Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Di voucher in bonus bebè

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Siamo tra i Paesi in cui si lavora per più ore al giorno e dove gli straordinari sono una costante. Va da sé che le donne sono le più penalizzate, ma il problema non è solo femminile: avere dei padri assenti non è il massimo, e il fatto che ad oggi il congedo per i padri ammonta solo a due giorni è un palese segnale di uno squilibrio.

Se è vero che un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro porterebbe notevoli benefici in termini di PIL, allora sarebbe utile capirne a fondo tutti i vantaggi. Come in un circolo virtuoso, laddove le donne in età fertile lavorano, si ottiene maggior ricchezza/benessere/sicurezza, con una maggiore propensione a mettere al mondo più figli. Questo dovrebbe portare (in un Paese sano) a sviluppare la domanda di beni e servizi, con conseguente aumento di occupazione e di PIL.

Finora, si è scelto di delegare la conciliazione lavoro-vita privata al faidate: si organizzi chi può, come meglio crede. In pratica si è scelto un liberismo del welfare familiare, con servizi a macchia di leopardo e che nulla fanno per portare avanti un processo di condivisione dei compiti di cura.

 

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Il rispetto che non c’è

Immagine tratta dalla copertina del libro "Non è un paese per donne"

Immagine tratta dalla copertina del libro “Non è un paese per donne”

 

Ho saltato la giornata dell’8 marzo, anche se bollivo in pentola qualcosa. Ho pensato di tornare a parlare quando il brusio e l’eco della giornata si fossero dissolti. Tanto poi si torna nell’ombra e le questioni delle donne tornano sotto il tappeto, insieme alla polvere di una sorta di indifferenza allergica a tutto ciò che non va al suo posto e si ostina, ma guarda un po’, a non andarci. Ma come, non ci aiutiamo da sole? Ma come non ce la facciamo? Ma sì, lasciateci pure dove siamo, dimenticatevi di noi per il prossimo anno, fino alla prossima “festa”. Tanto nel nostro Paese non è obbligatorio rispondere alle domande, alle richieste, non sembra necessario dare conto delle cose che non vanno e che andrebbero sanate. Si può soprassedere, passandoci sopra tra una mimosa e un occhio pesto.

Secondo il recente report di Job Pricing, il trend di presenza di donne nel mercato del lavoro è cresciuto negli ultimi dieci anni, nonostante la disoccupazione incomba e pesi su uomini e donne; preoccupa l’incremento del dato disoccupazionale del 12,1% per la fascia di donne 15-29 anni.

Il gender pay gap, calcolato da Job Pricing nel 2015 sulla base della RAL, vede le donne guadagnare il 10,9% in meno degli uomini, anche considerando la flessione dello 0,7% delle retribuzioni femminili. La media è € 29.985 per gli uomini e € 26.725 per le donne. Secondo i dati Eurostat sul 2014, calcolati sul salario orario lordo medio, l’Italia è all’8° posto su 31 stati, in termini di pay gap. La differenza retributiva è più evidente nei servizi. A pagina 20 sono evidenziati i settori con differenze salariali a favore degli uomini o delle donne.

Siamo più istruite, e questo trend è in crescita, basta guardare il numero di laureati/e.

C’è un dato da brividi, il gender pay gap tra i laureati raggiunge quota 36,3%. Raccapricciante. E non penso che sia destinato a salire il salario delle donne, se partiamo basse non riusciremo mai ad eguagliare gli uomini. A guardare queste medie mi accorgo che ero proprio fuori range, fuori mercato. La mia RAL come consulente ultraspecializzata era da fame, ben al di sotto di quota 25, come se avessi fatto fino alla scuola dell’obbligo. La media come al solito funziona come nelle statistiche dei consumatori di pollo. E poi mi si chiede come mai non ho resistito.

Secondo Manageritalia in collaborazione con AstraRicherche, l’Italia è “al 41° posto su 145 paesi (22° in Europa su 45 paesi) sul fronte delle pari opportunità: gli stereotipi socio-familiari resistono e il 71% degli italiani (50% la media europea) ritiene che gli uomini siano meno competenti delle donne nello svolgimento dei compiti domestici e il 43% (29% media europea) crede che un padre debba anteporre la carriera al doversi occupare dei figli piccoli”. Insomma, con soli due giorni di congedo di paternità retribuito, il futuro sembra roseo, cambiamo con calma la cultura…

Il Centro studi di Bnl In Italia, ci trasmette una nota positiva: nel 2015 il numero delle imprese fondate da donne è cresciuto di 14.352 unità. Mi piacerebbe anche conoscere la longevità di queste imprese.

I dati Ocse ci dicono che una donna su due non lavora.

Questo grafico realizzato da The Economist, che rappresenta l'”indice del tetto di cristallo”, evidenzia bene come siamo posizionati noi italiani.

Italy glass-ceiling index

Italy glass-ceiling index

 

Un diagramma che dal 2013 recupera vari dati di 29 Paesi (l’accesso delle donne all’istruzione superiore, la loro partecipazione alla forza lavoro, retribuzioni, programmi di alternanza studio-lavoro, la rappresentanza nel senior management, i costi di cura dei bambini, e da quest’anno la misurazione dei congedi di maternità/paternità retribuiti) evidenzia i punti deboli italiani. Non occorrono commenti. Vorrei solo evidenziare l’arretratezza sui congedi di paternità retribuiti. Numerosi studi dimostrano che laddove i neo-papà prendono il congedo parentale, le madri tendono a reinserirsi nel mercato del lavoro, l’occupazione femminile è più alta e il divario di reddito tra uomini e donne è più basso. I nostri due giorni sono veramente ridicoli. L’idea di fondo è che applicando periodi di congedo similari, si riduce il divario di carriera tra uomini e donne, e lo slittamento di carriera tra le donne in età fertile è ridotto. Ma le culture sono difficili da cambiare e lo sappiamo che è principalmente un fattore culturale che impedisce la risoluzione di questo tipo di gap. Inoltre, sappiamo benissimo quanto può costare anche agli uomini richiedere le ore di allattamento o i congedi, non sono rari i casi di neo-papà mobbizzati che si sono rivolti alla Consigliera di parità per essere tutelati e che sono andati in causa per questo tipo di discriminazioni.

A tal proposito, anche l’OCSE dedica il suo policy brief di marzo al tema del congedo di paternità. Sul grafico risulta ancora la vecchia normativa di un giorno retribuito, ma la sostanza non è cambiata.

paternità

 

Il mondo del lavoro italiano vede ancora come una sciagura la genitorialità, che porta con sé i compiti di cura e di accudimento che devono essere condivisi. Diventare genitori non può essere percepito come un disastro dal datore di lavoro, ma va gestito, va sostenuto, va organizzato. Due son le cose, o non si è capaci o non si ha la minima intenzione di progredire verso un modello più sostenibile di lavoro e produzione. La ri-produzione sembra restare “roba da femmine”, considerate ancora individui di secondo livello, sacrificabili e alle quali si chiede di sacrificarsi.

L’Unione Europea continua a produrre report, roadmap, suggerimenti per raggiungere un equilibrio di genere. Da ultimo questo documento della Commissione Europea “Impegno strategico per la parità di genere 2016-2019” , frutto di una consultazione pubblica e di una valutazione dei punti di forza e di debolezza della Strategia per la parità tra donne e uomini (2010-2015). Esso identifica più di trenta azioni chiave da attuare in cinque settori prioritari, con scadenze e indicatori per il monitoraggio. Inoltre, si sottolinea la necessità di integrare una parità di genere nella prospettiva di tutte le politiche dell’UE, nonché nei programmi di finanziamento comunitari. La Strategia del 2010-2015 focalizzava la sua azione su queste macroaree:

– pari indipendenza economica per le donne e gli uomini;

– parità delle retribuzioni per un lavoro di uguale valore;

– parità nel processo decisionale;

– dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne;

– promozione dell’uguaglianza di genere fuori dai confini dell’UE;

– questioni orizzontali (ruoli di genere, strumenti normativi e governativi).

Sono stati compiuti passi in avanti, come ad esempio, il più alto tasso di occupazione mai registrato per le donne (64% nel 2014) in UE e la loro crescente partecipazione ai processi decisionali in ambito economico. Tuttavia, questa tendenza al rialzo è compensata dalla disuguaglianza persistente in altre aree (retribuzione).

Nel suo programma di lavoro, la Commissione ha ribadito il suo impegno a continuare il lavoro di promozione della parità tra uomini e donne. Ciò significa mantenere al centro della politica di parità di genere le cinque aree tematiche prioritarie esistenti:

1. incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e degli uomini;

2. riduzione del divario retributivo e pensionistico di genere, quindi lotta alla povertà tra le donne;

3. promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale;

4. lotta contro la violenza basata sul genere e la protezione e il sostegno alle vittime;

5. promozione dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne in tutto il mondo.

 

Qui di seguito una presentazione riassuntiva sugli obiettivi che si intendono raggiungere:

Altro aspetto rilevante è l’integrazione di una prospettiva di genere in ogni tipologia di intervento UE. Naturalmente è necessario assicurare anche un finanziamento di queste politiche per raggiungere una parità di genere, cooperando strettamente con tutti gli attori responsabili.

Fin qui un mondo ideale, in cui tutto può migliorare e volgere al meglio. E tanti Paesi europei sono sulla buona strada, quanto meno ci provano.

Che dire sull’Italia, dove le pari opportunità sono relegate nell’angolino, non meritevoli neppure di un dicastero dedicato? Che dire del clima che si respira nel Bel Paese medievale degli attacchi quotidiani alle donne? Il cammino per noi è tutto in salita.

