Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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1995: sembra ieri

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Son trascorsi 20 anni dalla Conferenza mondiale sulle donne di Pechino (qui), indetta dall’Onu, alla quale parteciparono oltre trentamila donne di tutto il mondo. Da quella conferenza uscì la Piattaforma d’Azione (QUI), il testo politico più ricco e visionario su cui le donne si siano mai confrontate a livello internazionale e che resta tuttora una fondamentale pietra miliare per i diritti delle donne.
Ci ritroviamo in Sala Alessi, Milano, anno 2015. Un incontro costruito e voluto fortemente dal gruppo internazionale della Casa delle donne di Milano. Buona partecipazione, età media abbastanza elevata. Pochissime presenze di una generazione, la mia, che all’epoca di Pechino era in piena adolescenza o giù di lì. Così per le successive. Si pone il problema di come passare il testimone tra la generazione di Pechino e le nuove. Cosa è rimasto di allora, cosa è accaduto nel frattempo?
Indubbiamente una buona occasione per tracciare un bilancio, disegnare lo stato dell’arte della condizione delle donne nel mondo, ascoltare le testimonianze di attiviste provenienti da vari Paesi, tra fondamentalismi religiosi, neoliberismo, varie forme di patriarcato, crisi globale, insomma tra sfide vecchie e nuove. Oggi, dotate di una consapevolezza in più: sapere che molte donne non conoscono i propri diritti e che c’è la possibilità di cambiare la propria condizione. Il femminismo dovrebbe parlare anche e soprattutto a queste donne, altrimenti è semplicemente un susseguirsi di lustrini, paillettes e sterile agghindarsi.

Molto interessante l’introduzione di Anita Sonego, che ha ricordato cosa avesse rappresentato allora la conferenza di Pechino: uno spartiacque che segnava il riconoscimento ufficiale del ruolo delle donne nelle politiche mondiali, un punto fermo, dal quale partire per costruire un assetto mondiale diverso. Un evento che aveva sprigionato una forza e un’energia enormi, una rinnovata certezza di far parte di un movimento politico, quello delle donne, fondamentale e duraturo.
Oggi da più parti si cerca di tornare indietro, attuando una sorta di restaurazione del modello di società di stampo patriarcale, con ruoli e ordini che pensavamo ormai archiviati per sempre. Invece, complici la crisi dell’ordine mondiale e la globalizzazione, c’è un pericoloso effetto backlash, con una sfida per il movimento delle donne: come agire e incidere in questo contesto difficile. La questione non ruota più solo attorno all’accesso al potere da parte delle donne. Ma si pongono due strade alternative: accedere al potere e cambiarlo, oppure cercare di scoprire ed evidenziare cosa è alla base e dietro il potere stesso. Quale crimine fonda il potere? La cancellazione delle donne, un potere che si fonda su questa esclusione. Come ci rapportiamo con questa “negazione”, annullamento delle donne? Secondo Anita Sonego occorre mantenere lo sguardo lucido di Medea di Christa Wolf, le donne prima e dopo Pechino ci siano da guida con la loro lucidità.
L’europarlamentare Eleonora Forenza interviene con un messaggio video: richiama la mercificazione dei temi di cura e e relazioni, il gender gap, la disuguaglianza strutturale, i contenuti della recente Risoluzione Tarabella. Tante le strategie che noi donne mettiamo in atto per resistere alle varie forme attraverso le quali il patriarcato cerca di affermare se stesso e le sue regole.

Cecè Damiani presenta il percorso di nascita della Casa delle donne di Milano. Traccia il percorso delle cinque conferenze mondiali sulle donne, da quella di Città del Messico del 1972 all’ultima nel 2000 a New York.
Viene evidenziato un ruolo marginale dell’Italia nelle varie esperienze internazionali del movimento delle donne, con partecipazioni che sono rimaste individuali e non hanno creato un discorso diffuso e condiviso. Ecco, in qualche modo si evidenzia uno dei limiti principali del movimento nostrano. Pechino suggeriva un metodo ben preciso: pensare globalmente, agire localmente. Ci si chiede quanto le reti internazionali tra donne abbiano funzionato e spinto verso soluzioni concrete.
Gli spazi di azione aperti da Pechino, sembrano essersi in parte richiusi.
Oggi il movimento ha cambiato forma, metodi di intervento e leadership, agisce attraverso mille rivoli disseminati sui territori, concentrato su singole tematiche, interessi e aspetti. In Italia, in particolar modo, a mio avviso subisce le spinte individualistiche, al far da sé, perché, almeno da noi, fare le cose assieme è diventato un terreno accidentato. A furia di colpi bassi e strumentalizzazioni, si è persa la voglia di lavorare collettivamente. Ma in questo modo rischiamo di incidere meno, di non raggiungere gli obiettivi, di subire la leadership maschile, che tende inevitabilmente a lasciarci nell’invisibilità. Ancora una volta ci viene chiesto di assumere il ruolo di salvatrici, di coloro che si sacrificano per gli altri. La crisi globale colpisce maggiormente le donne, lo sappiamo sulla nostra pelle. Il ritorno a un ruolo domestico, di cura, di supplenza di servizi pubblici inesistenti, confina le donne in un recinto che pensavamo di aver rimosso. Torniamo a una nuova dipendenza dagli uomini, con contorni labili tra scelta e decisione coartata e coatta. Oggi più che mai una spinta verso la libertà femminile comporta grossi rischi, il sottrarsi a ruoli tradizionali può innescare episodi di violenza maschile, volta a ripristinare una supremazia maschile. L’esaltazione del lavoro di cura in capo all’elemento femminile è finalizzato a garantire che privilegi maschili secolari non possano essere intaccati. Una certa politica neoliberal considera la questione della parità uomo-donna raggiunta, come se non permanessero disuguaglianze e conflitti sociali. Pur ammettendo l’importanza di un ruolo attivo delle donne nella vita pubblica, economica non si riesce a superare quelle distanze che tutti noi conosciamo. Si torna ad attaccare i diritti e le libertà delle donne per assicurarsi un ancestrale controllo sulle donne, sui loro corpi, sulle loro scelte e sulle loro vite. È necessario comprendere il nesso tra fondamentalismo (soprattutto religioso) e patriarcato. Lo scopo dell’incontro in Sala Alessi si proponeva i seguenti quesiti e ambiti di indagine: come il patriarcato si sta riorganizzando nei vari Paesi, le strategie delle donne per resistergli, conoscere le esperienze locali e internazionali.
L’economista e attivista per i diritti delle donne Peggy Antrobus interviene in un video, in cui traccia l’importanza delle conferenze degli anni ’90 per aver portato nelle agende politiche il tema dei diritti delle donne come diritti umani. Qui il video trasmesso.

Marina Sangalli sottolinea l’importanza di riaffermare gli impegni tracciati a Pechino, per evitare un pericoloso rollback, una retromarcia verso nuove forme di patriarcato. Personalmente penso che il patriarcato non sia mai andato via, ma sia rimasto una costante.
Al tasso attuale dei cambiamenti culturali, quanto detto a Pechino potrebbe diventare realtà non prima di 80 anni. Non proprio pochi. Il cambiamento è demandato alle organizzazioni della società civile, chiedendo ai governi di creare il contesto favorevole e finanziamenti per consentire che ciò accada. Qui in un recente contributo.

Faccio un inciso per fare una segnalazione. Presso l’EC Forum on the Future of Gender Equality, la European Women’s Lobby ha chiesto alla commissione europea e agli stati membri di avviare una concreta strategia europea per raggiungere pari opportunità tra uomini e donne: QUI.

