Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Rosa canta e cunta

 

Rosa Balistreri

Rosa Balistreri

 

Pi nun perdiri lu cuntu. Nata il 21 a primavera, come Alda Merini. Non è un caso. Come Alda, era capace di segnare una differenza, una unicità di sguardo per indagare nelle pieghe della vita e raccontarle, in profondità. Una sensibilità che consentiva a entrambe di avere la capacità del dire oltre la parola e il senso comune. Conoscevo Rosa Balistreri molto poco. Oggi ne scrivo grazie alle sollecitazioni che mi sono giunte dopo aver visto il bel lavoro teatrale di Tiziana Francesca Vaccaro TERRA DI ROSA – u cantu ca vi cuntu. Un omaggio a una donna, che la sua terra, bella e piena di contraddizioni, se la portava dentro. La sua terra dura e amara, narrata con la sua voce profonda, che scava fino nelle viscere, un canto ancestrale che si innesta in un presente ancora difficile. La terra di una bambina che diventa donna e che da quella terra sente il bisogno di distaccarsi, ma allo stesso tempo non ne può fare a meno. Terra di emigrazione, difficile viverci e sopravviverci. A sud, dalla Sicilia alla mia Puglia, un’unica terra dalla quale non si parte mai del tutto. Quanto lo sappiamo noi che ci siamo nate e che lo continuiamo a sentire, dentro, anche se ce ne siamo andate. Viscerale è la sua produzione musicale, ripresa da Tiziana per raccontare la storia di questa donna che ha affrontato, scontrandosi e pagando di persona, il suo tempo e le sue regole. In lei la scintilla è scattata sin da piccola, quando ha cercato di trovare la sua strada, nonostante il padre, un matrimonio forzato con un uomo violento e l’oppressione di una Licata di inizio secolo. Appassionata l’interpretazione che ne fa Tiziana, riportandoci la vita in ogni suo aspetto, sempre vissuta in prima linea, senza cedere mai, credendo fermamente nell’amore, crudele ma indispensabile, motore di una vita. “Vogliu spaccari…spaccari li cieli, pì fari chioviri…chioviri amuri”.

Amore per la sua terra, per la verità, contro la violenza, contro la mafia, in un universo in cui le donne dovevano (e devono, purtroppo ancora oggi) restare al loro posto.
Le sue passioni, le sue idee, la volontà di cambiare e sovvertire l’esistente, che la porta a imparare a leggere e a scrivere all’età di 22 anni. Rosa che comprende quanto sia importante saper leggere e scrivere per non essere più schiava. Sapere e conoscere per essere libera. Il canto che sarà il suo compagno amorevole per tutta la vita, che le resterà appiccicato fino alla fine. Canto come liberazione e rivoluzione, come racconto, memoria, strumento che disvela ciò che si cela dietro le consuetudini, le violenze quotidiane e una società sorda che va riabituata ad ascoltare, affinché sia in grado di dire finalmente no a tante cose. Donna scomoda e fuori dal suo tempo, perché ne percepiva tutte le contraddizioni, le iniquità, le oppressioni, le discriminazioni di un patriarcato che metteva a tacere le donne, dividendole tra sante e bottane. Donne che esistevano solo in quanto figlie o mogli di e che al massimo esercitavano un potere illusorio confinato tra le mura domestiche. Ogniqualvolta una donna porta alla luce, racconta la storia di un’altra donna rivoluzionaria come Rosa Balistreri compie un lavoro fondamentale, affinché i messaggi non si perdano e si sia in grado di andare avanti, con l’energia di queste donne. Rosa che non si è mai adeguata, non ha mai incarnato il ruolo che famiglia e società avevano fissato per lei. Rosa che con la sua voce ha girato il mondo con i piedi sempre ben piantati nella sua terra d’origine, per non perdere mai il contatto con la vita, vita difficile, vita aspra, vita appassionata, vita che non sta in un cantuccio, ma canta e cunta.

Grazie Tiziana per questo tuo lavoro teatrale, per la forza, per la passione con cui porti in scena Rosa, le sue canzoni, le sue parole, il suo percorso, per una vita vissuta pienamente, non come vermi sotto terra, ma alla luce del sole. Un prezioso contributo per il nostro lungo cammino di emancipazione e di liberazione. Rosa noi continuiamo a camminare… chi ci può fermare????

