Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Giocattoli di genere

Gangs of Paris - France, 1950

Gangs of Paris – France, 1950

A quanto pare sembra diventato una moda interrogarsi sui giocattoli di genere. Ho già scritto altre volte sul tema, oggi ci torno su dopo aver letto questo studio.

Quando ero piccola, all’asilo, vigeva una separazione netta tra giochi per femminucce e per maschietti. Ricordo che adoravo i pupazzetti degli indiani e dei cowboys, ma non mi era permesso giocarci. Potevo solo colorare, disegnare e giocare con roba da femmine. Mi annoiavo a morte, anche perché sono sempre stata negata per il disegno ornato. Al di là del fatto che questo accadeva 30 anni orsono, nella mia vita quotidiana, extrascolastica, nessuno mi ha mai impedito di giocare con qualche giocattolo. Di solito la scelta era libera e tuttora, con mia figlia, cerco di assecondare il suo istinto, più che il mio. Per cui l’esperienza di Riley di cui parla l’articolo, in realtà è un non problema, in quanto basta cambiare corridoio e si possono scegliere tutti i giocattoli che si desidera. Il problema è più in noi adulti, gli stereotipi sono in noi. Nonostante mia figlia non abbia martellamenti sul rosa e affini, quando si tratta di scegliere un vestito o un paio di scarpe, si butta decisamente su articoli con fiorellini e simili. Questo cosa significa: che ognuno è fatto a suo modo e bisogna soltanto non pressare questi gusti, ma assecondarli. I gusti poi cambiano molto velocemente e facilmente. Non esiste una soluzione pratica alla ghettizzazione delle bambine nell’utilizzo di giochi “femminili”: l’alternativa, sarebbe bandire il rosa o i colori pastello o i giochi di cura e di bellezza, con un’ulteriore rischio di proibizione. Quindi un gioco di genere non mi sembra così decisivo nella maturazione e nella crescita, non penso che sia un problema vedere una bambina che gioca a cucinare. Sarebbe una violenza impedirle di farlo o nasconderle alcuni tipi di giocattoli solo perché considerati fuorvianti. Questo vale anche per i maschi.

Lasciamo i bambini giocare con quello che desiderano, senza la nostra perenne preoccupazione che questo possa ledere la loro crescita e il loro successo da adulti, perché secondo me gli adulti vanno nel panico solo perché hanno paura che i figli non siano adeguatamente equipaggiati per avere successo.
Spesso questi studi partono con dei risultati già prefissati e nel corso del loro processo dimostrativo, fanno di tutto per giungere a quel risultato predeterminato, scartando tutte le ipotesi e le prove che confutano la loro idea iniziale. Facendo così si manipola la realtà e si cerca di convincere che il mondo segua leggi che non hanno fondamento. Opinione personale.

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Questione di volontà

tulips

Questo articolo riassume molto bene tutta la storia della #Legge40 sulla PMA.

Nel corso della lunga analisi mi è apparso molto chiaro che questa normativa ha deliberatamente creato un tappo, incostituzionale, ma che ha necessitato un intervento demolitorio a suon di sentenze, prima di essere reso inefficace. Nel frattempo sono trascorsi 10 anni. Se ci pensate è un tempo enorme, disumano, perché a pagare sono state le coppie, le donne, le persone, noi. Inoltre, le battaglie legali non sono a costo zero e ancora una volta una legge dello stato viola il diritto all’uguaglianza in modo plateale. Viola il diritto a vedersi garantita una normale prassi che tuteli la salute. Per questioni ideologiche e confessionali tutto questo è stato negato e congelato per 10 anni. L’Italia da stato laico solo in teoria, si è trovata a fronteggiare questa ondata mai sopita di una politica che ha consapevolmente preso le parti, ma non delle persone. Siamo un paese in cui ci si deve arrangiare sempre. La Legge 40 non ha colpito tutti, ma solo coloro che non potevano permettersi di andare all’estero e chi non poteva permettersi una causa in tribunale. 10 anni sono tanti per chi desidera un figlio. 10 anni sono un macigno troppo grosso da rimuovere. Le nostre coscienze devono risvegliarsi e organizzarsi per evitare il ripetersi di un nuovo disastro legislativo in materia. Dobbiamo mobilitarci e difendere i diritti di tutti, chiedere l’applicazione di leggi che tutelino le persone e che sia garantita la piena realizzazione di quanto prescritto da leggi come la #Legge194. Abbiamo visto che quando c’è una volontà politica forte, le leggi nascono e vengono approvate velocemente. Nel caso della Legge 40 è stato plateale, purtroppo. Bene, ora cerchiamo di procedere con la stessa celerità a fare una norma seria e utile per aiutare le persone. Una norma non deve aprire un calvario, ma aiutare le persone e garantire che i diritti fondamentali non vengano schiacciati.

“Sappiamo bene che non basta una sentenza – per quanto, una volta tanto, positiva – a garantire le donne, ma servono percorsi di autorganizzazione e di lotta capaci di rivendicare diritti e di mostrare i reali bisogni di chi li attraversa”.

Mobilitiamoci e vigiliamo, perché i diritti sono fragili, hanno bisogno di essere difesi e una volta persi ci vuole molto tempo prima di sanare la situazione.

Per la cronaca, esiste una proposta di legge (qui un articolo di Chiara Lalli, che ne spiega bene i termini e le contraddizioni) presentata da Gian Luigi Gigli e Paola Binetti sulla PMA. Si chiama “Norme sulla attuazione del principio del contraddittorio nei procedimenti civili in materia di PMA”, prevede la figura di un curatore speciale, il curatore dei nascituri. Insomma, tra poco avremo un tutore anche del nostro desiderio o della nostra idea di diventare genitori. Una sorta di “lega di protezione” a priori.

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Radici

Pat_violenza_donne

Siamo tutti talmente concentrati sull’identikit dell’uomo violento, da dimenticarci tutto il contorno. Lo spiega bene Lea Melandri in questo articolo, apparso il 28 aprile sul Corriere, in cui riprende alcuni passaggi del libro di Claudio Vedovati “Il lato oscuro degli uomini”.

“La costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cui nasce la violenza stessa. (…) consente alla cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé”.

