Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Preistorica parità

Photograph: Everett Collection -  Rex Features

Photograph: Everett Collection – Rex Features

 

Secondo uno studio di alcuni scienziati di cui parla il Guardian (QUI), sembra che nella preistoria, i nostri antenati avessero una forma relazionale uomo-donna più paritaria della nostra. L’osservazione delle moderne tribù di cacciatori-raccoglitori ha mostrato che operano su base egualitaria, suggerendo che la disuguaglianza sia un’aberrazione che si è creata con l’avvento dell’agricoltura.

In questo post traccerò un parallelo tra le tesi illustrate a proposito da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, e quelle contenute nello studio scientifico da poco pubblicato.

Iniziamo con la mia traduzione dell’articolo pubblicato sul Guardian.

 

I nostri antenati preistorici sono spesso dipinti come selvaggi che brandiscono lance, ma le prime società umane è probabile che fossero fondate su principi egualitari illuminati, secondo gli scienziati.
Uno studio ha dimostrato che in tribù di cacciatori-raccoglitori contemporanee, gli uomini e le donne tendono ad avere pari influenza su dove vive il loro gruppo, e con chi vivono. I risultati mettono in discussione l’idea che l’uguaglianza sessuale sia un’invenzione recente, suggerendo che è stata la norma per gli esseri umani per la maggior parte della nostra storia evolutiva.
Mark Dyble, un antropologo che ha condotto lo studio presso l’University College di Londra, sostiene: ”C’è ancora questa percezione diffusa che i cacciatori-raccoglitori fossero più machi o maschilisti. Riteniamo che questa sia stata solo una conseguenza dell’agricoltura, quando la gente ha potuto iniziare ad accumulare risorse, ed è emersa la disuguaglianza.
Dyble sostiene che recenti risultati suggeriscono che la parità tra i sessi potrebbe essere stata un vantaggio per la sopravvivenza e ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la società umana e l’evoluzione. “L’uguaglianza tra i sessi è una dei più importanti cambiamenti all’organizzazione sociale, insieme ad aspetti quali il legame di coppia, i nostri grandi cervelli sociali, il linguaggio, che distinguono gli esseri umani”, egli dice. “E’ un fatto importante, che non è mai stato ben evidenziato in passato.”
Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, parte a indagare l’apparente paradosso per cui mentre le persone all’interno di società di cacciatori-raccoglitori mostrano forti preferenze per una vita insieme ai membri della propria famiglia, nella pratica i gruppi in cui vivono tendono a comprendere alcuni individui strettamente collegati.
Gli scienziati hanno raccolto i dati genealogici da due popolazioni di cacciatori-raccoglitori (si dovrebbe comprendere se queste società analizzate ai nostri giorni possano essere confrontate o fungere da esempio con quelle dei nostri antenati, sia per numero di individui, per tempi/abitudini di stanzialità e per altre caratteristiche peculiari, ndr), uno in Congo e uno nelle Filippine, comprendendo le relazioni di parentela, il movimento tra i campi e i modelli di residenza, attraverso centinaia di interviste. In entrambi i casi, le persone tendono a vivere in gruppi di circa 20 persone, in movimento ogni circa 10 giorni, nutrendosi di selvaggina, pesce, frutta raccolta, verdura e miele.
Gli scienziati hanno costruito un modello al computer per simulare il processo di selezione di un campo, partendo dal presupposto che la gente ha scelto di popolare un campo vuoto con i loro parenti stretti: fratelli, genitori e figli.
Quando un solo sesso aveva influenza sul processo, com’è tipico delle società basate sulla pastorizia o agricole a prevalenza maschile, si sviluppa un ristretto centro di individui. Tuttavia, il numero medio di individui imparentati diviene minore quando gli uomini e le donne hanno pari influenza – trovando una stretta corrispondenza con le popolazioni oggetto dello studio.
“Quando solo gli uomini hanno influenza su coloro con cui vivono, il nucleo della comunità è una fitta rete di uomini strettamente legati con i coniugi della periferia”, ha detto Dyble. “Se uomini e donne decidono, non si ottengono gruppi in cui vivono 4 o 5 fratelli.”
Gli autori sostengono che l’uguaglianza tra i sessi possa aver dimostrato un vantaggio evolutivo per le prime società umane, in quanto avrebbe favorito una rete sociale più ampia di relazioni e una più stretta cooperazione tra individui non imparentati. “Ti consente di avere una rete sociale più ampia con una scelta più vasta di amici, in modo che la consanguneità non sia un problema”, ha detto Dyble. “E si entra in contatto con più persone e si possono condividere le innovazioni, che è qualcosa che distingue gli esseri umani.”
Il dottor Tamas David-Barrett, uno scienziato che studia i comportamenti presso l’Università di Oxford, concorda: “Questo è un risultato molto chiaro”, ha detto. “Se si è in grado di seguire il parente più lontano, si può disporre di una rete molto più ampia. Tutto quello che dovresti fare è organizzare di tanto in tanto una sorta di festa.”
Lo studio suggerisce che solo con l’avvento dell’agricoltura, quando le persone per la prima volta sono state in grado di accumulare risorse, sia emerso uno squilibrio. “Gli uomini hanno potuto iniziare ad avere più mogli, e possono avere più figli rispetto alle donne”, ha detto Dyble. “Diventa vantaggioso per gli uomini accumulare risorse e per questo diventano più favorevoli a formare alleanze con i parenti di sesso maschile”.
Dyble sostiene che l’egualitarismo potrebbe anche essere un fattore importante per distinguere i nostri antenati dai nostri cugini primati. “Gli scimpanzé vivono in società dominate dagli uomini piuttosto aggressive e fortemente gerarchizzate”, dice. “Come risultato, non conoscono molti adulti nella loro esistenza, in modo tale che le conquiste “tecniche” possano essere durature”.
I risultati sembrano essere supportati da osservazioni qualitative dei gruppi di cacciatori-raccoglitori nello studio. Nella popolazione delle Filippine, le donne sono coinvolte nella caccia e nella raccolta del miele, benché ci sia una divisione del lavoro, uomini e donne contribuiscono complessivamente ad apportare la stessa quantità di calorie al campo. In entrambi i gruppi, la monogamia è la norma e gli uomini sono attivi nella cura dei bambini.
Andrea Migliano, University College di Londra, co-autrice dello studio, ha detto: “l’uguaglianza tra i sessi suggerisce uno scenario in cui tratti umani tipici, come la cooperazione con individui non imparentati, potrebbero essere emersi nel corso del nostro passato evolutivo”.