Dopo la campagna disgustosa per il referendum sulle trivelle, che non linko perché preferisco non rilanciare simili livelli di disumanità e di degrado culturale, leggo un’altro esempio di tale degrado. Inqualificabili e di una violenza inaudita i metodi con cui in questo Paese ci si rivolge alle donne. Solidarietà a Patrizia Bedori e a tutte le donne che quotidianamente ricevono attacchi sessisti, misogini e indegni di un Paese civile. Chiaramente si tratta di un grosso ritardo culturale e di una sorta di resistenza al cambiamento. Trovo altrettanto grave quanto detto da Bertolaso a Giorgia Meloni. Noi donne, come gli uomini, possiamo fare ed essere tante cose, rivestire più di un ruolo nonostante ci sia ancora chi ci vuole mantenere in determinati ruoli e ghetti. Non ci lasceremo ingabbiare e fregare ancora. Possiamo scegliere di avere più ruoli, anche diversi nelle varie fasi della nostra vita, ma assegnarci un destino in quanto donne è violenza. Insultare e considerare una donna inadeguata perché non conforme a un canone che ci vuole tutte giovani e belle, è violenza. E questo purtroppo avviene anche da parte di molte donne che hanno interiorizzato questa mentalità. Mi sembra che gli attacchi si moltiplichino. A quando un Paese che sappia esprimere e praticare rispetto verso le donne? Quando capiremo che il benessere e la realizzazione piena delle aspirazioni delle donne porta vantaggi per tutti? Se partecipano le donne progredisce tutto il Paese, se non partecipano resterà quella provincia sperduta, arretrata, distante anni luce dalla civiltà e da una cultura del rispetto. La nostra partecipazione a tutti gli aspetti della vita culturale-sociale-economica-politica dell’Italia è fondamentale se vogliamo competere e crescere.

Qualche giorno fa avevo pubblicato questo appello per la mia zona, per sostenere la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e nelle istituzioni di ogni livello. A quanto pare il mio auspicio è più che attuale.

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Non è giunto forse il momento di chiedere rispetto?

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Non è giunto forse il momento di chiedere rispetto? Rispetto per i numerosi problemi che affliggono le donne e che giacciono accantonati, assieme alle Pari opportunità, ancora saldamente nelle mani della Presidenza del Consiglio.

Nella legge di stabilità 2016 gli stanziamenti per le Pari Opportunità subiscono un taglio di 2,8 milioni di euro l’anno nel triennio 2016-2018.
Nel 2018 gli stanziamenti passeranno dai circa 28 milioni previsti inizialmente per il 2016 (e ridotti a circa 25) a 17.597.000.

Da settembre manca il direttore dell’Unar (un organismo del dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri che vigila sulle discriminazioni e lavora per rimuoverle). Anche i 15 esperti che curano i progetti e molte delle attività dell’Unar non ci sono più. Questo ha una ricaduta non da poco: sono fermi circa 50 milioni di euro di fondi comunitari (FSE). La consigliera Giovanna Martelli non ha rilasciato dichiarazioni. Leggiamo su L’Espresso: “È una questione amministrativa», riferisce l’ufficio comunicazione del dipartimento, «una decisione che spetta a palazzo Chigi».

E’ fresca di qualche giorno la notizia che riguarda Giovanna Martelli, consigliera di Parità del governo Renzi, che abbandona il suo incarico e il PD. La ricostruzione dei fatti ce la riferisce Marina Terragni qui.

Sembra che siano in atto trattative per far tornare Martelli sui suoi passi, ma da quanto riporta Terragni, un ministero ad hoc non sarebbe tra le condizioni precise che Martelli sta ponendo: “Non credo che sarebbe lo strumento più efficace”.

Allora, chiedo, cosa intendiamo fare di fronte a una assenza di un ruolo che funga da capo di una cabina di regia, sempre attivo e capace di pungolare il Governo sui temi  e sulle questioni più urgenti relative ai diritti delle donne? Non sappiamo cogliere questo momento critico per chiedere finalmente una ministra per la salvaguardia dei diritti delle donne? Possibile che ci si è assestati sul colore rosa che ha acceso questo parlamento ma che nei fatti non ha prodotto significativi risultati? Possibile che le questioni prioritarie debbano essere sempre altre? Possibile che non si riesca a riconoscere l’importanza di una ministra che sappia dialogare e lavorare con il relativo dipartimento, che non risulti come un corpo estraneo nei lavori dipartimentali? Possibile che si lasci cadere questa opportunità? Qualcuno può farci capire cosa sta accadendo in maniera sincera, trasparente? Perché, una cosa è certa, di manovre di Palazzo siamo stufe. Siamo stufe di promesse e di briciole senza progetti strutturali e organici. Se davvero il benessere della società e dell’economia dipende dal benessere delle donne e dal superamento delle discriminazioni di genere, diamo corpo a questa verità innegabile, sostenendo il cambiamento e il progresso di questa nostra Italia, per una volta dalla parte delle donne. Dalla parte delle donne, perché nessuno deve strumentalizzare le nostre istanze e i nostri problemi. Lo chiedo alle istituzioni e a tutti i corpi intermedi che possono fare massa critica in questi momenti, che possono dare un segnale di attenzione e fare pressing affinché la situazione si sblocchi veramente, nella sostanza dei fatti.

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Il mondo delle donne

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La storia di un consultorio, nato dal vento del femminismo. La mia recensione (corredata da qualche riflessione personale) del libro Il mondo delle donne – storia del primo consultorio autogestito nel movimento di liberazione femminile, Pina Sardella, 2014 Mimesis, un testo che mescola la storia mondiale e italiana con quella del CPD, centro problemi donna.

L’idea di partenza è semplice, ma innovativa: “uno spazio in cui le donne potessero incontrarsi liberamente, ma anche trovare qualcuno che le ascoltasse singolarmente e cercasse di aiutarle a risolvere i loro problemi.” E’ l’intuizione di Gabriella Parca, che entusiasma anche l’altra anima del Centro problemi donna, Erika Kaufmann. L’idea prende forma nel 1973, periodo di grande fervore, sperimentazioni, coraggio. Consideriamo che non esistevano ancora i consultori pubblici e che era tutto da inventare. Un centro per tutte le donne, per diffondere consapevolezza sui propri diritti. Era proprio questo che faceva paura all’assetto patriarcale, in un contesto in cui gli unici centri di ascolto erano confessionali.

 

 

Per leggere l’intero articolo, continua su Dol’s Magazine:

http://www.dols.it/2015/11/18/il-mondo-delle-donne/

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Questione di colloqui

questione di colloqui

 

Il mio nuovo post per Mammeonline.net in cui parlo di discriminazioni in fase di colloquio e del nostro strano paese.

Qui un estratto:

Leggendo questa storia di Paola Filippini, respinta al colloquio di lavoro per una domanda sui figli, sparsa ovunque sui media, mi vien da dire che siamo un popolo strano.
Strano che ce ne accorgiamo solo ora… dopo anni che è così, ne abbiamo raccontate di storie simili, mi piange il cuore che ci si sorprenda come se fosse una novità. Una novità da consumare e da mandare presto in soffitta, come tante altre storie.

La verità? Non abbiamo interlocutori, c’è un falso interesse attorno a questi problemi, che non riescono a diventare “politici” e restano nella dimensione personale. E domani tutto tornerà come prima. Sono sgomenta di fronte alla facilità con cui voltiamo pagina. E poi si dovrebbe raccontare anche della quasi totale assenza di solidarietà femminile in queste circostanze e non solo.
Siamo sempre fermi alla singola storia che spiega e non spiega allo stesso tempo. Non spiega perché si resta confinati nell’esperienza “personale” e non consente di sentire questa come parte di un problema più ampio, complesso e collettivo.

Continua a leggere l’articolo completo su Mammeonline.net:

http://www.mammeonline.net/content/questione-colloqui

 

Nel frattempo è arrivata la notizia di un emendamento alla legge di stabilità, in tema di congedi di paternità obbligatori.. Consiglio questo bel post di Federica Gentile di Ladynomics! Dai sogni spesso nascono grandi e importanti cambiamenti! Passo dopo passo..

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Non solo dimissioni in bianco, c’è bisogno di infondere un respiro d’innovazione alle politiche che riguardano le donne

@ Olimpia Zagnoli

@ Olimpia Zagnoli

 

Nel mio nuovo articolo per Mammeonline.net sono partita da un’analisi sulle politiche a favore dell’occupazione femminile, per ragionare più ampiamente della zavorra che ci impedisce in vari ambiti di spiccare il volo e di avere pari opportunità nella vita. BUONA LETTURA! 🙂

Un estratto:

Per poter fare politiche organiche, strutturali, che abbiano impatti significativi e positivi sulle nostre vite, occorre una regia che conosca bene la materia e che sappia recepire i suggerimenti degli organismi internazionali che studiano tutti i fattori che aiutano le donne a lavorare. Per fare questo occorre non tagliare i fondi e le risorse al Dipartimento delle Pari Opportunità, alla ricerca universitaria in materia, e costituire un Ministero specifico, perché non è solo un fattore simbolico, ma deve servire da organismo permanente, il cui ministro possa sedere nel governo e partecipare alle sue attività, dando apporti e suggerendo i giusti correttivi in ottica di genere all’azione politica governativa.

