Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Come donne e uomini percepiscono diversamente la parità di genere

© Pat Carra

© Pat Carra

 

Uomini e donne nel mondo del lavoro (e non solo) hanno una differente percezione del gap che li separa, purtroppo ancora oggi. Spesso accade che anche tra donne ci siano posizioni diverse. Ho trovato questa analisi di Laura Liswood, pubblicata su Agenda, il blog del World Economic Forum, che evidenzia  alcuni aspetti che segnano due approcci e due sensibilità differenti al gender gap. Quel che emerge è un puzzle che va ricomposto, se vogliamo raggiungere dei risultati tangibili. Perché è semplice avere tanti bei programmi di “inclusione” sulla carta, ma se poi la vita aziendale diventa un inferno, forse ci si deve interrogare sui motivi di questo fallimento. Perché esiste un livello formale e uno informale. Se a livello informale vivo delle discriminazioni e delle pressioni evidenti sulla mia persona, la prassi formale prevista dall’azienda non funzionerà mai. Sarà solo carta straccia. Perché tutti noi sappiamo bene quanto le relazioni aziendali possano incidere, nel bene e nel male, sul nostro benessere dentro e fuori l’azienda. Chi non vede e non percepisce queste cose spesso non vuole e non può vederle, per ruolo o per ragioni di carriera. Il primo passo è non negare che ci siano le differenze. Il secondo è avere a cuore il cambiamento e capire che è meglio per tutt*. Ci sono muri che vengono eretti e che cambiano la vita lavorativa di una donna, costringendola a scegliere: dentro o fuori. Spesso l’esclusione è meno evidente, spesso ti portano a credere di essere tu un problema per l’azienda, incoraggiandoti a mollare. Diventa più facile licenziare, se il dipendente ha questa sensazione. Si auto-elimina. Su questo contano. Forse abbiamo un problema più grande di quanto sembri,  a prima vista. Non dobbiamo aver paura di andare a fondo. La rassegnazione ci rende deboli.

 

 

Come si può risolvere un conflitto tra due parti, se una delle due non crede che ci sia un problema, o al massimo ammette che ce ne sia uno piccolo, mentre l’altra parte scorge un problema enorme e permanente?
Questo è il solito dilemma che si pongono i consulenti matrimoniali. E vale per molte altre questioni, come i cambiamenti climatici, le interazioni tra cittadini e polizia, e ai fini di questo post, al progresso delle donne.

Ciascuno di noi adopera le sue lenti per interpretare il mondo. La nostra finestra sul mondo è modellata dall’esperienza, dalla speranza, da convinzioni inconsce, da filtri personali. La sfida a cui siamo chiamati ci chiede come conciliare convinzioni opposte e radicate al fine di migliorare la situazione contingente.
Donne e uomini: vivono in mondi diversi?

Sono sempre stata incuriosita dalle statistiche che mostrano reazioni opposte in merito agli avanzamenti di carriera delle donne e alla parità di genere. Catherine Fox, ex editorialista dell’Australian Financial Review, ha rilevato come il 72% dei maschi dirigenti fosse d’accordo con l’affermazione che molti progressi erano stati compiuti verso l’emancipazione delle donne e gli avanzamenti della loro carriera. Tra i dirigenti di sesso femminile intervistati, il 71% non era d’accordo con questa affermazione.
Il Financial Times, in uno studio (qui) condotto lo scorso anno sulle donne impiegate nell’Asset Management, ha rilevato che il 37% delle donne del settore ha dichiarato che la situazione delle donne nella gestione dei fondi è migliorata; il 70% dei gestori di fondi di sesso maschile riteveva che la situazione fosse migliorata. Nel medesimo studio il 51% delle donne ha affermato che le quote avrebbero migliorato la situazione; il 77% degli uomini ha detto che le quote non avrebbero migliorato la situazione.
Da una ricerca del Fortune Magazine (qui) condotta da Kieran Snyder su come uomini e donne vengono descritti nelle recensioni del personale, il 76% di quelle riguardanti le donne, contenevano commenti sulla personalità come ruvida, giudicante e conflittuale. Solo il 2% delle recensioni su uomini includevano questo tipo di commenti.

In un articolo (qui) apparso sulla Harvard Business Review in merito ai laureati della Harvard Business School, che ha analizzato le aspettative di carriera tra mogli e mariti, Robin Ely ha scoperto che la metà degli uomini pensava che la carriera avrebbe avuto la priorità. Quasi tutte le donne pensavano che la carriera avrebbe avuto la medesima priorità di quella dei loro mariti. Alla domanda sui ruoli di cura, il 75% degli uomini riteneva che la moglie avrebbe avuto la maggior parte della responsabilità; il 50% delle donne riteneva che avrebbe assunto la maggior parte dei compiti di cura. (Ironia della sorte, nella realtà, è stato l’86% delle donne ad assumere il ruolo di cura, andando ben oltre le aspettative maschili!)

Uno studio (qui) condotto da Chuck Shelton mostra come uomini e donne vivano in mondi diversi. Quando è stato chiesto di valutare tra i capi maschi bianchi delle compagnie l’efficacia delle politiche per ridurre le differenze, il 45% ha dato giudizi positivi sul proprio operato. Solo il 21% delle donne e del personale di colore, ha concordato con questo giudizio positivo.

 

Come comprendere i differenti punti di vista
Quali sono le cause di questi punti di vista differenti? Chi ha ragione?

Ho posto la seconda domanda a Judith Resnik, professoressa di diritto della Arthur Liman (Arthur Liman Public Interest Program, ndr) alla Yale Law School.la sua risposta è stata che entrambi hanno ragione, in base a ciò che ciascuno di essi osserva, su quali fatti o indizi avvalorano le loro conclusioni diverse. Diverse spiegazioni possono essere fornite per capire queste differenze:

1) Il rapporto tra potenziale e prestazioni

Gli uomini presumono che le politiche abbiano un impatto positivo. Le donne osservano che le medesime politiche non stanno dando risultati positivi. Per esempio, gli uomini percepiscono un programma di formazione delle donne, come una risposta per aiutare il progresso femminile. Le donne non intravedono nessun beneficio da questo programma. Per gli uomini è stata l’idea potenziale e lo sforzo impiegati in tale programma a dare loro la sensazione di un passo positivo. Per le donne l’insoddisfazione si fondava sulla misurazione delle prestazioni.

La professoressa Cheryl Kaiser della University of Washington si riferisce alla “illusione dell’inclusione”, per cui la gente pensa che discriminazioni e pratiche sleali non ci siano semplicemente perché esistono delle pratiche e degli uffici volti a contrastarle. Si può verificare un divario netto tra quelli che sono i programmi formali e una cultura del lavoro informale, che genera quindi il potenziale per l’illusione.

2) La conferma del pregiudizio

Lo facciamo tutti. È il fenomeno per cui classifichiamo fatti e osservazioni in modo che confermino ciò in cui crediamo. Perciò se gli uomini pensano che si stanno compiendo progressi per le donne, essi attribuiranno maggior valore a quei fatti che supportano tale pensiero, e presteranno meno attenzione agli “impedimenti”. Le donne allo stesso modo si concentreranno maggiormente sui dettagli che confermino la mancanza di progressi e meno sui progressi.

3) Cui bono?

Chi maggiormente risente degli impatti delle disparità di condizioni? Quando si tratta di questioni di genere, gli uomini generalmente non avvertono le ricadute (che può non includere gli uomini non dotati di potere, che possono avvertire certi effetti). Per le donne, le questioni di genere hanno un impatto forte, poiché impattano costantemente sulle loro vite. Le nostre identità di genere disegnano cosa ci colpisce e cosa ci aiuta, consapevolmente o meno. Siamo nel giusto e al contempo in errore, a seconda delle nostre differenti punti di vista.

4) Vogliamo le stesse cose

Uomini e donne sono alla ricerca delle stesse cose nei luoghi di lavoro, compresi i colleghi più prepotenti, dei valori comuni e un lavoro stimolante. Sulla base delle loro esperienze, gli uomini potrebbero raggiungere più facilmente i propri obiettivi lavorativi; le donne, d’altro canto, possono avere esperienze che generano un più basso livello di soddisfazione. Alla luce di questi sensazioni di insoddisfazione sul luogo di lavoro, le donne potrebbero avere una soglia più bassa (di pazienza, ndr) nel caso si dovessero trovare di fronte all’alternativa se lasciare o meno il lavoro.
Se tu fossi un dirigente di una società e ti informassero del fatto che esiste un gap nelle percezioni, come quelli descritti nelle statistiche citate, a quale livello potrebbe diventare un problema? Cosa si dovrebbe fare?Se la distanza supera il 5-10% probabilmente sarà il segnale che i programmi formali e percezioni dei capi non collimano con la realtà del luogo di lavoro. In parole povere, parlare è facile e occorre fare di più. Aaron A. Dhir, professore associato di diritto presso la York University di Toronto, dopo aver studiato (qui) i report annuali di Fortune 500 (è una lista annuale compilata e pubblicata dalla rivista Fortune che classifica le 500 maggiori imprese societarie statunitensi misurate sulla base del loro fatturato, anche se Fortune fa aggiustamenti al fatturato di molte compagnie, particolarmente per escludere l’impatto delle accise incassate dalle aziende), ha concluso che non esiste correlazione tra il report annuale aziendale, che esalta il valore delle differenze, rappresentato attraverso fotografie che dipingono una forza lavoro eterogenea, e i risultati e i progressi effettivi compiuti da quella società in tema di disparità.

 

I capi: osservano attraverso lenti diverse

 

Sarebbe meglio basarsi su informazioni piuttosto che su semplici aneddoti. Per un capo ciò significa consapevolezza e la necessità di sondare più a fondo le cause di quel gap di cui parlavamo. Focus group e sondaggi interni tra i dipendenti, disaggregati per genere (o altre caratteristiche salienti) potrebbero essere d’aiuto. Chi ha un incarico dirigenziale può giungere a credere, attraverso le sue lenti, che l’organizzazione sia dotata di efficienti programmi di assunzione, di valutazione e di feedback, di sviluppo di carriera e di promozioni, di assegnazione di ruoli critici, di formazione e di sponsorizzazione, e di altre pratiche inclusive. Ma i capi dovrebbero fare più attenzione a come questi programmi vengono attuati nella realtà. E soprattutto, in che modo un particolare gruppo osserva e sperimenta i risultati di questi programmi? La loro percezione è diversa da quella dei dirigenti?

Abbiamo bisogno che si sperimenti una visione condivisa di ciascuna delle nostre esperienze, se vogliamo colmare le distanze che esistono tra le due ottiche con cui osserviamo il mondo e apportare il cambiamento necessario per migliorare la vita di tutti. Ogni buon consulente matrimoniale ve lo consiglierebbe.

 

Author: Laura Liswood is Secretary-General of the Council of Women World Leaders.

The author would like to thank Saadia Zahidi, Senior Director of the World Economic Forum, and Aniela Unguresan and Eleanor Haller-Jorden of EDGE Certification for their conversations with her on the difference dilemma.

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Idee di donne nella crisi

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Qualche giorno fa avevo letto un articolo di Giovanna Badalassi sul mensile Noi Donne (qui), in merito a welfare, donne e lavoro‬.
Il testo ci sprona a leggere il reale contingente, i dati, i fenomeni, senza necessariamente passare per soluzioni e chiavi di lettura del passato, da non rinnegare a priori, ma da re-inventare. È un invito a cambiare l’approccio nelle politiche, per un nuovo saper fare politica. Solo un lavoro a 360° che includa diverse chiavi di lettura, ci può aiutare a leggere la complessità dei fenomeni sociali ed economici contemporanei.