In poche parole, si allontana e si isola quel “prototipo” difettoso, senza parlare di un contesto culturale patriarcale che ha dato supporto e vita alla maschilità. Soprattutto questo manichino del violento diventa un modo per esorcizzare qualcosa che invece può coabitare con noi stessi. Questo categorizzare non aiuta ciascun uomo a guardare dentro di sé, ad analizzare e a risolvere quello che Michael Kaufman chiama “paradosso del potere maschile”, un potere che gode di privilegi ma che è anche «fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli uomini stessi», che esercita il controllo ma che è costretto a una vigilanza continua.
A mio avviso si tratta di un processo che dovrebbe coinvolgere anche l’universo femminile, perché si tratta di modelli che vengono tramandati non soltanto da modelli paterni, ma anche da modelli materni che non riescono a sciogliere dei nodi culturali pesanti all’interno della famiglia. Secondo me, non sono comportamenti che nascono dal nulla o per una natura impazzita. Anche inculcare il mito del successo a tutti i costi può provocare danni permanenti nel rapporto dei propri figli con gli altri. Rincorrere la perfezione, sia in chiave maschile che femminile, può essere devastante. Una mancanza, un fallimento possono scatenare un fattore arcaico sopito di violenza, che non essendo mai stato messo a fuoco e analizzato, spunta al primo colpo, al primo cedimento dell’impianto perfetto. Molti ricercano dei surrogati, ma a mio avviso sono solo dei palliativi, perché ormai il processo è innescato.

 

(…) L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passione per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza (…)

Abbiamo costruito un modello sociale che porta in sé gli elementi distorsivi del passato patriarcale e quelli contemporanei del “tutto il meglio subito”, del successo e della perfezione. Siamo macchine di produzione perfette e infallibili, inquadrati in schemi e mentalità atte alla produzione, abituati a rapporti umani che assomigliano sempre più a un prodotto in serie e a una suppellettile nuova da aggiungere al nostro guardaroba di vita. Tutto questo cumulo di tensioni e di aspettative porta inevitabilmente ad avere delle bombe innescate pronte ad esplodere, come un vaso pieno d’acqua, pronto a traboccare. Ci sono persone incapaci di gestire queste bombe interiori, andrebbero aiutati a guardarsi dentro e a non rifiutare a priori l’esistenza di queste problematiche.
Siamo di fronte a un problema culturale, che esigerà un processo lungo di cambiamento e di cura, che deve coinvolgere l’intero tessuto della società. Finchè l’informazione avrà questi connotati e questi pregiudizi, sarà difficile scardinare certi retaggi e paraocchi che ci annegano in questo vortice di violenza senza fine. Vi consiglio questo articolo de Il ricciocorno schiattoso.

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Una mattina mi son svegliata

Anarkikka 25 aprile

Anarkikka 25 aprile

La Resistenza italiana ha avuto soprattutto un forte significato catartico, di riscatto e di resurrezione della nazione.
La Resistenza è un monito, un insegnamento, un qualcosa che ci permette di sentirci uniti, socialisti e cattolici, una delle rare volte che hanno saputo unire le proprie forze e i propri ideali per un fine più elevato. Un simbolo per tutte le generazioni, una bussola in caso di smarrimento. Insomma, essenziale per capire da dove veniamo, cosa era ed è veramente importante ieri, oggi e domani.
Per noi donne deve rappresentare un momento per ricordare e celebrare tutte le donne che nel loro piccolo e grande impegno quotidiano hanno dimostrato di poter cambiare stereotipi e consuetudini arcaiche, che le tenevano imprigionate in ruoli codificati in secoli di società patriarcali. Il 25 aprile dev’essere un inno alle capacità che tutte noi donne abbiamo, di essere coscienti di noi stesse, del nostro saper essere e saper fare, di essere soggetti autonomi in grado di autodeterminarsi. Le donne della Resistenza, insieme a tutte coloro che hanno lottato nel corso di tutto il secolo scorso devono farci da guida, affinché quei diritti, che ci sono stati riconosciuti, non vengano accantonati e rimossi con un colpo di scopa restauratrice. Ogni donna deve poter scegliere il suo destino. Oggi e sempre!

 

Cito il brano linea gotica dei CSI: “occorre essere attenti per essere padroni di se stessi”. Ecco un insegnamento fondamentale per il futuro di tutt*.

Restiamo vigili, sveglie e resistenti sempre!
Questo articolo, apparso su Abbattoimuri e originariamente su Me-DeA, è una pietra preziosa e un contributo perfetto per questa giornata. Ve lo propongo e sono certa che vi trascinerà in un vortice di considerazioni e riflessioni importanti. Buona lettura.

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La donna che si sente amata non abortisce

 

Magritte

Magritte

 

Ci risiamo. Ora le donne, dopo essere state apostrofate come assassine, colpevoli di un abominio, si devono anche sentir dire una frase del genere.
Il 3 maggio si svolgerà a Roma un convegno “Dai una chance ad ogni vita” in preparazione alla Marcia nazionale per la vita del 4 maggio.
Nel corso del convegno si premierà Flora Gualdani, colei che ha pronunciato la frase con cui ho titolato il mio post.
È la fondatrice della Casa Betlemme, ad Arezzo. Se leggete l’articolo di Tempi, si parla della solita versione iniziatica e di illuminazione divina, per parlare della missione intrapresa da questa donna. In pratica:

“la “questione procreatica” sarebbe diventata “epocale e drammatica” e che l’uomo, per non autodistruggersi, dovrà tornare a “genuflettersi davanti al Creatore” e al “mistero dell’Incarnazione”.

Ok, tutto è ammesso, ma da qui a coprire l’intero mondo donna, ce ne passa. Le mille motivazioni che portano una donna a scegliere di interrompere la gravidanza non sono riassumibili, né banalizzabili in questo modo.
Riporto un altro brano:

“L’ambulatorio ostetrico è uno speciale confessionale laico, e dopo mezzo secolo so che la donna è indotta all’aborto non tanto da motivi economici ma soprattutto dalla paura di sentirsi sola. Quindi ciò che conta è che la donna si senta amata, non lasciata sola. La donna che si sente amata non abortisce. Lo dico per esperienza. Deve sentirsi preziosa a motivo di quel suo stato interessante, che deve essere “interessante” per la società intera, perché l’utero gravido è tabernacolo che dà futuro alla storia. Davanti ad una gestante dovremmo sempre genufletterci riconoscenti”.

 

Mi sconcerta questo sottolineare sempre la fragilità intrinseca della donna, come se fosse incapace di scegliere per sé e abbia sempre bisogno di un sostegno.

“Occorre capire come mai la donna occidentale dimentichi sempre più di essere “femmina, madre e sposa”.