Quali prospettive di genere nella nuova agenda ONU 2015-2030? Qui qualche info:

http://www.unwomen.org/en/what-we-do/post-2015
http://www.unwomen.org/en/news/stories/2015/02/ed-opening-address-at-mobile-learning-week
http://www.unwomen.org/en/news/stories/2014/9/ed-speech-at-post-2015-stocktaking-event
http://www.ipsnews.net/2015/03/women-leaders-call-for-mainstreaming-gender-equality-in-post-2015-agenda/
http://en.wikipedia.org/wiki/Post-2015_Development_Agenda

Justa Montero, ha fatto un intervento energico, tosto, denso di temi. La libertà femminile è sotto attacco da più versanti: patriarcato, liberismo, fondamentalismo. La crisi sociale ambientale, sociale, economica e democratica ha effetti devastanti sulla vita delle donne. È un fattore che moltiplica le disuguaglianze, precarizza la condizione delle donne. Basti pensare alle percentuali di disoccupazione giovanile, le problematiche delle lavoratrici immigrate che mantengono a distanza le proprie famiglie, la violenza sessuale, la violenza domestica, il processo di ritorno alla famiglia per sopperire alla mancanza di servizi di cura. Tutti fattori che segnano un emergente ritorno alla responsabilità prevalentemente in capo alla donna della gestione della vita domestica, un lavoro invisibile e gratuito. La precarizzazione della condizione delle donne non solo nel mondo del lavoro, pienamente in linea con quella che Montero chiama la economia del rebusque (temporanea, precaria). Così le percentuali di persone che lasciano il lavoro retribuito per accudire un familiare sono maggiormente femminili. In questo quadro, diritti e sentimenti che spingono le donne alla cura si contrappongono. Si produce un tipo di lavoro “naturalmente” assegnato alle donne. Questo sistema porta a una invisibilizzazione delle donne, della loro condizione economica e generale. C’è tutto un bagaglio culturale che permette di considerare “naturale” questo assetto.
Un altro tema centrale è l’aumento della violenza tra persone giovani, con un ritorno a una pericolosa idea di amore romantico, che apre le porte anche a forme morbose di rapporti, che vedono al centro un’idea di possesso della donna, che nulla hanno a che fare con l’amore.
Le femministe spagnole hanno dimostrato di essere in grado di creare un fronte compatto per opporsi ai disegni del governo in tema di autodeterminazione, per affermare i propri differenti modi di vivere, identità sessuali, scelte sulla maternità. La mobilitazione #YoDecido ha vinto la sua battaglia per dire no a un tentativo di tornare a controllare le donne e i loro corpi (per questo sono importanti le iniziative come la dichiarazione di Berlino QUI). Il femminismo è in prima linea anche per trovare soluzioni per superare l’attuale crisi. Le piazze spagnole hanno dimostrato che ci sono persone piene di speranza, disposte a impegnarsi in prima persona per ottenere un cambiamento.
Un quadro nuovo, composto dalle donne immigrate, nuovi attori politici, nuove istanze, liste elettorali in ordine alternato di genere, fanno sperare in un superamento della crisi democratica, che è crisi di rappresentanza politica.
L’intervento di Montero si chiude con un meraviglioso augurio: “La revolución será feminista o no será”, oggi è il nostro tempo, e che il cambiamento sia effettivo per le donne!
Mona El Tahawy, giornalista e attivista egiziana, ha raccontato la situazione egiziana a partire dalle proteste di piazza Tahrir, con i diritti umani fortemente limitati, le violenze sulle donne (pubbliche, anche durante le proteste, sui mezzi, per le strade, e domestiche), le coperture di questi crimini e le connivenze con chi li commette da parte delle forze dell’ordine, la difficoltà di essere attivista in un contesto illiberale, in uno stato fortemente militarizzato, una magistratura che non applica le leggi. Le proteste chiedevano maggiore libertà, anche per le donne.
Ricordiamo tutti l’uso della violenza sessuale come strumento politico contro le donne nel corso di manifestazioni e proteste, che risale al 25 maggio 2005, una giornata ricordata come “mercoledì nero”. Così come non possiamo dimenticare la prassi dei test di verginità sulle donne che protestavano (QUI).
Le condizioni delle donne sono pessime e permangono forti disuguaglianze tra uomini e donne.
Altra questione è la pratica delle mutilazioni genitali che continua ad essere diffusa.

Ahlem Belhadj, ex presidente dell’associazione tunisina donne democratiche (ATFD) ha parlato del ruolo delle donne negli anni della lotta per l’indipendenza (1956), fino ad oggi, contro i fondamentalisti. Si è soffermata sulle forme di resistenza messe in atto dalle femministe: richiesta di parità nelle liste elettorali, diritto al lavoro, lotta alla corruzione, maggiore giustizia sociale. Oggi la lotta si rivolge contro ogni forma di violenza, terrorismo, contro il patriarcato, lo sfruttamento messo in atto dal capitalismo e dal neoliberismo.

Jasmina Tešanović, scrittrice, regista e femminista serba, ci ha portato l’esperienza delle Donne in Nero di Belgrado, movimento pacifista, contro ogni forma di militarizzazione e violenze, che si batte per un recupero delle storie delle donne, che durante gli anni della guerra (quest’anno cade il 20° anniversario del genocidio di Srebrenica) furono vittime di stupri, violenze e rese profughe. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja nel 2007 ha riconosciuto il crimine di genocidio perché “l’azione commessa a Srebrenica venne condotta con l’intento di distruggere in parte la comunità bosniaco musulmana della Bosnia-Erzegovina”. Le donne sono state il vero motore di pace.

Ha chiuso gli interventi del mattino Berit As, norvegese, fondatrice dell’Università delle donne nordiche ed ex parlamentare.

Ho seguito solo i lavori della mattinata e non conosco l’esito dei tavoli di lavoro del pomeriggio. A breve verrà pubblicata una relazione dei lavori sul sito della Casa delle donne di Milano. Sarà fondamentale leggere i risultati di questo convegno internazionale, per comprendere cosa è nato dal confronto delle diverse esperienze. Per tradurre in pratiche concrete di cambiamento quanto espresso in sala Alessi. Questo il mio primo auspicio.
Personalmente penso sia stata una mattina proficua, piena di spunti e di idee da portare a casa, insomma tutto molto stimolante. Saperi e storie messe in circolo, condivise. Penso sia importante recuperare i passi compiuti nel passato e tornare a fare periodicamente il punto su dove siamo e quali sono i nostri obiettivi. L’unico rammarico è stato non aver potuto partecipare ai tavoli pomeridiani. Sensazione finale: “i femminismi del 2000” erano fuori. A testimonianza e a conferma di come ci siano dei luoghi diversi di azione e delle modalità differenti. Auspico la creazione di vasi comunicanti. Parola d’ordine: apertura!

 

Biografie delle relatrici

QUI

 

LINK

http://casadonnemilano.it/networking-internazionale/

http://www.dawnnet.org/feminist-resources/

 

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La paradossale marcia delle donne verso l’emancipazione

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Desidero proporvi questa mia traduzione di un articolo di Rémi Barroux, pubblicato su Le Monde il 12 gennaio 2015. Il mio francese è pessimo, ho cercato di fare del mio meglio perché l’argomento mi sembrava interessante, ma sono benvenute le vostre correzioni!

 

I progressi verso la parità tra donne e uomini sono reali, ma la strada è ancora lunga. I passi in avanti sono paradossali e incompleti, scrivono gli autori dell’Atlas mondial des femmes, il primo del genere, presentato lunedì 12 gennaio, presso l’Institut national d’études démographiques (INED) e pubblicato da Autrement.

La causa dei diritti delle donne è relativamente recente: solo nel 1945 l’ONU ha adottato una Carta che stabilisce i principi generali di eguaglianza tra i sessi. Da allora, diverse conferenze internazionali hanno chiarito gli obiettivi. Il 18 dicembre 1979 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato, in particolare, la Convenzione (qui) sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne.
E la quarta Conferenza mondiale tenutasi nel 1995 a Pechino – di cui quest’anno si celebra il ventennale – , si è conclusa con una Dichiarazione e un programma d’azione per l’emancipazione sociale, economica e politica delle donne (qui).