“Lo sviluppo degli avvenimenti impone che le donne si impegnino su politiche a tutto campo, che ragionino anche di economia, sviluppo economico, di innovazione, politiche industriali, ambiente, contribuendo alla ricostruzione del benessere per tutti.”

L’impegno a cui siamo chiamate noi donne è un’attività che non collima con la semplice “presa del potere” fine a se stesso, bensì implica la messa in campo capacità nuove e sgombre da questioni di accaparramento di posizioni istituzionali e di potere. Ciò che è urgente è ben altro. È il nostro saper mettere in rete le idee e le soluzioni innovative e il nostro saper far rete.

“Capire, ad esempio, la portata e l’importanza di leggere l’economia e i conti pubblici in ottica di genere, avere le competenze per farlo ed elaborare proposte e politiche conseguenti. Saper leggere in ottica di genere un piano regolatore comunale, l’impatto occupazionale dei piani delle grandi opere e dei lavori pubblici, le scelte di politica fiscale, industriale e ambientale”.

Palese che non ci siano più risorse da investire e che non si possa contare su aumenti di spesa. Forse occorrerebbe ripensare a strategie e soluzioni, che non vadano a discriminare o a penalizzare nessuno, ma che sappiano guardare in faccia la realtà.

“il dato tutto italiano è l’abbandono del lavoro delle mamme alla nascita del primo figlio: lo fa quasi un terzo delle donne occupate, secondo i dati diffusi dall’Istat e dall’Isfol”.

Questo un punto cruciale, che ripeto non viene risolto con più nidi (questo è solo un pannicello caldo adoperato dai politici quando fanno i loro monologhi e show elettorali), ma con una seria e democratica (non solo per i soliti fortunati) flessibilità lavorativa, declinata al maschile e al femminile. Una rivoluzione culturale e mentale nel rapporto tra lavoratori e lavoratrici e datori di lavoro. Finora si è contato troppo e quasi esclusivamente su nonni e tate. Ma essere genitori dovrebbe essere una cosa diversa.
Se il lavoro, come mi ha detto di recente una mia coetanea, è come l’aria, forse sarebbe anche giunto il momento di rendere quest’aria più respirabile, per uomini e donne, per non trovarci impaludate sempre nel medesimo “equivoco” (per non dire gabbia) per cui sono le donne che si devono assumere da sole i compiti di gestione di casa, famiglia e figli. Forse sarebbe anche giunto il momento di ragionare su quale sia il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata, e di cosa ne rimane di quest’ultima. Noi donne, al pari degli uomini, abbiamo finito con l’investire tutto il nostro essere nel lavoro, dandogli un valore smisurato e inconsapevolmente ne siamo divenuti strumenti, defraudati del senso della misura. Pensavamo di ricavare dei benefici immediati e tangibili dalla nostra partecipazione al lavoro. Forse per un periodo  stato davvero così. Oggi possiamo affermare che è stato totalmente un successo? E se non lo è stato, cosa non ha girato nel verso giusto?
Se poi il lavoro scarseggia, non si può parlare e martellare a vanvera, facendo passare le donne come un mucchio di svogliate scansafatiche. Nessun incentivo tiene se c’è poco lavoro e i servizi sono rari o inesistenti. Il non lavoro ha molti perché, forse chi ha il compito di fare le leggi dovrebbe informarsi a riguardo, senza procedere per pregiudizi.
Infine, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare dei decreti attuativi del Jobs Act (qui un articolo su La Voce):

“Se nel complesso sono indicazioni positive a sostegno della maternità e del lavoro delle donne, restano aperti due aspetti. Il primo è che per ora si tratta di una delega e solo i decreti attuativi stabiliranno se gli obiettivi si tradurranno in prassi. Il secondo riguarda la clausola secondo cui ogni intervento dovrà essere realizzato senza ulteriori spese a carico dello Stato. Il rischio è che per quanto significative o condivisibili possano essere le politiche, la loro realizzazione dipenderà dall’effettivo reperimento di risorse economiche. E finora il nostro paese non è riuscito a considerare queste misure come prioritarie per lo sviluppo, e quindi in cima all’agenda politica. Un cambio di passo è quanto mai necessario”.

Abbiamo sotto i nostri occhi il risultato drammatico di un sistema lavoro-vita privata arcaico, immobile, granitico come quello che ci riporta Maria Rossi (qui), nella sua analisi del lavoro Dieci domande su un mercato del lavoro in crisi, di Emilio Reyneri e Federica Pintaldi. Un sistema lavorativo che premia il maschio, che attraverso il matrimonio riesce a garantirsi una serie di “servizi” di assistenza e di cura che gli permettono di concentrarsi sul lavoro e di essere anche più appetibile sulla piazza lavorativa. C’è una pericolosa frattura che ci spinge ancora verso il basso: necessità di tempo parziale per far fronte ai carichi familiari e salari che discriminano per genere. Se poi sei precaria, sei spacciata.
Cosa è stato fatto per realizzare i principi contenuti nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (1979, qui il testo), ad opera dell’Onu? Ha la mia stessa età e i suoi auspici sono ancora quasi tutti rimasti sulla carta. La realtà ha subito per alcuni aspetti dei drammatici passi indietro.
Nel testo di Maria Rossi leggiamo:

“In Italia il tempo consacrato dalle donne al lavoro familiare è il più alto in assoluto nell’Unione Europea e quello che vi dedicano gli uomini il più basso (dati Eurostat del 2006). Allo stesso tempo il tasso di occupazione femminile è il meno elevato . I due dati sono strettamente correlati, naturalmente. Altrettanto evidente appare la connessione tra l’assetto familistico del mercato del lavoro e quello del welfare, impostato sulla rigida divisione dei ruoli di genere. Gli uomini provvedono al mantenimento della famiglia, le donne sono delegate (e relegate) allo svolgimento del lavoro domestico e di cura. A loro continua ad essere affidata l’assistenza degli anziani non autosufficienti, degli infermi e dei bambini, considerata la drammatica carenza dei servizi pubblici. E’ necessario pertanto destrutturare l’intero sistema imperniato sul principio della divisione sessuale del lavoro se si vuole riequilibrare il rapporto fra uomini e donne.”

Vorrei qui commentare le proposte formulate da Maria Rossi nel suo post.

Punto 1. “Per evitare la discriminazione delle donne, dei migranti e dei giovani sul mercato del lavoro, si dovrebbe ripristinare l’obbligo della richiesta numerica nelle assunzioni, abrogato nel 1987 e sostituito dalla chiamata nominativa. Il sistema è stato poi completamente liberalizzato nel 1996. I datori di lavoro, che intendono assumere personale, dovrebbero cioè rivolgersi obbligatoriamente ai Centri per l’impiego e presentare una “richiesta di avviamento al lavoro”, nella quale andrebbero inseriti soltanto dati relativi al numero dei dipendenti richiesti e alla qualifica che devono possedere. Gli aspiranti lavoratori verrebbero inclusi in un’unica graduatoria, non differenziata, cioè, per genere e per nazionalità. Il sistema violerebbe le norme sulla libera concorrenza? Embé! Infrangiamole! Il principio della non discriminazione è più importante del rispetto delle regole del mercato”.

Sarebbe auspicabile quanto scrivi, soprattutto andrebbe assicurata la trasparenza nel mercato del lavoro, un reale funzionamento dei centri per l’impiego, a cui si è privilegiata una gestione privatistica della collocazione lavorativa. In un contesto di lavoro scarso, si è affermato un accesso al lavoro sempre più per reti e sulla base di relazioni personali. Questa è un’abitudine storica italiana, ma con la contrazione dei posti disponibili, la situazione si è aggravata. I risultati non sono sempre stati a vantaggio di una migliore qualità del lavoro, anzi. Per non parlare poi di certi metodi di reclutamento di personale che hanno interessato anche il pubblico. Forse la prima richiesta dovrebbe essere maggior trasparenza e un taglio drastico ai metodi di reclutamento familistico.

Punto 2. “Si dovrebbe procedere alla riduzione massiccia dell’orario di lavoro a parità di salario. Ciò consentirebbe di ridistribuire su una più ampia platea di soggetti gli impieghi disponibili. Questa misura dovrebbe essere affiancata dalla promozione di un processo di socializzazione e da un mutamento culturale tale da produrre lo smantellamento dei ruoli di genere. Gli uomini sarebbero così indotti a svolgere le stesse mansioni domestiche e di cura delle donne. La riduzione dell’orario di lavoro si tradurrebbe pertanto in una più equa ripartizione non solo degli impieghi produttivi, ma anche di quelli riproduttivi e in una più ampia disponibilità di tempo libero, soprattutto per le donne. La produzione dovrebbe essere cioè riprogettata e adattata a lavoratori e a lavoratrici che si assumono in ugual misura responsabilità di cura”.

Sarebbe auspicabile, sarebbe un’inversione culturale rivoluzionaria. Penso che questo potrebbe accadere solo in un sistema con una forte dirigenza statale, in un contesto statale che ri-assuma su di sé un forte ruolo di indirizzo economico, esattamente il contrario della deriva liberale in atto da qualche decennio. Un differente utilizzo del tempo lavorativo, ormai dilatato in modo abnorme (spesso senza ricavarne benefici in termini remunerativi), lasciando spazio al tempo per la vita, consentirebbe di sviluppare attività sociali, comunitarie e partecipative, indispensabili per sfuggire a un’alienazione da lavoro che oggi ancora esiste, solo assume forme più subdole e meno riconoscibili. Saremmo dei cittadini/e meno passivi/e.

Punto 3. “Si dovrebbe diminuire in modo significativo anche l’età pensionabile”.

Questo prevederebbe l’approntamento di una copertura di spesa, attuabile solo se per esempio si intraprendesse una seria lotta all’evasione fiscale. Non mi sembra che ultimamente si vada in questa direzione, purtroppo. C’è da fare un bel lavoro “a monte”.

Punto 4. “L’intera normativa sul lavoro che in questi due decenni ha introdotto la precarietà ed ha sottratto diritti alle lavoratrici e ai lavoratori dovrebbe essere abrogata, a partire dalla legge Poletti che ha sancito la totale liberalizzazione del contratto a termine e dal Jobs Act (legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 e relativi decreti attuativi sui licenziamenti).

Si dovrebbe introdurre un reddito di esistenza universale e incondizionato, esteso agli immigrati. La sua erogazione potrebbe configurarsi come un potenziale contropotere, che incrinerebbe le condizioni di forte subordinazione dei precari. Garantire infatti un reddito stabile e continuativo a prescindere dalla prestazione lavorativa significherebbe ridurre il grado di ricattabilità dei singoli lavoratori/trici e incrementare il loro potere contrattuale. Significherebbe anche affermare il diritto di scegliere l’attività lavorativa e di riappropriarsi della quota di ricchezza sociale che si è contribuito a creare per il fatto stesso di esistere e di esercitare costantemente le proprie capacità di apprendimento e come remunerazione del lavoro produttivo di valori d’uso. La disponibilità di un reddito costituirebbe, soprattutto, uno strumento importante per l’esercizio dell’autodeterminazione, in particolare per le donne, in maggioranza prive di un’occupazione retribuita, consentirebbe alle vittime di sfuggire più agevolmente alla violenza dei partner e alle mogli prive di lavoro di separarsi più facilmente dai compagni nel caso in cui il matrimonio o la convivenza fossero diventati fonte di infelicità.