In tutte queste affermazioni non c’è traccia di una minima possibilità di scelta libera per la donna, che in questo quadretto desolante, essendo incapace di intendere e di volere, si fa soggiogare dalla società e dallo stile di vita occidentale. Dovremmo essere tutte ugualmente omologate in un ruolo codificato nei secoli da società patriarcali che ci volevano schiave mute, adoranti, sottomesse e dipendenti economicamente e psicologicamente. Questi discorsi stranamente non vengono mai declinati al maschile. Siamo sempre noi a doverci sacrificare, omologare, immolare. Dobbiamo dimenticare la faccenda dei ruoli preconfezionati e precostituiti. Donne e uomini devono essere parimenti liberi di scegliere che forma dare alla propria vita. Siamo nel 2014, sarebbe anche ora.
La Gualdani riduce tutto a un “capriccio”, a un sentirsi sola e abbandonata. Peccato che un figlio se lo metti al mondo te ne devi occupare, la maternità è un progetto per la vita. La maternità deve essere una scelta libera e consapevole, altrimenti i danni sono enormi, in primis per il figlio. Una donna deve scegliere se e quando diventare madre. Per questo occorre battersi per una maggior autocoscienza e consapevolezza di sé, dei metodi contraccettivi sicuri, dei propri diritti, della propria capacità di scelta autonoma. Nessuno deve interferire o fare pressioni psicologiche sulla donna. Questa storia della colpa deve finire. Ognuno deve essere libero di scegliere, ripeto.
Vogliamo guardare in faccia la realtà o ci limitiamo a raccontare solo la favola con tanto di happy ending? Ci siamo guardati attorno? Non aggiungo altro: a voi il compito di completare.

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I diversi volti del femminismo

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Ritorno sul tema, su cosa vuol dire oggi essere una femminista. Mi interrogo perché oggi mi sento più coinvolta di un tempo e mi chiedo quali possano essere le cause e gli errori da evitare per non tornare ad addormentarci.
La mia è una generazione strana, non propriamente fortunata come i baby boomers, ma pur sempre cullata dalle premure dei nostri genitori, che tuttora, per molti, sono il paracadute sociale ed economico in questi anni di precariato. Questa sorta di rete protettiva, per chi ce l’ha, ci ha portati ad occuparci poco dei temi etici, delle battaglie tipiche degli anni ’60, ’70. Gli anni ’80 della nostra infanzia sono stati leggeri e sofferenti, ma non hanno lasciato traccia in noi di quel nero punk. Cristina D’Avena era il nostro mito e la caduta del muro venne vissuto come un segnale di un meraviglioso avvenire di pace. Lo stesso grunge ci ha portati a una adolescenza alquanto solitaria, poco comunitaria, raggomitolati su noi stessi e sul nostro spleen, che non capivamo bene da dove scaturisse. Non sono mancati gli inciampi, ma evidentemente non sono stati tali da spingerci a una mobilitazione. Ognuno ha seguito la strada del “si salvi chi può”.

Oggi, da madre, sono tornata ad interrogarmi su certi temi e su quello che desidero sia il mondo che mia figlia troverà ad accoglierla quando sarà adolescente. Magari sarà più forte di me, ma vorrei che non si tornasse indietro e che si accompagnassero le future donne in un percorso di crescita e di autoconsapevolezza a 360°. Ma come agire e come orientarsi per non fallire nuovamente?
Vi consiglio questo post, sui femminismi che oscillano tra coloro che ci credono e coloro che giocano a fare le donne alternative e le paladine dei diritti. Analisi chiara, sincera e che offre un’occasione per riflettere sul futuro delle reti e dei movimenti femministi. Come quando andavo al liceo, il mondo era costellato da ragazze che giocavano a fare le donne emancipate e invece erano forse più confuse e fragili di me. Oggi molti diritti e tutele sono sotto attacco e di personaggi tiepidi e opportunisti non ce n’è bisogno, dobbiamo arrivare al nocciolo, espandere le informazioni su sessualità e autodeterminazione. Partendo dalle persone. Tutte le altre scorie e gli obiettivi strettamente di carriera personale (le femministe di convenienza) devono essere lasciati indietro. Dobbiamo divulgare, parlare, raggiungere quante più persone possiamo, fare rete ma senza formalismi e soluzioni elitarie. Dobbiamo essere convinte e imbastire una mobilitazione costante, pura, schietta, spontanea, leggera ma profonda, che scandagli i punti essenziali.

Vi consiglio il libro di Barbara Bonomi RomagnoliIrriverenti e libere – femminismi nel nuovo millennio“, controcorrente.

Ringrazio Anarkikka per l’immagine del post.

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Dopo il #12a Milano #no194

Leggendo questo resoconto del 12 aprile a Milano, mi resta solo da constatare che i #no194 sono un guazzabuglio ideologico confuso e pieno di odio verso i deboli, che siano donne o immigrati. La vita sembra altrove, scorgo solo violenza nelle loro parole, violenza a priori e gratuita.

Senza parole.

Andiamo avanti @womenareurope!

Un bellissimo video del presidio festante alle Colonne di San Lorenzo a Milano, il 12 aprile #moltopiùdi194.

Rimando al sito Womenareurope per tutte le iniziative organizzate il 12 aprile in giro per l’Italia.

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#1oradamore

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Ho firmato la petizione #1oradamore lanciata dalla deputata Celeste Costantino, perché penso che sia essenziale trasmettere precocemente un messaggio corretto e sano del rapporto tra i sessi, per un’affettività sin da subito non segnata da stereotipi di genere e da falsi ideali.

Il rispetto reciproco deve maturare con i ragazzini, altrimenti intervenire da adulti si potrebbe rivelare insufficiente e inefficace.

Ecco il motivo per cui mi auguro che si arrivi presto ad approvare la proposta di legge, di cui Celeste Costantino è stata la prima firmataria.

La lotta alla violenza deve iniziare sin dalle prime fasi della vita. Parlarne a scuola è essenziale, affinché non sia più il semplice passaparola a costruire le fondamenta degli uomini e delle donne di domani.

Lo stesso discorso vale per i consultori pubblici, da preservare e da incentivare, per il loro ruolo di educatori nella società.

La petizione.

Il video della campagna.

Il post di Marta Bonafoni.

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Le donne e la Resistenza

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In vista del 25 aprile, riprendo questo bellissimo e prezioso articolo di Laura Coci, membro del direttivo provinciale ANPI Lodi.

IL RUOLO DELLE DONNE NELLA STORIA
GUERRA ALLA GUERRA: LE DONNE NELLA RESISTENZA ITALIANA

Le donne della Resistenza per la pace. Il tema rimanda alla scelta delle donne.

Io non credo nel determinismo biologico, non credo che le donne siano dalla parte della pace per natura, semplicemente in quanto donne, ma che lo siano in quanto donne democratiche.

Le donne sono dalla parte della pace (e della storia) per scelta, una scelta che riguarda donne e uomini, nell’Italia del 1943, una scelta determinante non solo per il presente, ma anche, soprattutto, per il futuro, per chi, incolpevole, subirà non le intenzioni, ma gli effetti delle azioni compiute.

“Allora c’è la storia – scrive Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno – C’è che noi, la storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo oltre venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.

La scelta per la storia, per “un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”, è la scelta per la pace.

La guerra delle donne inizia l’8 settembre del ‘43: non è guerra di aggressione (o umanitaria, o preventiva) ma di resistenza, resistenza civile e resistenza partigiana, senza armi e con le armi. Parlerò di entrambe.