 

1

 

Com’è la situazione reale oggi? “Vi sono miglioramenti in vari settori, come ad esempio la sanità e l’istruzione, ma registriamo anche dei peggioramenti”, spiega Isabelle Attané, demografa e dell’INED e coautrice dell’Atlas. Meno numerose rispetto agli uomini dal 1950 – le donne sono quasi 3,6 miliardi rispetto a una popolazione mondiale di 7,4 miliardi di persone – vivono più a lungo, in qualunque parte del mondo. Ma si tratta di uno dei pochi vantaggi che possono vantare rispetto agli uomini. Nel 2010, il rischio per un uomo di morire a 20 anni era tre volte superiore a quello di una donna. Ahimè, questa speranza di vita maggiore nasconde un più rilevante degrado della salute della donna, a causa in particolare di “una difficoltà a conciliare vita professionale e vita familiare, poiché le attività domestiche poggiano maggiormente sulle spalle delle donne rispetto agli uomini, oltre a quelle lavorative” scrive la demografa Emmanuelle Cambois.
Per il resto le disuguaglianze sono sistematicamente contro le donne. Particolarmente esposte nella vita domestica, sono loro che soffrono maggiormente a causa delle violenze sessuali (75-85%). questo incremento nelle statistiche delle violenze, secondo la sociologa Alice Debauche, è dovuto a “una liberazione dell’espressione delle donne”. In Francia per esempio, il numero degli stupri denunciati è passato da circa un migliaio nel 1980 a circa dieci volte tanto nel 2000. Le misurazioni e i raffronti in merito alla violenza, tuttavia, restano complicate da fare, perché le definizioni giuridiche degli stupri, delle aggressioni o delle molestie, le possibilità di uscire dal silenzio differiscono da un paese all’altro.

 

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Nel settore economico cresce l’accesso al lavoro, ma “vediamo che le donne restano una variabile di aggiustamento privilegiata in un contesto di liberalizzazione e di crisi economica”, sostiene Attané (in pratica sono le prime a pagare le conseguenze di una crisi e ad essere licenziate, ndr). Nei paesi in cui i lavori informali e domestici sono importanti, questo aspetto potrebbe essere meno percepito. Ma la maggiore vulnerabilità delle donne è reale. Più spesso disoccupate, sono anche coloro che rischiano maggiormente di perdere il loro posto di lavoro. Le donne hanno una maggiore propensione ad accettare il rischio di perdere il posto nei successivi sei mesi: in Finlandia (17% donne-11% uomini), in Danimarca (11% e 7%), in Belgio (quasi 10% e 4%), in Spagna o in Austria. In altri paesi come Francia, Portogallo e Regno Unito, la minaccia pesa sulle industrie tradizionalmente maschili, che porta a spiegare la minore paura delle donne di perdere il lavoro rispetto agli uomini. (In pratica, una donna si attende con maggiori probabilità di venire licenziata in caso di crisi, per questo sarebbe meno preoccupata e più propensa ad accettare l’eventualità: come dire, che ne siamo consapevoli, lo accettiamo meglio, insomma viviamo meglio le fregature, bah, sono perplessa, ndr).
L’occupazione femminile resta confinata alle posizioni di minor conto, nell’agricoltura, nel commercio e nei servizi. Sono pagate meno e più colpite dalla povertà. Negli Usa, il tasso di povertà delle donne è stato del 14,5% contro il 10,9% degli uomini nel 2011. E soprattutto continuano a fare la “doppia giornata” di lavoro: tornate a casa, la maggior parte deve svolgere le mansioni domestiche, lavare i piatti, pulire, cura dei bambini e delle persone non autosufficienti ecc. In Francia questi compiti occupano 20,32 ore settimanali rispetto alle 8,38 ore degli uomini.Se includiamo bricolage, giardinaggio, shopping o giocare con i bambini, lo squilibrio si riduce ad appena 26,15 ore per le donne contro le 16,20 per gli uomini.

 

3

 

“L’uguaglianza di genere proclamato in numerosi testi non è acquisito di fatto, è necessario mettere in evidenza gli ostacoli”, avverte Isabelle Attané. Nella sfera privata, ad esempio, le rappresentazioni sono complicate. “Sappiamo che la politica scolastica è guidata dalla socializzazione di genere, già presente in ambito familiare”. Le donne laureate in materie scientifiche sono la maggioranza in Asia centrale, in Medio Oriente e Nord Africa, mentre in Europa occidentale e Nord America le donne sono poco presenti negli studi quali l’informatica e l’ingegneria, privilegiando ambiti quali la sanità, il sociale e la puericultura.
Le disuguaglianze si sono spostate, sostiene Wilfried Rault, sociologo presso l’INED e coautore dello studio. “Il tasso si scolarizzazione delle donne progredisce, i canali e l’accesso a determinate professioni sono più discriminanti. Questo avveniva già in passato, ma il confine si è spostato: le disuguaglianze si verificano più tardi”.

Nel mondo del cinema, dice Brigitte Rollet, esperta in audiovisivi e insegnante a Sciences-Po, le donne rappresentavano l’86% dei posti di lavoro nel settore dei costumi e il 62% in quello delle scenografie, ma il 32% nella regia o il 22% nel suono, secondo la ricerca sugli studenti diplomati alla Fémis, l’école nationale supérieure des métiers de l’image et du son, tra il 2000 e il 2010.
Il prodotto cinematografico, nonostante le protagoniste femminili siano presenti sui manifesti, è molto maschile. Infatti, la quota di donne nella redazione di Positif è solo del 12%, l’8% presso Première e il 22 % presso Cahiers du cinéma. Erano inesistenti nel CdA di UGC nel 2013, solo il 25% presso Pathé e il 30% in quello di Studio Canal e Gaumon. Per completare il quadro inglorioso, dalla creazione del premio César nel 1976, una sola donna, Tonie Marshall, ha vinto il premio come miglior regista.

 

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L’offensiva del conservatorismo (qui un articolo) a livello nazionale e internazionale, attraverso stati come il Vaticano o i paesi più integralisti dell’Africa e del Golfo, rallentano la marcia verso l’uguaglianza. Al di là dei più reazionari, molti stati sono riluttanti all’idea che ci siano testi internazionali che fissino le regole. Ciò accade in Europa sul diritto di aborto, in Spagna come in Italia, o nel dibattito francese. C’è una vera e propria confusione tra la questione dell’uguaglianza e quella della differenza, ritiene Wilfried Rault. Non vi è alcuna legge naturale che colpisca uomini e donne. E nessun discorso può giustificare la disuguaglianza. Per dirla come Simone de Beauvoir, nel 1949, “Non si nasce donna, si diventa” (Il secondo sesso).
A complicare questa lunga marcia verso l’uguaglianza, i miglioramenti possono anche generare nuovi problemi. Ad esempio, l’accesso alla contraccezione mette più pressione alle donne che agli uomini, creando una nuova disuguaglianza. Tra tutti i contraccettivi, la sterilizzazione femminile è la più utilizzata al mondo (18,9%) (ndr qui un articolo recente su quello che accade in India), prima della spirale intrauterina (14,3 %) e della pillola (8,8 %) e ben prima del preservativo maschile (7,6%). “La sterilizzazione delle donne, usata soprattutto in Brasile e in Messico, preclude la via alla maternità dopo i primi figli, mentre gli uomini possono ancora diventare padri, spiega Carole Brugeilles, demografa e insegnante presso l’università Paris Ouest, e terza co-autrice dell’Atlas. Un altro esempio è la medicalizzazione del parto, un progresso innegabile, ma a volte porta a una iper-medicalizzazione che mette a repentaglio la salute della donna. Il cesareo dovrebbe essere una pratica accessibile a tutte le donne che ne hanno bisogno (e spesso (in alcuni paesi) non è così). Quando però si verificano delle percentuali di cesareo che superano il 30% dei parti, per esempio, ci si dovrebbe domandare se si può parlare di reale progresso, oppure non si debba parlare addirittura di una forma di violenza.

 

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Le disuguaglianze tra uomini e donne si riconfigurano, si spostano, si edulcorano, sostengono gli autori dell’Atlas. Per coloro che ci hanno messo più di un secolo per ottenere il diritto di voto – le donne neozelandesi votano dal 1893, mentre le kuwaitiane hanno potuto partecipare alle elezioni comunali solo nel 2006 – e coloro che ancora non possono farlo come in Arabia Saudita , le disuguaglianze sono ben lontane dallo scomparire.