 

Qui di seguito pubblico due estratti tratti dallo spettacolo di e con Tiziana Francesca Vaccaro

INIZIO

Da bambina stavo sempre per terra. Mi piaceva giocare con la terra, mi faceva sentire grande. Buttarmi a terra, sporcarmi i vestiti, impiastricciarmi la faccia, le mani di terra… A volte ne prendevo un po’ accovacciata, ci infilavo le mani con bastoncini di legno e scavavo, scavavo e trovavo radici, sassi e pure vermi… A me piacevano un sacco i vermi, ci giocavo proprio, li facevo andare un po’ qua un po’ là, e gli toccavo la testa. In realtà cercavo di accarezzarla, mi sembravano spaventati, mi facevano un po’ pena. E pensavo: “chissà come dev’essere vivere sotto la terra! E chissà cosa succede a questi poveri vermi quando vengono tirati fuori dalla loro casa, sopra la terra!” Non riuscivo proprio a immaginarmelo il disadattamento, la paura… Ci provavo, eh? Ma… ero piccola, non ci riuscivo molto bene. So solo che quando ci pensavo e li vedevo così, indifesi, stavo male, forse perché anch’io mi sentivo un po’ verme, come loro, fatta di terra, dentro la terra.
Allora con i bastoncini li rinfilavo giù, lì sotto. E scomparivano, puff… diventavano un’unica cosa con la terra.

La storia che vi sto per raccontare è la storia di un verme, un verme che dalla sua tana è stato costretto a fuggire ma che poi c’è ritornato.
È una storia di radici antiche, profonde, dal sapore di terra. Terra di Sicilia.
È la storia di Rosa Balistreri.

FINE

Da bambina stavo sempre per terra. Mi piaceva giocare con la terra, mi faceva sentire grande. Poi diventi veramente grande e ti accorgi che ti capita sempre più raramente di buttarti a terra, sporcarti i vestiti, impiastricciarti la faccia, giocare con i vermi… Diventi grande e giochi a confrontarti con altre terre, a scoprire nuovi mondi, mischiarti con le persone, a incontrare nuovi vermi.

 

 Foto di Simone Boiocchi © 2015

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Il testo del brano “Rosa canta e cunta” di Rosa Balistreri

Stasira vaju e curru cu lu ventu
a grapiri li porti di la storia.
Stasira vogliu dari p’un mumentu
la vita a lu passatu i a la memoria.
Stasira cu la vampa di l’amuri
scavu na fossa, na fossa a lu duluri.

C’è chiù duluri, c’è chiù turmentu
ca gioia e amuri pi l’umanità
Nun è lu chiantu ca cancia lu distinu,
nun è lu scantu ca ferma lu caminu,
grapu li pugna, cuntu li jita
restu cu sugnu, scurru la vita.

Cantu e cuntu, cuntu e cantu
pi nun perdiri…lu cuntu.

Nuddu binidicì lu me caminu,
mancu la manu nica d’un parrinu
e vaju ancora comu va lu ventu
cercari paci sulu p’un mumentu.
Vogliu spaccari…spaccari li cieli
pì fari chioviri…chioviri amuri.

C’è cu t’inganna, c’è cu cumanna
e cu ‘n silenziu mutu si nni sta.
È lu putiri ca nforza li putenti,
è lu silenziu ca ammazza li ‘nnuccenti,
grapu li pugna, cuntu li jita
restu cu sugnu, cercu la vita.

Cantu e cuntu, cuntu e cantu
pi nun perdiri…lu cuntu.

Vinni a stu munnu quannu lu “Voscienza”
si schifiava pi li strati strati.
Tempi d’abbusi, di fami e di guerra
criscivu mmenzu di li malannati.
Lacrimi muti ni chiancivi e quanti,
la me nnuccenza si la sparteru ‘n tanti.

La mala genti, li priputenti,
tanti su tanti nni sta sucità.

Nun è l’amuri ca crisci ad ogni banna,
ma lu favuri ca sparti cu cumanna,
grapu li pugna, cuntu li jita
restu cu sugnu, scurru la vita.

Cantu e cuntu, cuntu e cantu
pi nun perdiri… lu cuntu.

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(Don’t fear) the reaper

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Il brano è strafamoso ed è datato 1976. L’autore è Donald “Buck Dharma” Roeser, chitarrista della rock band americana Blue Öyster Cult. La canzone ruota sul riff ossessivo che ci trascina e ci immerge in un clima tardo psichedelico e quasi magico, con un gusto nell’arrangiamento che ci riporta a quei magici e irripetibili anni. Il tema non è proprio leggerissimo. Dharma si interroga su cosa accadrebbe se dovesse morire giovane.

A un primo ascolto leggiamo solo l’ineluttabilità della morte e l’invito a non averne paura. Poi emerge il coinvolgimento di una seconda persona, l’amata e l’auspicio di un amore eterno. Scavando nelle parole si ha l’impressione che ci sia un chiaro riferimento a un omicidio-suicidio e a nulla valgono le rassicurazioni di Dharma che precisa che si tratta di una canzone sull’amore eterno. Egli ricorre a Romeo e Giulietta come simboli di una coppia che crede di rincontrarsi nell’aldilà. Inquieta la frase 40.000 men and women ogni giorno, sottintendendo muoiono.

