine ditemelo, magari ho bisogno di una purga cerebrale. Visti i tempi, non mi sorprende più niente.

Non si può parlare di TTIP, non si possono affrontare i temi sulla povertà (poi ci roviniamo la giornata), non si accenna al fatto che potremmo trovarci le larghe intese anche in UE, tra PPE e PSE, non si possono chiedere le coperture finanziarie, non si può parlare di detrazioni del coniuge a carico. Il lavoro diventa un oggetto confuso, relegato in un futuristico Act. Non si parla di diritti civili e di salute riproduttiva e delle posizioni su tali materie da parte dei candidati alle europee. Si sussurra lo slittamento del pareggio di bilancio, ma senza troppa enfasi.
Insomma, è tutto un sussurro, hanno messo la sordina e noi ci deliziamo in questo clima onirico crepuscolare. Quella dell’ultima spiaggia è una delle sirene che ci dovrebbero incoraggiare ad abbandonarci fiduciosi all’uomo magnifico.
Dov’è finita l’agorà? Si parla di postdemocrazia, che si potrebbe riassumere con l’assioma “divieto di discorso sui fini”. La critica non è un impedimento al discorso democratico, ma dovrebbe essere la linfa che ne dimostra la vitalità.

Vi consiglio questa lettura, che aiuta a smuovere un po’ i nostri stanchi neuroni.
Ancora una volta è una questione che gira attorno alla “scelta”.

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La chiamano deviazione: #dimissioniinbianco

Ci vorrebbe una bella capriola con doppio rovescio: riuscire a spiegare perché il DDL sulle dimissioni in bianco sia stato fatto confluire nel calderone unico del Jobs Act, anziché approvarlo anche al Senato.

Sacconi in commissione?

No, hanno precisato che si tratta semplicemente di una scelta dettata da un lungimirante e puro spirito di organicità degli interventi normativi in materia di lavoro.

Ok, andiamo avanti così, tanto per coerenza e chiarezza assoluta.

Questa come la spieghiamo in giro?

Mi date un ombrello per ripararmi dal lancio di uova?

Approvarla subito no?

Speriamo che non si perda nei meandri degli emendamenti al Jobs Act.

Speriamo e tanti auguri.
Una donna democratica, basita e infuriata.

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#1oradamore

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Ho firmato la petizione #1oradamore lanciata dalla deputata Celeste Costantino, perché penso che sia essenziale trasmettere precocemente un messaggio corretto e sano del rapporto tra i sessi, per un’affettività sin da subito non segnata da stereotipi di genere e da falsi ideali.

Il rispetto reciproco deve maturare con i ragazzini, altrimenti intervenire da adulti si potrebbe rivelare insufficiente e inefficace.

Ecco il motivo per cui mi auguro che si arrivi presto ad approvare la proposta di legge, di cui Celeste Costantino è stata la prima firmataria.

La lotta alla violenza deve iniziare sin dalle prime fasi della vita. Parlarne a scuola è essenziale, affinché non sia più il semplice passaparola a costruire le fondamenta degli uomini e delle donne di domani.

Lo stesso discorso vale per i consultori pubblici, da preservare e da incentivare, per il loro ruolo di educatori nella società.

La petizione.

Il video della campagna.

Il post di Marta Bonafoni.

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Laicità questa sconosciuta

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Oggi leggendo questo articolo di Aurelio Mancuso, mi sono interrogata sulla questione dei diritti e della laicità in uno stato come il nostro.

Siamo, a mio avviso, intrappolati in un limbo di assenza di diritto in alcuni campi, ma lo siamo volutamente. La stessa legge 194 è stata il frutto di un compromesso e nelle sue maglie abbastanza larghe, si sono potute infilare le mani di coloro che nel corso degli anni l’anno resa meno efficace, per cui alla fine un diritto alla scelta consapevole diventava di fatto l’inizio di una odissea alla ricerca della struttura che lo rendesse realizzabile. L’obiezione si è espansa in maniera incontrollata o meglio controllata dagli ospedali.
Ancora oggi si discute sul termine di diritto all’aborto, ma io preferirei parlare di diritto alla salute, alla libertà di scegliere e di vedere tutelata la propria salute. Si è affievolita la centralità di una maternità consapevole e protetta. Perché ancora una volta ragioniamo in maniera egoistica, come se tutte le donne e tutti dovessero pensarla come noi. Io sono per la libertà di scelta, perché a tutti sia garantito un diritto a scegliere in sicurezza. Io non posso scegliere al posto di un altro, questo deve essere chiaro. Sarebbe il controllo delle coscienze da parte di uno stato o di una parte della popolazione. Quando affermiamo “mai più clandestine”, dobbiamo ricordarci cosa c’era prima della 194. Non voglio tornare indietro.