Non che prima le donne non conoscessero la guerra: dal ‘40, da oltre tre anni, conoscono fame e stenti, dolore e lutti. Per le donne ebree, poi, la guerra è iniziata ancora prima, nel ‘38, con le leggi razziali.

“Speravo che malgrado tutto le cose sarebbero andate bene, che la guerra sarebbe finita presto […] che, dissipato l’incubo, la vita avrebbe ripreso un ritmo di pace” scrive Giuliana Gadola Beltrami: è l’illusione seguita al 25 luglio, alla caduta del fascismo, è soprattutto la speranza e l’attesa della fine della guerra, e della pace, che si coniuga a “una volontà di lavorare, di far qualcosa, qualunque cosa, meglio che mai”.

L’8 settembre, rifiutando la legalità fascista in nome di ben altra idea di legittimità (perché è immorale far pagare alle popolazioni prezzi così alti in termini di rischi e sofferenze) le donne danno vita a una grandissima operazione di salvataggio, il salvataggio dei soldati italiani sbandati. Quanto vale la vita di un ufficiale, di un soldato, in divisa grigia? Ecco, allora, che le donne svestono e rivestono i giovani uomini di ritorno dai fronti, occultano divise militari e reperiscono, confezionano, fanno indossare abiti civili ai “ragazzi”, figli reali e simbolici, figli che non si fanno per darli al fascismo, per mandarli a morire in guerra

“Ricordo che la mamma diede abiti civili a un soldato inglese: lo aiutò perché pensava che come faceva lei, così altre avrebbero forse aiutato i suoi figli” racconta Giovanna Patrini.

Le donne portano a compimento una gigantesca opera di travestimento, maternale, che esalta il loro ruolo di madri, che curano e consolano (così è, per esempio, per “Mamma Agnese”, la protagonista dell’Agnese va a morire di Renata Viganò). Ed è una maternità collettiva, portatrice di pace, di cui gli uomini sono ben consapevoli: “Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane: qualcuna più o meno ci provò” scrive Luigi Meneghello nei Piccoli maestri.

Da subito la Resistenza delle donne si articola nelle due modalità, senza armi e con le armi. Scrive Anna Bravo che “è resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di cose e beni ritenuti essenziali per il dopo, o ci si sforza di contenere la violenza intercedendo presso i tedeschi, ammonendo i resistenti perché Non bisogna ridursi come loro, quando si dà assistenza in varie forme a partigiani, militanti in clandestinità, popolazioni, o si agisce per isolare moralmente il nemico; quando si sciopera per la pace o si rallenta la produzione per ostacolare lo sfruttamento delle risorse nazionali da parte dell’occupante; quando ci si fa carico del destino di estranei e sconosciuti, sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra”.

Privilegiando questa lettura (Resistenza civile e Resistenza armata), le donne contribuiscono alla Liberazione in numero elevato. Certo – come sappiamo – le donne scompaiono quando nella lingua italiana si declina al maschile: e già negli scioperi del marzo ‘43, dietro al termine “operai” arrestati e condannati si scopre che ci sono, anche in maggioranza, donne.

Ne sono consapevoli i Gruppi di difesa della donna, che non mancano di rivendicare la titolarità delle azioni e la presenza pubblica delle donne, che non sono soltanto mogli, madri, sorelle di partigiani: sono le prime a scendere in piazza, sono quelle che urlano più forte: per l’aumento del salario, per il ritorno dei figli dal fronte, per dire basta guerra. Le parole d’ordine dei grandi scioperi di cui abbiamo ricordato da pochi giorni il cinquantennale sono pace, pane, libertà. Pace, prima di tutto, come condizione necessaria a instaurare benessere e democrazia.

Se gli uomini danno vita a due eserciti, uno in parte volontario, l’altro frutto della più grande diserzione di massa, altrettanto fanno le donne. Le donne non hanno il problema di sfuggire all’arruolamento forzato di Salò: tanto le partigiane quanto le ausiliarie compiono una scelta incondizionata, “gratuita”: le une per “un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”, le altre per “ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio”. Le donne della Resistenza per la pace, le donne di Salò per le città in macerie, le macellerie coloniali, i campi di sterminio.

Vi è grande consapevolezza nella scelta, anche se talvolta essa appare dissimulata nella casualità, nella noncuranza. L’8 settembre, a Roma, alla madre che le chiede “Ma che ci va a fare una donna?”, Carla Capponi risponde che “Donne e uomini sono tutti utili”.

Per le donne la scelta delle armi è sempre dolorosa (alcune non la compiono), ma talvolta ineludibile. Il rapporto con le armi passa attraverso un sentimento di rivolta: è quel quando è troppo è troppo che leggiamo in più di una memoria, è l’ingiustizia divenuta intollerabile, è l’urgenza di porre fine al fascismo e alla guerra.

Utilizzando le armi, le donne invadono il ruolo maschile (perché le armi sono pensate dagli uomini per gli uomini), ma non ne fanno un oggetto di presunzione, bensì di estrema necessità, in una contingenza storica eccezionale. “Non mi è mai piaciuto vedere gli altri cadere, anche se erano il nemico”, scrive Laura Perseghettini, e “Non è per odio per nessuno che si deve fare”, dice Filippo Beltrami a Giuliana, che nell’immaginario popolare diviene leggendaria quanto il marito: “con una raffica di mitra la Signora ha ucciso sei tedeschi” sente dire di sé, in treno, dopo la morte di lui.

La contingenza storica è eccezionale: non è in gioco la sensatezza e la necessità dell’uso delle armi e neppure stupisce il contributo di donne in armi.

Con alcuni distinguo: l’assenza di odio, per esempio, che è un tratto importantissimo, così come la partecipazione al dolore delle vittime incolpevoli.

Nell’agosto del ‘43 Carla Capponi incontra un giovane soldato nazista a Ostia: lui le mostra le foto di famiglia e tra queste la propria foto in posa con un partigiano russo impiccato: lei ricorderà sempre la sensazione di orrore che fa “soffrire indicibilmente”, alla quale si aggiungono altri ricordi intollerabili, come quello del rastrellamento degli ebrei del ghetto romano, nell’ottobre

“Fu alla stazione Tiburtina che il diciassette alle cinque del pomeriggio, partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una bimba, nata durante la notte… Pensare a quella madre giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un’azione contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti”; o la memoria di Teresa Gullace, la donna romana uccisa davanti alla caserma di viale Giulio Cesare, dove si trovava il marito in attesa della deportazione, che ha ispirato il memorabile personaggio di Nina in Roma città aperta; o ancora il ricordo delle dieci donne dei quartieri Ostiense, Portuense e Garbatella abbattute “come si ammazzano le bestie al mattatoio” perché avevano preso pane e farina da un forno, per sfamare i figli.