 

Simone de Beauvoir (siamo nel 1949) tenta di identificare la condizione della donna nel periodo pre-agricolo. Gli strumenti di cui si avvale sono ben diversi rispetto a quelli dello studio sopra citato. Si pone la domanda se la donna a quei tempi avesse la stessa conformazione fisica e muscolare di quella odierna. “Le erano affidati duri lavori; era lei a portare i carichi durante gli spostamenti (probabilmente perché gli uomini dovevano avere le mani libere per poter far fronte ad eventuali attacchi di uomini o animali). “Secondo i racconti di Erodoto, le tradizioni attorno alle Amazzoni di Dahomey e molte altre testimonianze antiche e moderne, pare che le donne prendessero parte a guerre o a vendette sanguinose; esse vi facevano mostra di coraggio e di crudeltà quanto gli uomini”. È verosimile che gli uomini avessero comunque maggiore forza fisica, contro la natura spietata dell’epoca. Chiaramente parto, gravidanza e mestruazioni ne riducevano la capacità lavorativa e di vita attiva. Ma la lotta contro un mondo ostile implicava l’impiego di tutte le forze della comunità.
Un elemento che viene introdotto è quello per cui l’uomo, attraverso il suo essere faber, si attrezza, inventa strumenti per poter dominare la natura che lo circonda: “già la clava, la mazza di cui arma il braccio per abbattere i frutti, per uccidere le bestie, sono strumenti attraverso i quali egli aumenta la sua presa sul mondo; non si limita a portare al focolare i pesci tratti dal mare: deve prima di tutto conquistare il dominio delle acque fabbricando piroghe; per far sue le ricchezze del mondo si impadronisce del mondo stesso. In questa azione sperimenta il proprio potere; si pone degli scopi, traccia le vie per raggiungerli: si realizza come esistente. Per conservare crea; oltrepassa il presente, apre l’avvenire”. Il lavoro come fondamenta per un nuovo avvenire.
L’agricoltura, porterà alla nascita di società più complesse, delle stratificazioni sociali, della definizione di ruoli sociali separati tra uomini e donne (da cui le discriminazioni e segregazioni del genere femminile), del diritto e delle istituzioni, con un rapporto con la terra diverso, un valore dei figli più importante in funzione della trasmissione della proprietà terriera. Al contempo de Beauvoir annota il fatto che la maternità, che permette nuova prole da destinare all’agricoltura, acquista un ruolo spesso sacro (aspetto via via superato nel corso della storia umana). Da questi aspetti deriva secondo de Beauvoir tutto il processo che ancora oggi identifica il clan-la gente-la famiglia e la proprietà.

Vi allego questo frammento, in cui emergono tutti i punti centrali che de Beauvoir cerca di analizzare, sempre partendo da una chiara differenza tra uomo e donna, nel modo di intendere il rapporto con la vita, il tempo e la Natura.

DONNE UOMINI PREISTORIA

 

Non abbiamo la certezza sui meccanismi in atto nel nostro passato remoto, ma quel che è certo è che oggi una maggiore parità tra i sessi assicurerebbe una maggiore uguaglianza e un equilibrio nella redistribuzione delle risorse e una migliore e più ottimale compartecipazione al benessere collettivo.

 

Su questi temi, un articolo interessante di Gabriella Giudici:
http://gabriellagiudici.it/lambiente-e-le-forme-di-societa/

 

TO BE CONTINUED… 

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Maschilismo e mascolinità

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

Ho intrapreso la lettura del saggio di Chiara VolpatoPsicosociologia del maschilismo” (edizioni Laterza, 2013) e vorrei condividere con voi qualche passaggio, dei numerosi che mi hanno sollecitata.

“Nella civiltà occidentale, gli uomini hanno continuato e continuano a incarnare il canone, il prototipo, la norma. Continuano a essere gruppo dominante, che scrive la storia e detta l’ideologia. La loro supremazia, così come la subordinazione femminile, sembra rientrare nell’ordine naturale, nell’idea di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile”.

Questa dimensione naturale ha fatto sì che si dessero per scontate le sue caratteristiche vincenti, per cui fino a qualche anno fa si preferiva incentrare gli studi sul genere femminile, cercando di approfondire i motivi della subalternità, operando e indagando unicamente nella metà femminile. Come se il “difetto” o le motivazioni fossero tutte nel campo “debole”. In questo modo l’universale uomo era il prototipo che non aveva alcun bisogno di legittimarsi, perché esisteva da sempre e dettava le regole del gioco, senza di fatto incontrare ostacoli al suo dominio. Pertanto si cercava il cavillo nella donna e si rimaneva relegati in un angolo di una questione ben più ampia. Per fortuna, negli ultimi anni si stanno sviluppando i men’s studies o masculinity studies. C’è voluto tanto tempo anche perché forse c’è stata un po’ di resistenza da parte degli studiosi maschi a indagare sul proprio gruppo di appartenenza. Il sistema androcentrico ha coltivato nei secoli un modello fondato sull’identità di genere, con l’obiettivo di cancellare le somiglianze tra uomini e donne, accentuando solo le diversità (Gayle Rubin, The traffic in women). Il fatto di creare un solco considerato naturale, in quanto “biologico”, tra i sessi, ha rafforzato l’idea che fosse una condizione immutabile e l’unica in grado di mantenere un sano equilibrio. Pertanto, come sostiene Rhoda Unger (citata da Volpato), sarebbe preferibile usare il termine genere, che rimanda a comportamenti e a tratti che le culture attribuiscono a uomini e donne. Perché è stato il movimento delle donne a svelare che mascolinità e femminilità sono costruzioni storiche. La mascolinità e la femminilità possono essere comprese solo attraverso lenti di indagine specifiche. Sono strettamente legate al contesto, alla cultura di una società. Per questo si parla di studi di genere, di educazione di genere per non richiamare aspetti biologici (cosa che avverrebbe se usassimo la parola sesso) che in quanto tali sarebbero considerati come immutabili e “naturali”. Torniamo per un attimo all’infanzia. Trattandosi di modelli indotti dalla società e dal contesto storico in cui vive il bambino, il suo margine di libertà di scelta si riduce. Ecco l’importanza di una guida fluida e di strumenti che permettano di formarsi una cultura non condizionata dagli stereotipi di genere. Di estrema importanza sono le letture per l’infanzia. In parallelo, vari studi sociologici, hanno portato alla conclusione che: “la grandezza e spesso anche la direzione delle differenze di genere dipendono dal contesto e i dati scientifici non corroborano le credenze diffuse sulla profonda differenza psicologica tra uomini e donne”. La presunta superiorità maschile si sostiene attraverso strategie psicologiche e sociali più o meno violente e silenti, che si adattano al contesto socio-economico e storico-politico, inserendosi nelle pratiche quotidiane. Sono rimasta positivamente colpita dall’applicazione della categoria gramsciana di egemonia alla mascolinità (pag. 6-7) elaborata da Raewyn Connel: “Una dinamica culturale che permette a un gruppo di conquistare e mantenere una posizione dominante nella vita sociale”. In pratica viene individuato un modello maschile vincente, un ideale che “nella società capitalista occidentale coincide con uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi, eterosessuali”. Seguendo il ragionamento di Connel, si può parlare di mascolinità multiple, in quanto ogni epoca storica e ogni società elabora il proprio modello vincente. Questo naturalmente porta a una subordinazione e una marginalizzazione di tutti coloro che non rientrano nei canoni del modello maschile egemone (classi sociali subalterne, omosessuali e naturalmente donne). Connel rileva anche quella sorta di complicità maschile, che permette di mantenere lo status quo e consente anche a chi non rientra nel modello egemone di godere dei benefici della superiorità maschile. In pratica si ottiene una parte del dividendo patriarcale, la propria fetta di vantaggio ottenuto dalla subordinazione delle donne”. Questo sistema non ammette che ci sia qualcuno che lo metta in discussione. Ecco perché per alcuni il femminismo, l’emancipazione e l’autonomia delle donne sono pericolose e vanno fermate in ogni modo (qui un bel post del blog Bambole&Diavole). Molto interessante l’excursus storico di Volpato sui modelli della mascolinità. Qui accenno unicamente alla genesi della frattura tra i due generi. Genesi è la parola appropriata perché è proprio la dimensione di donna genitrice a essere coinvolta. Sulla scorta degli studi dell’archeologa Marija Gimbutas (pag. 8-9), “fu la scoperta, avvenuta durante il Neolitico, del ruolo maschile nella procreazione a causare l’inizio della subordinazione femminile (oltre a una differenziazione delle tecniche agricole, nel passaggio da popoli raccoglitori ad agricoltori) e l’affermarsi del modello patriarcale. Il culto della Dea generatrice viene rapidamente sostituito da un Dio maschile (oggetto dell’indagine su cui si soffermerà la teologia femminista). Per quanto riguarda la teologia cristiana annoto questo articolo sul saggio di Selene Zorzi. “La donna stessa, del resto, è stata ritenuta durante tutta la storia della teologia non degna di rappresentare neppure l’immagine di Dio: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, la donna no. E come l’uomo è sottomesso al Dio di cui è «immagine e somiglianza», così la donna deve essere sottomessa al maschio dalla cui costola è stata tratta, ancor di più perché sommamente e primariamente colpevole del peccato originale”. Finché le capacità che permettevano la prosecuzione della specie erano state percepite unicamente femminili, la donna aveva mantenuto un ruolo importante e di sostanziale parità. Il ruolo dell’uomo nella riproduzione non è da dare per scontato o semplicemente comprensibile. Considerate che tra il concepimento e la nascita intercorrono 9 mesi. Per un uomo non è immediato comprendere il nesso. Mi piace immaginare che sia stata una donna, attraverso l’abitudine data dall’esperienza e dalla percezione dei mutamenti del proprio corpo e dall’osservazione della regolarità del ciclo mestruale, a comprendere quel nesso. Ma potrebbe anche essere stato un uomo, osservando gli animali. La storia recente è stata contraddistinta da flussi e reflussi di posizioni fortemente mascoline e maschiliste alternate a fasi in cui la donna ha cercato di riappropriarsi di strumenti che le permettessero di emanciparsi: “il femminismo.. ha posto il problema della cancellazione della soggettività femminile e dell’espropriazione subita dalle donne ridotte a corpi, oggetti, merci. Il femminismo ha segnato per le donne la riappropriazione del pensiero e della parola, a lungo strumenti della loro esclusione (Cavarero e Restaino, Le filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, 2002). C’è chi si sente “minacciato” e indebolito da queste orde di femministe selvagge e cerca di recuperare tutti gli orpelli della mascolinità perduta: la superiorità biologica del maschio, il culto della forza, l’omofobia, la centralità della competizione, l’aggressività, il successo, l’indipendenza e l’amore per l’avventura. Questa vera e propria “mistica della mascolinità” trova una sua rappresentazione nelle manifestazioni esteriori dell’apparato militare e nello sport. “L’iper- mascolinità è spesso associata a forme di violenza contro le donne ed è diffusa soprattutto tra giovani e uomini dotati di scarso potere socio-economico, una cattiva abitudine maturata nel corso dell’adolescenza” (un modo per fronteggiare paure e insicurezze dovute dal basso status). Per questo occorre intervenire precocemente e non lasciar correre certi atteggiamenti e i primi accenni di queste insane abitudini. to be continued..