Se non siamo certi di voler difendere questi diritti, vedremo la 194 piano piano svuotata sempre più. Se siamo tiepidi, insicuri, questo accadrà.

Ecco perché il tema della laicità dovrebbe essere centrale, perché troppi diritti non vengono riconosciuti ancora, come se fossimo in uno stato confessionale. Uno stato non può non esprimersi, perché lo stato deve rappresentare tutti, la molteplicità e non solo una parte. Questo vale per tutti i diritti civili.

Abbiamo paura di cosa? Le muraglie non servono, se non a fare del male. Abbattiamo questi muri, staremo tutti molto meglio.

Ringrazio ZEROVIOLENZADONNE per l’articolo.

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Il concetto di humanitas

Humanitas: mi interessa la tua vita?

Una riflessione importante, preziosa, che vi consiglio di leggere, realizzata da @donnesconnesse. Sul confine del concetto di Cura/Care.

Le mie riflessioni sul paradigma della cura.

 

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La politica antimafia e le istituzioni

A4 EVENTO PD 5 APRILE 2014 - DEF

Il circolo PD “Enzo Biagi” di Milano ha organizzato un incontro dal titolo “La politica antimafia e le istituzioni”, che ha visto il prezioso contributo apportato da personalità da tempo impegnate su questo fronte. I lavori sono stati efficacemente introdotti e moderati da Rosario Pantaleo, consigliere del Comune di Milano e membro della Commissione Antimafia.
Il Senatore Franco Mirabelli, membro della Commissione parlamentare Antimafia, ha esordito ricordando i grossi passi in avanti compiuti dalla magistratura nella lotta alle mafie, grazie anche al fenomeno del pentitismo. In parallelo si è registrato un rafforzamento delle capacità di appartati come la ‘ndrangheta, che ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano in riferimento ai principali traffici illeciti, anche grazie all’accesso ai vari cartelli sudamericani della droga. La ‘ndrangheta ha scelto di mettere in atto una strategia molto invasiva e che riguarda il riciclaggio di denaro sporco, che ha nel nord Italia ha ottenuto un particolare successo, poiché le attività economiche sono più numerose e attive e risulta più semplice ripulire il denaro. La ‘ndrangheta ha una struttura molto solida, costituita da “locali” sparse sul territorio, con un buon grado di autonomia, che però rispondono tutte al centro del sistema, in Calabria. L’infiltrazione avviene con successo grazie alla scelta di non procedere quasi mai con azioni eclatanti o di scontri violenti, per restare invisibili, per non suscitare reazioni nell’opinione pubblica, per evitare fenomeni di pentitismo. Un esempio tipico di questa prassi è il fatto che dopo la faida tra famiglie di Duisburg del 2007, qualcuno scelse la via di una sorta di “pacificazione” tra i clan, che bloccò ogni forma di scontro violento, al fine di spegnere i riflettori sulla vicenda: gli affari prima di tutto. Senza pentitismo, l’azione di contrasto risulta molto più complicata. Con l’arrivo della crisi economica e la riduzione dei prestiti da parte degli istituti di credito, la ‘ndrangheta ha incrementato l’invasione del nord Italia, divenendo uno dei principali finanziatori alle imprese. Questo ha permesso alla ‘ndrangheta di penetrare nel tessuto economico, di inquinare l’economia del territorio: ciò comporta un pari inquinamento della democrazia del paese.
Il Senatore Mirabelli ha richiamato il caso di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia. Questa vicenda dimostra come la ‘ndrangheta sia capace di costruire strutture composte da pezzi di economia reale e di pubblica amministrazione. Si evince che non solo la produzione ma anche il settore delle professioni (avvocati e commercialisti) e la politica sono coinvolti in casi di infiltrazione mafiosa. A tal fine opera l’art. 416 ter del codice penale, che interviene in materia di scambio elettorale politico-mafioso. Il Senatore Mirabelli auspica un ruolo forte degli ordini professionali, volto a punire i professionisti che si prestano ad azioni di connivenza con le organizzazioni criminali: attraverso la creazione di una white list di professionisti a garanzia della legalità.
La mafia si innesta su politica e P.A. per riuscire ad ottenere consenso sociale, attraverso il controllo sui fondi per i sussidi per i poveri. La ‘ndrangheta ha superato la prassi della corruzione di organismi politici, riuscendo a collocare propri uomini presso le istituzioni amministrative locali. Per questo motivo dobbiamo attrezzarci e adottare criteri di trasparenza nella scelta delle candidature, in vista delle prossime europee e amministrative di maggio.