È necessario un radicale cambiamento nella cultura imprenditoriale. Insomma, le idee e le alternative ci sono, basta avere il coraggio e la lungimiranza per sperimentarle e applicarle.
Noi donne quindi non dobbiamo mai dimenticarci di lottare, in prima persona, perché non è sufficiente avere “il Parlamento con la più grande rappresentanza femminile nella storia”, occorre capire se quelle donne sanno e sapranno rendersi autonome rispetto agli uomini e portare avanti politiche per le donne, per migliorare la vita di tutte le donne, non solo quelle che viaggiano nella troposfera dei ruoli apicali. Non voglio più sentire che un’ottica di genere non è necessaria, perché si è visto quali svantaggi porta la delega a persone che non ne sono dotate e non mettono in campo questo tipo di approccio alle problematiche delle donne.
Carla Lonzi diceva: “Sul mio corpo passano tutte le tempeste, non c’è cosa che io non capisca a mie spese.” Questo vivere sul proprio corpo, sulla propria pelle, questo fa la differenza quando ci dobbiamo mettere al lavoro per correggere le tante, troppe cose che ancora non rendono questo paese a misura di donna.
Una classe politica di donne (che si collocano a sinistra) composta per lo più da persone che prendono le distanze dal femminismo, che dichiarano candidamente di non provenire da quella storia, quasi a volerne segnare la distanza, sono il segnale di uno smarrimento culturale enorme. Quindi una domanda è: come ricostruire un background culturale solido e recuperare le nostre radici, un humus necessario per proseguire? Perché chiaramente procedere senza passato porta solo ad una navigazione a tentoni, come se si dovesse partire da zero.
I nostri diritti conquistati con tanta fatica, la nostra emancipazione (reale o presunta, parziale o completa?), la nostra partecipazione e i nostri contributi alla “cosa pubblica”: quanto corrispondono a un nuovo tessuto, a nuove forme di vita e di relazioni, a un sovvertimento di regole secolari, e quanto invece sono stati dei risultati mutuati attraverso concessioni maschili, quanto e se sono stati effimeri, quanta parte di essi abbiamo lasciato cadere dopo i primi segnali di cambiamento e che non abbiamo curato a sufficienza, quanto delle nostre lotte abbiamo delegato nelle mani sbagliate e perché abbiamo scelto di delegare e di accontentarci?

 

L’ARTICOLO COMPLETO SU Mammeonline.net

http://www.mammeonline.net/content/non-solo-dimissioni-bianco-c-bisogno-infondere-respiro-dinnovazione-alle-politiche-che

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Un cuore che si ferma

 

La storia di Paola, di Mohamed e di tutti i braccianti che hanno perso la vita nei campi ci riporta alla realtà, ci costringe a guardare in faccia cosa sia il lavoro in agricoltura, oggi, 2015, Italia.

Nonostante ennemila leggi sul lavoro, sulla sicurezza, sui contratti. Nulla sembra scalfire il vuoto di tutele e il caporalato che affliggono l’agricoltura made in Italy, dai pomodori alle olive. Perché fare agricoltura non è fare l’imprenditore agricolo. Ricordiamoci il sudore di chi nei campi ci lavora sul serio. Non è l’orticello borghese sul balcone o il giardino pensile pensato da qualche architetto e venduto caro. Stiamo parlando di un sistema che si regge in gran parte solo grazie alle sovvenzioni europee, composto da tanti italiani che figurano come braccianti ma non hanno mai toccato una zolla di terra, gente che riceve tot euro dall’UE per ogni pianta presente nel suo appezzamento. Ci sono interi campi che vengono piantati e poi non si procede nemmeno alla raccolta, perché sarebbe troppo oneroso. L’agricoltura ha spesso questo volto: semino, ma non raccolgo, tanto mi basta dimostrare che coltivo. Fiumi di denaro che arrivano sì, ma evidentemente nelle tasche sbagliate. Non faccio fatica a chiamarli criminali, perché le morti e lo sfruttamento neo-schiavista sono questo. Ci sono caporali e caporale: non ve li immaginate come personaggi alieni. Nella vita di provincia sono il gancio per racimolare qualche soldo, naturalmente senza nessun tipo di sicurezza e di garanzia. Prendere o lasciare. Per molti questa è considerata una cosa normale, inevitabile, per qualcuno sono anche dei benefattori. Ci sono anche “caporali” mogli di professionisti, gente che gestisce il patrimonio terriero di famiglia, insomma un tessuto umano variegato. In paese godono di tutto il rispetto e la stima possibili. Ne conosco di casi, di persone che hanno usufruito di tutti i sussidi sociali possibili, i cui mariti professionisti affermati sono fieri di andare in giro a dire che non si possono pagare tutte le tasse, che è un salasso ingiusto. Gente che si muove benissimo tra le maglie di leggi e di regolamenti pieni di scappatoie. Ci sono caporali italiani e stranieri. Alcuni lavorano a stretto contatto con le cooperative agricole, perché la rete è essenziale, in questo l’organizzazione non manca. Ci si muove anche semplicemente tra conoscenze. Son coloro che figurano con un reddito quasi inesistente, fanno manbassa di agevolazioni statali, niente tasse, niente contributi per la scuola, semi-sconosciuti al fisco. E poi ci sono coloro che per una manciata di euro si spaccano la schiena e rischiano di morire nei campi. A loro non resta molto, ma in certi contesti non ci sono alternative e ci si adatta. La storia di Paola ha risposto a tutti coloro che cianciano e sostengono che il lavoro c’è, basta sacrificarsi. Paola quel sacrificio lo ha fatto, ma chiediamoci a che costo. Paola che non vedrà mai crescere i suoi figli, lei come tanti altri che sono considerati semplicemente degli strumenti di un’agricoltura che non è mai maturata e non si è mai affrancata da metodi disumani e schiavistici. Da Andria a Ragusa, a Nardò, lungo il nostro stivale, per tutte le donne e gli uomini sfruttati, vittime di violenza o che hanno perso la vita in questo inferno che è l’agricoltura A.D. 2015.

Non è il km0, il bio o le mele DOP coltivate lungo l’autostrada, queste sono solo le ultime forme imbellettate e narcisistiche di un’agricoltura in asfissia totale: di regole, di rispetto dei diritti umani e di onestà. Questa è la nostra brutta Italia, questa nell’anno di EXPO che parla di cibo. Un cibo ripieno di violenza. In un silenzio indifferente, rotto solamente quando ormai non c’è più nulla da fare. E dopo poco si continua, facendo finta di niente. Mai come in queste occasioni ci sta un: “che paese di m*!”

La nostra indifferenza mantiene in piedi un sistema criminale e bastardo, che pensa che qualcuno sia più sacrificabile di altri. Agli sfruttatori dico: quei soldi di cui vi riempite le tasche sono pieni di sangue e quel cibo che producete pure. Vigliacchi che poi inneggiate al “sano” e solidale made in Italy!

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In Rai arriva la nuova presidenta

Monica Maggioni

 

Le mie considerazioni sulla recente nomina alla presidenza Rai. Qui uno stralcio:

In lei ho più volte riscontrato una “normalità” stilistica che impedisce di incidere veramente nella realtà dei fatti, in un tempo in cui l’informazione è appiattita e meriterebbe più coraggio. Quel coraggio di osare, di cambiare che io mi aspetto sempre da una donna, soprattutto quando raggiunge una posizione apicale.
Mi piace pensare che ci sorprenderà. Me lo auguro per un servizio pubblico che è in una condizione di asfissia quasi generalizzata. Buon lavoro Monica!

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Donne Resistenti

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In questa giornata, desidero ricordare un pezzo di storia della mia città e quartiere di adozione.

Nella puntata del novembre del 1978, nel corso della trasmissione radio curata da Rossana Rossanda sulle parole della politica, Lidia Menapace, staffetta partigiana e femminista, si chiede quanto donne simili a lei, partigiane riconosciute, staffette più o meno politicizzate, inserite nella resistenza visibile, poi magari dopo la Liberazione impegnate politicamente in qualche amministrazione pubblica locale o nazionale, o nella Costituente (21 donne), siano rappresentative delle tante altre che stavano ai margini, ai fianchi, alle spalle dei partigiani. Donne il cui sostegno è stato taciuto, non nel senso che non si sia detto che c’era, ma che non hanno volto, spesso, né nome, né identità riconosciuta. La cancellazione e l’oblio sono in qualche modo una violenza silente nei confronti di queste donne che si sono spese per cambiare il loro Paese e la storia. È di queste donne che mi preme oggi parlare. Così come dobbiamo interrogarci su come si può valutare l’eco di quanto compiuto da queste donne, dopo la Liberazione, fino a giungere ai nostri giorni. Per ridestare, riscoprire il passato e misurarlo con ciò che accade oggi. Per dare una prospettiva di genere a quegli anni.
I libri di testo, di storia, le antologie ecc. soffrono spesso di una sotto-rappresentazione delle donne, figure a volte legate solo al ruolo di cura. Come se all’umanità mancasse un pezzo, come se alla storia fosse stata sottratta la memoria delle donne del passato. Dimenticandoci delle tante donne che hanno saputo incidere nella storia e contribuire al progresso del genere umano. Forse sarebbe il caso di intervenire e di correggere questo aspetto con maggior convinzione e sistematicità, non affidandosi esclusivamente alla buona volontà di qualche insegnante, che si impegni ad “integrare”.

Un ricordo per “Mariuccia” che ha perso la vita in via Airaghi:

 

Maria-Cantù-Giustizia-e-libertà-definitivo

 

Ringrazio Giuliana Cislaghi che nel suo saggio “Baggio antifascista” (dal quale è tratta la foto di apertura di questo post), ha riservato un capitolo ai Gruppi di difesa della donna.
I Gruppi di difesa della donna nacquero a Milano nel novembre 1943 col compito di assistere i partigiani, le famiglie dei deportati, di sabotare la produzione, di partecipare all’organizzazione degli scioperi nei luoghi di lavoro per ottenere la parità salariale. Ieri come oggi.
L’organizzazione, strutturata come cellula cospirativa, era aperta a tutte le donne, di ogni ceto, fede religiosa e tendenza politica: “se ovunque prevalevano le donne comuniste, a Baggio lo erano tutte”.
Si è calcolato che in Italia ci fossero 70.000 donne, 900 a Milano divise in 60 gruppi. Al momento della Liberazione si contavano 3.400 donne a Milano, divise in 184 gruppi operanti soprattutto in città. Molte di loro erano anche staffette, informatrici, infermiere, addette stampa, portatrici di armi, combattenti: 35.000 furono insignite del titolo di partigiane (lotta armata prima del 24 aprile 1945), 30.000 patriote (per aver collaborato alla Resistenza senza aver mai partecipato ad azioni armate), 4.653 arrestate, 2.750 deportate, 2.500 cadute, 19 insignite della medaglia d’oro.