Si dovrebbe però scongiurare il fatto che l’introduzione di tale misura si risolva in una rinuncia da parte delle donne ad esercitare un’attività extradomestica che ritengono gratificante per evitare la fatica del doppio lavoro e in un disimpegno ancora maggiore degli uomini nello svolgimento delle incombenze domestiche e nell’assistenza a bambini, anziani, infermi. Ne deriverebbe il rafforzamento dei tradizionali ruoli di genere e, forse, un ulteriore ridimensionamento dello stato sociale.

Si dovrebbe soprattutto evitare che i datori di lavoro accentuino la loro predilezione per gli uomini nelle assunzioni, consolidando e irrobustendo la struttura familistica e patriarcale dell’organizzazione produttiva.

Per sfuggire a queste conseguenze è fondamentale, a mio avviso, affiancare a questo provvedimento la riduzione dell’orario di lavoro e innescare un processo di decostruzione dei generi e delle funzioni ad essi attribuite”.

Ripeto quanto ho detto al punto 2. Condivido le tue considerazioni su reddito di esistenza universale e incondizionato. Sarebbe da invertire l’attuale sistema che vede lo stato ritirarsi, disimpegnarsi, legittimare una gestione privata di molti aspetti delle nostre vite, in un sistema lavoro che decentra le regole e i diritti, che privilegia la contrattazione decentrata, a livello di fabbrica o peggio ancora ad personam, a discapito di quella centralizzata. In questo contesto, si comprende quanto siano diventate aleatorie le regole all’interno del mercato del lavoro. La tendenza attuale va verso una pericolosa nebulizzazione dei diritti.

Punto 5. “Si potrebbe eventualmente prendere in considerazione la creazione diretta da parte dello Stato o dell’Unione Europea di nuova occupazione qualificata, socialmente utile ed ecocompatibile e si dovrebbe procedere alla riconversione secondo tali principi dell’intera economia”.

Concordo, ci dovrebbe essere un nuovo impegno dal centro.

Punto 6. “Si dovrebbe introdurre un salario minimo europeo e pretendere il superamento del blocco dei contratti nella pubblica amministrazione contro il quale i sindacati hanno già depositato un ricorso al Tribunale di Roma, sollevando la questione di legittimità costituzionale”.

C’è bisogno di più Europa, ma realmente “socialista” e unitaria.

Punto 7. “Ritengo poi indispensabile estendere e riconfigurare il welfare state, o meglio, organizzare un commonfare imperniato sulla cooperazione sociale nella gestione dei beni comuni”.

Concordo. Qui la mia opinione sul commonfare.

Punto 8. “Ciò comporta preliminarmente l’abrogazione della norma sul pareggio di bilancio inserita nella Costituzione dal Parlamento italiano nel 2012 e la disapplicazione dei trattati europei di impianto neoliberista, a partire da quello sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, noto come fiscal compact, che prevede fra l’altro l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità e il dovere di avere un deficit pubblico strutturale non superiore allo 0,5% del PIL. Si dovrebbero altresì modificare le disposizioni che regolamentano il funzionamento della Banca d’Italia, obbligandola ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti. Ne deriverebbe il calo degli interessi su BOT e CCT e, dunque, la riduzione del debito pubblico e la salvaguardia dell’Italia da ulteriori manovre speculative. In assenza di questi provvedimenti, assisteremo – temo – ad un’ulteriore contrazione della spesa pubblica e all’accelerazione del processo di privatizzazione e di smantellamento del welfare state. Altro che espansione!
Si dovrebbe poi procedere alla ristrutturazione del debito pubblico e proclamare il diritto all’insolvenza”.

Speriamo nelle capacità del nuovo governo greco per trovare la chiave di un cambiamento di ottica e di mentalità.

Punto 9. “Si potrebbe, come proposto dagli intellettuali neo-operaisti, istituire una “moneta del comune” intesa come riconoscimento e remunerazione del lavoro vivo incorporato nelle attività di riproduzione e come potere d’acquisto da spendere nei servizi sociali (sanità, istruzione, cura…, ma anche trasporti) offerti all’interno di un circuito di valorizzazione consacrato alla produzione di valori d’uso e non di scambio.

Su questo punto non saprei come procedere per una concreta attuazione. Ma penso che ci voglia un cambiamento nella nostra percezione del lavoro, dei beni e dei servizi.

Punto 10. “Le politiche di welfare dovrebbero includere anche l’estensione della durata del congedo di paternità per nascita di un figlio. Il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro dovrebbe essere di pari durata di quello di maternità o, almeno, di tre mesi da fruire dopo il parto della partner. Il padre del bambino, proprio come la madre, dovrebbe percepire un’indennità sostitutiva di importo pari a quello della retribuzione. Il congedo parentale (facoltativo) dovrebbe essere fruito da entrambi i partner e comportare la corresponsione di un’indennità pari o di poco inferiore all’importo della retribuzione. Finché verrà retribuito al 30% del salario, ne fruiranno solo le madri, che, com’è noto, percepiscono di solito una remunerazione inferiore a quella dei compagni”.

Su questo aspetto, tra gli altri, si concentra la relazione Tarabella.

Punto 11 “Si potrebbero sperimentare forme di socializzazione del lavoro domestico e di cura che coinvolgano anche gli uomini e nuove modalità abitative che incentivino la cooperazione nell’attività di riproduzione”.

Da attuare senza che vi sia sopraffazione da parte di coloro che hanno magari uno status economico-sociale più elevato. Ho ascoltato un’esperienza di questo tipo, con più nuclei familiari uniti in una specie di comune (in questo caso di stampo cattolico), ma mi è sembrato che alcuni lavori e oneri di cura e di assistenza ricadessero in qualche modo su alcune famiglie in particolare. Dobbiamo evitare che si creino fenomeni di servitù volontaria.
Inoltre si dovrebbe passare da una mentalità individualistica a una maggiormente collettiva.

Punto 12. “Si dovrebbero promuovere forme di autorganizzazione e di autogestione”.

Un esempio: la Ri-Maflow.

Punto 13. “Si dovrebbe abrogare la legge Bossi-Fini che, collegando la concessione del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro, obbliga gli stranieri ad accettare qualsiasi impiego ed impone loro l’assoggettamento alle peggiori forme di sfruttamento. Si dovrebbe applicare il principio della libera circolazione di tutti in qualsiasi parte del mondo e quello dello ius soli per i figli degli immigrati nati nel nostro Paese”.

Condivido!

Punto 14. “I titoli di studio conseguiti dai migranti nel loro Stato dovrebbero essere riconosciuti in Italia”.

Condivido!

Punto 15. Agli immigrati dovrebbe essere garantito il godimento di tutti i diritti sociali assicurati ai cittadini italiani.

Condivido!
Per gli ultimi tre punti, in primo luogo dovremmo porre fine alle barriere, alle propagande che contrappongono Noi/Loro, a una trincea a difesa di separazioni assolutamente indegne di un paese e di una Europa civile e democratica.

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La “causa” è di tutte le donne o di nessuna

 

Silvia Federici qui (in pdf) afferma che:

“non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne”.

L’impostazione sul lavoro retribuito come fonte “certa” di liberazione delle donne nasce come risultato delle teorie marxiste, una conseguenza “naturale” che sarebbe stata raggiunta con l’abolizione delle classi e con il superamento del modello capitalistico. Il capitalismo è vivo e vegeto, le discriminazioni delle donne pure. Ne parlavo qui, commentando le tesi di Simone de Beauvoir:

“siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le nostre veci di angelo del focolare. Si susseguono e si affermano miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli”.

Queste riflessioni ci portano a comprendere, forse per la prima volta nella storia, dopo l’euforia a partire dal secondo dopoguerra e del boom economico, che l’emancipazione non passa unicamente per una compartecipazione alla produzione capitalistica, non può derivarci nulla di buono dall’essere inserite in un meccanismo che ci sfrutta e che ci usa. Evidentemente ci vuole qualcosa di più “permanente” e meno aleatorio di un lavoro. Evidentemente si tratta di un’emancipazione illusoria, funzionale al nostro essere utili a un sistema di produzione ineguale e fonte di discriminazioni. Il mito dell’ascensore sociale è crollato. Come abbiamo visto, possiamo ampiamente sostenere che siamo ricadute in una nuova forma di “controllo” e sfruttamento, per certi aspetti più subdola. Forse è il caso di affrontare queste questioni e aprire le nostre riflessioni.

Notevoli i passaggi che si riferiscono al lavoro domestico e alla violenza domestica:

Domestic work and domestic life are built on women’s unpaid labour and the male supervision of it. As I have often pointed out throughout my work: by means of the wage, capital and the state delegate to men the power to command women’s work, which is why domestic violence has been socially accepted and is so widespread even today.

L’attuale assetto socio-economico specula su una competizione accesa tra individui, divisi e sempre più spiccatamente dotati di un approccio individualistico alla vita. Silvia Federici spiega molto bene come un meccanismo di cooperazione potrebbe costare molto caro al capitalismo. Per questo noi femministe siamo da sempre bersaglio del modello capitalista. Ma per orientarsi verso un modello di cooperazione occorre sviluppare una consapevolezza propria, che in un momento di fragilità esistenziale e materiale come quello che stiamo vivendo, appare difficilmente raggiungibile.
Nella lunga intervista, la filosofa femminista tocca anche il tema della famiglia nucleare, funzionale all’ordine e alla disciplina capitalista. Così come la sottomissione delle donne è stato uno strumento per la costruzione capitalista, in Europa, nelle Americhe e in Asia (dove la dominazione coloniale ha cancellato i modelli di società matrilineari e la trasmissione delle proprietà collettive per linea materna).

“L’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

La causa è di tutte le donne o di nessuna. Il femminismo deve essere rivoluzionario, scardinare le regole secolari costruite dagli uomini per il benessere e il successo del proprio genere, a discapito dell’Altra.
La crisi, lo “slittamento dal welfare al workfare” ha segnato l’avvento di tutele previdenziali subordinate allo svolgimento di un lavoro retribuito. In un contesto di precarietà diffusa, questo meccanismo è molto pericoloso, segna una discriminazione che dovrebbe portarci a riflettere. Non si tratta semplicemente di un modello che disincentiva chi non lavora, ma lo penalizza nel momento in cui la sua condizione di bisogno e di impossibilità permanente o temporanea non gli permette di essere parte attiva del sistema produttivo. Sappiamo benissimo quali sono le componenti della società maggiormente colpite dal workfare. Soprattutto laddove mancano i servizi e i sostegni dello stato all’assistenza dei figli e dei familiari anziani o malati.

Questa intervista è preziosa per l’approccio analitico, a 360°. Ciò che alcune volte manca alle riflessioni femministe. Occorre capire che tutti gli ambiti qui toccati sono strettamente interconnessi e non dobbiamo assumere un’ottica parziale e monotematica. Infine, penso che sia giunto il momento di tornare a fare fronte compatto tra donne e dismettere la prassi che spesso ci coglie “ognuna per sé”, divise in schieramenti e appartenenze che non aiutano.

Fonte originale dell’intervista qui.