La mafia è forte, ma si sono contemporaneamente creati dei robusti anticorpi costituiti dall’antimafia. Ciò è stato reso possibile attraverso una legislazione all’avanguardia, che va comunque costantemente manutenuta e aggiornata. In Italia è previsto il sequestro e la confisca dei beni in via preventiva, anche in assenza di una sentenza di condanna definitiva. Colpire i patrimoni (anche attraverso sinergie internazionali) è vitale, perché segna una vittoria morale e concreta dello Stato nei confronti di queste organizzazioni. Al fianco di questa prassi, va accelerato il processo che deve consentire una veloce restituzione di tali beni alla collettività. A tale scopo Mirabelli suggerisce la necessità di una modifica delle modalità di azione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione di beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Occorre assegnare più potere ai magistrati che dispongono queste misure, in modo tale che decidano immediatamente che uso farne. Inoltre, va rivisto anche il ruolo dei custodi giudiziari. Siccome spesso sono intere aziende ad essere oggetto di confisca, occorre consentire che esse proseguano la produzione, prevedendo anche che arrivino le risorse finanziarie necessarie (da qui la necessità di una collaborazione con le banche). Al momento, per quanto concerne i fondi liquidi confiscati alle mafie, è previsto che confluiscano nel FUG (fondo unico giustizia). Mirabelli auspica che si crei un fondo ad hoc.
Mirabelli ha toccato anche il tema della necessità di una legge che preveda e persegua il reato di autoriciclaggio (ricordo la proposta presentata qualche giorno fa da Giuseppe Civati).
Il presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano David Gentili ha sottolineato l’importanza di coinvolgere tutti i ruoli nel contrasto alle mafie, poiché queste organizzazioni criminali creano legami trasversali tra professioni, settori economici, pubblica amministrazione. Uscire dall’omertà, dalla convenienza personale, dal clima di paura sono le ricette per creare un fronte coeso di lotta. Occorre contrastare la deresponsabilizzazione e spingere per una cittadinanza attiva e per una partecipazione responsabile. Questo significa agire anche a livello culturale e sin dalla scuola, come ha ribadito anche Laura Grata dell’associazione Libera. Milano è stata il primo Comune ad applicare la legge 231/2007 in materia di antiriciclaggio, che prevede l’obbligo per banche, operatori finanziari e pubbliche amministrazioni di segnalazione delle operazioni sospette, attraverso analisi (e incroci di dati) puntuali e periodiche di determinati indicatori di rischio. In questo il Comune di Milano è stato pioniere nel prevedere questo tipo di prassi, sia in capo a persone fisiche che ad aziende. Esiste un ufficio preposto alla ricezione di segnalazioni in caso di atti intimidatori, cambiamenti sospetti di licenze commerciali, incendi dolosi di attività commerciali ecc. Gentili ha ribadito la necessità di un codice di autoregolamentazione per i politici del PD, al fine di evitare spiacevoli episodi di infiltrazione mafiosa (vedi Pioltello e Lecco). Come Commissione Antimafia di Milano si è cercato di dare un segnale sanzionatorio (tramite la sospensione dell’appalto organizzativo) laddove le imprese che gestivano le feste di via e le fiere hanno dimostrato di non avere una conduzione corretta. Le situazioni opache come queste devono essere chiarite, anche grazie alla partecipazione diretta della cittadinanza.
Per quanto riguarda il PD, Gentili ha auspicato che le liste dei candidati siano rese pubbliche con largo anticipo, per consentire una verifica tempestiva.
Laura Grata, da tempo impegnata con Libera, associazione nata nel 1995 a ridosso delle grandi stragi di mafia degli anni ’90, ha ricordato gli sforzi per la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare, diventata poi la L. 109/1996, che ha previsto che i beni sottratti alle organizzazioni criminali siano restituite alla collettività, alla società, per fini di giustizia e sociali. Sicuramente un’impresa tolta alla mafia e affidata a una cooperativa di giovani ha un forte valore simbolico: un fiore che cresce laddove la criminalità aveva fatto terra bruciata. Ma spesso il passaggio non è così semplice e molte di queste attività falliscono e stentano a decollare. In questo alveo si inserisce l’iniziativa di Libera sui Forum regionali e interregionali sui beni confiscati alla criminalità organizzata, conclusasi con la con la Conferenza nazionale “Le mafie restituiscono il maltolto. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati per la legalità, lo sviluppo sostenibile e la coesione territoriale”, che si è tenuta il 1 marzo in Campidoglio a Roma.
In Lombardia si contano 958 beni confiscati, di cui ben 585 solo a Milano. Le istituzioni del territorio milanese stanno svolgendo un’importante opera di controllo di tutto il grande cantiere dell’EXPO 2015, che sinora ha portato ad estromettere dai lavori 42 aziende risultate non in regola con i protocolli fissati per le attività.
Per rimarcare la centralità del tema del lavoro, si segnala l’iniziativa di Libera presso l’Università Statale di Milano, dal titolo: “Quale gestione per le aziende confiscate”. Tra i relatori Nando dalla Chiesa, Davide Pati, don Virginio Colmegna, Antonio Calabrò, Stefania Pellegrini.
Libera è impegnata anche in vista delle elezioni europee per creare una rete capace di incidere sulle istituzioni, per parlare di welfare e di sostegno a chi non ha lavoro. A tale scopo è nata l’iniziativa “Miseria Ladra”. La povertà è la peggiore delle malattie, perché senza uguaglianza e giustizia sociale si lascia spazio all’illegalità.
Il 24 febbraio 2014 anche l’Europa (qui e qui) si è dotata di una normativa in tema di confisca di beni alla criminalità organizzata, sebbene solo dopo sentenza definitiva passata in giudicato.