La responsabile dei Gruppi di difesa della donna di Baggio era Pina De Angeli: a casa sua era il recapito della stampa clandestina, parola d’ordine “è arrivato il carbon coke metallurgico?”, perché di professione carbonaia, non dava nell’occhio quando riceveva tanta gente. Il primo nucleo era formato da: sua sorella Maria, le nipoti Gianna e Carla Beltramini. Alla fine della guerra il gruppo contava circa 20 donne: Ida Deola Savoia, Maria Abico, Enrica Bassi, Carmelina Lovati, Carmela Ravelli, Emma Quinteri, ecc

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Tutte correvano rischi enormi. Le sorelle Beltramini facevano comizi volanti nelle fabbriche (Borletti, Salmoiraghi, CGE), scappando via velocemente in bicicletta con qualche gappista, per non essere scoperte. In occasione dell’8 marzo 1944 attaccarono manifesti dappertutto, la carta era quella dei sacchi di cemento e la colla era fatta con la farina.

Le donne di Baggio erano attivissime per protestare contro la carenza di viveri di prima necessità, arrivarono a portare le loro rivendicazioni fino a Palazzo Marino. Pina Locatelli e Tilde Sacchi erano due di loro.
Durante gli inverni del 1943 e 1944, il 4 novembre, delegazioni femminili andarono a portare garofani rossi a Musocco, sulle tombe dei partigiani. Era estremamente pericoloso, ma lo sentivano come dovere morale.
Il lavoro maggiore consisteva nel reperire fondi, viveri, medicinali, tabacco da inviare ai partigiani di montagna: il luogo di raccolta era il magazzino della carbonaia in via Rismondo 34.
Vogliamo ricordare che la stampa clandestina era di solito un solo foglio sottilissimo stampato su una sola facciata (giornali murali): l’Unità, Il Combattente (notiziario dei partigiani), Noi Donne (il giornale dei GDD, che è stato l’organo di stampa ufficiale dell’UDI fino al 1990, ancora oggi diffuso in abbonamento), La Fabbrica (pubblicato dalla Fed. Milanese del PCI). Questo materiale veniva poi distribuito in via Scanini dagli Abico, durante il giorno di mercato da Marina Volpi, da Nino “Sampeder” che pur non essendo comunista collaborava volentieri. I fogli venivano nascosti ovunque, in cantina, nel tubo della stufa.

 

noi donne luglio 1944

noi donne agosto 1944

 

Non potremmo comprendere appieno la partecipazione e l’intervento attivo delle donne nelle lotte di liberazione nazionali, senza tracciare le linee dei mutamenti della condizione della donna negli anni Trenta. Le dittature ponevano al centro l’Uomo, riservando alla donna un ruolo tradizionale di cura, tra le mura domestiche, di madri (vedi la politica demografica, i figli alla patria), la sacralità delle “mamme dei soldati”. Il codice penale Rocco considerava il controllo delle nascite un attentato all’integrità della stirpe. Una legge del 1927, stabilì che il salario delle donne, a parità di mansioni dovesse essere il 50% di quello maschile, che non dovessero essere assegnate cattedre alle donne nei licei, che non potessero ricoprire il ruolo di preside, che le tasse scolastiche per le ragazze fossero più elevate. Nel 1938 arrivò una legge che prevedeva massimo il 10% delle donne negli uffici, nessuna donna nelle aziende con meno di 10 dipendenti.

Nei Paesi democratici le cose iniziano a cambiare: riduzione delle nascite, intervento dello stato nel sostegno alle famiglie, sanità diffusa, maggiori servizi, espansione dei consumi, aumento dei salari, riduzione del tempo di cura e da dedicare alla procreazione.

Durante gli anni della guerra la condizione femminile cambia molto: le donne lavorano, spesso sono capofamiglia, procurano cibo, rifugi, prendono il treno per la prima volta per sfollare, girano per i comandi tedeschi e fascisti alla ricerca di notizie dei loro uomini. Tutto questo non significa un reale capovolgimento dei ruoli, semplicemente un cambiamento temporaneo. Il ruolo maschile tradizionale verrà riaffermato dopo la fine della guerra. Ma nel frattempo qualcosa sarà cambiato per sempre: con il suffragio universale, con il matrimonio solidale e egualitario, l’emancipazione è avviata e inarrestabile. Il Femminismo degli anni ’70 è stato il punto più alto di questa rivoluzione.
Ma ai giorni nostri, in tempi di crisi economica, il lavoro gratuito delle donne torna a far comodo, (occorre anche interrogarsi cosa accade quando a perdere il lavoro in famiglia è l’uomo), in una società dove si fa ancora fatica a mettere a fuoco e a far valere i diritti del secondo sesso, come se le donne fossero sempre un passo indietro agli uomini, con un peso minore.
Così, nella loro (ma anche nella nostra) testa, gli uomini conservano “una certa superiorità rispetto le donne”. Si rischia di tornare a una restaurazione di un “nuovo medioevo”, come sostiene la psicologa newyorkese Carol Gilligan : “gli uomini fanno la guerra (le grandi imprese) mentre le donne sono relegate nell’altruismo della cura”. Eppure il femminismo, secondo la Gilligan, è liberazione, è “una forza che trasforma le vite sia degli uomini che delle donne”. Il suo è un “femminismo non di genere”, non è femminile. “L’etica femminile conserva la struttura patriarcale”, mentre “l’etica femminista porta a una trasformazione necessaria alle società democratiche”. Il “prendersi cura” è auspicabile che si allarghi anche agli uomini. Obiettivo non facile, ma a cui tutti e tutte dobbiamo tendere.
La società si evolve e ci si augura che le giovani generazioni sappiano rifiutare di conformarsi a un modello imposto, a un ruolo sociale di stampo patriarcale, a un sistema di idee e valori che cade dall’alto. Come partigiane moderne dobbiamo essere in grado di osare, di rischiare e di difendere la libertà e i diritti acquisiti. 
I diritti non sono acquisiti per sempre, occorre vigilare e tornare a difenderli periodicamente tutti. Dobbiamo trasmettere di generazione in generazione l’importanza dei diritti tanto faticosamente conquistati. Dobbiamo trasmettere gli anticorpi della democrazia e dei diritti.

 

Fonti bibliografiche
Baggio Antifascista – di Giuliana Cislaghi. Ed. 2005
In guerra senza armi. Storia di donne. 1940-1945 – di A. Bravo e A.M. Bruzzone. Ed. Laterza 1995
 
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Dove ci siamo rintanate?

le donne in lotta

 

Questo post nasce dall’esigenza di porre qualche domanda. Tutto nasce dall’ennesima manifestazione dei movimenti No-Choice a Milano, dal titolo “NO194 per l’abrogazione referendaria della legge 194” (qui). Per l’ennesima volta, in occasione di questo corteo che sfilerà per la città, si sono organizzati I sentinelli per una contro-manifestazione. Io li ringrazio per il loro sostegno alla causa in difesa della 194, ma questa è anche l’occasione per fare qualche riflessione. Non che manchino le mobilitazioni e i progetti di donne per le donne, penso ad esempio a Consultoria Autogestita, ma manca un respiro più ampio, che sappia abbracciare un gran numero di persone, che sappia fare informazione, approfondimento, insomma diffusione di consapevolezza tra le donne. Non mi aspetto i grandi numeri, ma almeno che si incominci a recuperare una progettualità comune, a piccoli passi, tornando a rioccuparci delle nostre questioni, in modo più assiduo e meno frammentario.
Mi chiedo, a quando una mobilitazione delle donne sui diritti delle donne? Io questa mancanza la sento. Non so voi, ma mi sento orfana. Orfana perché non c’è una rete di riferimento tra donne, ognuna sembra rintanata nella propria dimensione personale, reale o virtuale, estesa al massimo alla cerchia delle proprie amicizie. Orfana perché ultimamente ho chiesto a una politica del mio partito, che siede in direzione nazionale, di organizzare iniziative sistematiche e periodiche sulla 194 e sul macigno dei numeri dell’obiezione di coscienza. Risposta: “le abbiamo fatte”, ma tutto sommato non servono, quindi sembrerebbe un approccio da abbandonare. Quindi il silenzio è la soluzione?! Ricordo che la 194 è stata sostenuta anche da una base esterna, donne che hanno appoggiato la legge, che si sono fatte sentire. Forse non è più tempo di mobilitazioni? Dobbiamo seguire un iter istituzionale e sperare che questo vada a buon fine? Non sarebbe il caso di farci sentire comunque, a cadenze periodiche, e magari attivarci perché quella volontà politica che al momento manca (così si dice, ho l’impressione che a volte sia un alibi) si crei? Personalmente non ci sto ad assumere una posizione rinunciataria. Le cose si cambiano insieme, se vogliamo investire in sinergie positive e fruttuose. Altrimenti sono solo chiacchiere. Io e altre ci siamo e siamo a disposizione. I No-choice scelgono di organizzarsi e noi ci frammentiamo e ci disperdiamo? Siamo così certe che la nostra società attuale abbia anticorpi a sufficienza per bocciare la loro campagna referendaria abrogativa della 194? Oppure possiamo e dobbiamo sensibilizzare le donne che poco sanno fino a che non vivono sulla propria pelle i risultati di anni di disinvestimento nei consultori pubblici e laici, di obiezioni di struttura e di strane linee guida divergenti (vedi l’obbligo di prescrizione per la pillola del giorno dopo e non per quella dei 5 giorni dopo)? Dobbiamo tornare a curare l’aspetto comunitario, superare le grida e gli slogan, superare i messaggi e gli annunci da campagna elettorale perenne, dobbiamo tornare ad occuparci della sostanza, della riflessione, che non può essere ridotta alla mera piazza virtuale. Il Web serve a collegare velocemente le persone, ma per affrontare la complessità occorre qualcos’altro. Dobbiamo tornare a guardarci in faccia, riunirci periodicamente e invitare tutte a sentirsi parte del progetto. Non è stato fatto tutto e anche se così fosse, oggi potremmo perderlo di nuovo, anzi qualche diritto è già incrinato. Dobbiamo tornare ad essere “scomode”, come ho più volte detto. Scomode significa porre domande nuove, complesse, critiche, restare lì senza mollare, pretendere risposte serie e non pannicelli caldi. Significa essere intrecciate tra di noi, sì donne originali, ognuna con la propria personalità e individualità, ma capaci di un discorso unitario che amplifichi le istanze di ognuna, e renda significativa la nostra voce. Non significa ammazzare la molteplicità dei femminismi di oggi, semplicemente occorre recuperare una capacità di incidere sulla politica, facendo politica, occupando gli spazi pubblici o privati, riempendoli della nostra prospettiva, altrimenti quello spazio sarà vuoto o mancherà del nostro sguardo sulle cose e sui temi che più ci coinvolgono. Manca una voce ferma e presente, capace di mobilitarsi costantemente e che non venga ingurgitata da un certo modo di far politica per annunci e offerte imbellettate. Perché non costruire proposte strutturate per una società e un’economia a misura anche di donne? Non ci ascolta nessuno perché siamo disperse. Non ci siamo. Non siamo riconoscibili come interlocutrici, non siamo in grado di incidere sulla politica istituzionale perché per prima cosa rifuggiamo dal tessere un dialogo costruttivo tra di noi. Piuttosto alcune di noi preferiscono abbracciare una collaborazione con gli uomini, a volte altamente pericolosa e difficile da gestire senza ricadere in pratiche vecchie di secoli. Di cosa abbiamo timore, di non farcela, che il lavoro tra donne sia inutile e improduttivo? Abbiamo paura di sembrare fuori dal mondo, quel mondo dipinto a immagine e somiglianza maschile? La soluzione non è partecipare ai tavoli intellettualoidi politici, entrare nelle maglie della politica istituzionale appuntandosi sulla giacca l’etichetta femminismo, questo è veramente un gioco sporco se lo si fa per puro opportunismo e si è disposti a dimenticarsene una volta raggiunto l’obiettivo personale. Questo non è femminismo, è semplicemente strumentalizzare una galassia di movimenti a fini personali. Cerchiamo di non cadere nella trappola.