Ebbene, a che pensa Carla Capponi (che è, evidentemente, una partigiana in armi esemplare) prima dell’attentato di via Rasella? “Avevo bisogno di ritrovare tutte le ragioni che mi portavano a compiere quell’attacco… Malgrado questi pensieri il mio animo era distante, e nel pensare a quei soldati non riuscivo a provare odio… Mi tornava alla mente la disperata difesa della donna ebrea a cui avevano saccheggiato il negozio e che avrebbero ucciso; mi sentivo parte di quella tragedia come se avessi vissuto in prima persona lo sterminio. Per tutti coloro che avevano sofferto ed erano morti ingiustamente, che erano ingiustamente perseguitati, per loro dovevo battermi”. Usare le armi, sì, ma per porre fine alla guerra, per avere finalmente la pace.

Altro distinguo forte e significativo è la pietas: Ada Gobetti cerca il turbamento sul viso del figlio davanti alla morte del nemico (guai, se non ci fosse) e Vitalina Lassandro, a proposito delle uccisioni, afferma che “non avere disgusto di queste cose significherebbe non avere sensibilità neanche per il bene”.

La Resistenza delle donne si declina, dunque, sia senza armi sia con le armi: due modalità che non sono separabili, che sono concepite all’interno di una scelta comune, che rendono ragione – tra l’altro – della vittoria della Resistenza. Due modalità che hanno per unico fine la libertà e la pace.

Dopo la guerra le donne hanno mantenuto la memoria, molti uomini, invece, sono ammutoliti (“Mio nonno taceva e piangeva, mia nonna parlava e raccontava”, quasi fossero Francesca e Paolo, scrive la giovane Emilia Rancati): l’indicibile, spesso, è stato detto dalle donne.

Non è casuale che siano le donne dell’ANPI a chiedere pace in questo 8 marzo: chi ha conosciuto la guerra teme troppo il suo ripetersi, non soltanto per sé, ma per gli altri uomini e donne.

L’8 marzo del ‘45, nell’Italia occupata, i Gruppi di difesa della donna rivendicavano il diritto non alla festa della donna, ma alla Giornata internazionale delle donne, che era celebrata in tutti i paesi liberi, e che invece nella parte d’Italia oppressa dall’occupante nazifascista era commemorata ancora illegalmente (l’interruzione durava, di fatto, dal primo dopoguerra, per la lunga frattura del fascismo): sapremo però ugualmente, come abbiamo dimostrato in molte altre occasioni, affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra, dichiaravano le donne nel volantino distribuito clandestinamente quel giorno.

Che sia di buon augurio, e che a noi pure, figlie di quelle madri simboliche, vostre figlie, sia dato di farla finita con la guerra, di affermare le ragioni della pace.

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Terrore e senso di colpa

Ieri leggendo della tragica morte della prima donna in Italia per conseguenze pare collegate all’uso della pillola abortiva RU486, ho riflettuto sui toni adoperati dai giornali nel raccontare i fatti. Ho addirittura letto l’intervista a una dottoressa americana pro-life che sosteneva quanto fosse preferibile la via chirurgica. Insomma, leggi e rileggi, l’effetto finale è chiaramente di panico, paura. In pratica ti cresce un grosso punto interrogativo sulla testa e ti chiedi cosa stia accadendo. Ringrazio il post del blog Al di là del buco per aver fornito una analisi sincera e seria. I giornali si sono adoperati a ricostruire i fatti, con un unico intento, a mio avviso e anche per l’autrice del post, scatenare un clima di paura e di diffidenza. Ma se ci pensiamo bene, di controindicazioni ce ne sono migliaia, anche per i farmaci e i vaccini più comuni. Il rischio è presente in ogni operazione, anche la più semplice. Per cui, l’eco e la strumentalizzazione di certe notizie mi sembra non solo irrispettoso nei confronti della famiglia della vittima, ma anche fuorviante e pericoloso. Rientra pienamente in quell’azione oscurantista in atto, con il tentativo permanente di tornare indietro. Perché, ricordiamolo, di aborto, prima della 194, si moriva nelle mani delle mammane. Senza assistenza medica e senza diritto alla salvaguardia della salute, il rischio è elevato.

Oggi arriva qualche chiarimento in più, in questa intervista a Silvio Viale: qui.
Mi viene in mente un episodio della mia vita, sicuramente di tenore nettamente minore, ma significativo di ciò che sta accadendo. Questa spinta malata verso tutto ciò che è naturale, tradizionale ecc. è piena di conseguenze negative. La libertà di scelta non c’è più, sei ostaggio dell’apertura mentale di chi ti trovi davanti. Io ho avuto difficoltà ad allattare mia figlia al seno, perché lei era piccolina alla nascita e faceva fatica ad attaccarsi bene. Allora, dietro pressioni forti delle ostetriche, ho iniziato ad usare il tiralatte. Per quasi sei mesi sono andata avanti così, ogni 3 ore, con continue infezioni e dolori fisici molto forti. Ma ho continuato per mia figlia, e devo ammetterlo, sotto la pressione psicologica delle operatrici dell’ospedale, che se ne sono fregate dei miei dolori e mi hanno considerato una madre poco amorevole. Insomma, per farla breve, nessuno mi ha mai diagnosticato un’infezione. Casualmente, per una forte faringite sono stata costretta a prendere un antibiotico a largo spettro. Ecco, i dolori e le fitte al seno scompaiono. Vado avanti con l’allattamento, ma dovendo rientrare al lavoro decido di interrompere l’allattamento. Vado dal medico e il medico mi prospetta una via crucis, dolori, infezioni, consigliandomi di evitare di interrompere bruscamente con le pillole in commercio. In pratica, lo stesso discorso che mi avevano fatto sino ad allora. Decido di provare. Nessun problema, scopro che non era poi così tanto difficile, e comunque sempre meno doloroso di quello che ho passato prima. Con questo è andato via anche il senso di colpa che mi avevano sapientemente inculcato. Questo è il clima che viviamo, a vari livelli. Questo è il metodo applicato da sedicenti professionisti.

Io sono per la libertà di scelta, sempre e in ogni caso, perché ogni donna è diversa dall’altra e nessuna può permettersi di giudicare l’altra o di imporle qualcosa.
Sono vicina alla famiglia e soprattutto al figlio della donna.

 

Aggiornamento del 26 aprile 2014:

Leggendo il testo di questa petizione, promossa dall’UDI, mi accorgo che sull’argomento RU486 siamo messi proprio male, se per avere la pillola occorre pagare 100 euro di ticket. Non deve essere un lusso, occorre rimuovere questo ennesimo ostacolo alla libera scelta delle donne.

Aggiornamento dell’8 maggio 2014:

Questi sono i primi esiti delle indagini sulle cause del decesso della donna di Torino. La RU486 è stata esclusa dalle cause.