Il tema della legalità dev’essere centrale, perché non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di rispetto delle regole: se viene meno si crea una frattura nel rapporto di fiducia cittadini-rappresentanti politici, che consente alla criminalità di infiltrarsi nelle istituzioni. Prevedere uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, varato quando Maroni era ministro dell’Interno, significa legittimare un comportamento illegale e derubricarlo. Un pericoloso precedente e un esempio da non ripetere.

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Macchine o galline in batteria?

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Ecco cosa accade quando si fanno le larghe intese, non solo per caso, ma si reitera e si fa il bis. Accade che dobbiamo convivere con posizioni come quelle del ministro Lorenzin che si esprime così in questa intervista al quotidiano l’Avvenire:

“Già, i bambini. Devono tornare a nascere e serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie. Bisogna dire con chiarezza che avere un figlio a trentacinque anni può essere un problema, bisogna prendere decisioni per aiutare la fertilità in questo Paese e io ci sto lavorando. Sia chiaro: nessun retropensiero e nessuno schema ideologico, ma dobbiamo affrontare il tema di un Paese dove non nascono i bambini”.

La medesima notizia su Zenit.
Scarsa natalità? Calo demografico? Una soluzione degna del Ventennio, quando si incentivavano le nascite e si chiamavano i figli Benito. Una rieducazione alla maternità, un grande piano nazionale di fertilità. Cosa facciamo, mettiamo le donne in batteria, come le galline? Se poi affrontiamo la questione della maternità in età sempre più elevata, il ministro deve anche ricordarsi che si diventa mamme più tardi perché il lavoro è precario, scarso, mal retribuito e la stabilizzazione stenta ad arrivare, se arriva. Siamo un paese in cui i servizi di sostegno scarseggiano e le politiche di conciliazione e di condivisione sono chimere.
C’è chi non ci sta e protesta, come il coordinamento calabrese 194 che dichiara CARA LORENZIN, NON SIAMO MACCHINE PER LA RIPRODUZIONE!!!

“L’educazione che andrebbe fatta alle nuove generazioni di donne, e di uomini, non è quella alla maternità ma quella alla consapevolezza del proprio corpo, alla sessualità, all’autodeterminazione”.

Vi consiglio di leggere interamente il testo del coordinamento: contiene i punti essenziali su cui dovremmo chiedere interventi a questo governo. Si tratta di non lasciar passare politiche reazionarie e chiedere un rafforzamento delle tutele e delle garanzie previste dalla 194, passando per una legge seria sulla fecondazione assistita, che sani l’obbrobrio della Legge 40. Difficile con le larghe intese? Quasi impossibile, forse. Ma non per questo dobbiamo demordere.