p.s. 13 ottobre 2014 Vi consiglio di leggere i commenti a questo post sul mio profilo Facebook. Rendono bene la mentalità corrente. Sono la dimostrazione che abbiamo toccato un nervo scoperto.

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Perspicaci

Beatrice Lechtanski

Beatrice Lechtanski

Parto da un concetto espresso da Pierre Bourdieu (La domination masculine, 1998) e ripreso da Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” (2013):

“Una delle doti più apprezzate della psicologia femminile, l’intuizione, è collegata al secolare stato di sottomissione delle donne, dato che ha la funzione di stimolare l’attenzione e la vigilanza necessarie per prevenire i desideri maschili e anticipare eventuali disaccordi”.

Le donne devono sviluppare un sesto senso per conoscere meglio gli uomini di quanto questi abbiano bisogno di conoscere loro stessi, in quanto sono i detentori del potere sociale. Le donne devono conoscere il loro partner a fondo, prevedendone contento e scontento. Per questo sono meno propense a servirsi degli stereotipi (strumento più tipicamente maschile di lettura della realtà e delle persone), affidandosi maggiormente alle proprie percezioni dirette. La subordinazione ha pertanto affinato una caratteristica. Se riflettiamo in molti casi è proprio così, anche se non possiamo generalizzare (non è detto che tutte le donne sviluppino questa attitudine o che non si servano di stereotipi). Secoli di rapporti di coppia in cui la donna ha sempre avuto una posizione subordinata, hanno consolidato delle abilità vitali. Un’abitudine che parte da bambine e si affina col tempo. Ma non è solo un retaggio del passato, perché in molte situazioni, ancora oggi possiamo ritrovare questa “necessità”, questo istinto volto a prevenire. Questo spirito è servito e serve alle donne per difendersi, fornendogli gli strumenti per sopravvivere a una vita in una trincea permanente. Questo richiama anche un’altra attitudine femminile, specie quando si è in una condizione di sottomissione e di violenza: il voler sempre scusare il proprio oppressore, superiore, partner, padre o figura dominante. L’intuizione che può servire a prevenire eventuali reazioni violente o volte a punire e a ribadire l’ordine gerarchico, diventa un modus vivendi, un modo per sopravvivere, per arginare una situazione difficile e rimandare la decisione di troncare queste relazioni. Questo si traduce nell’aspettare il momento più propizio per fare delle richieste o anche solo per poter parlare. Una pratica quotidiana di autodifesa e di ricerca dell’equilibrio che poi sembra diventare “normale”, ma che non lo è affatto. Un dominio che tuttora molte donne sperimentano, anche nelle case “perfette” da mulino bianco.
Ma l’intuizione è anche la virtù che ci ha permesso di guardare attraverso le nostre esistenze, le nostre esperienze, i nostri desideri, scorgendo altre possibili letture della nostra vita e del senso delle cose. L’intuizione ha permeato ogni passaggio attraverso cui le donne hanno fatto esperienza e preso coscienza di sé, che ha permesso di elaborare un concetto del soggetto donna separato dal ruolo di madre, per aprire la strada alle infinite possibilità della conoscenza e dei corpi. L’intuizione ci ha permesso di riempire di nuovi sensi le nostre esistenze, i nostri corpi, i nostri rapporti, le nostre identità. L’intuizione ci ha permesso di de-costruire e costruire modelli, ruoli e schemi.

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Cos’è la fantasia?