 

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Programmatrici

maternal wall

 

Non è un articolo per “abappisti” (ovvero, programmatori Abap). Qui si parla di quanto previsto da Facebook e Apple in tema di congelamento di ovuli. La notizia gira (qui).
Non c’è nessun aspetto positivo, solo tanta ipocrisia e strumentalizzazione. Questo significa trattare le donne come se fossero oggetti programmabili.
Sul tavolo ci sono varie questioni. Prima cosa: la mia azienda perché dovrebbe intervenire nella mia vita privata e nelle mie decisioni, in pratica “consigliandomi” di congelare i miei ovuli? Viene così suggerito il fatto che io in quanto donna, essendo un problema potenziale per l’azienda, dovrei aiutare la mia azienda e non rompere i “cosiddetti”, ma abituarmi a programmare. Un figlio = progetto. Come se fosse un progetto di lavoro, sì. Inoltre, magari, dovrei scegliere insieme ai miei superiori, l’anno più idoneo a fare un figlio. Ma non guardiamo le stelle, bensì il piano di lavoro e le commesse. Già mi immagino..”Sai, quest’anno abbiamo poco lavoro, ci piacerebbe che tu mettessi in cantiere un figlio”. Ammesso poi che la crioconservazione vada a buon fine e che io possa realmente diventare madre con ovuli congelati, nonostante l’età, malattie che possono sopraggiungere, problemi vari all’utero ecc. Pessimista? No, basta essere realiste e non fare gli struzzi. La verità non si racconta, meglio che le donne restino nella loro ignoranza e con i loro sogni, vero? Poi, questo binomio donna-mamma dovete per favore rimuoverlo, è un fattore che discrimina di per sé. Quando capirete che non vogliamo che entriate nel nostro intimo e nel nostro utero, vi ringrazieremo! Lo dico anche alle super-manager che si vantano di riuscire a tenere tutto in equilibrio (tipo la “donna perfetta” di Angela Finocchiaro qui) e si accaniscono, forse più di alcuni colleghi maschi, sulle loro sottoposte (la sindrome dell’ape regina influisce molto su questo atteggiamento). Noi lavoriamo al pari degli uomini e visto che la nostra vita è scandita dal lavoro, almeno lasciateci la libertà di decidere se e quando fare figli. Dannazione, come pensate che si possa ragionare come se stessimo in una catena di montaggio o se dovessimo sfornare figli al momento giusto, generando futuri consumatori, che sono sempre utili all’economia? Questa è oggettificazione dei corpi delle donne, che vengono private di ogni possibilità di scelta e sono semplici strumenti da adoperare per scopi produttivi o ri-produttivi. Piuttosto, le aziende dovrebbero organizzarsi per offrire flessibilità a chi la chiede, per tutte le incombenze di cura a carico di una persona, che sia uomo o donna, perché la cura non è solo donna o mamma, ma può avere anche connotati maschili: per esempio un genitore o una persona cara da aiutare, da curare ce li abbiamo tutti. Organizziamo il lavoro in modo tale che sia possibile per le persone, in determinati periodi della vita, usufruire di un part-time, di flessibilità in entrata e uscita (naturalmente, compatibilmente con le mansioni). Una soluzione si può trovare, se si desidera mettere al primo posto la qualità del lavoro (non dico il benessere del lavoratore, che credo non sia proprio preso in considerazione in alcuni contesti). Un lavoratore sereno e che si sente sostenuto dall’azienda, lavorerà meglio e non si sentirà schiacciato dalle incombenze quotidiane. Questo ridurrebbe anche i carichi sullo stato sociale (ormai sempre più in affanno e soggetto a pesanti tagli), agevolerebbe la fidelizzazione del dipendente all’azienda. Ma l’azienda non deve mettere il becco anche nel mio desiderio o meno di riprodurmi. Non siamo galline in batteria, non vogliamo essere considerate prodotti “con data di scadenza” o materiale “pericoloso”. Siamo lavoratrici. Questa è l’unica cosa che vi dovrebbe importare, insieme alle nostre competenze professionali. Dobbiamo abbattere il maternal wall (qui e qui), quel muro che sbarra la strada alle donne con figli, che nel comune sentire aziendale sono percepite come meno coinvolte nel lavoro, meno competenti e meno affidabili, per via delle incombenze familiari (ancora considerate unicamente a carico delle donne).
Per tutte le donne: non fatevi ingabbiare in ruoli. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto a una libera scelta, SEMPRE. Io non sono una incubatrice potenziale a priori. Capito!? Quando a un colloquio di lavoro non mi verrà fatta la domanda sul mio stato di famiglia, esulterò. La paternità quanto incide in un colloquio di lavoro? Piuttosto, pagateci in modo adeguato e cerchiamo di colmare il pay gap! Dobbiamo far emergere, evidenziare che qualcosa nel sistema attuale non va. Vi segnalo un articolo di Letizia Paolozzi sul tema.

Il Femminismo storico ha investito molto le relazioni private, il privato. Ma in qualche modo è rimasto indietro quando si è trattato di incidere nel mondo del lavoro, delle professioni, dell’istruzione delle future generazioni. Segnare il punto di svolta in questi ambiti, travasando le esperienze tra donne, in altri contesti, è difficile. Forse non si è state abbastanza compatte nel disvelare certe storture e compiere la rivoluzione. È come se la vita e le necessità di far parte di un contesto forgiato da uomini, avessero preso il sopravvento. La contaminazione positiva non è avvenuta, se non in rari casi. Dovremmo interrogarci su questo punto.

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Ricordi? No, sono i nostri diritti!

Memories - Andrei Baciu

Memories – Andrei Baciu

“Le elaborazioni teoriche e le analisi del femminismo italiano sull’economia e sul lavoro sono eccellenti, estremamente intelligenti ed acute. Si moltiplicano, poi, i convegni e i seminari sulla crisi, le cui ripercussioni sulle donne sono particolarmente acute a causa della riduzione del welfare state e del maggior tasso di disoccupazione, di inattività e di precarietà femminile. Sarebbe importante diffondere on line gli atti prodotti e gli interventi pronunciati nel corso di questi convegni.
(..)
Quella che manca, a mio parere, è, però, l’espressione pubblica, da parte del femminismo italiano, di una posizione condivisa sui provvedimenti del governo Renzi e l’organizzazione di forme di mobilitazione e di resistenza contro il Jobs Act e, in genere, contro le politiche di austerità.
Una simile presa di posizione è possibile o non esistono punti di vista concordanti su queste questioni? Cosa possiamo fare per contrastare da femministe le politiche neoliberiste italiane ed europee?”

Maria Rossi (qui il post completo)

Provo a rispondere al bel post di Maria Rossi, che ha giustamente rilevato un’anomalia tutta italiana. La prima cosa che mi viene in mente è la scarsa propensione alla partecipazione in prima persona degli italiani. Particolare che si riflette in ogni compagine associativa, di classe, di gruppo, di collettivo ecc. Questa pigrizia fisica e mentale porta ad affidarsi a qualcuno/a altro/a che porti avanti per te le tue istanze, salvo poi lamentarti se questo non avviene. Questo morbo è presente da tempo immemore, ma c’è stato anche un periodo, una fase in cui è stato scelto come modalità operativa anche da alcune femministe.
Per quanto riguarda la produzione teorica in materia di crisi, disoccupazione, precarietà con le ripercussioni sul mondo femminile, si tratta di un lavoro importante, ma solo se viene condiviso, divulgato e reso compartecipato. Per giungere a questo dobbiamo rendere questi seminari, questi incontri, fruibili e non delle semplici vetrine per codesta o quella donna. Questi lavori restano lettera morta perché sono troppo spesso rivolti agli addetti ai lavori, oppure servono per fare curriculum. La divulgazione è un’arte delicata e complessa e non tutti ne sono capaci e non tutti sono interessati a trasmettere, a molti basta parlare per sé. Questo vale anche per le donne. Noi non siamo immuni dalle lusinghe delle passerelle dei convegni.
Ma siccome non esiste unicamente l’oratore, l’oratrice, dobbiamo considerare anche il ricevente, il pubblico. Siamo certi che il pubblico sia pronto e avvezzo ad essere interpellato? Il disinteresse è una piaga, ma è dovuto ad anni di immobilismo, di inerzia, di crisi profonda della politica, di crisi della rappresentanza, di crisi dei partiti e di una partecipazione diffusa alla politica, attraverso i corpi intermedi. Ma questo è il capitolo su come si può costruire una diffusa cultura politica e una sana affezione alla politica.
Per quanto riguarda poi la capacità di esternare pubblicamente e unitariamente il proprio dissenso al dilagare di politiche neo-liberiste da parte del femminismo italiano, azzardo un’ipotesi. Parlando di femminismi al plurale forse riesco a spiegarmi meglio. Gran parte dei movimenti delle donne hanno deliberatamente scelto una posizione esterna, facendo politica delle donne, ma concependola come una mobilitazione separata da quanto avveniva a livello della politica istituzionale, per non finire in un tritacarne ideologico e pericolosamente omologante. Questo non ha escluso che altre donne invece scegliessero una partecipazione e una militanza più istituzionalizzata. Una percentuale di queste donne ha fatto del marchio “femminismo”, un vero e proprio brand da adoperare all’occorrenza, ma senza troppa convinzione personale, tanto perché fa “spessore” e fa tanto intellettuale. Il risultato lo potete immaginare. Per chi ha un minimo di esperienza e bazzica i partiti, sa perfettamente che se vuole fare carriera interna e aspirare a fare politica nelle istituzioni deve rassegnarsi a ridimensionare la propria autonomia di pensiero e la possibilità di esternarlo. Diciamo che devi seguire la linea. Inoltre è molto difficile far sentire la propria voce e le proprie idee. C’è un sistema gerarchico, amicale, con logiche da bacino elettorale, che ingabbiano la circolazione delle idee. La varietà del prodotto della partecipazione è risicata. Le voci sono sempre quelle “autorizzate”, certificate, che vengono interpellate per tutte le stagioni e per condire ogni evento. Quindi, tranne rarissimi casi, di solito le donne fanno tappezzeria. Sì facciamo tappezzeria e se “rompi” vieni automaticamente ostracizzato. Ci sono le eccezioni, ma sono casi isolati. Quindi, riassumendo:
tra chi fa politica per carriera e non per passione
tra chi cavalca il femminismo per far carriera e per far colore nel cv
tra chi non si avvicina alla politica istituzionale
tra chi non si esprime e rimane passivo
tra chi non vuole sporcarsi le mani
tra chi non vuole rovinarsi la carriera
tra chi si occupa solo dei fatti suoi
tra chi “non mi alzo dal divano”
tra chi “tanto ho le spalle coperte”, chi me lo fa fare
tra chi “in fondo mi stanno bene Renzi & co.”
tra chi “faccio lotta per conto mio”
TUTTO RESTA FERMO.
Quindi, cosa fare? Entrare in campo e rompere gli schemi. Ci si prova, quanto meno.
Le porte in faccia sono all’ordine del giorno, ma almeno si prova a cambiare qualcosa.
Ma quel che manca è la dimensione collettiva e unitaria, che ci faccia prendere una posizione chiara e forte.
Un’ultima annotazione: dobbiamo perdere l’abitudine di guardare le cose unicamente dalla nostra ottica, dal punto di vista dei nostri interessi. Un problema è un problema anche quando non ci riguarda direttamente. Un problema va affrontato non solo nel momento in cui diventa un nostro problema. In questo senso dobbiamo approcciare tutto il tema dell’art. 18 o meglio di quel che ne resta. Non possiamo dire: “tanto non mi tange, non mi riguarda, non mi interessa”. Proprio ieri una donna che conosco mi ha detto di essere stata messa in mobilità. Indovinate il motivo..
Stesso discorso vale ogni qualvolta si viola una norma costituzionale e sono gli stessi organi istituzionali a farlo. Ci riguarda, perché sono in gioco i nostri diritti e quella cosa chiamata democrazia. A noi tocca dire BASTA!
Non ci bastano più i seminari, ma vogliamo le piazze in grado di abbracciare tutt* e parlare a tutt*.
Può servire per ricordarci e mettere a fuoco quali sono i nostri diritti. Per non farli diventare vecchi ricordi.
Grazie e Maria Rossi per il suo post.
Grazie a Giulia Siviero per questo articolo e per dare voce alle donne della realtà.
Grazie a tutte le donne che non smettono mai di interrogarsi, di approfondire, di cercare di dare risposte, di essere indipendenti, di pensare con la propria testa, di rimboccarsi le maniche, di essere magnificamente uniche!
Grazie a tutti coloro che sanno quando la misura è colma e sanno dire BASTA! Grazie Walter (non Veltroni, naturalmente).