Qui il video della protesta del coordinamento calabrese 194.

Ringrazio WOMENAREUROPE.

 

Aggiornamento del 03.04.14

Ne parla anche Marina Terragni nel suo post di oggi.

Insieme a Manuela Campitelli qui su ZEROVIOLENZADONNE.

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L’attrattiva europea

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Ieri 1 aprile, ho partecipato a un incontro dal titolo “In Europa: lavoro, diritti, democrazia“, con la partecipazione degli eurodeputati Patrizia Toia e Antonio Panzeri. La serata è stata ricca di spunti e vorrei riassumervela.

Ma vorrei fare una constatazione preliminare. Il tema europeo è poco attraente, la sala non era piena e il pubblico era composto da persone fortemente motivate e abituate a una partecipazione politica attiva. Mancava nettamente la componente giovanile, il che la dice lunga. Triste dover ammettere che le giovani generazioni latitano quando ci sono queste occasioni e ci si chiede dove siano e perché il PD fatichi a interloquire con loro. Forse la disaffezione a certi temi è più grave di quanto si pensi e anche la voglia di confrontarsi è un po’ in sordina. Avremmo probabilmente dovuto mantenere un contatto più diretto e costante con i temi europei e non riprenderli solo a ridosso delle elezioni. Abbiamo lasciato spazio a posizioni euroscettiche, che hanno usato l’UE come capro espiatorio dei nostri problemi e della crisi. Non abbiamo saputo chiarire che fuori dall’Euro non c’è il paradiso, ma un deserto di lire svalutate.

Abbiamo dimenticato il lungo periodo di pace che l’Unione ci ha garantito. L’Unione ha rappresentato un motore potentissimo di democratizzazione di molti paesi (Spagna, Portogallo, Grecia e Est europeo). Negli ultimi anni si è affermata anche in Europa una visione liberista, individualista, nazionalista, a salvaguardia degli interessi dei singoli stati, che ha influito anche sullo sviluppo o mancato sviluppo del progetto europeo. Il metodo comunitario, con un ruolo centrale della politica, con un Parlamento e una Commissione forti, è stato soppiantato da una prassi che ha visto la supremazia del Consiglio e quindi subordinata alle volontà dei singoli governi statali. Senza la dimensione politica è difficile far crescere le comunità, avvicinare i cittadini all’Europa. L’On. Toia ha sottolineato la necessità di un progetto meno oligarchico dell’Europa, con una gestione federalista che valorizzi le autonomie e sappia fare da volano per le economie in sofferenza. Nell’ultima legislatura è emersa l’inadeguatezza della costruzione, sono state compiute scelte sbagliate, c’è stata una perdita di competitività delle imprese italiane. L’Europa si è preoccupata di debito e PIL, di meri numeri e fiscal compact da rispettare, senza interrogarsi su come un Paese cresce e produce. Occorre ribadire che l’origine della crisi finanziaria ed economica è stata negli USA.

Con la prossima legislatura il PSE potrebbe avere la maggioranza in Parlamento e quindi i meccanismi potrebbero cambiare rispetto al quinquennio precedente, caratterizzato da un PPE molto forte. Altro elemento di squilibrio è stato un allargamento dell’UE forse troppo precipitoso, che ha aperto a economie molto diverse. La struttura europea non ha saputo attrezzarsi per tempo e adeguarsi a queste nuove sfide: non abbiamo operato una convergenza fiscale, economica e del mercato del lavoro. Non abbiamo messo in sicurezza l’edificio, prima che arrivassero le tempeste. Panzeri esorta ad andare oltre l’austerità, per un rilancio di una nuova politica economica, che metta al centro il lavoro e salari dignitosi. Inoltre, auspica che si proceda verso una politica estera e di difesa comuni, che siano in grado di essere attive in momenti di crisi come quello ucraino. È importante che permanga una libera circolazione delle persone, perché se sono solo i capitali a muoversi, il progetto europeo è fallito. Panzeri guarda all’UE come un importante strumento per risolvere le crisi: risolvere i problemi dei paesi confinanti con l’Unione equivale a risolvere anche parte dei problemi dei nostri paesi. Il ruolo europeo dev’essere forte, visto il ritiro progressivo degli USA da molte aree di crisi. Dobbiamo essere lungimiranti, specialmente in un contesto in cui Russia e Cina giocano un ruolo crescente a livello geopolitico ed economico.