Mucca Moka di Agostino Traini - Emme Edizioni

Mucca Moka di Agostino Traini – Emme Edizioni

Mia figlia, che ha due anni e mezzo, mi ha spiazzato ancora una volta con le sue domande. Ieri mi ha chiesto cosa fosse la fantasia. Un concetto astratto è difficile da rendere, ma ci ho provato. Ho notato che mia figlia adora farmi domande complesse, che come le scatole cinesi, implicano altre domande a catena. Le ho spiegato che la fantasia è tutto ciò che ci permette di immaginare di fare e di essere cose diverse, ti permette di sognare anche quando non dormi, ti permette di inventare nuovi giochi, di cucinare deliziosi manicaretti, di volare, di guidare un aereo, di scorgere sagome buffe nelle nuvole, di saltare fino a raggiungere la luna (tra un po’ sfonderà il letto a furia di provarci 🙂 io glielo consento per compensare il mio desiderio frustrato da bambina, quando non mi permettevano di saltare sul letto) di salire sulle nuvole, di andare in mongolfiera, di essere chi vuoi tu, di fare mille cose diverse anche senza avere gli strumenti a portata di mano. Una coperta diventa la tua grotta oppure puoi giocare a fare il fantasmino. Dei cartoncini colorati ritagliati sono sufficienti a inventarsi storie sempre nuove. La fantasia ti permette di trasformare i tuoi giochi, inventandoti nuove soluzioni, modi di adoperare quello stesso gioco. Significa trovare alternative, guardare le cose da un punto di vista nuovo e diverso. La fantasia è anche sentirsi liberi. Lei è una divoralibri, divorastorie di ogni tipo. La fantasia è ad esempio immaginarsi e fingere che la lava del vulcano di Mucca Moka sia davvero bollente e faccia tanto fumo.. anche se poi la razionalità di mia figlia emerge comunque: “mamma ma non brucia davvero, è un disegno”. Ecco, la fantasia non va d’accordo con la logica e la razionalità. Ma la fantasia ti permette di proiettarti al di là del presente, del contesto, del già noto, di ciò che è scontato e precostituito per te, ti proietta nel futuro e ti aiuta a smontare gli schemi, a essere un individuo autonomo. Con il tempo diventi più concreto, più ancorato alla realtà, ma un pizzico di fantasia aiuta sempre. Sarà un caso che mi piace il surrealismo?
Concordo in pieno con quanto afferma il Ricciocorno in questo bel post.

p.s. Ringrazio Agostino Traini, l’autore di Mucca Moka: mia figlia è stata “rapita” dalle avventure di questa MUUU!

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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La tecnologia e il cambiamento che (non) fanno paura

Il mio ragionamento parte da questo articolo. La spinta al cambiamento e ad adattarvisi cambia da persona a persona. Ci sono gli entusiasti e coloro che mantengono sempre un certo scetticismo e distanza quando arrivano delle novità. Questo aspetto è amplificato quando si tratta di tecnologie, specie se coinvolgono le nostre abitudini nelle modalità di comunicazione. La resistenza, la riluttanza a priori portano a rimandare le decisioni e ad arrivare in ritardo sulle scelte. Anche un eccesso di prudenza, una sottovalutazione della portata di una novità possono fare danni, soprattutto in un contesto come il nostro, dove ogni cosa viaggia alla velocità della luce. Si rischia di perdere il treno della ripresa anche perché si è giunti tardi a innovare. Attendere immobili è rischioso almeno quanto il seguire la corrente d’istinto. Ma se si resta fermi, il treno ci passa davanti e noi non possiamo fare altro che salutarlo, rimanendo nel pantano. Neofili e neofobi saranno compresenti in eterno, la questione è che non ci si può chiudere a riccio, stare sempre sulle barricate e giustificare il nostro immobilismo nel nome del rispetto della tradizione. Sono solo delle blande autoassoluzioni. In realtà,  ci si condanna a essere periferici. Un Paese senza spinte propulsive al suo interno non ha prospettive. Un Paese che non investe nelle sue fasce più giovani e in chi ha voglia di fare, ma ne soffoca le aspirazioni e tende ad appiattire le aspettative, si è appena infilato in un cul de sac.

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L’arte della traduzione

Le lingue sono il crogiuolo delle culture e dei popoli che le hanno generate e adoperate nel corso dei secoli. Ci sono delle abitudini, delle soluzioni, delle scelte linguistiche che sono gli abiti e l’essenza di un popolo. Quindi, cosa c’è di più complicato del mestiere del traduttore? Tradurre è passare attraverso mondi, universi diversi dai nostri, assaporarne i contesti, i suoni, i profumi e renderli in un’altra lingua. È un processo creativo delicatissimo, perché ci sono lingue più “asciutte” e altre che hanno una complessità che implica l’uso di più parole per comunicare lo stesso concetto. Vi segnalo questa intervista a Antony Shugaar, traduttore statunitense di opere italiane, che sostiene che:  “tradurre è come “camminare su un’autostrada, laddove leggere significa guidare a cento all’ora”, e a volte devi fermarti e fare un giro nel panorama intorno”. Il traduttore respira l’aria di tutto il libro e ne deve rendere l’atmosfera a chi poi leggerà. “Spesso si parla di parole intraducibili (“untranslatable words”), ma in un certo senso non esistono parole intraducibili. Possono servire tre parole, o una frase intera, o un paragrafo aggiuntivo, ma qualsiasi parola può essere tradotta. A meno di non trasformare un libro in un’enciclopedia, però, non c’è modo di risolvere il problema più grosso: i mondi intraducibili (“untranslatable worlds”)”.

Vi lascio con questa riflessione di Lucy Greaves: “I think it’s important to recognise that translation is about making creative decisions, particularly when so-called untranslatable words are concerned. Good translation shimmies its way round untranslatable words in a host of different ways, and we have to be aware that every word that we read in a translation has been chosen for a reason, in order to create a certain effect and to work as part of a whole. Just like the words in any piece of good writing, really”. Qui l’intero articolo.

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La cura

Mi è capitato di leggere la rubrica “In una parola” a cura di Alberto Leiss sul Manifesto, il 21 gennaio. Al di là della discussione linguistica sull’uso dilagante dell’inglese, con termini come jobs act o lifelong learning, mi ha colpito un altro tema. Il tutto ruota attorno al libro a cura di Laura Balbo, dal titolo “Imparare, sbagliare, vivere. Storie di lifelong learning“. Si tratta di un libro che riunisce storie di donne, studiose di scienze sociali, che negli anni 70-80 avevano dato vita al Griff (gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile). In questo testo si sono raccontate a distanza di anni dall’esperienza del Griff e vi hanno condensato le loro vite, eviscerando il loro desiderio-necessità di continuare a imparare e disimparare, a cambiare, grazie a quella tipica ‘capacità di cura’, che confina con quella introspettiva. Si tratta di doti in cui la donna si è esercitata da sempre, forse grazie al suo ruolo di madre. Questa capacità non consiste nel dimenticare o nel rimuovere i conflitti,  bensì nel riconoscerli e nell’affrontarli. Questo dono va coltivato e si affina con gli anni, serve a guardarsi dentro, a rapportarsi con gli altri e il mondo esterno, con gli accadimenti e con il trascorrere del tempo. Si tratta di un lento lavoro volto a smussare gli angoli e le crepe che ci rendono più fragili oppure diventano per noi un fardello troppo pesante. Qui subentra il coraggio di mettere in discussione l’idea di noi stessi che ci siamo cuciti addosso, o in cui ci hanno rinchiuso. È un percorso che dura per tutta la nostra vita, ma va fatto periodicamente (come le pulizie di primavera per intenderci) e un passo per volta, per non far ingolfare il motore della nostra anima con scorie inutili e dannose.