 

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Il concetto di humanitas

Humanitas: mi interessa la tua vita?

Una riflessione importante, preziosa, che vi consiglio di leggere, realizzata da @donnesconnesse. Sul confine del concetto di Cura/Care.

Le mie riflessioni sul paradigma della cura.

 

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Macchine o galline in batteria?

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Ecco cosa accade quando si fanno le larghe intese, non solo per caso, ma si reitera e si fa il bis. Accade che dobbiamo convivere con posizioni come quelle del ministro Lorenzin che si esprime così in questa intervista al quotidiano l’Avvenire:

“Già, i bambini. Devono tornare a nascere e serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie. Bisogna dire con chiarezza che avere un figlio a trentacinque anni può essere un problema, bisogna prendere decisioni per aiutare la fertilità in questo Paese e io ci sto lavorando. Sia chiaro: nessun retropensiero e nessuno schema ideologico, ma dobbiamo affrontare il tema di un Paese dove non nascono i bambini”.

La medesima notizia su Zenit.
Scarsa natalità? Calo demografico? Una soluzione degna del Ventennio, quando si incentivavano le nascite e si chiamavano i figli Benito. Una rieducazione alla maternità, un grande piano nazionale di fertilità. Cosa facciamo, mettiamo le donne in batteria, come le galline? Se poi affrontiamo la questione della maternità in età sempre più elevata, il ministro deve anche ricordarsi che si diventa mamme più tardi perché il lavoro è precario, scarso, mal retribuito e la stabilizzazione stenta ad arrivare, se arriva. Siamo un paese in cui i servizi di sostegno scarseggiano e le politiche di conciliazione e di condivisione sono chimere.
C’è chi non ci sta e protesta, come il coordinamento calabrese 194 che dichiara CARA LORENZIN, NON SIAMO MACCHINE PER LA RIPRODUZIONE!!!

“L’educazione che andrebbe fatta alle nuove generazioni di donne, e di uomini, non è quella alla maternità ma quella alla consapevolezza del proprio corpo, alla sessualità, all’autodeterminazione”.

Vi consiglio di leggere interamente il testo del coordinamento: contiene i punti essenziali su cui dovremmo chiedere interventi a questo governo. Si tratta di non lasciar passare politiche reazionarie e chiedere un rafforzamento delle tutele e delle garanzie previste dalla 194, passando per una legge seria sulla fecondazione assistita, che sani l’obbrobrio della Legge 40. Difficile con le larghe intese? Quasi impossibile, forse. Ma non per questo dobbiamo demordere.

Qui il video della protesta del coordinamento calabrese 194.

Ringrazio WOMENAREUROPE.

 

Aggiornamento del 03.04.14

Ne parla anche Marina Terragni nel suo post di oggi.

Insieme a Manuela Campitelli qui su ZEROVIOLENZADONNE.

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SOS imbecilli

SOS

Tra tante app non poteva mancare questa: SOS PMS. La sigla indica la sindrome premestruale e l’applicazione promette di aiutare i poveri maschietti ad affrontare le pericolose e insopportabili donne in quei giorni. La cosa sembra scherzosa, ma non lo è, soprattutto se osserviamo tutto l’impianto di marketing per il lancio. In un clima oscurantista e pieno di pregiudizi ci mancava anche uno strumento per maneggiare con cautela l’isteria femminile per tutta la durata del ciclo. Sono lontani i tempi delle mobilitazioni femministe, oggi tutto passa in sordina e non ci indigniamo più se qualcuno fa certe battutine e allusioni, tra l’altro prive di fondamenti scientifici. Tra l’altro la cosiddetta sindrome varia da donna a donna e da periodo a periodo. L’idea veicolata è veramente preoccupante e disgustosa. Le donne appaiono come un disastro per la storia e l’umanità, origine di tutti i maggiori conflitti, malefiche streghe in preda agli ormoni. Ma dico io, i maschietti non hanno gli ormoni? I maschietti quando hanno mal di testa, mal di pancia sono tutti vispi e sorridenti, disponibili e tranquilli? Credo proprio di no. Se a questo aggiungessimo le perdite ematiche mensili, come si sentirebbero? Provare per credere.

La cosa ignobile è che dietro tutto questo c’è un integratore a base di magnesio, venduto specificatamente per la sindrome premestruale. Me lo hanno appioppato, perché lamentavo mal di pancia e di testa, ma sono soldi buttati via. Credetemi! Meglio una cioccolata calda che ti mette di buon umore.

Ringrazio il sito http://comunicazionedigenere.wordpress.com per la segnalazione.

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Il colore rosa

LIBELLULA

Abbiamo veramente bisogno di sbarazzarci di un colore, di un simbolo per sentirci emancipate e per esserlo davvero?

Ho letto un post di Loredana Lipperini e mi si è accesa la miccia. Personalmente non vedo di buon occhio tutte quelle etichette di sessismo apposte ai giocattoli per bambine, come mini lavatrici, mocio, aspirapolvere e ferri da stiro. Non li guardo come se fossero una minaccia. Ne avevo già parlato qui. I simboli sono importanti e non vanno sottovalutati, ma non dobbiamo nemmeno permettere di farci manipolare. Non ci sono scorciatoie o soluzioni infallibili per costruire una società egualitaria e paritaria. I cambiamenti culturali hanno bisogno di tempo, ed è questo il punto centrale. Quel che mi auguro è che ogni bambina, ragazza o donna sia libera di scegliere come essere, perché noi siamo una, nessuna e centomila. Potrò cambiare molte volte nel corso della stessa giornata, a seconda delle circostanze, dell’ambiente e dei contesti sociali. Il mio essere donna avrà tutte le sfumature dell’arcobaleno, comprese quelle del rosa. Questo non mi cambierà nella mia essenza, non sbiadirà ciò che sono e voglio essere, non sminuirà la mia personalità e il mio io. Lo stesso ragionamento vale per tutte le piccole donne del futuro.

Dobbiamo chiedere di essere libere di scegliere con cosa giocare, cosa leggere, cosa indossare, cosa dire, cosa esprimere. Un colore non sarà il nostro limite, ma una delle nostre sfumature. Perché dobbiamo giocare tutto sulle sfumature e sul nostro saper essere molteplici. Sono le nostre peculiarità che ci permetteranno di incidere sulla realtà. Questo dobbiamo trasmettere alle prossime generazioni, perché non sia più una diatriba sul colore o un altro tipo di stereotipo a rinchiuderci in un ghetto di genere.