Dalla serata emerge un Panzeri che ha le idee chiare sulle strategie di politica estera, recupera precedenti storici, analizza le dinamiche interne ed esterne all’Unione, si dimostra immerso a pieno titolo in un contesto sovranazionale. Dimostra di avere una capacità di analisi e di lettura non comuni. Dovremmo averne cento di politici di questo tipo. Dobbiamo completare il progetto europeo, dobbiamo interrogarci su quale Europa vogliamo si crei, con che strumenti. La cessione di sovranità se accompagnata da meccanismi democratici non può essere vista come un pericolo. Dobbiamo interrogarci su quali strumenti mettiamo in campo per la crescita e per uscire dalla crisi.

Patrizia Toia porta sul campo alcuni spunti importantissimi su cui lavorare:
Eurobond, recupero dei capitali evasi e portati nei paradisi fiscali, lotta al dumping fiscale, maggiore trasparenza fiscale. È necessario smetterla di interrogarsi su quali paesi vengono avvantaggiati da determinati progetti per lo sviluppo, il sostegno all’innovazione o su temi come il “made in”: lo sviluppo è una questione comune, non dei singoli stati.
L’Europa ci ha consentito una sicurezza democratica e sociale non da poco. Dobbiamo raccontare questi e tutti gli altri aspetti positivi dell’Unione. Affinché non siano gli euroscettici ad avere la meglio e ad affossare l’intero progetto europeo.
Vi allego il manifesto del PES per le prossime europee. #knockthevote FOR MARTIN SCHULZ!

 

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Radici comuni

Torno a parlare di Ungheria in primo luogo perché il 6 aprile si terranno le elezioni politiche. Secondo i sondaggi, il partito favorito è Fidesz del tanto discusso primo ministro Viktor Orbán, al governo dal 2010, forte di una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Il principale raggruppamento d’opposizione è Unità, guidato dal socialista Attila Mesterházy e dovrebbe prendere circa il 28% dei voti.

L’altro grande partito d’opposizione, è il tristemente noto Jobbik, la formazione di estrema destra di Gábor Vona. Il Jobbik oscilla attorno al 17%, ma potrebbe diventare il secondo partito.

Potrebbe superare lo sbarramento del 5% anche il partito Lmp, su posizioni verdi, liberali ed europeiste.
Il secondo motivo per cui torno sull’Ungheria è proprio per segnalarvi la storia di uno dei fondatori del Jobbik Csanád Szgedi: un entusiasta e fiero combattente antisemita e antirom. Come molti altri ebrei ungheresi ha scoperto solo da adulto le sue origini ebraiche. Dopo la Shoah, molti sopravvissuti ai campi di concentramento hanno pensato che non avrebbero mai potuto essere accettati nei rispettivi paesi come cittadini con pari diritti e che sarebbero sempre stati discriminati. Ecco il perché molti scelsero di emigrare e chi rimase, soprattutto nei paesi sovietici, ha cercato di nascondere le sue origini: avevano paura, non volevano farsi notare o semplicemente desideravano dimenticare il passato. L’obiettivo era una veloce assimilizzazione e conversione cristiana. Oggi Szgedi frequenta la sinagoga, ha smesso di frequentare le vecchie amicizie e si interroga sulle motivazioni che lo hanno potuto spingere sulle sue precedenti posizioni e idee.

Questo articolo di Anne Applebaum spiega bene la storia di Szgedi e svela i meccanismi distorti dell’intero Jobbik.

Questa storia ci insegna quanto fragili possano essere le nostre convinzioni, le nostre presunte radici etniche. Se ognuno di noi iniziasse a pensare che apparteniamo a un’unico grande gruppo, il genere umano, non ci sarebbero tanti conflitti, odi, lotte, divisioni e genocidi. Questa storia è la dimostrazione del fatto che alla base di certe ideologie c’è solo una profonda ignoranza, non solo culturale, ma storica e familiare. La rimozione a volte aiuta a superare i traumi, ma non permette di affrontare il futuro con il bagaglio indispensabile che ci deriva dalla conoscenza e dall’analisi del nostro passato.