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Pobres pero honrados, sarà vero?

potere

Leggendo questo articolo di José Ignacio Torreblanca, pubblicato su Café Steiner di El País, ho sentito il bisogno di rispondere alla domanda che pone l’autore: “¿Coinciden los lectores con los resultados de este estudio?

Ma prima devo fare un passo indietro. Torreblanca riporta l’esito di una indagine “Higher social class predicts increased unethical behavior”, che studiando la correlazione tra etica e classe sociale, ha cercato di stabilire se ci fosse una interdipendenza tra i due elementi. Nell’articolo sono riportati i vari esperimenti realizzati dagli scienziati. A quanto pare lo studio dimostra che il comportamento economico e sociale degli individui è strettamente correlato con la capacità di difendere i propri interessi e di anteporli a quelli degli altri. Da ciò, si deduce una maggior propensione degli individui delle classi sociali più alte a mettere in atto condotte poco etiche.

Ritorno alla domanda di Torreblanca e devo ammettere che ogni studio va preso con le dovute cautele. Mi sembra opportuno fare riferimento anche al potere che gli individui sono chiamati a gestire e al ruolo sociale che ricoprono. Questo fa la differenza quando i comportamenti poco etici vanno ad incidere fortemente sul tessuto sociale ed economico di un Paese, tranciandone le fondamenta. Ci sono individui che si sentono al di sopra delle regole, delle leggi e di un comportamento da buon padre di famiglia. Qui, non esiste educazione che tenga. La nostra società va verso questa deriva: i valori etici molto spesso non abitano più dentro di noi, perché qualcuno ce li ha presentati come pesanti fardelli che impediscono il successo e l’affermazione personale. Molti politici coltivano questo recondito (alcuni anche palese) pensiero. Il loro codice di comportamento è al di sopra di tutto ed anche i più timidi agnellini si possono rivelare degli scaltri affaristi. C’è chi poi si prodiga ad aiutare gli amici per sollevarli dalle pene carcerarie. Tutto questo sicuramente non aiuta ad incrementare il nostro affetto per la politica, soprattutto se certi atteggiamenti da difesa del particulare non affliggono solo la politica delle alte sfere. Questo però non ci deve far cadere nella tentazione grillesca di fare di tutta l’erba un fascio. C’è chi sbatte la porta e si crede onnipotente, ma c’è anche chi ha una visione più equilibrata e onesta. Questo fa parte della sfera intima dell’etica di ciascun individuo, in tutti i frangenti. Ma non dobbiamo nemmeno cadere nella trappola di considerare le classi più disagiate come un sacro bacino dal quale attingere etica pura e onestà. Le generalizzazioni possono risultare pericolose. Pobres pero honrados non è una regola senza eccezioni. Il comportamento individuale, e quindi il senso etico, in parte si fonda sull’esempio che si riceve, in parte deve far parte delle responsabilità personali nei confronti della collettività. Che ci piaccia o no.

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Arrivederci Presseurop!

Presseurop

A partire dal 20 dicembre 2013, chiude, speriamo solo temporaneamente, la finestra multilingue sulla stampa europea: PRESSEUROP.

Un importante esperimento editoriale iniziato nel 2009 e che oggi sembra cadere vittima dei tagli imposti dall’UE, che a quanto pare non è più interessata a finanziare il progetto. Una ulteriore perdita per il giornalismo e l’informazione.

Speriamo che si tratti di un arrivederci..

Facciamo sentire la nostra voce!

Ho firmato la petizione “To @VivianeRedingEU: Save @Presseurop!” su Change.org.

È importante. Puoi firmarla anche tu? Qui c’è il link.

Grazie!

Simona

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Lasciamo ai bambini scegliere come e quanto giocare

Incredibile, a Natale si riapre il dibattito sui giocattoli, sul gioco dei bambini e via discorrendo.

Oggi ho letto ben due articoli sull’argomento gioco.

Il primo, uscito sull’Huffington Post, verte sui giocattoli sessisti: qui. Sinceramente la trovo una polemica sterile e pretestuosa. Porto il mio caso personale ad esempio. Da piccola, ricordo che all’asilo, veniva applicata ancora una rigida divisione di genere per i giocattoli. In pratica, era sconsigliato il gioco con le macchinine, i pupazzetti degli indiani o giocattoli di uso prevalentemente maschile. Questo per me era un supplizio, anche perché ero costretta a trascorrere gran parte del tempo a disegnare e a colorare (cosa in cui ero e sono rimasta negata, nonostante mi applicassi e mi sforzassi di migliorare). Il mio rammarico era questa linea di confine, che le mie maestre avevano segnato. Sarebbe stato meglio lasciarmi la possibilità di scegliere. Ma non per questo disdegnavo i giochi da bambina, infatti, adoravo le bambole, stirare, cucinare. Insomma, il mio gioco è stato un modo per prepararmi alla vita adulta, ad imitare i grandi, ad essere autonoma e autosufficiente da adulta. Tutto questo gioco di simulazione, mi ha consentito poi, quando sono diventata puù grandicella, di passare dal gioco al vero e proprio “fare”. Quando sono andata via di casa a 23 anni, per lavorare a Milano, a 1000 km da casa, non ho subito nessun trauma, perché ero in grado di cavarmela da sola. Il gioco è stata una componente essenziale della mia crescita e non mi sono mai sentita discriminata se ricevevo in regalo un gioco da bambina. I bambini devono essere lasciati liberi di scegliere come giocare, devono poter sperimentare autonomamente. Questo non significa lasciarli giocare da soli sempre, ma accompagnarli nelle scoperte e guidarli in modo soft, perché non è il giocattolo, l’oggetto in sè, che fa crescere: l’interazione e il confronto con gli altri, che siano coetanei o adulti, sono i combustibili indispensabili affinché scatti la scintilla che porta ad apprendere qualcosa. Con mia figlia lascio che lei si accosti ai giochi in modo spontaneo, glieli propongo, le faccio capire grosso modo il senso e poi la lascio andare in avanscoperta da sola. Devo dire che le piacciono i Lego, come le pentoline o le macchinine. Lei adora imitarmi e fa tutto con una naturalezza incredibile. La vedi pulire e cucinare come una piccola donna di 80 cm. Nessuno le ha mai “suggerito” nulla, ha fatto tutto naturalmente, istintivamente. Non posso mica impedirle di giocare a cucinare perché poi potrebbe crescere con il tarlo della casalinga! Ho scoperto che ci sono dei comportamenti spontanei, che non possono cadere sotto la scure di educatori che hanno paura che vengano inculcati valori sessisti. Quindi bando ai bacchettoni e lasciamo che i nostri bimbi sperimentino tutto, in totale libertà e scevri da ogni pregiudizio di sorta. Lasciamo spazio alla loro immaginazione!