Ultimamente ho la sensazione che anche l’attivismo sia diventato un prodotto commerciale come un altro. L’esserci come campagna pubblicitaria del sé, per cui è importante apparire, comparire con il proprio volto, con il proprio nome ecc. L’attivismo per gonfiare il proprio ego e giustificare il proprio vuoto di idee. L’attivismo e la partecipazione personale come etichette di un grande mercato in cui anche gli ideali sono merce, business, ingurgitati da una macchina propagandistica e autoreferenziale. L’esserci non per convinzione e impegno personali per una causa, ma finalizzato a una affermazione del sé e come garanzia di un trampolino, perché no, anche professionale. Vi risulta? Tutto fa brodo, e il femminismo non è immune da questi personaggi. Purtroppo.

Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole rischiamo di essere assorbite da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.

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42.000

lavoro

 

Un numero non piccino, uno di quelli che dovrebbero far tremare il terreno della politica. Scorgete qualche movimento tellurico? Sono le donne perse in un mese secondo l’ISTAT (QUI). Questo il dato di febbraio della perdita di occupazione. Altro che gli obiettivi di Europa 2020: “la strategia Europa 2020 per fare dell’Europa una economia intelligente, sostenibile e inclusiva comporta obiettivi ambiziosi, quali il tasso di occupazione del 75% e la riduzione di almeno 20 milioni del numero di persone colpite o a rischio di povertà e di esclusione sociale entro il 2020, che possono essere raggiunti solo se gli Stati membri attuano politiche innovative per una vera parità tra donne e uomini”.
In UE “il tasso di occupazione femminile è pari al 63%; che la differenza di retribuzione tra uomini e donne è del 16,4%; che il 73% dei deputati nazionali è rappresentato da uomini e che le donne rappresentano il 17,8% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende e trascorrono tre volte tanto di tempo alla settimana a occuparsi dei lavori domestici rispetto agli uomini (per esempio assistenza all’infanzia, agli anziani e ai disabili e lavori domestici);” In Italia dal 2007 oscilliamo tra il 46 e il 47% (tasso occupazione femminile). Siamo davanti solo a Grecia e Malta. Tanto per capire di cosa stiamo parlando.
Vi inserisco altri pezzi della Risoluzione Tarabella (qui) su questo tema, è un po’ lungo ma secondo me serve leggerli:

Parità tra donne e uomini nel quadro della strategia Europa 2020
1. invita le istituzioni dell’UE e gli Stati membri a tenere conto delle questioni di genere, dei diritti delle donne e delle pari opportunità nell’elaborazione delle loro politiche, nelle loro procedure di bilancio e nell’applicazione dei programmi e delle azioni dell’UE, in particolare mediante misure d’azione positiva, specialmente collegate a pacchetti di stimolo, procedendo sistematicamente a valutazioni di impatto secondo il genere caso per caso;
2. denuncia che gli obiettivi della strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 (COM(2010)0491) presto falliranno, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza economica, tra le altre ragioni a causa del ritiro della proposta di direttiva sul congedo di maternità; sottolinea che nel contempo le differenze economiche tra uomini e donne sono in progressivo aumento;
3. invita il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri a integrare la dimensione di genere nella strategia Europa 2020 per misurare i progressi nella riduzione del divario occupazionale di genere e affinché le misure strategiche dell’analisi annuale della crescita si traducano in raccomandazioni specifiche per paese;
4. invita la Commissione e gli Stati membri a elaborare un piano generale di investimenti nelle infrastrutture sociali, dal momento che si stima che, con un piano di investimenti attento agli aspetti di genere, il prodotto interno lordo europeo (PIL) aumenterebbe gradualmente, fino a raggiungere entro il 2018 il 2,4% in più, il che non si verificherebbe senza il piano di investimenti;
5. rileva che la partecipazione paritaria di donne e uomini al mercato del lavoro può accrescere significativamente il potenziale economico dell’Unione, garantendo al contempo la sua natura equa e inclusiva; ricorda che, secondo le proiezioni dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (OCSE), la totale convergenza dei tassi di partecipazione può tradursi in un aumento del 12,4% del PIL pro capite entro il 2030;
6. sottolinea l’urgenza di lottare contro la povertà femminile, in particolare la povertà delle donne, delle donne anziane e delle madri single ma anche delle donne vittime della violenza di genere, delle donne disabili, delle donne migranti e delle donne appartenenti a minoranze; chiede pertanto agli Stati membri di attuare strategie di inclusione più efficaci e di utilizzare in modo più efficiente le risorse destinate alle politiche sociali, tra cui il Fondo sociale europeo e i Fondi strutturali;
7. ritiene deplorevole che l’efficacia delle politiche sociali volta a ridurre la povertà sia scesa di quasi il 50% nel 2012 rispetto al 2005 nei nuclei familiari con un solo adulto, che comprendono la maggior parte delle vedove e delle madri sole; è anche preoccupato per il fatto che l’efficacia delle politiche sociali applicate in alcuni Stati membri rappresenti soltanto un terzo della media europea; invita pertanto gli Stati membri a rafforzare le politiche sociali che riguardano in particolare i disoccupati, in modo da far fronte al crescente aumento della povertà, soprattutto tra le donne;
8. invita il Consiglio e la Commissione ad affrontare la dimensione di genere della povertà e dell’esclusione sociale; ritiene deplorevole che le raccomandazioni specifiche per paese (RSP) adottate finora nel quadro dei cicli annuali del semestre europeo non siano state allineate in modo sufficiente agli obiettivi occupazionali e sociali della strategia Europa 2020; chiede che le RSP affrontino sistemicamente le cause strutturali della povertà femminile;
9. invita la Commissione e gli Stati membri a tener conto dell’evoluzione delle strutture familiari al momento di elaborare le loro politiche di imposizione e di indennizzazione, in particolare sostenendo finanziariamente le famiglie monoparentali e le persone anziane attraverso crediti di imposta o aiuti in materia di assistenza sanitaria;
10. invita gli Stati membri e la Commissione a garantire che si tenga conto della parità tra uomini e donne e dell’integrazione della prospettiva di genere nei finanziamenti nell’ambito della politica di coesione e che queste siano promosse durante tutta la preparazione e i relativi programmi, anche in relazione al monitoraggio, alla rendicontazione e alla valutazione;
11. si rammarica che la relazione annuale non sia ormai più che un documento di lavoro allegato alla relazione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sollecita la Commissione a rendere a tale relazione tutta la sua legittimità politica favorendone una adozione ufficiale e distinta;
Parità tra donne e uomini in materia di occupazione e presa di decisioni
12. insiste sull’impellente necessità di ridurre i divari retributivi e pensionistici tra donne e uomini anche tenendo presente la persistente concentrazione di donne in occupazioni a tempo parziale, scarsamente retribuite e precarie e garantendo strutture di qualità sufficiente per i figli e per le altre persone dipendenti; deplora con la massima durezza il fatto che oltre un terzo delle donne anziane che vivono nell’UE non riceve alcun tipo di pensione; esorta gli Stati membri ad assicurare la piena attuazione dei diritti previsti nella direttiva 2006/54/CE, in particolare il principio della parità di retribuzione e della trasparenza retributiva e di rivedere le loro legislazioni nazionali sulla parità di trattamento al fine di semplificarle e di aggiornarle; invita la Commissione a continuare a valutare regolarmente il recepimento delle direttive relative alla parità fra donne e uomini e la invita a proporre una rifusione della direttiva 2006/54/CE quanto prima conformemente all’articolo 32 della stessa e in base all’articolo 157 TFUE seguendo el raccomandazioni dettagliate stabilite nell’allegato della risoluzione del Parlamento del 24 maggio 2012;
13. deplora con la massima durezza il fatto che le donne non ricevano la stessa retribuzione nei casi in cui svolgono le stesse funzioni degli uomini o funzioni di pari valore e condanna altresì la segregazione orizzontale e verticale; evidenzia inoltre che la stragrande maggioranza dei salari bassi e praticamente la totalità dei salari molto bassi sono attribuibili al tempo parziale e ricorda che circa l’80% dei lavoratori poveri sono donne; segnala che, secondo le conclusioni della Valutazione del valore aggiunto europeo, un punto percentuale di diminuzione del divario retributivo di genere aumenterà la crescita economica dello 0,1%, il che significa che l’eliminazione di tale divario riveste un’importanza cruciale nel contesto dell’attuale crisi economica; invita pertanto gli Stati membri, i datori di lavoro e i sindacati a redigere e applicare strumenti di valutazione occupazionale specifici e pratici per aiutare a determinare il lavoro di pari valore e quindi assicurare la parità retributiva tra donne e uomini;
14. invita la Commissione e gli Stati membri ad attuare politiche proattive a favore dell’occupazione femminile di qualità per raggiungere gli obiettivi Europa 2020, lottando contro gli stereotipi, la segregazione professionale verticale e orizzontale, favorendo la transizione tra tempo parziale e tempo pieno e mirando in particolare la categoria dei giovani che non studiano, non lavorano né seguono una formazione (NEET); invita gli Stati membri a stabilire obiettivi specifici riguardo all’occupazione nel quadro dei relativi programmi di riforma nazionale, al fine di assicurare la parità di accesso di uomini e donne al mercato del lavoro e la loro permanenza in esso;
15. invita la Commissione e gli Stati membri ad attuare politiche proattive per incoraggiare le donne ad abbracciare carriere scientifiche nonché a promuovere, in particolare mediante campagne d’informazione di sensibilizzazione, l’entrata delle donne in settori tradizionalmente considerati «maschili», soprattutto quello delle scienze e delle nuove tecnologie, al fine di sfruttare appieno il capitale umano rappresentato dalle donne europee; insiste in particolare sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia dell’informazione e delle telecomunicazioni (TIC) e invita la Commissione a integrare pienamente la dimensione di genere nella priorità conferita all’agenda digitale nei prossimi cinque anni;
16. sottolinea che l’indipendenza finanziaria costituisce un mezzo chiave per garantire la parità e che l’imprenditorialità tra le donne costituisce un potenziale sottostimato e sottosfruttato di crescita e di competitività nell’UE; invita pertanto l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) a raccogliere maggiori e migliori informazioni sull’imprenditorialità tra le donne; invita gli Stati membri, la Commissione, e altri organi pertinenti, quali le camere di commercio, e l’industria a incoraggiare, promuovere, e sostenere l’imprenditorialità tra le donne facilitando l’accesso al credito, riducendo la burocrazia e altri ostacoli alla creazione di imprese da parte di donne, integrando la prospettiva di genere nelle politiche pertinenti, promuovendo la creazione di una piattaforma elettronica d’informazione e scambio, unica e multilingue, per le imprenditrici sociali, e sostenendo le reti regionali e europee sia di mentori sia tra pari;
17. è convinto che, per favorire il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro siano necessarie politiche multidimensionali (che includano la formazione professionale e l’apprendimento permanente, la promozione di un’occupazione più stabile e modelli lavorativi personalizzati) e richiama l’attenzione sulla diffusione del concetto di orari lavorativi flessibili; osserva che l’esigenza di flessibilità interessa in misura maggiore i lavoratori a tempo parziale, per la maggior parte donne; sostiene pertanto che la contrattazione collettiva è un diritto che deve essere tutelato dato che contribuisce a lottare contro la discriminazione e a tutelare e a rafforzare i diritti;
18. sottolinea il fatto che una maggiore flessibilità nell’organizzazione del lavoro può aumentare le opportunità per le donne di partecipare attivamente al mercato del lavoro ma segnala, al contempo, che questa flessibilità può avere un impatto negativo sullo retribuzioni e sulle pensioni femminili; sottolinea pertanto la necessità di proposte specifiche per conciliare lavoro e vita privata e incoraggia gli uomini e le donne a condividere le responsabilità professionali, familiari e sociali in modo più equilibrato, in particolare per quanto riguarda l’assistenza alle persone dipendenti e l’assistenza ai bambini;
19. invita gli Stati membri a includere, nel quadro dei programmi di sviluppo rurale, delle strategie volte a promuovere la creazione di posti di lavoro per le donne nelle zone rurali che garantiscano loro pensioni dignitose, politiche volte a favorire la rappresentanza delle donne nei forum politici, economici e sociali di tale settore e la promozione delle opportunità nelle zone rurali in rapporto alla multifunzionalità dell’agricoltura;
20. sottolinea il crescente consenso all’interno dell’UE per quanto riguarda la necessità di promuovere l’uguaglianza di genere attraverso, tra l’altro, la presenza delle donne nel processo decisionale economico e politico – una questione di diritti fondamentali e di democrazia – dato che attualmente ciò rispecchia un deficit democratico; accoglie pertanto con favore i sistemi di parità stabiliti per legge e le quote di genere introdotte in alcuni Stati membri e chiede al Consiglio di prendere posizione in merito alla direttiva su un miglioramento dell’equilibrio di genere fra gli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate in Borsa onde proseguire al più presto il processo legislativo; invita il Consiglio e la Commissione ad adottare le misure necessarie a incoraggiare gli Stati membri a far sì che consentano gli uomini e le donne partecipino a parità di condizioni nei diversi ambiti del processo decisionale; invita anche le istituzioni dell’UE a fare quanto in loro potere per garantire la parità di genere nel Collegio dei commissari e tra le alte cariche di tutte le istituzioni, agenzie, istituti e organi dell’UE;
21. invita la Commissione europea e gli Stati membri a esaminare la possibilità di includere delle clausole di genere nei bandi di gara per appalti pubblici al fine di incoraggiare le imprese a perseguire la parità tra i sessi al loro interno; riconosce che tale idea può essere sviluppata soltanto nel quadro del rispetto del diritto dell’UE in materia di concorrenza;
Conciliazione della vita professionale e privata
22. si congratula con la Svezia, il Belgio, la Francia, la Slovenia, la Danimarca e il Regno Unito che hanno raggiunto gli obiettivi di Barcellona e invita gli Stati membri a proseguire i loro sforzi; chiede agli Stati membri di andare al di là degli obiettivi di Barcellona adottando un approccio più sistemico ed integrato in materia di istruzione e di servizi di assistenza prescolare tra le autorità nazionali e locali, in particolare per i bambini molto piccoli di età inferiore ai tre anni; invita la Commissione a continuare a fornire un sostegno finanziario agli Stati membri per offrire sistemi di assistenza all’infanzia, in particolare asili nido, a prezzi accessibili per i genitori anche attraverso la creazione di queste strutture sul luogo di lavoro; è convinto che i progetti familiari, la vita privata e le ambizioni professionali possono essere integrati in modo armonioso solo nel caso in cui, sul piano socio-economico, le persone interessate siano realmente libere di scegliere e godano del sostegno fornito dall’adozione di decisioni politiche ed economiche a livello UE e nazionale, senza che ne derivi uno svantaggio e sempreché siano disponibili le infrastrutture indispensabili; invita gli Stati membri a aumentare le dotazioni di bilancio assegnate all’infanzia, soprattutto mediante il rafforzamento delle reti pubbliche di scuole materne, asili nido e servizi che offrano attività ricreative per i bambini; invita la Commissione a far fronte alla mancanza di strutture di accoglienza per l’infanzia economicamente accessibili nelle RSP;
23. deplora con la massima durezza il fatto che, nonostante il livello di finanziamenti UE disponibili (sono stati destinati 3,2 miliardi di euro dei Fondi strutturali per il periodo 2007-2013 per assistere gli Stati membri nello sviluppo di strutture di assistenza all’infanzia e nella promozione dell’occupazione femminile), alcuni Stati membri hanno realizzato tagli di bilancio che stanno interessando la disponibilità (per esempio, a causa della chiusura di asili nido), la qualità (a causa della mancanza di personale) e il rincaro dei servizi di assistenza all’infanzia;
24. invita la Commissione europea e gli Stati membri ad istituire un congedo di paternità retribuito per un minimo di 10 giorni lavorativi e a promuovere misure, legislative e non legislative, che consentano agli uomini e in particolare ai padri, di esercitare il loro diritto di conciliare vita privata e professionale, tra l’altro promuovendo il congedo parentale, che verrà preso indifferentemente, ma senza poter essere trasferito, dal padre o dalla madre fino a quando il loro bambino raggiunga una certa età;
25. deplora il blocco del Consiglio relativamente alla direttiva sul congedo di maternità ed esorta gli Stati membri a rilanciare i negoziati in materia e ribadisce la sua volontà di cooperare;
26. invita gli Stati membri a istituire servizi di assistenza a prezzi accessibili, flessibili, di qualità e di facile accesso a persone che non sono in grado da sole di realizzare attività della vita quotidiana per il fatto che non dispongono di autonomia funzionale sufficiente per poter conciliare vita privata, famiglia e lavoro”.

 

Ieri ho commentato un post su FB di Marina Terragni sulla proposta di legge di Civati per ridurre il gap salariale tra uomini e donne:

“Cara Marina, facciamo emergere l’iceberg, parliamo di gap salariale, parliamo di dimissioni in bianco e di tutte quelle ragioni che tengono lontane le donne dal mondo del lavoro o le allontanano. Marina ben venga certo (la proposta di Civati, ndr), ma resto dell’idea che occorrerebbe comprendere a fondo i contorni e le caratteristiche del problema, e procedere con una riforma organica. Se vuoi dei risultati che non lascino indietro nessuna. Non deve più accadere che venga detto “arrangiati”. Sappiamo per certo che stiamo perdendo in tutele importanti. Non accontentiamoci delle briciole, altrimenti nulla cambierà. Pensiamo a chi non ha potere per difendersi”.