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Ordine nel disordine?

confini

Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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Lobby e dintorni

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Quando ci parlano di eliminare il finanziamento pubblico ai partiti, come soluzione volta alla massima trasparenza e democrazia, penso sia meglio concentrarsi sulle possibili conseguenze e perché no, guardare cosa accade altrove. Non che in Italia non esistano lobby, anzi, ma il sistema è infinitamente meno articolato, sviluppato e pervasivo di quanto accade negli USA. Un’inchiesta di The Nation, analizza la situazione dei lobbisti statunitensi nel 2013. Nel 1995 veniva varato il Lobbying Disclosure Act, che stabilisce i termini in base ai quali un lobbista deve registrarsi. Oggi, si assiste a una diminuzione delle lobby registrate, con annessa flessione delle spese complessive. Cosa è successo? Secondo lo studio è aumentato il sommerso, grazie a tecniche sempre più sofisticate per creare falsi gruppi di pressione e mascherare i fondi impiegati. Insomma, nonostante gli sforzi, lo stato non riesce ad arginare un fenomeno che se non controllato diventa pericolosamente e altamente distorsivo. Obama ha sostenuto la necessità di tenere sotto controllo il potere delle lobby, firmando un ordine esecutivo che però ha acuito il problema dei campioni del livello non ufficiale, di coloro che sono abili ad agire di nascosto.

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Come cambiano in fretta le stagioni

Rileggiamo insieme un testo, tratto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012 sulla situazione in Ucraina, al punto 8:

(L’UE) esprime preoccupazione per il diffondersi di sentimenti nazionalistici in Ucraina, che trova espressione nel seguito del partito Svoboda, il quale è così diventato uno dei due nuovi partiti rappresentati in seno alla Verchovna Rada; ricorda che le idee razziste, antisemite e xenofobe contrastano con i valori e i principi fondamentali dell’Unione europea; rivolge quindi ai partiti di orientamento democratico presenti in seno alla Verchovna Rada un appello a non associarsi né formare o appoggiare coalizioni con il citato partito;

Teniamo presente che oggi, nel nuovo governo ucraino, al partito Svoboda sono state assegnate le seguenti cariche:
Oleksandr Sych – Vice Prime Minister
Andriy Mokhnyk- Minister of Ecology
Ihor Shvayka – Minister of Agriculture
Ihor Tenyukh – Minister of Defence

A voi le conclusioni. La situazione è molto più complessa di quanto possiamo immaginare.

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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Il Kirghizistan sulla scia dell’Ucraina?

Nel 2005, la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan era riuscita a mandare a casa il corrotto presidente Askar Akayev.

Purtroppo le cose non sono andate come speravano molti kirghizi: il successore Kurmanbek Bakiyev, aveva il medesimo vizio ed è stato deposto nel 2010. In seguito, il  Kirghizistan è diventato il primo stato parlamentare dell’Asia centrale, dove di solito il presidente e la sua cricca controllano economia, politica e finanza.

Almazbek Atambayev, il nuovo leader del paese è anch’egli caduto in tentazione, ampliando i suoi poteri e perseguitando gli oppositori. Pertanto, lungi dal vedere il cambiamento, ancora oggi le lotte di potere tra i clan locali e le fazioni politiche continuano ad affliggere il paese. Ci sono contrapposizioni tra nord e sud arretrato, luogo di conflitti interetnici nel 2010. le autorità della capitale non intervengono, né cercano di investire nello sviluppo economico e sociale del sud del paese.

Si tratta di una palese decisione politica di  Atambayev, filorusso, che ha scelto di rendere il paese economicamente dipendente da Mosca. L’industria militare, energetica e dei trasporti è in mano russa. Gli avvenimenti ucraini potrebbero esacerbare gli animi di coloro che mal sopportano questa politica filorussa di Atambayev.

 

Per approfondimenti.

 

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La nociva semplificazione analitica

La vicenda della Crimea viene vissuta in Spagna come un precedente per la questione dell’indipendenza della Catalogna, dove il 9 novembre si svolgerà un referendum a riguardo. Ne parla José Ignacio Torreblanca in un suo post.

La Spagna viene relegata ai margini del dibattito europeo, che ora si è spostato verso est. La questione catalana è un problema delicato, che non ammette soluzioni facili, ma richiede un approccio solido e serio dal punto di vista politico, intellettuale e umano. Ora però i riflettori sono puntati sulla Crimea e su come affrontare il tentativo della Russia di annettere la regione ucraina, anche qui attraverso un referendum. L’elemento centrale è che questa consultazione popolare avviene sotto l’egida russa ed è stata indotta tramite l’occupazione militare. I pericoli sono la spaccatura, la guerra civile, la destabilizzazione dell’area. Per scongiurare il peggio, oltre agli aiuti economici sarebbe auspicabile un grande accordo politico tra gli attori ucraini coinvolti, di cui si dovrebbero rendere garanti gli USA, UE e Russia; assieme all’invio degli osservatori OCSE.