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Las Libres

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Lo scorso 27 ottobre, ho avuto modo di ascoltare Verónica Cruz, l’energica directora dell’organizzazione umanitaria messicana Las Libres. Si occupano della difesa dei diritti umani delle donne, a tutela dell’autodeterminazione delle donne e per un aborto sicuro e legale, di assistenza legale alle donne, di lotta alla violenza contro le donne, di costruire pari opportunità uomo-donna nella vita quotidiana. Nello stato del Guanajuato e in tutto il Messico compiono un gran lavoro. L’aborto è stato depenalizzato solo a Città del Messico (con una legislazione molto simile alla nostra 194, si può abortire entro le 12 settimane), mentre nel resto del Paese (trattandosi di uno stato federale) la situazione è molto diversa e abortire è legale solo in seguito a violenza sessuale (con le conseguenze del caso). Le donne di Las Libres lottano quotidianamente per aiutare le donne fuori e dentro le carceri (l’aborto è equiparato a un omicidio e si rischia fino a 30 anni di prigione). Anche per un aborto spontaneo si rischia l’incriminazione, perché i medici spesso non credono alle donne e le segnalano alle autorità giudiziarie.
Da alcune di queste storie è stato tratto un documentario, che segue la vicenda di sei donne incarcerate (con pene tra i 25 e i 30 anni) per aver interrotto la loro gravidanza: Las Libres. La historia después de.

“Entre 2000 y 2008, 130 mujeres del Estado de Guanajuato en México, fueron denunciadas a las autoridades y algunas sentenciadas a prisión por aborto y sus delitos relacionados. Recibieron penas de entre 25 a 30 años de prisión.
Ante esta injusticia Centro Las Libres, organización civil, de defensa de los Derechos Sexuales y Reproductivos, retó a todo un sistema, arrebatándoselas al gobierno y exigiendo la garantía de sus Derechos Humanos.
Susana Dueñas, Yolanda Martínez, Ana Rosa Padrón, Ofelia Segura, Virgina Cruz y Adriana Manzanares cuentan su historia desde el momento de su aprehensión y su proceso penal hasta su liberación“.

Senza il sostegno di questa organizzazione queste donne oggi sarebbero ancora in carcere.
Il documentario verrà proiettato a Milano il prossimo 3 novembre, al PAC* alle ore 19.

Dobbiamo prendere esempio da queste donne e unire le nostre forze per difendere i nostri diritti, che non sono dati per sempre, ma vanno di generazione in generazione riaffermati e sostenuti.

Qui il Trailer.

*PAC
Padiglione d’Arte
Contemporanea
Via Palestro, 14
20122 Milano
+39 02 8844 6359

Aggiornamento del 13 novembre 2014

Qui l’intervista a Verónica Cruz, a margine della proiezione.

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Le shengnü

Le donne cinesi bollate dal governo come ‘scartate’, leftover women o shengnü, da un lato mi sembrano desiderose di un’emancipazione da una cultura ancora molto conservatrice e maschilista, dall’altro mi sembra che cadano nella stessa rete che la cultura gli impone. Mi auguro che la realtà sia diversa dal quadro dipinto nell’articolo: spero vivamente che sia colpa della chiave di lettura adoperata per descrivere le donne cinesi. Quando scelgono di giocare la carta degli uomini non cinesi e si immaginano l’uomo occidentale come un miraggio dorato, per cui vale anche la pena frequentare un corso costoso per “accalappiarne” uno, ma con pedigree, mi cascano le braccia. Sembra solo che sia un problema di qualità del marito (si parla di élite nell’articolo – “elite foreign man” – e mi vengono i brividi). Le cinesi desiderano l’uomo d’oro, come cantava la Caselli ai tempi di mia madre. Quanto lo danno un buon marito al kg? Mi sembra che cerchino il marito come si acquistava il bestiame al mercato in passato. Sembra che siano desiderose semplicemente di ribaltare il modello maschile di riferimento. Sveglia ragazze, le favole non esistono e tutto il mondo è paese. Perché anziché cercare marito col lanternino e il metro, non riscoprite cosa significa innamorarsi e il bello delle cose che nascono per caso? Evidentemente avete conquistato uno status economico o lavorativo, ma avete ancora molta strada da compiere: i sentimenti non si costruiscono a tavolino, con le squadre e il compasso. E poi questa smania di sposare un occidentale o l’uomo giusto non rende giustizia al vostro desiderio di libertà di scelta. In tutto il mondo ci sono i genitori che premono affinché si scelga un determinato prototipo di uomo, ma poi la scelta spetta sempre a noi, se veramente vogliamo un compagno con cui trascorrere la nostra vita e non un soprammobile da esibire. Un compagno, così come un figlio, non devono essere gingilli per sugellare il nostro successo. Le cose capitano e lasciatele capitare! La pianificazione in amore non serve, così come non serve idolatrare o demolire degli uomini solo per la loro appartenenza geografica e culturale. Le sfumature per fortuna esistono, così come i pregiudizi purtroppo. Nessuno è perfetto. Le cose non sono mai così come vengono raccontate, spesso sono molto più complesse. La soluzione? Vivere, lasciandosi alle spalle l’oppressione e le scelte obbligate! Siate libere e non inscatolate!

p.s. un dubbio mi sorge spontaneo: non è che si vuole mascherare la fuga dalla Cina “diversamente liberale” come se fosse una fuga per amore?

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Sanitary pad revolution!

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Questa è una storia di coraggio, di rivoluzione straordinaria, di un grande uomo che ha pensato alle donne. Questa è una storia che viene dall’India, paese segnato da continue e atroci violenze sulle donne, ma oggi voglio parlare di una storia che apre il cuore.
Avevo già affrontato la problematica della mancanza degli assorbenti femminili in Africa.
Arunachalam Muruganantham è un uomo che ha dovuto lasciare gli studi a 14 anni per poter lavorare e portare un aiuto economico alla madre vedova. A un certo punto della sua vita si accorge delle problematiche che una donna deve sopportare durante il ciclo mestruale, che diventano montagne se non si ha la possibilità di adoperare degli assorbenti igienici. Stracci vecchi, segatura, cenere, sabbia, foglie sono comunemente usati, con un rischio di contrarre infezioni altissimo e con gravi conseguenze sulla salute della donna. Spesso le donne si vergognano di stendere questi stracci al sole per farli asciugare, quindi immaginatevi le conseguenze. Il 23% di ragazze indiane lasciano gli studi quando raggiungono la pubertà. Muruganantham ha deciso di inventare un macchinario per consentire di produrre assorbenti a basso costo. Ma questo non spiegherebbe la forza delle idee di quest’uomo. Ha messo la sua invenzione a disposizione di tutti, girando per tutta l’India (ora ha varcato anche i confini nazionali, arrivando in Kenia, Nigeria, Filippine, Bangladesh ecc.), mostrando alle donne come fabbricare da sé (trasferendo loro il know-how necessario), per poi essere autonome nella produzione e poter rivendere gli assorbenti. L’umiltà e la generosità del suo ideatore hanno reso questo progetto indicibilmente prezioso e ne hanno decretato il successo. Un progetto nato dall’idea di un uomo per le donne, gestita e diffusa in modo tale che le donne potessero poi a loro volta aiutare altre donne.
Per capire meglio la filosofia di vita di Muruganantham:

“Muruganantham now lives with his family in a modest apartment. He owns a jeep, “a rugged car that will take me to hillsides, jungles, forest”, but has no desire to accumulate possessions. “I have accumulated no money but I accumulate a lot of happiness,” he says. “If you get rich, you have an apartment with an extra bedroom – and then you die”.
“his proudest moment came after he installed a machine in a remote village in Uttarakhand, in the foothills of the Himalayas, where for many generations nobody had earned enough to allow children to go to school. A year later, he received a call from a woman in the village to say that her daughter had started school. “Where Nehru failed,” he says, “one machine succeeded”.