Il secondo di Peter Gray, uscito sul magazine Aeon, è illuminante, perché finalmente qualcuno si pone il problema di come la nostra società ha “ingabbiato” i nostri figli in una serie di attività, che li allontanano sempre più dal gioco, che invece è molto molto importante.

Buona lettura!

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Tutto e niente. Il cambiamento e la transizione a patto di..

Crisi, recessione, economie ferme, aumento del divario tra ricchi e poveri, malcontento diffuso con un’annessa sfiducia nei confronti della classe dirigente. Sono temi che ristagnano nei dibattiti di tutti i giorni, ma che stentano a trovare una soluzione. Se si osservano questi problemi da un macro-punto di vista, si potrebbe trovare nelle distorsioni insite nel capitalismo la causa comune. Il capitalismo genera ricchezza e benessere, ma senza gli opportuni aggiustamenti da parte dello stato, si corre il rischio che si creino sacche di persone molto benestanti e masse di gente che a mala pena sopravvive. La distorsione è data da una fede esasperata nelle presunte capacità del mercato di trovare dei meccanismi di auto-aggiustamento. La scelta di affidare il sistema mondo a questo modello di sviluppo è stato un gioco d’azzardo calcolato e meticolosamente coltivato ad arte. Nulla si perpetua per caso. Il modello capitalistico globalizzato ha espanso e diffuso le sue distorsioni, i suoi tarli e ritengo che la strada imboccata sia in parte un processo irreversibile. Vogliamo beni senza limiti, a prezzi sempre più stracciati, welfare, stili di vita al di sopra delle nostre disponibilità, tutto a portata di mano, non importa a quale prezzo. Ce ne freghiamo di pensare quando andiamo a votare, salvo poi denigrare la classe dirigente. Poi ci lamentiamo, piangiamo e ce la prendiamo sempre con gli altri. Ci facciamo manipolare dai populismi che cavalcano il malcontento e la crisi. Ci facciamo infarcire di una informazione sempre più di parte e che ci lascia più aridi e delusi di prima. Siamo passivi e lamentosi. La nostra incoerenza ci rende difficilmente difendibili. A questo si aggiunge una prassi diffusa: una passione per la difesa del nostro status quo, del nostro orticello, di una sciocca rappresentazione ‘nazionale’ dello spazio europeo. I problemi che affliggono l’Occidente non sono da affrontare a livello di singolo stato o a zone. Occorre uscire da logiche unilaterali e di singoli capitani coraggiosi. Le variabili economiche e le dinamiche in gioco sono talmente complesse e interconnesse che occorre instaurare un nuovo corso unitario. Le soluzioni devono essere omogenee e non possono venire da semplici programmi nazionali, qualora se ne abbia si abbia il coraggio di riformare seriamente. L’ampio respiro dev’essere la regola delle politiche per risolvere i problemi cruciali del nostro immondo modello di sviluppo e di falso benessere a buon mercato. Il cambiamento deve passare attraverso una mutazione di abitudini poco virtuose ed egoistiche. La soluzione non potrà essere indolore e non dovrà proteggere benevolmente coloro che hanno prodotto solo danni e che hanno mangiato abbondantemente, ingurgitando avidamente ciò che sarebbe stato utile redistribuire. La mancanza di un efficace sistema di redistribuzione e di riequilibrio delle risorse, delle forze e dei poteri ha prodotto il disastro attuale. Così non può andare. Non ne usciamo senza un cambio radicale di mentalità, di abitudini e di modus vivendi. Vogliamo il cambiamento, ma senza smuovere veramente niente a fondo. Così non funzionerà mai.

Consigli di lettura:

  • Caroline De Gruyter, NRC Handelsblad: Problemi comuni, da Internazionale n° 1031 qui

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La cultura di sinistra non è morta

Carlo Patrignani ci regala un altro incisivo post, che ci porta a riflettere ancora una volta sull’abc della cultura di sinistra, che non è morta, ma che chiede di tornare protagonista, pena lo sconvolgimento dell’organismo società. Ci sono dei valori che sono connaturati all’uomo, per riconoscere e per salvaguardare i quali ci sono voluti secoli di battaglie. Perdere per strada questi principi significa smarrire l’identità e il senso in toto.

“C’é piu’ cultura di sinistra, e socialista in particolare, nel Paese di quel che riluce e ‘crede’ il nuovo Pd del ribelle Matteo Renzi, lanciato verso una modernità asfittica, superficiale, e senza rapporto con la realtà umana”.

“Ci sono, eccome, valori: liberta’, uguaglianza, giustizia sociale, laicita’, che quando e se minacciati, mobilitano, generano la ‘ribellione’ non violenta delle persone”.

“E, in fondo, e’ acquisito il superamento marxista della soddisfazione dei bisogni, cui una certa sinistra era avvinghiata, rispetto a chi invece fece della conquista dell’aborto, come del divorzio, e dell’art.18 dello Statuto; della scuola dell’obbligo e della sanita’ pubblica e delle 150 ore di formazione continua, che non diedero vantaggi economici ma beni immateriali più preziosi, una battaglia, socialista, di liberta’, uguaglianza, giustizia sociale e laicità“.

Trovo molto interessante il richiamo di Patrignani alla posizione di Gramsci in merito alla povertà e all’opportunità dell’elemosina: “L’elemosina e’ un dovere cristiano e implica l’esistenza della povertà”. Il cambiamento perciò passa attraverso il superamento di questa pratica, l’unica strada per la guarigione dalla miseria. Ci sono delle conquiste che danno dei vantaggi più duraturi e cospicui di quanto può avvenire con la soddisfazione del bisogni immediati.

Anche l’editoriale di De Mauro su Internazionale di questa settimana cita Gramsci.

“Trascurare e peggio disprezzare i movimenti così detti ‘spontanei’, cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli ad un pianosuperiore inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi. Avviene quasi sempre che a un movimento ‘spontaneo’ delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti”..

Il pericolo di non saper legger la realtà e i fatti può portare anche a conseguenze molto gravi.

Se “asfaltiamo”, rottamiano e basta,  spesso corriamo il rischio di non adoperare la giusta intelligenza per non smarrire la rotta e le conquiste fatte.

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I numeri non bastano

I numeri a volte non bastano a rappresentare e a interpretare la realtà. Tito Boeri, sempre molto attento, in questo articolo scivola un po’, dimostrando di avere una visione parziale del problema ‘occupazione femminile’. Lasciando perdere la questione minoritaria del numero di donne nei livelli dirigenziali, mi preme soffermarmi sulle soluzioni che Boeri propone per incrementare le percentuali di donne che lavorano: una su tutte, cancellare le detrazioni fiscali per i carichi familiari con esclusione dei figli. L’economista Boeri ragiona in termini astratti ed evidentemente non conosce i reali motivi per cui una donna ‘sceglie’ (più o meno felicemente) di non lavorare. Se in Italia ci fossero degli incentivi reali per le donne a lavorare e il sistema di welfare fosse più efficiente e capillare, la situazione non sarebbe così tragica. Soprattutto, molte donne non lascerebbero il lavoro dopo il primo figlio o per seguire un familiare bisognoso di assistenza. Perché, di questo parliamo. Con retribuzioni basse (in media inferiori a quelle maschili), lavoro precario (ammesso che lo si abbia), orari di lavoro impossibili, accesso al part-time semi inesistente, spesso non ci sono alternative e quelle cifre irrisorie che vengono destinate per i carichi familiari servono quantomeno a lenire delle scelte che semplici non sono. Le donne che non lavorano non sono più pigre di altre, ognuna porta con sé una storia, una necessità, il più delle volte non dettata da una scelta egoistica, ma da circostanze in cui non si hanno alternative. Stiamo attenti a parlare, perché poi gli effetti li vivono sulla propria pelle coloro che sono dei pilastri viventi di welfare fai da te. Gli incentivi di cui parla Boeri vanno bene se il mercato del lavoro e il sistema Paese funzionano a dovere. Ma prima, guardiamoci attorno: siamo veramente pronti? E non venite a parlarmi di incrementare il numero di asili nido, perché dimostrereste di voler vedere solo la punta dell’iceberg.