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Quello che le donne non dicono (e dovrebbero dire)

In Pink - Andrei Baciu

In PinkAndrei Baciu

Ci sono cose che non ci confessiamo, cose che non riusciamo a esprimere, risposte che dovremmo dare quando c’è qualcuno che ci critica o banalizza la nostra storia.
Che quando compiamo una scelta non ci sono mai le seconde possibilità a posteriori.
Che lavorare non è semplicemente portare a casa i soldi o non coincide in toto con questo.
Che l’impegno sociale ha un valore.
Che il disimpegno è il cancro della società contemporanea.
Che la casalinghitudine di ritorno è una scelta dettata da questioni personali e familiari insondabili dall’esterno. Non è un morbo, lo diventa solo se la tua vita in casa sostituisce in toto il tuo rapporto con l’esterno e con gli altri.
Che prendersi cura di un figlio che ha bisogno di te non è morboso o frutto di menti materne incapaci di altro.
Che ognuna di noi trova la sua “tranquillità”, che è temporanea, diversa per ognuna e per ogni fase della vita, soggetta al cambiamento insito nella vita stessa.
Una scelta va rispettata e non giudicata.
I giudizi spesso sono manchevoli della comprensione del contesto e delle motivazioni a monte.
Ci sono molteplici modi di vivere la casalinghitudine.
Che stare a casa per un periodo non significa smettere di avere un ruolo nel mondo.
Che i rischi sono gli stessi di chi lavora.
Che i sensi di colpa non vanno via. Lavoro o meno. Ce li portiamo dietro, forse per una questione atavica, che ci fa sentire sempre mancanti di qualcosa. Ci possiamo lavorare su, ma non esiste una candeggina infallibile.
Che l’autonomia è un esercizio quotidiano per non cadere in pigrizia.
Che l’autonomia non coincide in toto con il fattore economico. Ci hanno abituate a pensare così, in termini capitalistici, ma non è esattamente così.
Il nostro ruolo nel mondo non ci è dato unicamente dal lavoro.
Il lavoro non è tempo per sé, è tempo per la produzione. Il tempo per sé è prendersi cura di sé, del proprio io, di quella stanza tutta per sé. Il tempo per sé può essere solo qualcosa di totalmente gratuito verso noi stesse, purché ci gratifichi e non sia soggetto a coercizioni.
Agli uomini che pensano che abbiamo un valore solo se portiamo a casa la pagnotta, rispondiamo di fare un corso accelerato di XXI secolo.
Agli uomini che se ti impegni nel sociale ti rispondono che fai cose inutili, che perdi solo tempo, che sottrai comunque alla famiglia, rispondiamo di tornare nella caverna.
A chi pensa che il femminismo è morto, rispondiamo che evidentemente sono loro che si sono assentati dal mondo.
A chi vuole educarci con sane dosi paternalistiche, rispondiamo come il Ricciocorno qui.
Che non ci sono ricette, solo tentativi più o meno riusciti di soluzione dei problemi.
Che non siamo chiuse a riccio nel nostro nucleo familiare, ma sappiamo guardare oltre e preoccuparci di altro.
Che non dobbiamo legare la nostra emancipazione e liberazione al denaro.
Che i diritti non sono legati a un filo con il denaro che guadagniamo.
Che il nostro lavoro di cura resta tale, lavoro o non lavoro. Semplicemente se lavoriamo, lo demandiamo ad altri. Qui occorrerebbe riflettere.
Che le nostre scelte sono meglio di quelle che fanno gli altri: non è vero. Sono semplicemente le nostre.
Che mamma è solo una delle mille qualifiche che possiamo avere.
Che la mammitudine svilisca la donna: dipende dalla pasta di cui si è fatte.
Che la mammitudine è una scelta, una delle tante, e ognuno fa le sue.
Che l’obiettivo è uno solo: rimuovere le barriere di una libera scelta.
Che chiedere parità implica un discorso politico più ampio e condiviso.

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Le nostre storie non restino inascoltate

Steven Kenny - The Accessory, 2008

Steven Kenny – The Accessory, 2008

Elisabetta Ambrosi ha raccolto le storie di una generazione di donne e madri. Sono le nostre storie, quelle che ci raccontiamo continuamente tra di noi, quelle che restano sconosciute e inascoltate da chi dovrebbe fornire risposte adeguate. Quel “non ho mai rinunciato alla convinzione di poter fare un lavoro impegnativo con precisione” e quel “Mollare? Mai” mi sono però sembrate un richiamo eccessivo alle donne, a mo’ di sferzata, un chiedere di stringere comunque i denti altrimenti la si da vinta a.. a chi? Loro chi? Invece, per essere sufficientemente schiette, almeno tra di noi, forse occorrerebbe mettere nero su bianco anche le sconfitte, le rinunce, i compromessi al ribasso, i vicoli ciechi, le infelicità. Ci sono, esistono, non si possono negare. Devono emergere tutte le contraddizioni reali finite nei buchi neri del conformismo e delle soluzioni fai-da-te. Se non raccontiamo i fatti, come possiamo scardinare gli stereotipi e i modelli che da sempre giustificano il nostro arrancare come “angeli” sacrificabili? Se nascondiamo i particolari “scomodi”, il mondo non saprà mai la Verità. La verità è molteplice, bella o brutta, faticosa e leggera, tra bassissimi e altissimi. Ecco che la nostra storia va raccontata per quello che è, senza tagli o pudori, senza l’istinto di voler dare l’idea che alla fine ce la si fa, perché ce l’ha prescritto qualcuno che dobbiamo superare egregiamente ogni ostacolo. Dobbiamo raccontare tutto se desideriamo che la realtà emerga. Quello che non ci raccontiamo purtroppo è la verità, per paura di un giudizio altrui e per paura di non essere state abbastanza brave. Non siamo guerriere perché non siamo in guerra con niente e nessuno. Siamo qui solo a ricordare che il mondo gira anche grazie all’altra metà (più o meno) della popolazione. Quando questo verrà riconosciuto, non solo a parole, saremo a buon punto. E “farcela”, ognuna a proprio modo e secondo le proprie scelte (vere e non indotte) non sarà più l’eccezione, ma una possibilità a portata di tutte.
Ripeto ancora una volta, che “mollare” non è necessariamente un male, una debolezza, un difetto, ma può essere sintomo di una scelta consapevole, in un contesto che semplice non è.
Non vogliamo tutt* le medesime vite, preconfezionate.
Per favore, la verità, nient’altro che la verità.
Per tratteggiare un quadro sociologico onesto, sarebbe utile puntare i riflettori non solo sulle storie delle donne, ritratte singolarmente, ma sul contesto: partner, famiglia, amici, tipologia di lavoro, aspetti economici e geografici. A mio avviso, si comprenderebbero molte più cose.

Mi ripropongo di leggere il libro Guerriere, disponibile anche in ebook su piattaforma MLOL (Media Library On Line)

p.s. e basta con queste storie di manager che lavorano da casa! Perché non raccontiamo le storie di coloro che non hanno nessuna possibilità di farlo, donne comuni, con mansioni non dirigenziali, con figli che hanno problemi di salute e si sentono sbattere la porta in faccia!!! Quello che posso dire è che di storie così a livello apicale ce ne sono tante, perché potrà sembrare strano, ma spesso la flessibilità viene concessa più facilmente a coloro che hanno mansioni più alte. Almeno nella mia esperienza è stato così. Con questo non voglio creare una sorta di guerra tra donne, però forse dovremmo porci qualche domanda sulle cause di questa differenziazione. Un’altra annotazione. Mi capita sempre più spesso di notare che in questo tipo di articoli viene sempre citata l’azienda. A mio parere si potrebbe trattare di una specie di escamotage pubblicitario, un esempio di trovata da marketing (con feedback positivi sull’immagine dell’azienda) camuffata da giornalismo. Va di moda, tra le multinazionali specialmente, far propaganda sul clima aziendale idilliaco.. Però, forse sono troppo prevenuta. Magari mi sbaglio.

Questo progetto mi piace.

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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Le donne e le classi

 

Magritte, Les Graces Naturelles, (c.1948)

Magritte, Les Graces Naturelles, (c.1948)

Partendo dalla distribuzione in classi degli individui, sulla base dei dati EU SILC (2012), rileviamo grosso modo tre formazioni sociali legate alla distribuzione funzionale del reddito: la classe dei lavoratori, il cui reddito è esclusivamente da lavoro; la classe dei capitalisti il cui reddito è esclusivamente da capitale e rendita; la classe media, costituita da chi percepisce sia redditi da capitale che da lavoro e reddito misto da lavoro autonomo.
La redistribuzione del reddito avviene attraverso l’interazione osmotica tra tre elementi: Stato, mercato e famiglia.
Ma come si pone la donna in questi meccanismi economici e sociali?
Come evidenzia e argomenta bene questo articolo apparso su InGenere, le donne italiane, rispetto alla media europea, sembrano più polarizzate tra i “capitalisti” e la classe media; sotto la media europea è invece la loro presenza tra i “lavoratori”. Come se ci fosse un buco che inghiotte le donne di questa fascia. Questa voragine la conosciamo molto bene.
La ricerca ci porta poi a ragionare sui sussidi statali e sui trasferimenti inter-familiari di reddito.
La quota di donne che dipende da trasferimenti inter-familiari e dal welfare è maggiore rispetto a quella degli uomini, sia in Italia sia in Europa. Ma il divario si accentua se guardiamo i nuclei familiari composti da un solo adulto: risulta che sono per lo più di genere femminile i casi di dipendenza da trasferimenti inter-familiari e da welfare.
Ci si è interrogati se il femminismo fosse in grado di creare un ponte tra le istanze di donne di classi sociali diverse, nel corso di un dibattito online The Curve, where feminists talk economics. Premetto che il contesto di riferimento è statunitense, quindi poco confrontabile con il nostro europeo e italiano, si pone l’accento sul fatto che le femministe generalmente non parlano abbastanza di questioni economiche, ma si concentrano su:

“discussions about so-called culture problems like abortion access and domestic violence lack the economic context necessary to appreciate their true causes and repercussions. When topics such as the pay gap or workplace discrimination come up, coverage is often superficial and focused on the experiences of a tiny elite. Meanwhile, the economic pressures on women are mounting: as inequality soars, women make up a growing proportion of the long-term unemployed, low-income women lead a growing majority of single-mother households, middle-income women struggle with few social supports, and even the progress being made by high-income women into the executive suites remains glacially slow.”.