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Le storie

Penso sia un passo cruciale, essenziale, raccontare, raccontare e condividere le storie che sta raccogliendo questo blog. Perché il silenzio e le nude statistiche possono uccidere la realtà. Dietro ogni numero e ogni facile considerazione di coloro che appartengono a questa nuova ondata di oscurantismo ci sono delle persone, donne che hanno scelto e che vanno sostenute e protette nella loro scelta. Non dobbiamo permettere che qualcun altro si intrometta e decida al nostro posto. La piena applicazione della 194 serve a tutelare la sessualità e a consentire una maternità consapevole. Noi donne dobbiamo sostenerci a vicenda, dobbiamo essere unite per non essere schiacciate. Dobbiamo promuovere i consultori e chiedere che svolgano appieno il loro compito, dobbiamo chiedere una educazione sessuale, alla contraccezione e all’affettività. Dobbiamo promuovere la conoscenza, perché c’è chi ci vorrebbe ignoranti e sottomesse, ma dobbiamo dimostrare che quel tempo è passato e non potrà più tornare.

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Radici comuni

Torno a parlare di Ungheria in primo luogo perché il 6 aprile si terranno le elezioni politiche. Secondo i sondaggi, il partito favorito è Fidesz del tanto discusso primo ministro Viktor Orbán, al governo dal 2010, forte di una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Il principale raggruppamento d’opposizione è Unità, guidato dal socialista Attila Mesterházy e dovrebbe prendere circa il 28% dei voti.

L’altro grande partito d’opposizione, è il tristemente noto Jobbik, la formazione di estrema destra di Gábor Vona. Il Jobbik oscilla attorno al 17%, ma potrebbe diventare il secondo partito.

Potrebbe superare lo sbarramento del 5% anche il partito Lmp, su posizioni verdi, liberali ed europeiste.
Il secondo motivo per cui torno sull’Ungheria è proprio per segnalarvi la storia di uno dei fondatori del Jobbik Csanád Szgedi: un entusiasta e fiero combattente antisemita e antirom. Come molti altri ebrei ungheresi ha scoperto solo da adulto le sue origini ebraiche. Dopo la Shoah, molti sopravvissuti ai campi di concentramento hanno pensato che non avrebbero mai potuto essere accettati nei rispettivi paesi come cittadini con pari diritti e che sarebbero sempre stati discriminati. Ecco il perché molti scelsero di emigrare e chi rimase, soprattutto nei paesi sovietici, ha cercato di nascondere le sue origini: avevano paura, non volevano farsi notare o semplicemente desideravano dimenticare il passato. L’obiettivo era una veloce assimilizzazione e conversione cristiana. Oggi Szgedi frequenta la sinagoga, ha smesso di frequentare le vecchie amicizie e si interroga sulle motivazioni che lo hanno potuto spingere sulle sue precedenti posizioni e idee.

Questo articolo di Anne Applebaum spiega bene la storia di Szgedi e svela i meccanismi distorti dell’intero Jobbik.

Questa storia ci insegna quanto fragili possano essere le nostre convinzioni, le nostre presunte radici etniche. Se ognuno di noi iniziasse a pensare che apparteniamo a un’unico grande gruppo, il genere umano, non ci sarebbero tanti conflitti, odi, lotte, divisioni e genocidi. Questa storia è la dimostrazione del fatto che alla base di certe ideologie c’è solo una profonda ignoranza, non solo culturale, ma storica e familiare. La rimozione a volte aiuta a superare i traumi, ma non permette di affrontare il futuro con il bagaglio indispensabile che ci deriva dalla conoscenza e dall’analisi del nostro passato.

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L’egocentrismo nascosto in un mantra

Mafalda work

 

Gli aforismi spesso rappresentano un mondo ideale, un’utopia, un sogno di equilibrio assoluto. Ultimamente si sente ripetere spesso la frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”. Il tema mi ha solleticato dopo la lettura di un articolo di Miya Tokumitsu su Jacobin, intitolato In the name of love.

La frase che ho citato viene sempre più spesso applicata al lavoro, con risultati non sempre innocui. Spesso questa mitica aspirazione a seguire ciò che si ama, può portare alla svalutazione di ciò che si fa, insieme a una pericolosa disumanizzazione del lavoratore. In pratica si spinge a cercare di trarre reddito da una cosa che piace, ma in questo modo la si lega al profitto, che non è proprio un modo sano di ragionare.

A chi si rivolge allora questo slogan di vita? Incoraggiandoci a restare concentrati sulla nostra dimensione individuale, fatta di una felicità egoistica, perdiamo di vista gli altri, il loro lavoro, le loro condizioni di vita, in altre parole la collettività. Alla fine di questo processo, ci autoassolviamo da qualsiasi responsabilità nei confronti di coloro che lavorano senza amare ciò che fanno, in pratica di coloro che hanno bisogno di uno stipendio per sopravvivere.

Questa è una visione privilegiata del lavoro, che maschera la sua natura elitaria attraverso l’esortazione a migliorare se stessi e a seguire le proprie inclinazioni. Il lavoro diventa un qualcosa che si fa per se stessi, e se il profitto manca è solo per mancanza di una sufficiente passione. Questo vale per molti lavori intellettuali, creativi: in pratica, se sei un precario e stenti ad arrivare a fine mese, la colpa è solo tua.

Questo tipo di messaggio, che anche Steve Jobs amava trasmettere (vedi il discorso del 2005 ai laureati della Stanford University), è altamente pericoloso e distorsivo per la società, per le scelte di studio, per le giovani generazioni. Come se al mondo non esistessero lavori poco attraenti, ma che mandano avanti la società. Se si applica questo modello, il mondo del lavoro si divide in due categorie, in perfetta scissione classista: quello piacevole (creativo,intellettuale, socialmente rilevante) e quello che non lo è (ripetitivo, non intellettuale, a bassa specializzazione). Colui che fa un lavoro piacevole è di fatto un privilegiato in termini di ricchezza, status, istruzione, peso politico, nonostante sia una minoranza dell’intera forza lavoro.

Il resto del mondo del lavoro assume un valore minore agli occhi dei fautori di questo inno al fa’ ciò che ami e fallo con amore. Vengono cancellati tutti gli apporti indispensabili per consentire ai privilegiati di svolgere il loro lavoro d’oro: chi coltiva i campi, chi assembla per un salario da fame i supporti tecnologici di Jobs, chi trasporta le merci, chi pulisce gli uffici, chi si occupa dei magazzini e delle spedizioni ecc.

Questo è un mondo di sfigati che non sono stati in grado di applicare il mantra di Jobs e dei suoi simili? Questo mascherare il lavoro da amore, impedisce di rivendicare anche i propri diritti per un contratto serio e a una giusta retribuzione, tanto si gode del privilegio di fare un lavoro che si ama e che ti gratifica. Ci sono interi settori nei quali è normale venir ripagati solo in “moneta sociale”, in prestigio. Da questi meccanismi restano naturalmente esclusi tutti coloro che devono lavorare per sopravivere, in pratica la stragrande maggioranza.