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Il (semi)recupero di Marx

A proposito di lotta di classe, c’è chi recupera MarxLa rivincita di Marx_Internazionale1027 , per molto tempo considerato un visionario, le cui idee erano state smentite dai fatti. Liberismo, libero scambio, globalizzazione sembravano aver decretato il fallimento delle teorie di Marx, propagandando l’idea di una ricchezza che si sarebbe diffusa a vantaggio di tutti coloro che desideravano diventare ricchi. Tutti gli strumenti erano a portata di mano, semplici da applicare e da portare a proprio vantaggio. Certo, se tutto ciò fosse stato corretto, oggi saremmo tutti un po’ più felici e soddisfatti, non ci sarebbe la crisi e non sarebbe tanto acuto il conflitto sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio e io aggiungerei anche che è sempre più percepibile un altro scontro: come accennavo qui, si tratta di una guerra tra poveri, una lotta per difendere il proprio, quel poco che si ha. Il capitalismo ha sviluppato questo escamotage, una sorta di sistema immunitario della ricchezza. Il fatto che chi oggi protesta contro questi assetti socio-economici esistenti non chieda più di rovesciarli, bensì solo di riformarli e di rivederli, in modo che siano più praticabili e sostenibili sul lungo periodo, tramite una semplice redistribuzione della ricchezza, contiene una chiara debolezza. Come si può chiedere al sistema di cambiare e di autoriformarsi? Il sistema che ha prodotto il disastroso gap attuale tra poveri e ricchi tende a massimizzare i suoi profitti, il suo successo e il suo potere. Il potere passa anche per il controllo totale di coloro che servono a produrre ricchezza, a qualunque condizione. I meccanismi di autocura che si immaginano, sono veramente di una ingenuità enorme. Vogliamo il cambiamento,  ma siamo pigri, ci trema la voce e il pensiero al solo immaginare di perdere questo nostro disastrato modello capital-consumistico. Vogliamo forze progressiste in grado di dare una sterzata significativa e poi ci preoccupiamo di non calpestare troppi piedi “importanti”, non vogliamo cambiare in modo sostanziale il modello, ci accontentiamo di una fantomatica elemosina,  perché di questo si tratterebbe. Dobbiamo esserne consapevoli fino in fondo. Questo per Marx non sarebbe stato immaginabile. Le opportunità per tutti passano per una profonda ridefinizione delle regole, dei patti, degli equilibri tra le forze socio-economiche, per un cambiamento dei modelli e degli stili di vita. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Interventi troppo tiepidi avrebbero l’efficacia dei pannicelli caldi, in stile Gattopardo.

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Il femminismo e l’estetica delle “bruttine”

Quale perversa deriva sta imboccando la nostra società, se dobbiamo assistere a certi episodi che ci riportano indietro di secoli, con una mentalità e una mancanza di sensibilità degne dei periodi più oscuri della nostra storia?  Un Paese, il nostro, che è in crisi anche sul versante del rispetto delle donne. Condivido ogni parola di questo articolo di Marina Terragni Amiche 5 Stelle, avete un problema. La questione è veramente grave, se un Movimento che si propone come alternativa seria e responsabile vede tra i suoi sostenitori simili soggetti. Colpire Maria Novella Oppo de L’Unità con argomenti tanto biechi, se fossimo in un Paese sano, dovrebbe subito far riflettere e portare a prendere le distanze da questo gruppo. Ma si sa, non siamo in un Paese dove alberga il buon senso e non c’è molto rispetto per la dignità delle persone, di qualsiasi genere esse siano.

Ma a quanto pare, il problema è altrettanto grave anche all’estero. Ne parlava la giornalista britannica Laurie Penny, in un suo pezzo uscito qualche settimana fa su Internazionale: Internazionale1023_Laurie Penny.

In pratica, si coltiva la tendenza ad edulcorare e a rendere più gradevole la figura della femminista, una sorta di esortazione a migliorare l’immagine del femminismo, come ha cercato di fare il mensile Elle. Dobbiamo parlare, ma assecondando ciò che gli uomini si aspettano da noi, una sorta di “vestito” decoroso e rispettoso dell’idea di donna che piace agli uomini. Scrive la Penny: “Lo stereotipo della femminista bruttina e indesiderabile sopravvive per un motivo preciso: perché è ancora l’ultima e migliore linea di difesa contro ogni donna che cerca di far sentire la sua voce e pretende di fare politica. Tanto per dirle che se continua così nessuno l’amerà mai”. Stiamo tornando all’idea che la donna deve essere dimensionata a ciò che l’uomo desidera trovare in lei. Ci vogliono deboli, fragili e disunite perché così ci possono tenere sotto controllo. Nella mia storia personale, posso dire che l’amore vero ti ama per ciò che sei e che esprimi con la tua personalità, che è unica e speciale perché non è frutto di compromessi e non è addizionata con edulcoranti artificiali. Il dialogo con gli uomini significa che non dobbiamo diventare subalterne o semi-mute  su temi come il lavoro, i salari, il welfare e la violenza sessuale. Su certi problemi occorre farsi sentire con il linguaggio giusto e dovremo riuscire a rompere quel muro di consuetudini e di grettezza dietro cui si trincerano alcuni uomini. Perché occorre parlare con la giusta forza della questione femminile in termini di questione maschile. E’ un percorso da fare insieme, uomini e donne, e ne trarremo tutti dei benefici considerevoli.

Riporto un altro stralcio di Laurie Penny:

“Per citare le parole di Susan B. Anthony, una delle prime attiviste per il sufragio universale e i diritti civili: “Le persone caute e prudenti che si sforzano sempre di salvare la propria reputazione e di rispettare le norme sociali non provocheranno mai il cambiamento. Quelle che fanno sul serio sono disposte a dichiarare apertamente il loro disprezzo per certe idee e i loro sostenitori e a sopportarne le conseguenze”.

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I modelli femminili e il sistema culturale

Alla fine della lettura di questo post Le prefiche di Silvio. (di Alessandra Moretti) sono rimasta un po’ perplessa.