Insomma, secondo l’articolo, dovremmo imparare a leggere i problemi, i gap, le discriminazioni, i ritardi e le difficoltà attraverso una lente di stampo “economico”. Quindi anziché parlare di fattori culturali dovremmo concentrarci di più sul contesto economico. Io preferirei più una riflessione sul modello economico, che però non può e non deve essere l’unico filtro per leggere i fenomeni. Perché i ritardi e i problemi culturali ci sono e sono innegabili.
Lasciando perdere lo pseudo femminismo della Sandberg, che invita a spinte individualistiche di affermazione personale, Kathleen Geier si chiede:

“Different classes of women—low-income women who make up over half of minimum wage earners, middle-income women whose wages have stagnated for a decade and elite women seeking to shatter glass ceilings—have needs and problems that look very different from one another. Is there a way for feminism to bridge the class divide and advance an economic agenda that will serve the interests of all women?”

Esiste un femminismo cross-class in grado di trasformare l’economia a vantaggio di tutte le donne?
E si suggerisce che:

 “The barriers to women’s progress are not personal, they are structural, and they are embedded in the workings of American capitalism”.

Quindi si tratta di questioni di gap socio-economico, indotto da un sistema produttivo che genera da sé ineguaglianze e distanze.
Personalmente, se differenti e innegabili sono i presupposti, gli strumenti, le risorse e gli obiettivi di ciascuna classe di donne, penso sia difficile definire delle soluzioni uniche e valevoli per tutte. Perché le misure che possono alleviare le fatiche di una donna precaria, con un salario basso non saranno adeguate o rispondenti agli obiettivi o alle istanze di una donna della classe media o capitalista. E viceversa. I pesi delle variabili in gioco sono innegabilmente diversi. Perciò se di misure correttive dobbiamo parlare, penso sia necessario lavorare innanzitutto sulla rimozione di quelle barriere di classe, che non hanno necessariamente caratteristiche e appartenenze di genere.
Poi possiamo anche mettere in piedi un mix di sistemi di welfare, che creino sinergie utili tra interventi aziendali e privati con forme pubbliche di sostegno alla conciliazione. Basta non smarrire per strada i compiti di riequilibrio e di sostegno universali che solo un intervento pubblico può e deve assicurare. Altrimenti continueremo ad avere garantiti vs non garantiti, in una lotta tra poveri inascoltati.
Interessante la proposta di legge che vorrebbe introdurre il voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia.

Alla fine, dobbiamo registrare che le cose sono cambiate in meglio unicamente per le donne di alcuni ambienti, per lo più già abbastanza privilegiati. Da questi vantaggi e progressi la maggior parte delle donne è stata esclusa. Non è detto che avere un numero maggiore di donne ai vertici della politica o delle aziende possa contribuire a distribuire miglioramenti a tutte le altre. Se si è trattato ancora una volta di privilegi, forse le istanze di tutte, collettive, diffuse sono state annegate a vantaggio di una minima parte.

E non avremo fatto grandi passi in avanti, ma staremo sempre a osservare i tassi di occupazione femminile, le difficoltà di conciliazione, i tagli ai servizi di sostegno per le donne ecc. Come evidenzia questa intervista a Chiara Saraceno.

Dal governo del nostro Paese ci aspettiamo risposte concrete e non operazioni di pinkwashing.
E non sono sufficienti queste chiavi di lettura, per farci sentire meglio e per farci respirare aria di un cambiamento reale in atto.

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Non è liberazione

Marc Chagall - La passeggiata

Marc Chagall – La passeggiata

Voglio fare un brevissimo intervento, perché leggendo questo articolo apparso su La Repubblica a firma di Guia Soncini mi ha destato alcune perplessità.
Innanzitutto, si ondeggia parecchio, mescolando di tutto un po’, senza definire una direzione e un senso generale che si intende comunicare al lettore. Inoltre, ho trovato superficiali certi ritratti di coppia, come se si volesse coprire l’intero globo terraqueo delle relazioni umane. Le solite macchiette, col rischio di presentare dei ritratti posticci e parziali.
Le conclusioni (che magari ho frainteso) mi hanno infastidito non poco.
In pratica si auspica che una donna, anziché dover giustificare il fatto di lavorare e di aver successo perché sia di buon esempio alla figlia, assuma su di sé una serie di caratteristiche prettamente maschili. In pratica le si chiede di sfondare nel lavoro, di far carriera per una “vera emancipazione”, condita da egoismo, ambizione, avidità, il tutto “per se stesse”. Questa machizzazione del feminino è quanto di peggio ci si possa augurare, almeno dal mio punto di vista.
Ho già espresso qui, condividendo una riflessione di Daniela Pellegrini, la mia posizione in merito. La ritrovo per caso in uno scritto di Rossana Rossanda (LE ALTRE, Bompiani 1979, Feltrinelli 1989), ripreso da Lea Melandri su FB.

“E’ il rivolgimento di quel potere che non sta nel dispotismo del tiranno, o nelle leggi dello stato, o nell’arbitrio del padrone, ma nel dominio che da millenni il maschio esercita sulla femmina, e che ha modellato non solo la subalternità della donna, ma la concezione -noi diremmo l’ideologia- che l’insieme dell’idea del potere degli uomini, la tradizionale sfera politica, porta in sé. E’ un dominio basato sulla differente forza fisica, sulla costrizione secolare della donna a un ruolo imposto, sulla sua riduzione a soggetto di diritti minori o nulli. Le donne sanno che questo potere continua, discriminandole in forme meno evidenti, più sottili, anche là dove sono avvenute le rivoluzioni proletarie e socialiste, le più radicali, quelle che si proponevano l’uguaglianza tra gli uomini. Non solo, ma sanno che questa specifica oppressione le fa NON SOLO SUBALTERNE, MA IN QUALCHE MISURA SIMILI AI LORO OPPRESSORI; MODELLATE SU DI ESSI: per cui per liberarsi davvero debbono anche liberarsi di quanto del modo di essere e pensare dell’uomo è stinto dentro di loro. Debbono andare insomma a una rivoluzione anche in se stesse, nelle idee, nel costume; a lacerare rapporti affettivi, a cancellare antiche educazioni”
(cit., Feltrinelli, p.86)

La liberazione passa per una rivoluzione delle idee, dei modelli, dei rapporti, delle soluzioni, delle chiavi di lettura che noi donne dobbiamo darci senza riverniciare e restaurare le strutture costruite dagli uomini. Seguire le orme maschili ci porterebbe semplicemente a una falsa liberazione, diventeremmo simili a cloni, a esseri modellati a immagine e somiglianza dei nostri maschietti.
Per non parlare poi del fatto che il richiamo dell’articolo della Soncini sembra coinvolgere solo uno spicchio dell’universo delle donne, quelle nate e cresciute bene, con un ruolo di potere o economico forte. Per cui tutte le altre resterebbero escluse da questo magnificare la donna che ricalca la spregiudicatezza dei meccanismi dei maschietti. In pratica si rischia un discorso elitario o in stile Sandbergism (Sheryl Sandberg, ndr).

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Buoni Fornero

Sono misure poco efficaci, oltre ad essere macchinose, se non da fantascienza, le procedure per accedervi. La condizione è tornare al lavoro subito, rinunciare alla maternità facoltativa (in cui ti viene corrisposto solo il 30% della retribuzione ordinaria), un diritto sancito per legge, per accedere a un sostegno pari a 300 euro per 6 mesi. Come lasciare un bimbo così piccolo a una baby sitter o al nido? Cosa accade al termine di questo periodo? Lo stato come ti aiuta a conciliare? Queste sarebbero le domande più corrette da porsi. Sono 20 milioni di euro stanziati nel 2013 per uno strumento congeniato da persone che non sanno niente di come si vive nella realtà. Forse, questi soldini andrebbero investiti altrimenti. Forse, occorrerebbe prevedere degli strumenti normativi che sappiano guardare al di là della figura della madre, includendo anche i padri. Sarebbe anche giunto il momento!

 

Aggiornamento 04.09.2014

Qui le istruzioni per i Bonus bebè 2014 per le madri lavoratrici.

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Non è solo genetica

Sandria Savory

Sandria Savory

Questo post nasce dalla lettura di questo articolo sul libro The confidence code di Claire Shipman e Katty Kay. Non dipende solo dalla genetica se una persona ha più o meno fiducia in se stessa. Ci sono i fattori familiari e ambientali che incidono, e lo fanno spesso in termini decisivi. Il successo e la carriera che sembrano incentivate da un’alta percezione di sé, da una fiducia in sé elevata, da quella che viene chiamata honest overconfidence, non possono essere fondate principalmente solo sulla predisposizione naturale, biologica, altrimenti i fattori socio-economici non avrebbero un peso così forte nelle possibilità che ciascuno di noi ha nella vita. Ricordiamoci che il mondo in cui viviamo non ci consente di partire tutti dal medesimo gradino.
La fiducia in sé parte da piccoli, da quando in famiglia ti mettono o meno il marchio di inadeguat*, scars*, continuano a fare continui paragoni con gli altr*, ti fanno capire che sarai sempre incapace e mediocre. Il bello è che di solito continuano a ripetertelo anche quando diventi adult*. A volte sarebbe preferibile essere ignorati che essere al centro di questi amorevoli e incoraggianti giudizi.
Di solito i genitori tendono a proteggere i propri figli, li sostengono e sono fieri di loro. Solitamente. A volte ci sono genitori che ripetono solo e soltanto che i figli sono delle nullità, che non hanno mai combinato niente di buono nella vita e che hanno fatto solo scelte sbagliate. Solo perché diventano adulti e scelgono da soli la propria strada.
Poi ci sono gli insegnanti, che a volte partoriscono frasi come: “ la ragazza è intelligente, studia, ma non sa vendere bene la propria merce”.
La mia autostima, evidentemente geneticamente bassa, è stata affondata per anni sotto questo genere di colpi. Poi a un certo punto ho iniziato a prendere a pugni queste etichette e a rinviarle al mittente. Ma evidentemente non è stato sufficiente. Sono tuttora appiccicate al mio corpo psichico. Questi marchi di solito in sede di colloquio non mi hanno mai dato fastidio. Certo, non ambivo a una carriera direttiva, perché avevo altre ambizioni e progetti nella vita, ma la mia insicurezza non mi ha mai impedito di trovare lavoro. Le cose sono mutate drasticamente con il cambiamento del mio stato di famiglia, da quando sono diventata moglie e madre. Questi e non altri sono stati i fattori discriminanti. Devo ringraziare coloro che candidamente hanno ammesso di adoperare certi metodi di valutazione: quanto meno sono stati sinceri.