A mio avviso, l’ottica del brano trasuda un punto di vista malato, di un uomo che cerca di coinvolgere nel suo piano di morte anche la sua amata. È un po’ l’idea che forse passa per la mente di molti uomini quando decidono di togliere la vita alle donne. La versione più “emo” e gotica degli Him lo chiarisce molto bene e ne sottolinea la morbosità, attraverso la presenza di una riluttante voce femminile. Anche il testo rispecchia una fase di cambiamento in atto a metà degli anni ’70: dove a liriche portatrici di una visione propositiva, di rinascita e di speranza, si affacciano sempre più testi legati all’alienazione e alla crisi esistenziale. I capostipiti di questo filone furono i Black Sabbath con Paranoid del 1970.
Il brano Don’t fear the reaper resta una delle perle del rock di tutti i tempi.

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I forgot my mittens

cristalli di neve

 

Premetto che sono di parte e che probabilmente questo difetto invaderà ciò che sto scrivendo. Mi riallaccio al mio precedente post musicale per riprendere il tema dei rapporti tra figli e genitori. È la volta di una delle mie cantautrici preferite: Tori Amos e la sua Winter, brano del 1992, inserito in Little Earthquakes. Le canzoni della Amos sono vere, attenzione, non verosimili. Questo è indubbiamente un elemento imprescindibile per Tori. Sono musicalmente dei cristalli di neve, allo stesso tempo dirompenti e potenti come un ruscello di montagna. Figlia di un pastore metodista e di un’insegnante di origini cherokee, rompe la sua educazione musicale classica per seguire le sue personalissime inclinazioni. Chi l’ha vista dal vivo, attorniata dalle sue numerose tastiere, può tranquillamente affermare che lei è un’unica cosa con il pianoforte.

Ma torniamo al brano, dal testo a tratti ermetico, che racchiude il percorso di un padre e di una figlia. C’è tutta la tenerezza dei ricordi dell’infanzia, che riaffiorano. La piccola Tori si è dimenticata le sue muffole: “I get a little warm in my heart – When I think of winter – I put my hand in my father’s glove”. Poi affiora la consapevolezza che le cose cambiano in fretta, si cresce e bisogna imparare a farcela da soli:

“I tell you that I’ll always want you near. You say that things change”.

Emerge la difficoltà di centrare pienamente ciò che si è, si gira attorno senza riuscire a cogliere l’essenza di ciò che siamo.

E poi i ruoli si ribaltano ed è la figlia che chiede al padre:

“When you gonna love you as much as I do”.

Il tempo è trascorso e molti sogni sono stati abbandonati, ci si confida il desiderio di essere orgogliosi l’uno dell’altra.

Un sussurro chiude la canzone:

“Never change. All the white horses…”

Cosa saranno i cavalli bianchi che in un primo tempo “are still in bed” e alla fine della canzone have gone ahead?

Azzardo un’ipotesi: penso che i cavalli bianchi siano i sogni, i bivi che nella vita si incrociano e che ci impongono una scelta, le occasioni perdute. Sono le porte di quelle scelte mai compiute e che sono ormai chiuse. La strada per diventare adulti passa per il superamento e per il doloroso abbandono di quel mondo di white horses. Nonostante le cose inevitabilmente cambino, quei sogni non mutano e restano dentro di noi.

L’ispirazione deriva da una poesia di E. E. Cummings del 1926, “After all white horses are in bed”, ripresa da Gwyneth Walker nel 1979 nell’opera per coro e piano denominata “White Horses”:

after all white horses are in bed
will you walking beside me, my very lady,
touch lightly my eyes
and send life out of me and the night
absolutely into me?

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Cat’s in the cradle

Eishosai_Choki_-_Cat's_Cradle

Il brano risale al 1974, l’autore è Harry Chapin, sconosciuto ai più. Chapin si ispirò a una poesia scritta dalla moglie Sandy sul rapporto del suo ex marito e del rispettivo padre. Johnny Cash ne fece una cover nel 1990. Sarà forse più facile ricondurre questo pezzo agli Ugly Kid Joe, che lo ripresero nel 1993. Mentre l’originale era pienamente ascrivibile al genere country, il secondo rientra pienamente nel sound rock degli anni ’90.

Il brano gioca sul rapporto padre-figlio, ma rispetto al brano di Cat Stevens Father and Son, qui non abbiamo un punto di contatto tra i due. Il padre è troppo impegnato per dedicare del tempo al figlio, ed il figlio colma questo vuoto cercando di essere “just like him”. Il tempo passa, il figlio è un giovane adulto e i ruoli si ribaltano: ora è il padre che vorrebbe maggiori attenzioni da quel figlio che è “just like me”, ma il figlio è a sua volta troppo occupato. Nel brano ci sono altri riferimenti ad elementi dell’infanzia, oltre al gioco con il filo richiamato dal titolo: i cucchiaini d’argento che si usa regalare per il Battesimo, la filastrocca Little Boy Blue e l’uomo sulla Luna.

“He learned to walk while I was away”: questo è uno dei motivi per cui ho deciso di fermarmi ed esserci in momenti come questo, che non ti capitano due volte nella vita. Provo, come tutti, ad essere un buon genitore e vediamo come va.

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