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Radici 2 – E le ragazze?

albero in fiore

Ieri ho letto l’intervista a Jackson Katz riportata dal blog Il ricciocorno schiattoso, che ringrazio.

Ottima analisi, ma a mio avviso manca un pezzo della storia.

La cultura americana forgia un certo modello di uomo, che deve essere forte e di successo a tutti i costi. Il modello educativo forma due tipologie di uomo: lo sfigato e sottomesso (che servirà poi alla produzione e a essere comandato) e il capo, il leader, il bullo, colui che ha sempre successo in tutti i campi, specialmente negli sport. Come sostenevo nel mio precedente post sul tema, Radici, quest’ultimo modello, come anche il primo, possono portare ad innescare degli strani meccanismi di violenza, nel caso qualcosa non dovesse girare nel verso giusto: sia nel caso dello sfigato che a un certo punto si sveglia e decide di non voler più accettare la sua condizione, sia nel caso in cui il leader fallisca miseramente nelle proprie aspirazioni.
Ultimamente le cose stanno cambiando, stanno venendo a galla le potenzialità di successo nella vita reale dei nerd, di coloro che a scuola non avevano una fama eccezionale o non erano popular.
Alla forza fisica si sta sostituendo una capacità intellettiva, di venditore onnicomprensivo, alla Jobs, mantenendo comunque un sistema competitivo forte e altamente infiammabile, per poter gestire un apparato produttivo e militare molto efficiente. I germi di questa cultura sono riscontrabili ad esempio nel film Ritorno al futuro, nel quale il mingherlino McFly ha il sopravvento sull’energumeno senza cervello Biff. Se a prima vista questo finale sembra happy, se si guarda attentamente, l’immagine finale ci mostra il bullo a sua volta deriso e emarginato. Per cui si sono invertiti i rapporti di forza, ma sono rimasti immutati gli strumenti di sopraffazione e il tipo di relazioni sociali.
All’analisi di Katz manca l’elemento femminile. Cosa fanno le ragazze in questo sistema educativo? Le ragazze si dividono a loro volta tra sfigate/bruttine/secchione e popular/cheerleaders. Se nel mondo male si ha una violenza che colpisce essenzialmente gli altri, il resto del mondo, nel caso delle ragazze, uno stato di frustrazione e di risentimento tende a covare e può sfociare in una violenza autoinflitta, che va da forme di anoressia/bulimia a un tentativo di autoannientarsi attraverso il suicidio.

Naturalmente, non sono una tecnica della materia, si tratta di considerazioni personali.

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La violenza della cecità

Caravaggio: Marta e Maria Maddalena

Caravaggio: Marta e Maria Maddalena

Ho dovuto sbollire lo sconcerto, ci ho messo qualche giorno. Ci sono delle dichiarazioni che trasmettono solo violenza. Le parole del cardinal Sgreccia grondano di questa violenza e calpestano irrimediabilmente la donna. C’è sempre un bene supremo quando si parla di donne. Tutti gli altri peccati possono essere lavati con un buon smacchiatore e un colpo di confessione. La donna non è degna di tutela, protezione, comprensione e accoglienza. Eppure, non mi sembra esattamente la posizione di Cristo.
Oggi, venerdì santo di passione, vorrei ricordare tutte le donne vittime di violenza e di stupro. Ognuna con la sua storia, attraverso guerre, genocidi e difficoltà familiari e personali. Ognuna con la sua sofferenza che dura per la vita. Perché nessuno si deve permettere di violentare nuovamente la loro anima, la loro persona, le loro scelte, che devono poter essere e restare libere.

Vi consiglio questo post sul blog Comunicazione di genere.

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Lobby e dintorni

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Quando ci parlano di eliminare il finanziamento pubblico ai partiti, come soluzione volta alla massima trasparenza e democrazia, penso sia meglio concentrarsi sulle possibili conseguenze e perché no, guardare cosa accade altrove. Non che in Italia non esistano lobby, anzi, ma il sistema è infinitamente meno articolato, sviluppato e pervasivo di quanto accade negli USA. Un’inchiesta di The Nation, analizza la situazione dei lobbisti statunitensi nel 2013. Nel 1995 veniva varato il Lobbying Disclosure Act, che stabilisce i termini in base ai quali un lobbista deve registrarsi. Oggi, si assiste a una diminuzione delle lobby registrate, con annessa flessione delle spese complessive. Cosa è successo? Secondo lo studio è aumentato il sommerso, grazie a tecniche sempre più sofisticate per creare falsi gruppi di pressione e mascherare i fondi impiegati. Insomma, nonostante gli sforzi, lo stato non riesce ad arginare un fenomeno che se non controllato diventa pericolosamente e altamente distorsivo. Obama ha sostenuto la necessità di tenere sotto controllo il potere delle lobby, firmando un ordine esecutivo che però ha acuito il problema dei campioni del livello non ufficiale, di coloro che sono abili ad agire di nascosto.

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Spazio mare: il gioco incerto dei confini fluidi

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Il pensiero strategico dei giapponesi in questi ultimi tempi si sta concentrando su due elementi: la prima e la seconda catena di isole. Si dice che la Cina voglia trasformare il Mar Cinese Orientale e quello Meridionale in un grande lago cinese. Come si vede dalla cartina, in nero, il primo confine va dalla Corea del Sud a Singapore. I cinesi traggono la maggior parte delle forniture energetiche da sud (Stretto di Malacca) e stanno cercando di portare la loro influenza navale nella zona, per “tenere a bada” le altre flotte, soprattutto statunitensi. La strategia cinese si basa su un meccanismo: mantenere in piedi una serie di controversie in materia di isole più o meno piccole, con i vicini Vietnam, Filippine, Giappone, Taiwan. Ciò avviene pattugliando il mare attraverso i pescatori e la Guardia Costiera. Inoltre i cinesi guardano a una seconda catena di isole che avrebbero dovuto oltrepassare per arrivare al Pacifico, fino a giungere alla base americana dell’isola di Guam. I giapponesi sono spaventati dalla dottrina di sicurezza praticata dall’esercito cinese (PLA) che prevede un concetto di territorio marittimo al di fuori dei principi di diritto internazionale vigente. Secondo i cinesi, le 200 miglia della zona economica esclusiva a cui gli Stati hanno diritto ai sensi della Convenzione sul diritto del mare (UNCLOS) sono territorio cinese a tutti gli effetti. Questa la spiegazione fornita dai militari cinesi alle proprie truppe il 5 ottobre 2011 (dal PLA Daily). Un ulteriore motivo di preoccupazione è la gittata dei missili cinesi, giunta a 1.300 miglia (2.091 km), il che significa che solo la base di Guam sarebbe al sicuro da un attacco. In caso di conflitto tra Cina e Giappone sulle isole Senkakku, gli USA potrebbero avere difficoltà ad aiutare il Giappone, perché la maggior parte delle loro basi terrestri e navi di superficie sarebbe minacciata dalla Cina. La geografia può dirci molte cose, ma molto dipende dalle domande che le si pongono. Dalla cartina si evince una Cina che rivendica un accesso libero al Pacifico, in primo luogo alle zone vicine alle sue coste, per poi estendersi alla seconda catena di isole. Al momento le mire cinesi sono accerchiate nel Mar Cinese Orientale da Giappone , USA, Corea del Sud , anche Australia e a sud da Vietnam, Malaisia , Filippine e Indonesia. La partita si gioca non tanto su motivazioni reali, ma sulle percezioni e su di esse, nel caso non cambino attraverso una efficace azione diplomatica, si potrebbe innescare una tensione esponenziale in quest’area del mondo.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo notevole articolo.

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Il Kirghizistan sulla scia dell’Ucraina?

Nel 2005, la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan era riuscita a mandare a casa il corrotto presidente Askar Akayev.

Purtroppo le cose non sono andate come speravano molti kirghizi: il successore Kurmanbek Bakiyev, aveva il medesimo vizio ed è stato deposto nel 2010. In seguito, il  Kirghizistan è diventato il primo stato parlamentare dell’Asia centrale, dove di solito il presidente e la sua cricca controllano economia, politica e finanza.