La risposta è stata:

“intanto prendiamo questa proposta. Ascolta, Simona Sforza: questa è una proposta. Poi c’è tutto il resto. Non si può ogni volta ricordare che c’è ben altro. C’è questo, e c’è altro. Una cosa per volta. Ti annuncio, per esempio, che è in arrivo una proposta sull’obiezione di coscienza.”

Mi sembra il gran minestrone delle riforme. Stiamo sbagliando approccio, a mio avviso, soprattutto se non si ascoltano le storie e la realtà di tante donne e si va avanti con i paraocchi. Abbiamo usufruito dei Fondi strutturali di cui si parla e se sì, come li abbiamo utilizzati? Li ascoltiamo i richiami dell’UE? Basterebbe seguire una manciata dei suggerimenti UE per dare segnali concreti. Non siamo collezionisti di proposte, vogliamo che qualcuno si preoccupi in modo serio dei problemi che affliggono le donne, che come quello del lavoro, spesso azzoppano l’intero sistema sociale ed economico. Cavolo, ma vogliamo usare la testa, mettere ordine al caos attuale, programmare in maniera seria gli interventi legislativi, oppure ci vogliamo crogiolare con l’illusione che basta annunciare, presentare progetti, a singhiozzo, senza organicità e sistematicità? Ditemi come si può affrontare in questo modo un problema con questi numeri e con le persone che subiscono questi veri e propri drammi? E non venite a dirmi che critico e basta. Sono civatiana e mi permetto di segnalare quando le cose non vanno o non vanno come mi sarei aspettata. Ci sono troppi se, troppi ma, troppi vedremo, insomma un mucchio di incognite che pesano sulle vite di troppe persone. E non è nemmeno scontato, come si dice, che le donne vengano ingurgitate nel part-time involontario. Perché per molte di noi, al rientro dalla maternità non c’è nemmeno quella prospettiva, c’è solo demansionamento, mobbing, pressioni psicologiche, peggioramento delle condizioni lavorative, zero conciliazione, zero telelavoro, zero periodo di aspettativa: ti restano solo le dimissioni, (in)volontarie quelle sì, almeno sulla carta. E cari miei ci sono anche tutti i problemi di assistenza dei genitori anziani, oltre che dei figli. Come ci rispondete? Soprattutto in un mercato del lavoro in cui hanno sempre più peso i contratti decentrati a livello di impresa e i CCNL sono un mero ricordo di un passato glorioso in cui i diritti c’erano ed erano uguali per tutti. Ci vuole trasparenza nei contratti, per le retribuzioni, e chi garantirebbe, chi vigilerebbe? In alcuni comparti abbiamo rinunciato anche ai sindacati. Affidarci alle figure delle Consigliere di Parità Regionali per essere tutelate? Quante ne sono al corrente e poi cosa accade durante e soprattutto dopo il giudizio? Quante donne si possono ragionevolmente permettere una lunga lotta per i propri diritti? Finché il peso sarà sulle spalle delle donne e non si vorrà intervenire a monte del problema, avremo perso molte occasioni per consentire un ingresso e una permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Non solo incentivi fiscali temporanei alle assunzioni che ti lasciano a terra quando finiscono. Gli strumenti di flessibilità (per uomini e per donne) devono essere la regola, perché se si lascia il datore di lavoro libero di scegliere se concedere questo lusso, molte di noi non avranno mai questa possibilità. Gli strumenti di conciliazione sono necessari, perché non è pensabile che strutture come nidi, asili e scuole a tempo pieno possano essere la soluzione. Io non voglio assistenza, voglio uno stato che sia in grado di capire cosa significa essere donna e confrontarsi con il mondo del lavoro attuale.

PROGRAMMAZIONE, LUNGIMIRANZA, CONCRETEZZA. Vi piacciono queste parole? Se non ne conoscete il significato, vi consiglio Treccani.it
Non possiamo accontentarci, non è più il momento delle soluzioni tampone o delle toppe.

 

Approfondimenti:

Fai clic per accedere a 01Apr2015cd47a6be102a7268be2d0ad1b74f438e.pdf

http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-doppio-allarme-sul-lavoro-delle-donne/

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Azioni concrete: #194 e diritti delle donne

Il 12 marzo ho partecipato a questa conferenza, presso l’Università Statale di Milano:

12marzo

 

Cristina Obber ha ribadito l’importanza di continuare ad occuparci di stereotipi di genere, che sono trasversali, senza confine di ceto, livello culturale o professionale. Ci sono ancora tanti piccoli tasselli che compongono il puzzle della discriminazione per genere: dobbiamo ancora fare molta strada per superare questi elementi che ci separano da una piena eguaglianza e partecipazione. Nonostante la percezione diffusa, sono tanti gli elementi che ci portano a dire che c’è ancora un grande bisogno di affrontare queste tematiche, per scardinare secoli di stereotipi di ruolo e gabbie culturali che hanno impedito alle donne di essere pari e di dare un proprio autonomo e essenziale contributo al progresso della società. Ognuno di noi, nel privato, ma anche nella vita professionale, può dare il proprio contributo al cambiamento culturale necessario per risalire la china. Secondo il rapporto Gender Global Gap del 2014, del World Economic Forum, l’Italia è al 69° posto su 142 Paesi. Per questo è importante essere medici consapevoli, capaci di andare oltre il mero aspetto tecnico, facendo meglio il proprio lavoro. Consapevolezza che parte da sé come individui e arriva nell’ambito lavorativo.

 

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L’intervento deciso e concreto di Mercedes Lanzillotta è stato ricco di spunti di riflessione e di azione. Perché soprattutto di azione concreta si tratta e su questo dobbiamo investire le nostre energie. Conosciamo tutti cosa sia la relazione annuale sull’applicazione della Legge 194.

Ne aveva fatto un’analisi molto interessante Eleonora Cirant, che mi fa piacere riproporvi (qui).

L’ultima relazione ci riporta un numero: 102.644 IVG nel 2013, dato da prendere con le pinze, perché la relazione ha dei buchi, i dati non sono completi, non tutte le strutture/regioni riescono a fornire dati in materia. Eppure secondo il Ministero, il numero dei medici è sufficiente a garantire un servizio adeguato su tutto il territorio nazionale. Scarsa conoscenza di cosa avviene in Italia? Fate voi.

Mercedes Lanzillotta ci porta a riflettere sui dati e su quel -56,3% di IVG tra il 1984 e il 2013. Questa percentuale va letta anche alla luce di una riduzione della natalità in Italia, per cui il numero delle IVG in proporzione non è da considerarsi poi tanto basso.

Dal 1978 ad oggi la 194 è stata svilita e attaccata da più fronti.

– riduzione del numero di consultori e delle loro attività. Vedasi il caso lombardo di cui ho più volte parlato.

– proliferazione dei cimiterini dei feti;

– smisurato numero di medici obiettori.

Al Niguarda dove son tutti obiettori, chiamano medici dal Sacco per garantire l’applicazione della 194. Con un business che cresce a spese del corpo delle donne.

Su questo blog e altrove si è spesso sottolineato come vi sia un pericoloso ritorno alla clandestinità. Con tutto quello che comporta l’aborto senza le opportune cure e assistenza. L’aumento degli aborti spontanei parla chiaro: 1/3 di questi si stima che sia stato procurato. Si torna alle mammane o ai farmaci venduti al mercato. Si stimano circa 15.000 aborti clandestini. Siamo tornati al faidate e alla clandestinità. Sono aperti ben 188 procedimenti penali per violazione della 194.

Costringere le donne italiane o europee alla migrazione territoriale per poter interrompere la gravidanza è un’altra violenza inaccettabile.

Abbiamo problemi a reperire la pillola del giorno dopo, per quella dei cinque giorni dopo si sono imposti nuovi ostacoli, per la RU486 è prevista l’ospedalizzazione con quello che comporta.

Mercedes Lanzillotta ci ha parlato del boom di cliniche private convenzionate sorte in Puglia per sopperire alle domande di IVG, che il pubblico non riesce a soddisfare per il numero elevato di obiettori. Obiezione che sembra concentrarsi nel pubblico, e magicamente diventa rara nel privato. E c’è un giro di milioni di euro intollerabile.

 

business-Puglia

 

Quindi che fare? Zingaretti ci aveva provato, consentendo l’obiezione solo a livello di operatività tecnica. La delibera è stata bocciata dal Consiglio di Stato, dopo aver ricevuto l’approvazione dal TAR della Regione Lazio. Nichi Vendola qualche anno fa aveva provato a bandire un concorso aperto solo ai non obiettori, tentativo fallito e sanzionato dal Tar.

Anziché flagellarci e non far niente, occorre trovare una soluzione alle crepe della 194, che sia conforme alla nostra Carta. La legge 194 è una legge ad impianto costituzionale, fondata sul secondo comma dell’art. 3 della Costituzione italiana, per questo è molto complicato intervenire su questo testo. Inoltre, la Corte Europea dei diritti dell’uomo nel 2011 stabilisce che “gli stati membri sono tenuti a organizzare i loro servizi sanitari in modo da assicurare l’esercizio effettivo della libertà di coscienza del professionista della salute”.

E’ normale che nelle strutture pubbliche non si applichi la 194? Se hai delle forti motivazioni religiose, che senso ha scegliere una professione che implica certi compiti, che vanno contro la tua coscienza? Giuste le obiezioni che pone Mercedes Lanzillotta.

La strada per avere un servizio h 24 che applichi la 194 è quella di bandire concorsi che prevedano una quota del 50% di posti riservati ai non obiettori (in linea con la proposta di Marina Terragni di qualche mese fa), prevedendo altresì tempi di “riposo” per gli obiettori, per evitare che si occupino unicamente di IVG.