Questi eventi hanno avuto una vasta eco in Spagna e come al solito, nella semplificazione imperante, nelle analisi frettolose e confezionate con l’accetta, l’idea della secessione catalana non è più così remota. In Ucraina siamo di fronte all’ennesima violazione del principio di sovranità nazionale, con ingerenze forti dall’esterno. Catalogna e Crimea sono due episodi che devono essere presi in considerazione separatamente, in quanto è impossibile assimilarli. Altre analisi sull’argomento non sarebbero d’aiuto: l’obiettivo deve essere aiutare l’Ucraina a trovare la propria strada per una convivenza pacifica e unitaria. Per il bene della pace e della sicurezza europee.

 

Aggiornamento del 20 aprile 2014:

A quanto pare il percorso del referendum catalano si è bloccato. Qui la notizia su El País.

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Better together?

Questo (naturalmente senza il punto interrogativo) è il motto della campagna dei laburisti unionisti, in vista del referendum del 18 settembre prossimo, in cui si gioca l’indipendenza della Scozia. L’approccio degli unionisti è tiepido, insicuro, fragile nelle argomentazioni, forte solo di uno scetticismo verso la possibilità che prevalga il fronte separatista, capeggiato da Alex Salmond. Invece, stando ai sondaggi, il divario si assottiglia sempre più e cresce il sostegno allo Scottish national party, anche se Londra non sembra preoccuparsene più di tanto. La lunga campagna referendaria potrebbe giocare brutti scherzi agli unionisti. Quasi tutti i partiti sono contrari alla divisione, tranne il già citato Snp  e lo Scottish green party. Gli unionisti hanno sollevato questioni di tipo procedurale e giuridico riguardanti, ad esempio, il rapporto tra Edimburgo e l’UE. Ma agli entusiasti dell’indipendenza, questi appaiono problemi secondari e facilmente superabili. Mai sottovalutare questi fenomeni..

Vi suggerisco l’ottimo articolo di Alex Massie su Spectator.

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La destra dai modi “gentili”

Florian Philippot, classe 1981, francese, vicepresidente del Front National e leader dell’organizzazione del partito di Marine Le Pen. Un rampante stratega che cerca di migliorare il look a un partito che continua a incarnare ciò che sta estremamente a destra, ma che aspira a incamerare tutti coloro che sono assetati di risposte sui temi quali disoccupazione, sicurezza e immigrazione. Da qualche tempo è in atto un restyling del partito e si cerca di edulcorare le pillole amare di un partito che è geneticamente intriso di idee pericolose. Si cavalca l’onda del malcontento, si invoca l’uscita dall’euro, l’avvio di un “protezionismo intelligente” si aspira ad introdurre limiti nel libero mercato UE e di gettare a mare Schengen.  Il FN si aspetta di fare il botto alle europee. Intanto, Philippot, che dice di ispirarsi a De Gaulle, è candidato sindaco per le prossime elezioni della cittadina di Forbach,in Alsazia, ai confini con la Germania. La destra dal volto gentile che non vuole più far paura e che racconta una storia diversa, facendo perno sul patriottismo. Il FN potrà cambiare il pelo, ma la vecchia destra fascista non perderà mai i suoi connotati. Vigiliamo, che è meglio.

Vi suggerisco a proposito l’articolo di Mathieu von Rohr su Der Spiegel.

Aggiornamento del 31 marzo 2014: ecco i risultati elettorali.

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Una risoluzione contro la violenza

Lo scorso 25 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Lotta alla violenza contro le donne”.

Il testo contiene la richiesta di una direttiva e una serie di proposte per la definizione di nuovi strumenti legislativi connessi a sette temi principali: standard minimi di difesa delle vittime di violenza, prevenzione e controllo della violenza sulle donne, creazione di sistemi nazionali coerenti ed equivalenti fra loro, coordinamento a livello UE della lotta alla violenza sulle donne, condivisione delle buone pratiche, creazione di un forum della cittadinanza e delle associazioni, creazione di un supporto finanziario per il meccanismo di uguaglianza di genere.

Un gruppo di eurodeputate, tra cui Patrizia Toia, in occasione della presenza dei commissari nei dibattiti in Aula, ha richiesto che l’Unione Europea abbia un ruolo più attivo nel far ratificare la Convenzione di Istanbul.

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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