Almazbek Atambayev, il nuovo leader del paese è anch’egli caduto in tentazione, ampliando i suoi poteri e perseguitando gli oppositori. Pertanto, lungi dal vedere il cambiamento, ancora oggi le lotte di potere tra i clan locali e le fazioni politiche continuano ad affliggere il paese. Ci sono contrapposizioni tra nord e sud arretrato, luogo di conflitti interetnici nel 2010. le autorità della capitale non intervengono, né cercano di investire nello sviluppo economico e sociale del sud del paese.

Si tratta di una palese decisione politica di  Atambayev, filorusso, che ha scelto di rendere il paese economicamente dipendente da Mosca. L’industria militare, energetica e dei trasporti è in mano russa. Gli avvenimenti ucraini potrebbero esacerbare gli animi di coloro che mal sopportano questa politica filorussa di Atambayev.

 

Per approfondimenti.

 

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Ucraina a caccia di idee. Modello Finlandia?

Ucraina lingue

 

Mentre l’Ucraina è nel caos e la minaccia di un intervento russo rimane attuale, l’occidente ha la responsabilità di impegnarsi per trovare una soluzione costruttiva alla crisi”. Ad affermare questo è il politologo statunitense di origine polacca Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Gli USA devono far capire a Putin di essere pronti a usare tutta la loro influenza perché l’Ucraina unita e indipendente rimanga tale. Brzezinski suggerisce di prendere esempio dalla soluzione che venne applicata alla Finlandia del secondo dopoguerra. I due Paesi devono rispettarsi reciprocamente e Kiev deve poter intrattenere stretti rapporti economici sia con Mosca che con l’UE, ma non deve partecipare a nessuna alleanza militare che Mosca consideri ostile. Il modello finlandese che ebbe buoni frutti, potrebbe essere un ottima soluzione in grado di bilanciare gli equilibri geostrategici tra est e ovest. Non si deve dimenticare l’aspetto economico, che qui gioca un forte ruolo geoeconomico: la crisi ha avuto tra le sue origini i grossi problemi finanziari dell’Ucraina. L’UE era stata molto tiepida e Mosca aveva generosamente offerto la sua stampella. Putin, preoccupato di perdere terreno sul piano euroasiatico e di veder intaccato il suo sbocco sul Mar Nero, sta dimostrando di voler e saper giocare duro, sfruttando il reale o provocato malcontento degli ucraini di etnia russa, specie in Crimea.

Oggi Bruxelles deve in fretta mettere in piedi un pacchetto di aiuti economici, per evitare che l’Ucraina precipiti in un caos finanziario autodistruttivo. L’Occidente deve spingere affinché le forze democratiche non cadano vittime della sete di vendetta e si scelga la via della moderazione e dell’unità. Il nodo sta nel capire quanto moderati potranno rivelarsi i leader delle proteste. L’UE ha mostrato (a partire da novembre, quando sono falliti i negoziati per un accordo di associazione) di non avere l’esperienza degli USA nella gestione dell’egemonia internazionale. A peggiorare la situazione, la Germania, leader (riluttante e suo malgrado?) dell’UE, ha sempre agito per i propri interessi economici ed energetici, mantenendo un forte rapporto bilaterale con la Russia. Oggi, assistiamo a segnali confusi e contrastanti da parte dei leader tedeschi. La Germania, da strenue fautrice di un modus operandi fondato sul diritto e la difesa dei diritti umani, oggi appare indecisa sulla linea da seguire e da applicare a questa circostanza. Questo non giova all’UE intera. C’è una sorta di abisso tra la politica estera tedesca e quelle che dovrebbero essere la visione e l’approccio unitario dell’UE.

La comunità internazionale deve bilanciare la necessità di garantire che l’Ucraina non diventi il campo di battaglia di questi interessi egemonici divergenti. Da questo episodio deve scaturire il concetto che NATO e Russia hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi è necessario un impegno di USA e UE affinché Putin capisca di non essere l’unico attore sulla scena.

Spunti di riflessione e di analisi: ringrazio Ana Palacio per questo interessante articolo.

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Le rovine di un’utopia?

disegno nicaragua

Guardando i dati nudi e crudi, il Nicaragua ha fatto passi da gigante:

  • è al decimo posto al mondo per la promozione delle pari opportunità
  • L’ONU ha confermato che il Paese ha raggiunto il primo degli obiettivi del millennio (dimezzare il numero di persone che soffrono la fame)
  • ha una legge all’avanguardia contro la violenza sulle donne
  • ai vertici delle istituzioni statali la presenza di donne supera il 50%
  • dal 2010 è stato definito un Paese a reddito medio dalla Banca Mondiale e non ha più bisogno di assistenza finanziaria permanente.
  • rispetto al 2006 il Nicaragua esporta il doppio e riceve il triplo degli investimenti stranieri
  • il primo governo di centrodestra di Chamorro avviò nel 1990 un progetto volto a trasformare l’economia di guerra niacaraguense in un’economia di produzione e di esportazione. In tal senso si è dato impulso all’industria manifatturiera in zone franche, aree industriali con un regime di lavoro speciale, conveniente per gli investitori esteri.

Nonostante queste pillole dorate, i bambini a Managua continuano a mendicare per strada e attorno alla città ci sono miriadi di baracche. Nel Paese vivono circa 6 milioni di persone, di cui quasi la metà è povera. Secondo il programma dell’ONU per lo sviluppo, il Nicaragua è il secondo più povero dell’America Latina e l’ultimo nel continente per reddito pro capite. I fondi venezuelani hanno smesso di arrivare dopo la morte di Chavez. Il Nicaragua è una repubblica cristiana, socialista e solidale, guidata da Daniel Ortega, membro del Fsln dall’inizio della rivoluzione che nel 1979 rovesciò la dittatura di Somoza (iniziata nel 1934, sotto la protezione USA). Presidente dal 1985 al 1990, dopo una lunga parentesi di governi conservatori, è tornato nel 2006 e ha finora inanellato 3 mandati presidenziali, che lo hanno reso una specie di monarca, insieme alla moglie Rosario Murillo. L’orteguismo è qualcosa di diverso dagli ideali che sostennero la rivoluzione. Perciò, molti dei compagni rivoluzionari di Ortega hanno preso le distanze, formando il Movimiento Renovador sandinista (Mrs), di cui fa parte anche la scrittrice Gioconda Belli. La famiglia del presidente controlla quasi tutti i mezzi di informazione e anche i sindacati fanno capo al Fsln. La vita è dura, per tutti, per vari fattori. Basta vedere la diffusione di HIV, epatite e tubercolosi, i cicli di carestia dopo i vari uragani, la violenza sessuale, le condizioni di vita dei minatori del Triangulo minero. A questo si aggiunge la legge che dal 2008 ha reso illegale l’interruzione di gravidanza, pena il carcere. Una situazione che colpisce le zone più povere, le ragazzine, le donne costrette a partorire nonostante gravi complicanze, nei contesti dove è alta l’incidenza degli stupri. Nonostante una forte opposizione governativa, i movimenti femministi resistono, cercano di raddrizzare la situazione, sostenere le donne in un processo di emancipazione lavorativa ed economica. Si stanno diffondendo le cooperative agricole solidali di donne, le donne sono sempre più consapevoli della necessità di uscire dall’isolamento, di essere autonome e di studiare. Si tratta di un processo lungo in cui il femminismo si muove per ottenere risultati concreti e non solo ideali. Il sogno del cambiamento attraverso la rivoluzione sembra essere tramontato. Oggi, in molti guardano a un passaggio democratico verso un sistema diverso, non più attraverso quello che fu il movimento sandinista.

Ringrazio Rubén Díaz Caviedes per il suo interessante reportage.