Perciò, prima di fare considerazioni che pongono l’accento sul genere e su caratteristiche “vincenti”, sostenute da fini ricercatori e da indagini mediche, guardiamo il contesto e parliamo bene di tutti i fattori. Il cambiamento culturale e sociale è indispensabile. Fino a che in sede di colloquio saranno adoperati due pesi e due misure, non ci sarà selfconfidence che tenga. In sede di colloquio, così come si avverte l’insicurezza del/la candidato/a, così emerge lo sguardo compassionevole di chi esamina e sa già che ti dovrà scartare per questioni che esulano dalle tue competenze o capacità. Non è vero che noi donne non chiediamo stipendi e contratti adeguati: semplicemente il più delle volte, le nostre richieste non vengono accolte. Dobbiamo mutare in primis queste regole che storpiano e impediscono una competizione ad armi pari.
Inoltre la capacità di successo lavorativo subisce l’influenza dei meccanismi del mondo del lavoro in cui siamo immersi. In Italia, in cui i rapporti familiari, i cosiddetti “agganci”, hanno un ruolo decisivo e preponderante nella ricerca di un lavoro e negli sviluppi di carriera, la strada è resa ancora più ripida e irta di ostacoli.
Fino a che inseguiremo il modello di successo e di lavoro maschile non avremo fatto passi in avanti. C’è tutto un universo parallelo di vita privata da salvaguardare, sia che si desideri una famiglia o meno. Io non voglio replicare le scelte di un uomo, ma essere in grado di scegliere, come donna. Creiamo la nostra strada e cerchiamo di contemplare altri modelli di vita possibili, possibilmente non preconfezionati da uomini per donne.
Non è mica detto che tutte le donne aspirino al medesimo e unico modello di vita. Può anche darsi che io non mi faccia avanti per motivi del tutto personali e che vanno comunque rispettati. Spesso i modelli che questi libri propongono, sono semplicemente finalizzati a confezionare il lavoratore o la lavoratrice “ideali” per il mondo produttivo capitalistico.
Per cui, questi pseudo consigli mi sembrano della stessa risma di quelli della Sandberg (COO Facebook). Roba da donne di successo, ricche e di potere, che vogliono “educare” le altre e affermare: “ti insegno io come essere brava”.

“Estes’s work illustrates a key point: the natural result of low confidence is inaction. When women don’t act, when we hesitate because we aren’t sure, we hold ourselves back. But when we do act, even if it’s because we’re forced to, we perform just as well as men do”.

In pratica, per aumentare la fiducia in se stesse, le donne devono pensare meno e agire di più.
I neuroscienziati parlano di plasticità. Altri la chiamano flessibilità. Noi la chiamiamo viaggio alla ricerca di un equilibrio all’interno della precarietà. Per fortuna che siamo dotate di grande fantasia.
Ancora una volta sembra che le questioni di gender gap siano “colpa” delle donne.
Ripeto ancora una volta, che “mollare” non è necessariamente un male, una debolezza, un difetto, ma può essere sintomo di una scelta consapevole, in un contesto che semplice non è.
Non vogliamo tutt* le medesime vite, preconfezionate.

Aggiornamento del 20.06.2014

Ho letto di un sondaggio per scoprire se, diventando madri, si sono acquisite capacità preziose da sfruttare nel lavoro. Posso fieramente constatare e rispondere che il fatto di essere diventata madre è stata considerata come una iattura dal mondo del lavoro. Io ero pronta a conciliare, loro no.

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La soluzione? Sciopero della maternità/paternità

 

Secondo questo articolo, le donne hanno retto meglio alla crisi. Come? Semplice, rendendosi talmente flessibili da non creare più alcun problema, diventando strumenti più versatili di sfruttamento. Pochi diritti, zero richieste, senza orari certi, senza garanzie e soprattutto senza famiglia, o meglio senza figli. “L’83% dei manager è convinto che la maternità di una collaboratrice sia un problema”, quindi niente problemi. Tra poco arriveremo ai contratti privati tra datore di lavoro e dipendente in cui oltre alle dimissioni in bianco, firmeremo anche una clausola in cui ci impegniamo a non figliare. Manca poco, vista l’ansia governativa di alleggerimento delle garanzie e della legittimazione del precariato permanente.
Non mi interessano gli specchietti per le allodole delle grandi aziende che si impegnano a favorire la conciliazione (salvo poi licenziare in massa i dipendenti per altre ragioni), non mi interessano gli spot pubblicitari di come si può alleggerire il lavoro di padri e madri in azienda. Vogliamo soluzioni valide per tutti, ad ogni livello e tipologia contrattuale e di lavoro, dipendente o autonomo che sia. Dobbiamo scardinare il mobbing aziendale, morbo che si acuisce quando diventi mamma o papà. Il problema della cura riguarda anche genitori o parenti anziani o malati. Dobbiamo costruire un sistema di condivisione, con buona pace di chi considera il problema solo una questione femminile. Altrove, i papà possono alternarsi con le mamme. Altrove, dove la civiltà è giunta. Io e nessun altr* dobbiamo essere costrett* a scegliere tra lavoro e famiglia, o a rinviare o a rinunciare ad avere figli.
In sede di colloquio non dev’esserci chiesto il nostro stato di famiglia, ma cosa sappiamo fare e le nostre esperienze lavorative. Che io sappia cambiare o meno un pannolino non ti deve interessare, almeno che non stia facendo un colloquio come educatrice o educatore di nido.
Questo si chiama discriminazione.
Iniziamo ad occuparcene seriamente, sistematicamente e non solo saltuariamente?
Vogliamo una legge che garantisca a tutti la libertà e la possibilità di optare per un part-time, anche solo per un breve arco temporale (vedi il modello olandese).

Vogliamo dei servizi che non siano un mero parcheggio per bambini, delle mense scolastiche decenti, vorremmo che l’investimento nelle scuole ci fosse davvero, che un nido non venisse a costare quasi un intero stipendio. Gli interventi a sostegno di maternità e paternità non devono essere appannaggio solo dei redditi più bassi, come strumento anti-povertà, ma devono includere anche tutta quella fascia larghissima di persone che pur appartenendo a livelli di reddito leggermente più alti, non se la passano poi tanto bene. Al netto degli evasori, ovviamente. Altrimenti converrà sempre più lasciare il lavoro. E poi vi meravigliate delle culle sempre più vuote, come evidenzia l’ultimo rapporto Istat.

Per approfondimenti:

1, 2.
– La mia rassegna del 29 maggio 2014

 

P.s.

In questi giorni si tiene il Festival dell’economia di Trento. La solita passerella di donne ai vertici che vogliono darci lezioni di conciliazione. Ne possiamo anche fare a meno.

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#CiaoMaria!

Ivan Aivazovsky - Storm at Sea on a Moonlight Night

Ivan Aivazovsky – Storm at Sea on a Moonlight Night

Potremmo chiamarlo morbo cassintegrazione o precarietà. A un certo punto il palliativo delle promesse e della pazienza non servono più. La storia di Maria è comune a tante altre persone che il modello di produzione sta schiacciando. Da soli, perché questo accade, si perde la forza di continuare a credere che un giorno le cose cambieranno, che attraverso un impegno personale si possa arrivare a superare le avversità. Siamo navi inclinate nel bel mezzo di una tempesta che non sappiamo quando e se finirà. Di giorno in giorno il silenzio delle istituzioni e dei politici segna una connivenza con un sistema imprenditoriale che evidentemente non si vuole correggere e aggiustare. Anzi, si auspica un aumento di quella precarietà che uccide e che va oltre ogni immaginabile piaga. Sei anni di CIG sono un abisso troppo lungo e profondo a cui nessuno ha saputo dare risposte. Essere tagliati fuori a 47 anni, non poter essere più parte integrante e attiva di una vita collettiva ti porta a restare isolato. Questa solitudine e questa mancanza di fiducia nel futuro ci hanno privati di una donna e di tante altre vite, che per Marchionne saranno meno importanti dei profitti e dei margini, ma per noi devono essere un monito, ci devono spingere a dire BASTA, a non abbassare più la testa, a non voltare lo sguardo da una realtà spietata e folle.
Dobbiamo respingere con forza al mittente il modello di produzione che ci vuole schiavi e vittime sacrificali. Le istituzioni non possono tacere, non possono sostenere questo modo di fare il manager, l’imprenditore, l’amministratore delegato. Dove sono finiti tutti i diritti e le tutele sul lavoro o più semplicemente degli individui? I rappresentanti delle istituzioni abbiano il coraggio di dire che sono diventati carta straccia, quantomeno per amore di sincerità. Non vogliamo essere ammorbati con le parole di circostanza solite. Se i fatti non arriveranno, il collasso della società sarà inevitabile e non ci sarà più niente da recuperare.

Ciao Maria!

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Work life balance

A trip to the beach, 1920

A trip to the beach, 1920

Ritorno sul tema ancora una volta, spinta da questo articolo di Tiziana Canal. Che la work life balance non sia una questione di genere potrebbe avere un senso se in Italia fossimo culturalmente diversi e se i ruoli genitoriali fossero realmente interscambiabili. Ma sappiamo benissimo che non ci siamo proprio.
In un mondo perfetto, anche soluzioni come i nidi sarebbero sufficienti a garantire una buona via per questo bilanciamento. Evidentemente siamo nel mondo reale e quindi dobbiamo fare i conti con le mille variabili esistenti. In un contesto occupazionale difficoltoso, in cui le regole sono sempre più arbitrarie, tendenti alla massimizzazione del margine di profitto, il benessere, i diritti e la conciliazione vanno a farsi benedire. La precarizzazione confermata anche dall’incerto testo del Jobs Act ha un’unica matrice: non si tratta di garanzie, ma di un alleggerimento delle regole, e non basta l’idea di estendere l’indennità di maternità a tutte le categorie di lavoratrici per indorare la pillola.
Si prevede di incentivare gli accordi collettivi per favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività. Questo teoricamente potrebbe essere un aspetto positivo, ma occorre conoscere il nostro sistema produttivo, per capire che la tendenza generale va verso una contrattazione sempre più particolareggiata, one to one, dove la donna (e non solo) è da sola, schiacciata in un gioco con un’unica regola “prendere o lasciare”. Se da un alto con la crisi cresce il part-time, per troppe donne questo resta una chimera. La regola principale è la flessibilità, o meglio la totale disponibilità a lavorare quando, come, dove il tuo padrone desidera. In un contesto simile le probabilità di riuscire a conciliare sono prossime allo zero.
L’abolizione della detrazione per il coniuge a carico e l’introduzione della tax credit quale incentivo al lavoro femminile va a penalizzare chi si fa carico del lavoro di cura familiare, che nella maggior parte dei casi grava sulla donna. In pratica, il lavoro di cura resta a nostro carico e in più veniamo bacchettate.
Se l’obiettivo è lavorare a tutti i costi, ecco che ogni regola e ogni condizione sono lecite. Il tema della conciliazione resta molto femminile, ma questo non è a mio avviso un problema, soprattutto se dietro c’è la libertà di scelta. Mi spiego meglio. Se alle donne fosse data una reale possibilità di scegliere quale equilibrio creare tra vita privata e lavoro, se non ci fosse una discriminazione di genere in molte professioni, se non ci fosse un marchio di pericolosità per tutte le donne in età fertile, se il lavoro di cura fosse considerato come un valore aggiunto per la società anziché come un peso e un flagello per la nostra industria/economia, se accettassimo che ci sono delle peculiarità che fanno delle donne una risorsa di cui tener conto e da sostenere, forse avremmo compiuto qualche passo in avanti. Non dobbiamo negare il ruolo delle donne, che non va assolutamente confuso con quello degli uomini. Il punto debole sinora è stato che alla donna non si è data una reale possibilità di scelta. Finora, chi può (per varie motivazioni di carattere economico o di contesto familiare o lavorativo) è riuscito a conciliare; chi non ha potuto, si è sacrificato e ha accettato la mortificazione, con annessi sensi di colpa inflitti nel caso non riuscisse a mantenere i piatti della bilancia in equilibrio.
Conciliare è quando non sei costretto a soffocare uno dei due aspetti, conciliare è quando non ti senti un impaccio per l’azienda e/o la società se devi dedicarti alla cura familiare, conciliare è non diventare un fantasma per nessuno. Non ricordatevi di noi donne solo per il PIL o per le quote rosa. Noi siamo parte dello scheletro portante di questa società, quanto i maschietti. E se qualcosa non va da questa parte, anche l’altra ne risente. Negare questo è una forma di cecità egoistica.