Questo meccanismo porta a una società immobile, economicamente e professionalmente, che si autoriproduce sempre uguale a se stessa, perché esclude sempre le medesime voci offerte da coloro che restano esclusi dai circoli dei privilegiati. In questo processo le donne sono fortemente coinvolte, essendo di fatto le peggio remunerate ed essendo numerose in attività quali moda, media e arte e nelle professioni di cura e di insegnamento. In pratica, le donne dovrebbero fare questi lavori, non spinte dalla paga, ma perché naturalmente portate ad essi, come accade da secoli. Inoltre, una signora non dovrebbe mai parlare di soldi. Il mito del fa’ quel che ami è democratico solo in superficie.

Questa filosofia rientra anche nel sogno americano, protestante, dove chiunque si ingegni adeguatamente può raggiungere il successo. Perché sostituire il concetto di lavoro e di fatica con quello dell’amore? Lo storico Mario Liverani ci ricorda che “l’ideologia ha la funzione di presentare allo sfruttato, lo sfruttamento in una luce favorevole, come qualcosa di vantaggioso per gli svantaggiati”. Uno strumento perfetto per il sistema capitalista: distogliendo l’attenzione dal lavoro degli altri e mascherando il nostro con qualcos’altro, non potremo accorgerci della truffa ai nostri danni e per questo non rivendicheremo nulla, non lotteremo per i nostri diritti, non chiederemo di fissare dei limiti allo sfruttamento, non chiederemo che ci venga riconosciuto un giusto corrispettivo, non chiederemo orari compatibili con la nostra vita e la nostra famiglia. Naturalmente, ci saranno anche gravi ripercussioni sulla nostra propensione alla partecipazione politica attiva. Ci vogliono possibilmente inconsapevoli e tutti immersi in questa ideologia per tenerci occupati e separati, segregati nella nostra dimensione individuale.

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C’era una volta l’infanzia

Vi segnalo questo articolo, di Simonetta Fiori, che a mio parere è da leggere, leggere, leggere e rileggere: C’era una volta l’infanzia. Ci sono dei passaggi che sono fondamentali e su cui occorre riflettere, per evitare di trasformare il ruolo genitoriale in una figura di manager dell’organizzazione della vita dei nostri figli.

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(Don’t fear) the reaper

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Il brano è strafamoso ed è datato 1976. L’autore è Donald “Buck Dharma” Roeser, chitarrista della rock band americana Blue Öyster Cult. La canzone ruota sul riff ossessivo che ci trascina e ci immerge in un clima tardo psichedelico e quasi magico, con un gusto nell’arrangiamento che ci riporta a quei magici e irripetibili anni. Il tema non è proprio leggerissimo. Dharma si interroga su cosa accadrebbe se dovesse morire giovane.

A un primo ascolto leggiamo solo l’ineluttabilità della morte e l’invito a non averne paura. Poi emerge il coinvolgimento di una seconda persona, l’amata e l’auspicio di un amore eterno. Scavando nelle parole si ha l’impressione che ci sia un chiaro riferimento a un omicidio-suicidio e a nulla valgono le rassicurazioni di Dharma che precisa che si tratta di una canzone sull’amore eterno. Egli ricorre a Romeo e Giulietta come simboli di una coppia che crede di rincontrarsi nell’aldilà. Inquieta la frase 40.000 men and women ogni giorno, sottintendendo muoiono.

A mio avviso, l’ottica del brano trasuda un punto di vista malato, di un uomo che cerca di coinvolgere nel suo piano di morte anche la sua amata. È un po’ l’idea che forse passa per la mente di molti uomini quando decidono di togliere la vita alle donne. La versione più “emo” e gotica degli Him lo chiarisce molto bene e ne sottolinea la morbosità, attraverso la presenza di una riluttante voce femminile. Anche il testo rispecchia una fase di cambiamento in atto a metà degli anni ’70: dove a liriche portatrici di una visione propositiva, di rinascita e di speranza, si affacciano sempre più testi legati all’alienazione e alla crisi esistenziale. I capostipiti di questo filone furono i Black Sabbath con Paranoid del 1970.
Il brano Don’t fear the reaper resta una delle perle del rock di tutti i tempi.

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I forgot my mittens

cristalli di neve

 

Premetto che sono di parte e che probabilmente questo difetto invaderà ciò che sto scrivendo. Mi riallaccio al mio precedente post musicale per riprendere il tema dei rapporti tra figli e genitori. È la volta di una delle mie cantautrici preferite: Tori Amos e la sua Winter, brano del 1992, inserito in Little Earthquakes. Le canzoni della Amos sono vere, attenzione, non verosimili. Questo è indubbiamente un elemento imprescindibile per Tori. Sono musicalmente dei cristalli di neve, allo stesso tempo dirompenti e potenti come un ruscello di montagna. Figlia di un pastore metodista e di un’insegnante di origini cherokee, rompe la sua educazione musicale classica per seguire le sue personalissime inclinazioni. Chi l’ha vista dal vivo, attorniata dalle sue numerose tastiere, può tranquillamente affermare che lei è un’unica cosa con il pianoforte.

Ma torniamo al brano, dal testo a tratti ermetico, che racchiude il percorso di un padre e di una figlia. C’è tutta la tenerezza dei ricordi dell’infanzia, che riaffiorano. La piccola Tori si è dimenticata le sue muffole: “I get a little warm in my heart – When I think of winter – I put my hand in my father’s glove”. Poi affiora la consapevolezza che le cose cambiano in fretta, si cresce e bisogna imparare a farcela da soli:

“I tell you that I’ll always want you near. You say that things change”.

Emerge la difficoltà di centrare pienamente ciò che si è, si gira attorno senza riuscire a cogliere l’essenza di ciò che siamo.

E poi i ruoli si ribaltano ed è la figlia che chiede al padre:

“When you gonna love you as much as I do”.

Il tempo è trascorso e molti sogni sono stati abbandonati, ci si confida il desiderio di essere orgogliosi l’uno dell’altra.

Un sussurro chiude la canzone:

“Never change. All the white horses…”

Cosa saranno i cavalli bianchi che in un primo tempo “are still in bed” e alla fine della canzone have gone ahead?

Azzardo un’ipotesi: penso che i cavalli bianchi siano i sogni, i bivi che nella vita si incrociano e che ci impongono una scelta, le occasioni perdute. Sono le porte di quelle scelte mai compiute e che sono ormai chiuse. La strada per diventare adulti passa per il superamento e per il doloroso abbandono di quel mondo di white horses. Nonostante le cose inevitabilmente cambino, quei sogni non mutano e restano dentro di noi.

L’ispirazione deriva da una poesia di E. E. Cummings del 1926, “After all white horses are in bed”, ripresa da Gwyneth Walker nel 1979 nell’opera per coro e piano denominata “White Horses”:

after all white horses are in bed
will you walking beside me, my very lady,
touch lightly my eyes
and send life out of me and the night
absolutely into me?

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