 

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Chávez è lontano

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In Venezuela il 12 febbraio sono morte 3 persone, e decine sono stati i feriti, in una manifestazione studentesca a Caracas contro il governo Maduro, successore di Chávez. Da giorni nel Paese si susseguono manifestazioni pro e contro il governo. Contro Maduro c’è un’opposizione divisa tra coloro che avrebbero preferito le vie istituzionali (Henrique Capriles Radonsky) e le posizioni più radicali di Leopoldo Lopez (consegnatosi alle autorità il 18, in seguito a un mandato d’arresto per istigazione alla violenza)  che sta cavalcando le proteste studentesche, che non sono causate solo dalla terribile situazione che vive il Paese (economicamente e socialmente distrutto), bensì anche dalle repressioni subite dalle forze dell’ordine. Maduro ha parlato di un tentativo di golpe fascista, con annessa cospirazione statunitense (il 17 Maduro ha espulso 3 diplomatici USA) e potrebbe utilizzare queste proteste per stringere ulteriormente la corda sui media e sulle istituzioni. Nel Paese i sostenitori di Maduro non sono pochi e il suo consenso non è venuto meno, molti credono ancora alla favola della guerra economica (il governo ha stabilito un tetto del 30% sul profitto per le imprese). Ma non ci sono solo fattori di crisi economica: la violenza e la criminalità sono sempre più diffuse nel paese. L’inflazione nel 2013 è arrivata al 54% e il governo ha imposto il razionamento di cibo e di altri beni, i blackout di corrente elettrica sono continui. La crisi economica è in parte dovuta all’arretratezza tecnologica dell’industria petrolifera, che rappresenta più del 60% del PIL. A novembre 2013 sono stati concessi dal Parlamento poteri speciali a Maduro per gestire la crisi economica, permettendogli di utilizzare, per un anno, decreti governativi senza passare per l’organo legislativo. La situazione sembrava che si stesse evolvendo verso una sorta di apertura da parte di Maduro che ha avviato un dialogo nazionale con i manifestanti e ha indetto una conferenza di pace nazionale . Le ultime notizie parlano di complicazioni e di altri due morti .

Aggiornamento 26.02.14: l’opposizione non sembra accettare il dialogo e invita a continuare le manifestazioni (qui).

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I gradienti della libertà di espressione

Fino a che punto si può spingere la libertà personale? Vi sono motivi per cui anche la libertà di espressione rischia di minare la democrazia. Di per sé la libertà di espressione è certamente un valore, ma quando questa è adoperata da gruppi di potere per indirizzare l’opinione pubblica, le cose si complicano. Questa libertà rappresenta un’esigenza di “tolleranza integrale” (e la contempo di relativismo dei valori) e rischia perciò di lesionare le basi stesse su cui si fonda una società (i valori condivisi). Ma come individuare i limiti della libertà di espressione? Un primo livello riguarda il “luogo” dell’espressione: volontà o meno del ricevente, platea di ascolto, scientificità della pubblicazione ecc. Un secondo livello riguarda i rapporti di potere. Tzvetan Todorov propone una possibile quantificazione per valutare e stabilire i limiti della libertà di espressione, che consiste nel rapporto tra il potere di colui che si esprime e quello dell’oggetto della sua espressione. Come esempio: caso a) una figura in posizione di debolezza attacca un uomo che occupa una posizione socio-economica rilevante; caso b) lo stesso uomo di potere attacca a reti unificate un uomo in posizione di debolezza. Il secondo caso sarà più facilmente stigmatizzabile e in qualche modo avrà oltrepassato i limiti che si richiedono a una persona che occupa un ruolo di riferimento. Inoltre, questa libertà deve essere effettiva (i politici e chi detiene il potere mediatico hanno molta più voce dei cittadini comuni: il blog di Grillo e uno di Pinco Pallo non partono dallo stesso gradino di visibilità, successo e disponibilità finanziarie). Per esempio, poniamo il caso della volpe nel pollaio: non possiamo affermare che la volpe sia libera di entrare nel pollaio perché le galline sono libere e in grado di difendersi. Su internet è chiaro che avendo una platea sterminata, le parole che si dicono hanno anche più potere e possono essere anche più violente perché i social hanno privilegiato l’anonimato, il diritto alla privacy, piuttosto che il diritto a non essere oltraggiati e vilipesi. La libertà di espressione si è rivelata un’arma a doppio taglio, per coloro che usano internet e che sono in una posizione sociale “debole”. Anche in questo ambiente artificiale, stando alle notizie ricorrenti, esiste una particolare predilezione per una “facile” violenza sulle donne, che spesso viene classificata dalle autorità di polizia come una eccessiva sensibilità femminile nei confronti di minacce e aggressioni verbali sui social. In merito vi suggerisco questo articolo di Amanda Hess su Pacific Standard (1) e il libro di Laurie Penny “Cybersexism: Sex, Gender and Power on the Internet”. Anche il confine tra cosa costituisce una molestia online e cosa no diventa labile, plasmabile a seconda di quanta apertura e interazione ci viene richiesta dai web tools che adoperiamo. Se poi, per ragioni professionali, ci troviamo a dover essere online e a non poter staccare lo spinotto, la situazione potrebbe diventare insostenibile e discriminatoria. Forse non è ancora avvenuta la traslazione di alcuni reati (come le molestie) ai social network, ma sarebbe opportuno interrogarci su come sono cambiati i rapporti di forza tra le persone e come questi rapporti possano avere gradienti diversi a seconda delle piattaforme (reali e virtuali) in cui avvengono le relazioni e le comunicazioni umane. Rendere il web del tutto identico alla realtà è un processo irreversibile, in cui tutto può avvenire, poiché può accogliere ed espandere a dismisura sia gli aspetti positivi e i valori, sia i disvalori e i pregiudizi del passato. Il web non può che essere lo specchio di ciò che siamo. Pensare che il nuovo luogo virtuale possa far mutare la mentalità in un paio di lustri e aprire a nuovi orizzonti più “pacifici” nei rapporti umani è un sogno che manca di realismo. Se mai avverrà, sarà un processo lento e lungo, ma che non potrà passare per una blindatura o l’affermazione di uno stato di polizia della nuova dimensione virtuale, pena la sua sopravvenuta morte per asfissia dello stesso contenitore.

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Il tessile cambia rotta

Ci ricordiamo tutti la tragedia del Rana Plaza in Bangladesh di qualche mese fa. Parliamo di persone che hanno perso la vita per confezionare dei vestiti, schiavi per noi che vogliamo quel tutto, senza chiederci a che costo. Quando si parla di tessile, pensiamo a Paesi come Bangladesh, Cina, Cambogia. A quanto pare, in questi Paesi, per fortuna, le cose stanno cambiando: aumentano le tutele dei lavoratori e ci sono gli occhi dell’opinione pubblica che sono più vigili sulle condizioni di lavoro. Pertanto marchi come H&M stanno cercando alternative, più economiche e più vantaggiose, naturalmente non per chi lavora. L’ultima frontiera è l’Etiopia, con un’economia in forte ascesa. L’industria tessile ha radici nel periodo coloniale italiano, le prime fabbriche risalgono al 1939. Rispetto a Marocco e Tunisia, che producono articoli a buon mercato, l’Etiopia ha costi del lavoro più bassi della Cina, una popolazione di circa 80 milioni di abitanti.. tutta manodopera da sfruttare e allora “piatto ricco mi ci tuffo”, poi il mare è vicino e i prodotti riescono a raggiungere più in fretta la destinazione finale. Altra magnifica idea: coltivare in loco il cotone con cui fabbricare le stoffe e i capi. In Etiopia producono già altri due colossi Tesco e Primark. Sarà la nuova Bangladesh? Vedremo, come si evolverà la macchina del tessile, per ora l’Etiopia è solo complementare alle produzioni asiatiche. Anche se le infrastrutture etiopi (strade, impianti di produzione e allacciamenti alla rete elettrica) sono ancora poco sviluppate, il futuro per le multinazionali dello sfruttamento appare roseo. Inoltre, i mercati dell’Africa sono appetibili anche come consumatori di merci… non dimentichiamo l’altro lato della medaglia. Alla faccia dei diritti e del rispetto della dignità, della salute umana e dell’ambiente.

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La globalizzazione amica della pace?