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Meglio una pizza?

Donna in una canoa, Giuseppe De Nittis, 1876  (olio su tela)

Donna in una canoa, Giuseppe De Nittis, 1876
(olio su tela)

Tutti questi discorsi sul fare carriera, delle manager rampanti, del pensare positivo (vedi il mio post l’egocentrismo nascosto in un mantra) vanno bene, ma l’importante è accettarle per il loro valore esplicito e non per quello che sottitendono o non dicono. È una questione di logica aristotelica. Se io dico “chi osa, guadagna”, non sto dicendo che “chi non guadagna non osa”. Vanno bene finché restano congelate lì, senza interagire con l’ambiente reale ed esterno. Le cose diventano esplosive, se queste affermazioni non restano più relegate alla dimensione di best seller imbellettato, ma diventano merce da inculcare nelle menti di tutte le donne, assumendo la forma di un meschino strumento di flagellazione collettiva. Questa gente deve vendere un prodotto, un modello, un sistema di produzione, un tipo di famiglia, di via per il successo attraverso l’affossamento altrui. Tutto questo è funzionale ancora una volta al modello di sviluppo capitalistico. Lasciatemi ripetere che la Sandberg deve vendere l’idea del successo e del potere. Di tutto quello che c’è in mezzo le interessa molto poco. I dettagli di una vita comune non le entrano nemmeno nell’anticamera del cervello. Per cui, basta non prendere sul serio questi vademecum per il successo. E ogni tanto chiudere la porta in faccia a chi ti dice che la carriera è l’unica strada per la felicità.
Non acquistate questa robetta tanto di moda e con quei soldi mangiatevi una pizza o andate a vedere una mostra, che fa bene all’umore.

 

Ringrazio Zeroviolenzadonne per l’articolo allegato.

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Quest’anno è diverso

1 MAGGIO

Provo a scriverci su. Provo perché è il “primo” 1 maggio, dal 2004, che passo da non lavoratrice. A settembre scorso ho dato le dimissioni per occuparmi a tempo pieno della mia famiglia. Ne ho già parlato e non mi soffermo sui motivi alla base di questa mia decisione. In questo primo maggio 2014 vorrei portare la riflessione su cosa accade oggi al mondo del lavoro. Ci sono derive che ci spingono verso soluzioni sempre più estreme, orari sempre più folli, turni senza regole e paghe da fame. Si invoca un ripensamento dei sistemi di protezione sociale, si sfornano nuove leggi che mortificano il lavoro e precarizzano la vita. Nonostante tutto si porta all’estero parte o tutta la produzione, servizi compresi. Evidentemente stracciare tutto pur di sperare di conservare un pezzettino di lavoro non è stato sufficiente, è stata una scelta che non ci ha portati da nessuna parte. Se vogliamo affondare in un mondo senza diritti e senza garanzie, siamo sulla buona strada. Dobbiamo avere il coraggio di invertire la corrente. Siamo quasi fuori tempo massimo. Si va verso la distruzione di ogni sicurezza e non è proprio la soluzione migliore.

Guardo al mondo femminile: pressato e compresso tra precarietà, disoccupazione, mancanza di servizi di sostegno alla conciliazione vita privata-lavoro. Ci ripetono che dobbiamo contribuire al PIL. Ci fanno sentire degli oggetti utili solo per essere adoperati dal sistema produttivo e come welfare in carne ed ossa. Ci hanno promesso tante cose, ma alla fine di tutto restano solo le parole e le richieste di ulteriori sacrifici. Badate bene che si tratta naturalmente di sacrifici che valgono unicamente per coloro che non sono “nate bene”. Le differenze di classe esistono ancora, solo che la discriminante è ancora più subdola, più sfuggente rispetto al passato. Non è solo una questione di genere. Ci hanno consigliato di studiare, ma siamo rimaste esattamente dove eravamo. L’ascensore sociale per noi non è mai esistito, così come non sono mai esistiti i diritti e i servizi. L’unica regola che vale in questo paese è la furbizia, l’inganno e la truffa, l’evasione e il clientelismo. Devi affiliarti e servire qualcuno.

Siamo così ciechi da non accorgerci del punto in cui siamo? Non avete ancora compreso che i diritti e le garanzie saranno ristrette solo per chi non si può difendere e per chi non ha un potere contrattuale? Siamo incredibilmente vicini allo smantellamento di tutte le conquiste ottenute nel secolo scorso. Ci stiamo immolando per la ripresa e non ce ne accorgiamo.

Vorrei che questo primo maggio accendesse i riflettori su tutte le donne che hanno compiuto una scelta, una rinuncia, non per sé, ma per il bene degli altri. Noi donne siamo specializzate in sacrifici, ma non devono essere un’attenuante per chi da sempre ci mette i bastoni tra le ruote. Vorrei che si cancellasse la parola discriminazione. Vorrei che il peso dei sacrifici venisse equamente distribuito, in ogni senso. Vorrei che noi donne trovassimo il modo di essere un fattore di cambiamento, un elemento di stimolo critico al sistema che si è inceppato. Vorrei delle donne con il coraggio di essere se stesse e di alzarsi in piedi per dire che le cose così non vanno e non possono andare.
Vorrei un primo maggio di lavoro della mente, perché la ruggine non ci blocchi e non ci renda servi.

Ringrazio Paola Bucci per l’immagine splendida 🙂

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BUON 1 MAGGIO A TUTT*

mafalda trabajo

Vi auguro un buon Primo Maggio, con questo scritto di Rosa Luxemburg.

 

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L’egocentrismo nascosto in un mantra

Mafalda work

 

Gli aforismi spesso rappresentano un mondo ideale, un’utopia, un sogno di equilibrio assoluto. Ultimamente si sente ripetere spesso la frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”. Il tema mi ha solleticato dopo la lettura di un articolo di Miya Tokumitsu su Jacobin, intitolato In the name of love.

La frase che ho citato viene sempre più spesso applicata al lavoro, con risultati non sempre innocui. Spesso questa mitica aspirazione a seguire ciò che si ama, può portare alla svalutazione di ciò che si fa, insieme a una pericolosa disumanizzazione del lavoratore. In pratica si spinge a cercare di trarre reddito da una cosa che piace, ma in questo modo la si lega al profitto, che non è proprio un modo sano di ragionare.

A chi si rivolge allora questo slogan di vita? Incoraggiandoci a restare concentrati sulla nostra dimensione individuale, fatta di una felicità egoistica, perdiamo di vista gli altri, il loro lavoro, le loro condizioni di vita, in altre parole la collettività. Alla fine di questo processo, ci autoassolviamo da qualsiasi responsabilità nei confronti di coloro che lavorano senza amare ciò che fanno, in pratica di coloro che hanno bisogno di uno stipendio per sopravvivere.

Questa è una visione privilegiata del lavoro, che maschera la sua natura elitaria attraverso l’esortazione a migliorare se stessi e a seguire le proprie inclinazioni. Il lavoro diventa un qualcosa che si fa per se stessi, e se il profitto manca è solo per mancanza di una sufficiente passione. Questo vale per molti lavori intellettuali, creativi: in pratica, se sei un precario e stenti ad arrivare a fine mese, la colpa è solo tua.

Questo tipo di messaggio, che anche Steve Jobs amava trasmettere (vedi il discorso del 2005 ai laureati della Stanford University), è altamente pericoloso e distorsivo per la società, per le scelte di studio, per le giovani generazioni. Come se al mondo non esistessero lavori poco attraenti, ma che mandano avanti la società. Se si applica questo modello, il mondo del lavoro si divide in due categorie, in perfetta scissione classista: quello piacevole (creativo,intellettuale, socialmente rilevante) e quello che non lo è (ripetitivo, non intellettuale, a bassa specializzazione). Colui che fa un lavoro piacevole è di fatto un privilegiato in termini di ricchezza, status, istruzione, peso politico, nonostante sia una minoranza dell’intera forza lavoro.

Il resto del mondo del lavoro assume un valore minore agli occhi dei fautori di questo inno al fa’ ciò che ami e fallo con amore. Vengono cancellati tutti gli apporti indispensabili per consentire ai privilegiati di svolgere il loro lavoro d’oro: chi coltiva i campi, chi assembla per un salario da fame i supporti tecnologici di Jobs, chi trasporta le merci, chi pulisce gli uffici, chi si occupa dei magazzini e delle spedizioni ecc.

Questo è un mondo di sfigati che non sono stati in grado di applicare il mantra di Jobs e dei suoi simili? Questo mascherare il lavoro da amore, impedisce di rivendicare anche i propri diritti per un contratto serio e a una giusta retribuzione, tanto si gode del privilegio di fare un lavoro che si ama e che ti gratifica. Ci sono interi settori nei quali è normale venir ripagati solo in “moneta sociale”, in prestigio. Da questi meccanismi restano naturalmente esclusi tutti coloro che devono lavorare per sopravivere, in pratica la stragrande maggioranza.

Questo meccanismo porta a una società immobile, economicamente e professionalmente, che si autoriproduce sempre uguale a se stessa, perché esclude sempre le medesime voci offerte da coloro che restano esclusi dai circoli dei privilegiati. In questo processo le donne sono fortemente coinvolte, essendo di fatto le peggio remunerate ed essendo numerose in attività quali moda, media e arte e nelle professioni di cura e di insegnamento. In pratica, le donne dovrebbero fare questi lavori, non spinte dalla paga, ma perché naturalmente portate ad essi, come accade da secoli. Inoltre, una signora non dovrebbe mai parlare di soldi. Il mito del fa’ quel che ami è democratico solo in superficie.

Questa filosofia rientra anche nel sogno americano, protestante, dove chiunque si ingegni adeguatamente può raggiungere il successo. Perché sostituire il concetto di lavoro e di fatica con quello dell’amore? Lo storico Mario Liverani ci ricorda che “l’ideologia ha la funzione di presentare allo sfruttato, lo sfruttamento in una luce favorevole, come qualcosa di vantaggioso per gli svantaggiati”. Uno strumento perfetto per il sistema capitalista: distogliendo l’attenzione dal lavoro degli altri e mascherando il nostro con qualcos’altro, non potremo accorgerci della truffa ai nostri danni e per questo non rivendicheremo nulla, non lotteremo per i nostri diritti, non chiederemo di fissare dei limiti allo sfruttamento, non chiederemo che ci venga riconosciuto un giusto corrispettivo, non chiederemo orari compatibili con la nostra vita e la nostra famiglia. Naturalmente, ci saranno anche gravi ripercussioni sulla nostra propensione alla partecipazione politica attiva. Ci vogliono possibilmente inconsapevoli e tutti immersi in questa ideologia per tenerci occupati e separati, segregati nella nostra dimensione individuale.

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