Perplessità che in parte si estende anche all’autrice, perché il suo discorso apparirebbe più sincero e sentito se a farlo fosse un’altra donna. Io non penso che Berlusconi ci abbia trainato sin qui senza una nostra connivenza. Si tratta, a mio parere, di una lenta ma inequivocabile dispersione dei nostri valori, dei nostri punti di riferimento e di una sana capacità di crescere con la nostra testa e le nostre forze. Il Paese si è del tutto abbandonato tra le braccia di un sistema di classe dirigente che prometteva faville e felicità a vagonate. A molti ha fatto comodo così. Questa delega in bianco e questo disinteresse si sono poi trasferite nell’ambito privato, relazionale e personale. Insomma, Berlusconi (e non solo) ha trovato terreno fertile. Ci siamo comportati come ad una eterna festa, senza preoccuparci di cosa fosse la realtà. La realtà è ben più complessa e difficile di come ci hanno fatto credere. Se invece di propagandare l’annientamento dell’altro per poter avere successo nella vita, si sottolineasse l’importanza di concetti come la solidarietà sociale e il benessere collettivo forse non saremmo conciati così male. La cultura dovrebbe essere tra i primi pensieri, anziché venir relegata in cantina. Il bel visino e orpelli simili sono cose vecchie come il mondo, armi spuntate di chi non ha nient’altro su cui contare. Infine, non dimentichiamoci che spesso noi donne siamo vittime di noi stesse, se continuiamo a scegliere le scorciatoie e ci facciamo la guerra fra di noi. Un po’ di sana autocritica non ci farebbe male e ci permetterebbe di ricostruire su basi più solide.

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Ancora sulla democrazia in rete

Continuo a leggere articoli, a documentarmi sul tema della democrazia liquida, ma devo rassegnarmi: non capisco come possa funzionare e come alla fine si possa trovare più vantaggiosa della democrazia vecchia maniera.

Oggi leggevo questo articolo:

http://m.linkiesta.it/#/liquid-feedback

Mi chiedo, ma chi non è connesso alla rete, chi non sa usare la rete è automaticamente escluso dal gioco? E poi, se devo comunque delegare, cosa c’è di diverso rispetto alla democrazia rappresentativa? Il mezzo ipertecnologico garantisce davvero un maggior grado di partecipazione oppure è solo un falso mito e un gadget tecnologico per giocare a ‘governare’. Come al solito i problemi reali e importanti restano marginali: ci possiamo inventare mille nuovi strumenti, ma le idee e le azioni per realizzarle sono indispensabili. Non possiamo ridurre la politica al risultato di ibride forme di democrazia liquida, talmente imperscrutabili e incontrollabili da rendere le istituzioni e le decisioni frutto di opinioni superficiali. La gestione della cosa pubblica implica un grado di conoscenze e approfondimento molto ampio ed elevato. Non è come cliccare su ‘mi piace’ questo ristorante o questo vestito.

Vi segnalo questo video propagandistico di Casaleggio. Mi sembra emblematico. Parla da sè.

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Dietro lo stereotipo

Mi irrita leggere le parole vuote e leggere, scritte su un noto blog da una persona che guarda il mondo dalla sua tranquilla vita da finto studente di master internazionale stra-costoso e crede di essere obiettivo. Ebbene, quando si chiede un cambiamento occorre anche riuscire ad avere uno sguardo lucido e realista. Guardare la realtà, consapevoli della molteplicità delle idee umane. Non siamo tutti uguali e per fortuna ognuno la pensa diversamente. Questo si chiama eterogeneità del pensiero, a garanzia dell’auspicio che ci sia sempre un senso umano vigile e critico. Anche se non si é vissuti durante il fascismo o gli anni di piombo ci si può riconoscere nei valori universali per cui la sinistra ha combattuto. Puoi chiamarla Sinistra, progressisti o come meglio credi, ma abbiamo ancora bisogno di seguire il suo percorso, perché c’è ancora molto da fare e da pensare. Non é anacronistico scegliere da che parte stare. Essere super partes potrebbe rivelarsi un alibi, un comodo escamotage per quel camaleontismo che ha fatto tanto male al nostro Paese. Infatti la via di mezzo esiste, spopola e si propone come il “nuovo” solo in Italia. Forse siamo vittime di una destra che non é mai maturata e di una sinistra troppo debole per combattere veramente. Ritornando all’analisi entusiastica pro-Monti che ho letto nel medesimo post, faccio fatica a pensare alla generazione nativa degli anni ’80, come a un mucchio di rimbambiti che hanno più o meno studiato sui banchi di scuola la (per loro) “soporifera” storia, non vogliono riconoscersi in nulla del passato, tutti in grado di leggere e farsi un’opinione autonoma su economia, politica, finanza ecc. Caspita, allora l’ignoranza è stata debellata dalla faccia della terra! Ma in che mondo vive colui che dipinge un quadro simile? Ha mai vissuto realmente? Oppure é stato troppo rinchiuso nelle sue scuole e università private ed esclusive? Dovrebbe girare un po’ di più in certi quartieri anziché girare il mondo con le tasche piene di soldi e scrivere su un Paese che non conosce. Purtroppo l’accesso alla cultura é ancora troppo limitato ed elitario. Troppe persone sono schiave e vittime di quello che gli viene somministrato dai media. Non basta internet per alfabetizzare. A volte si corre il rischio di diffondere l’ignoranza. Di sicuro emerge un uomo troppo spesso ripiegato su se stesso e sui propri interessi. E la collettività diventa quel ristretto gruppo di identità virtuali con cui condividiamo una discussione sui forum o facebook. Ci sono ancora troppe persone che non si possono permettere di studiare, per le quali la vita é una lotta quotidiana, fatta di compromessi e di rinunce. Per molte persone arriva molto presto il momento di rimboccarsi le maniche e smettere di sognare. Il Paese si regge grazie a queste persone che ogni giorno si alzano e vanno a lavorare per una manciata di euro e che pagano fino all’ultimo centesimo di tasse. Monti ed i suoi seguaci puntano proprio ad addormentare l’opinione pubblica, suggerendole di affidarsi tra le braccia di presunti guru dell’economia, convertitisi alla politica. Esattamente come suggeriva il nostro Silvio. Un po’ di bromuro per il cervello.. perché loro hanno prestigio e sanno quello che fanno. Ma che fortuna, grazie alla luna, Capofortuna stasera é con noi. Questo verso di Gaetano ci sta perfetto! Quello di cui dovremmo liberarci é proprio questa idea di un demiurgo che arriva, sana e salva la patria. Non esiste la ricetta facile, ma tante soluzioni/proposte. E poi, non é detto che basti studiare, per esempio un Marx, un Tocqueville o una Arendt, per capirli appieno. Anche tanti di sinistra hanno commesso errori di valutazione e si sono dimostrati miopi o addirittura ciechi di fronte agli eventi. Capire significa saper dare una giusta collocazione al pensiero e usarlo come bussola per decifrare il presente e formulare progetti per il domani. Non tutti ahimè possiedono le capacità analitiche di un Gramsci. Questo é il punto: le idee lungimiranti resistono alla polvere del tempo, mentre quelle falsamente progressiste diventano ben presto da macero. Ebbene, si può essere giovani cittadini del mondo, ma avere il campo visivo di un albero. Non credo che le sue radici gli permettano di cambiare orizzonte e di spostarsi dalla sua nicchia dorata.

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