Riprendo ed estendo un mio post del 18 gennaio. La domanda che vorrei porvi è la seguente: “La globalizzazione può garantire la pace?”. La stessa domanda se l’era posta il giornalista inglese Norman Angell nel suo saggio La grande illusione, del 1909. Il libro prospettava un futuro di pace e di prosperità. I motivi? In un mondo così globalizzato la guerra diventava economicamente svantaggiosa, a rischio di ingenti perdite, difficilmente finanziabile: un evento da cui nessuno ne sarebbe uscito vincitore. Sappiamo com’è andata a finire la storia. Oggi la storica canadese Margaret MacMillan, nel suo The War that ended peace, ripercorre i passi di Angell e cerca di comprendere i punti deboli della sua analisi, che portarono al fallimento delle sue rosee previsioni. Sul piano economico aveva ragione, ma non comprese gli svantaggi delle interdipendenze create dalla globalizzazione. La MacMillan analizza le trasformazioni che investirono la società e l’economia degli inizi del XX secolo, compreso il darwinismo sociale, e ne evidenzia gli aspetti che portarono all’esplosione del nazionalismo, dell’antisemitismo e del militarismo. Crisi politiche, personalità statali deboli o con manie di potenza, un Regno Unito sul viale del tramonto, nuovi equilibri geopolitici non più eurocentrici ma che si avviavano ad essere mondiali, una società percorsa da forti contraddizioni e da spinte al cambiamento, contraddistinsero i primi anni del ‘900. Neppure i legami economici che legavano molti Paesi furono in grado di scongiurare i conflitti. Oggi torna con prepotenza la tematica toccata dalla MacMillan, perché ci sono ancora una volta personalità (Thomas Friedman del NYT) che vedono il fenomeno delle multinazionali come un baluardo anti-conflitto. In realtà, come sostiene la storica, proprio questi profondi cambiamenti socio-economici in atto a livello mondiale possono provocare delle reazioni nazionaliste, movimenti reazionari, di chiusura e di strenue difesa del proprio “bene locale”. Non è difficile scorgerne i segnali.

Vi segnalo un articolo che parla del saggio della MacMillan.

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Quando Topolino andava in Abissinia

Oggi, in occasione del Giorno della Memoria, rispolveriamo un vecchio e inquietante motivetto di epoca fascista, intitolato Topolino va in Abissinia. Un modo per non dimenticarci di cosa fu veramente il Colonialismo italiano. Ringrazio Igiaba Scego per questo suo articolo.

Con il tempo si rimuovono i ricordi, si edulcora il passato e alcuni assolvono i colpevoli dai crimini che vennero commessi. Persino Topolino poteva servire per normalizzare la violenza di quell’epoca.

 

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Le responsabilità del maschio

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Mi rendo conto che le tesi illustrate da Torreblanca nel suo articolo potrebbero suscitare delle forti e opposte reazioni, ma vorrei sottoporlo alla vostra attenzione. Il pezzo è ricco di fonti e dati, può diventare, a mio avviso, un buon punto di partenza per aprire un dibattito sui vari punti rilevati dall’autore. La tesi di partenza è che i genocidi più grandi della storia non sono stati compiuti con missili o con armi nucleari, ma con armi rudimentali come i machete, fabbricati in Cina e adoperati per il genocidio dei Tutsi in Rwanda. Questo per ridimensionare il processo, se pur meritevole, di negoziazione con l’Iran in merito al suo programma nucleare. Torreblanca abilmente utilizza questo incipit per traghettarci su una tematica ben più ampia: gli esseri umani, dalla notte dei tempi, hanno avuto una incredibile capacità di uccidere, anche massivamente. Il passo successivo dell’autore è spingerci ad analizzare il “genere” maggiormente responsabile di tali crimini. Secondo i dati riportati, si evince che si tratta del genere maschile: los varones come gli autori della stragrande maggioranza di queste morti. Certamente ci sono state storicamente delle compartecipazioni femminili nei conflitti bellici, ma si tratta di una gota en un océano. Allo stesso modo si possono osservare le quote maschili predominanti per quanto concerne omicidi e crimini di vario tipo. Torreblanca effettua un ulteriore salto per analizzare il capitolo della violenza sessuale contro le donne, frutto di una cultura patriarcale e dominata dagli uomini. Come se ci fosse “Una guerra invisibile di uomini contro donne”.  Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (risoluzione 1.350 del 31/10/2000), aveva dichiaratamente evidenziato la necessità di una protezione speciale per le donne e le bambine in zone di guerra e del loro ruolo nella risoluzione dei conflitti e nella costruzione della pace. Il dibattito su questi temi e sui femminicidi (parola che io non amo particolarmente) spesso è a corrente alternata. Torreblanca ci lascia con una domanda: ¿Son los varones armas de destrucción masiva?

È come se un’educazione secolare alla violenza, all’aggressività, al dominio unita a un inconscio premio per una serie di stereotipi  maschili “sbagliati”, dovessero in qualche modo sfociare: in una guerra, contro il vicino di casa, contro lo straniero, verso i figli e le donne.

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Ricordare, come impegno per plasmare un presente migliore

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…e si deve cominciare da noi stessi, ogni giorno da capo.” – ETTY HILLESUM

 

Il Giorno della Memoria è nato per ricordare, ma sarebbe un evento sterile e inutile se non lo si rivestisse di un significato più ampio. Ricordare affinché non si ripeta, ma con un tassello in più. Occorre ripercorrere con la memoria ciò che è stato l’Olocausto, ma arricchendolo di punti di contatto con la nostra storia più recente e con la più stretta attualità. Questo per evitare il rischio che con il passare degli anni questa memoria appassisca o diventi opaca. Legare il passato all’oggi, alla politica e alla vita quotidiana aiuta a dare linfa all’albero della memoria. Non può diventare un rito ripetitivo che si svuota di senso. Il percorso che dobbiamo intraprendere passa per la nostra capacità di volgere giornate come questa in un impegno per trasformare un po’ il nostro presente e costruire un futuro per le prossime generazioni. In questo modo riusciremo a coinvolgere tutte le generazioni e sarà un lavoro costruttivo e non passivo. Dobbiamo ascoltare ciò che è stato e cogliere l’occasione per parlare dei tanti genocidi dimenticati e velocemente rimossi. Tanto per capirci, quanti studenti oggi sono a conoscenza di ciò che è avvenuto in Rwanda nel 1994? Questa è la base necessaria per porre le basi di un discorso serio, coraggioso e sgombero da pregiudizi, su come costruire una prevenzione dei genocidi e una maggior consapevolezza di ciò che avviene in questo pazzo mondo, ancora così dilaniato da crimini contro l’Umanità. In Italia c’è un’attenzione speciale, e dovremmo una volta tanto essere fieri di come questa giornata del 27 gennaio viene celebrata e sentita da noi. Se ne parla, ci si interroga e a mio parere la riflessione non può che essere un buon segnale, nonostante, spesso anche da noi, alcuni neghino o tentino di ridimensionare le responsabilità degli italiani in quei fatti. Se guardiamo altrove, la situazione non è rosea. In Francia, è di questi ultimi giorni il caso dello stop agli spettacoli del comico Dieudonné (qui). Per non parlare di Paesi del Centro Europa, dove l’antisemitismo era stato temporaneamente  congelato dai regimi totalitari. Qui l’antisemitismo non è mai scomparso, perché non è mai stato affrontato seriamente e non si sono mai individuati i responsabili ei collaboratori dei nazisti. Pensiamo per esempio all’Ungheria.  Sarebbe interessante approfondire la figura e le tesi del politico ungherese István Bibó, antifascista e tra i membri del governo Nagy nel 1956, il quale sosteneva che fenomeni come l’antisemitismo fossero una sorta di isteria collettiva (ad esempio lo scaricare sugli altri le responsabilità dei propri errori), che possono sfociare in una isteria politica. Questi conflitti irrisolti si è preferito nasconderli sotto il tappeto. Questo silenzio non rende possibile una rigenerazione morale di un Paese. Per non banalizzare la Shoah, occorre unirsi e riflettere su tutti gli altri genocidi che si sono compiuti ed evitare che vengano rimossi dalla nostra memoria. Nulla può essere mai considerato lontano da sé quando si tratta di umanità.

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