QUI le mie foto della presentazione di Mercedes Lanzillotta.

 

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Molto interessante l’intervento di Maria Rosaria Iardino sul tema della medicina di genere e più in particolare sui trial clinici, affinché tengano maggiormente conto delle specificità fisiologiche delle donne nei test dei farmaci, nei quali è ancora molto bassa la presenza di donne, specialmente nelle prime fasi dei test dei farmaci. Le case farmaceutiche motivano in vari modi la scarsa presenza delle donne nei test (possibili gravidanze, menopausa, ciclo mestruale, eventuale introduzione di ormoni). In realtà è essenziale che sin dalle prime fasi dei test (assorbimento, distribuzione nel corpo, metabolizzazione ed eliminazione del farmaco, definizione della dose ottimale) si verifichi il comportamento del corpo delle donne. Questa discriminazione può portare a gravi conseguenze. Una simile attenzione andrebbe applicata anche ad altri due gruppi di pazienti: bambini e anziani. Non è sufficiente ri-dosare un farmaco sulla base del peso corporeo, occorre verificare tutti i fattori e ricalibrarli su organismi diversi da quelli di adulti in buona salute.

Cambiare le modalità dei trial è inizialmente più dispendioso per le case farmaceutiche, ma indubbiamente questo costo verrà ripagato nel tempo, perché si tratta di una prassi virtuosa e volta a migliorare l’efficacia stessa dei farmaci.

Accolgo l’invito di Maria Rosaria Iardino: la scelta della professione medica deve avere come obiettivo la salute e non la carriera personale. Un maggior numero di donne, significa un miglioramento, una maggior attenzione a un’ottica di genere ai problemi.

 

Qui qualche slide a riguardo.

 

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A tutte le donne che restano silenti e attendono una grossa mobilitazione delle donne in Italia prima di attivarsi personalmente, dico: le donne siamo tutte noi, tutte noi dobbiamo muoverci, senza aspettare il movimento di massa, perché quel movimento siamo noi, solo se lo vogliamo e ci crediamo. Quando si attendono le Altre, non si sta capendo che le Altre siamo noi tutte. Sembra quasi che si attenda la venuta delle Aliene, disposte a liberarci e a darci diritti. Se non ci aiutiamo da sole, facendo rete tra di noi, facendoci sentire in ogni occasione e in ogni modo, nessuno penserà a noi, ricordiamocelo!

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Idee di donne nella crisi

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Qualche giorno fa avevo letto un articolo di Giovanna Badalassi sul mensile Noi Donne (qui), in merito a welfare, donne e lavoro‬.
Il testo ci sprona a leggere il reale contingente, i dati, i fenomeni, senza necessariamente passare per soluzioni e chiavi di lettura del passato, da non rinnegare a priori, ma da re-inventare. È un invito a cambiare l’approccio nelle politiche, per un nuovo saper fare politica. Solo un lavoro a 360° che includa diverse chiavi di lettura, ci può aiutare a leggere la complessità dei fenomeni sociali ed economici contemporanei.

“Lo sviluppo degli avvenimenti impone che le donne si impegnino su politiche a tutto campo, che ragionino anche di economia, sviluppo economico, di innovazione, politiche industriali, ambiente, contribuendo alla ricostruzione del benessere per tutti.”

L’impegno a cui siamo chiamate noi donne è un’attività che non collima con la semplice “presa del potere” fine a se stesso, bensì implica la messa in campo capacità nuove e sgombre da questioni di accaparramento di posizioni istituzionali e di potere. Ciò che è urgente è ben altro. È il nostro saper mettere in rete le idee e le soluzioni innovative e il nostro saper far rete.

“Capire, ad esempio, la portata e l’importanza di leggere l’economia e i conti pubblici in ottica di genere, avere le competenze per farlo ed elaborare proposte e politiche conseguenti. Saper leggere in ottica di genere un piano regolatore comunale, l’impatto occupazionale dei piani delle grandi opere e dei lavori pubblici, le scelte di politica fiscale, industriale e ambientale”.

Palese che non ci siano più risorse da investire e che non si possa contare su aumenti di spesa. Forse occorrerebbe ripensare a strategie e soluzioni, che non vadano a discriminare o a penalizzare nessuno, ma che sappiano guardare in faccia la realtà.

“il dato tutto italiano è l’abbandono del lavoro delle mamme alla nascita del primo figlio: lo fa quasi un terzo delle donne occupate, secondo i dati diffusi dall’Istat e dall’Isfol”.

Questo un punto cruciale, che ripeto non viene risolto con più nidi (questo è solo un pannicello caldo adoperato dai politici quando fanno i loro monologhi e show elettorali), ma con una seria e democratica (non solo per i soliti fortunati) flessibilità lavorativa, declinata al maschile e al femminile. Una rivoluzione culturale e mentale nel rapporto tra lavoratori e lavoratrici e datori di lavoro. Finora si è contato troppo e quasi esclusivamente su nonni e tate. Ma essere genitori dovrebbe essere una cosa diversa.
Se il lavoro, come mi ha detto di recente una mia coetanea, è come l’aria, forse sarebbe anche giunto il momento di rendere quest’aria più respirabile, per uomini e donne, per non trovarci impaludate sempre nel medesimo “equivoco” (per non dire gabbia) per cui sono le donne che si devono assumere da sole i compiti di gestione di casa, famiglia e figli. Forse sarebbe anche giunto il momento di ragionare su quale sia il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata, e di cosa ne rimane di quest’ultima. Noi donne, al pari degli uomini, abbiamo finito con l’investire tutto il nostro essere nel lavoro, dandogli un valore smisurato e inconsapevolmente ne siamo divenuti strumenti, defraudati del senso della misura. Pensavamo di ricavare dei benefici immediati e tangibili dalla nostra partecipazione al lavoro. Forse per un periodo  stato davvero così. Oggi possiamo affermare che è stato totalmente un successo? E se non lo è stato, cosa non ha girato nel verso giusto?
Se poi il lavoro scarseggia, non si può parlare e martellare a vanvera, facendo passare le donne come un mucchio di svogliate scansafatiche. Nessun incentivo tiene se c’è poco lavoro e i servizi sono rari o inesistenti. Il non lavoro ha molti perché, forse chi ha il compito di fare le leggi dovrebbe informarsi a riguardo, senza procedere per pregiudizi.
Infine, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare dei decreti attuativi del Jobs Act (qui un articolo su La Voce):

“Se nel complesso sono indicazioni positive a sostegno della maternità e del lavoro delle donne, restano aperti due aspetti. Il primo è che per ora si tratta di una delega e solo i decreti attuativi stabiliranno se gli obiettivi si tradurranno in prassi. Il secondo riguarda la clausola secondo cui ogni intervento dovrà essere realizzato senza ulteriori spese a carico dello Stato. Il rischio è che per quanto significative o condivisibili possano essere le politiche, la loro realizzazione dipenderà dall’effettivo reperimento di risorse economiche. E finora il nostro paese non è riuscito a considerare queste misure come prioritarie per lo sviluppo, e quindi in cima all’agenda politica. Un cambio di passo è quanto mai necessario”.

Abbiamo sotto i nostri occhi il risultato drammatico di un sistema lavoro-vita privata arcaico, immobile, granitico come quello che ci riporta Maria Rossi (qui), nella sua analisi del lavoro Dieci domande su un mercato del lavoro in crisi, di Emilio Reyneri e Federica Pintaldi. Un sistema lavorativo che premia il maschio, che attraverso il matrimonio riesce a garantirsi una serie di “servizi” di assistenza e di cura che gli permettono di concentrarsi sul lavoro e di essere anche più appetibile sulla piazza lavorativa. C’è una pericolosa frattura che ci spinge ancora verso il basso: necessità di tempo parziale per far fronte ai carichi familiari e salari che discriminano per genere. Se poi sei precaria, sei spacciata.
Cosa è stato fatto per realizzare i principi contenuti nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (1979, qui il testo), ad opera dell’Onu? Ha la mia stessa età e i suoi auspici sono ancora quasi tutti rimasti sulla carta. La realtà ha subito per alcuni aspetti dei drammatici passi indietro.
Nel testo di Maria Rossi leggiamo:

“In Italia il tempo consacrato dalle donne al lavoro familiare è il più alto in assoluto nell’Unione Europea e quello che vi dedicano gli uomini il più basso (dati Eurostat del 2006). Allo stesso tempo il tasso di occupazione femminile è il meno elevato . I due dati sono strettamente correlati, naturalmente. Altrettanto evidente appare la connessione tra l’assetto familistico del mercato del lavoro e quello del welfare, impostato sulla rigida divisione dei ruoli di genere. Gli uomini provvedono al mantenimento della famiglia, le donne sono delegate (e relegate) allo svolgimento del lavoro domestico e di cura. A loro continua ad essere affidata l’assistenza degli anziani non autosufficienti, degli infermi e dei bambini, considerata la drammatica carenza dei servizi pubblici. E’ necessario pertanto destrutturare l’intero sistema imperniato sul principio della divisione sessuale del lavoro se si vuole riequilibrare il rapporto fra uomini e donne.”

Vorrei qui commentare le proposte formulate da Maria Rossi nel suo post.

Punto 1. “Per evitare la discriminazione delle donne, dei migranti e dei giovani sul mercato del lavoro, si dovrebbe ripristinare l’obbligo della richiesta numerica nelle assunzioni, abrogato nel 1987 e sostituito dalla chiamata nominativa. Il sistema è stato poi completamente liberalizzato nel 1996. I datori di lavoro, che intendono assumere personale, dovrebbero cioè rivolgersi obbligatoriamente ai Centri per l’impiego e presentare una “richiesta di avviamento al lavoro”, nella quale andrebbero inseriti soltanto dati relativi al numero dei dipendenti richiesti e alla qualifica che devono possedere. Gli aspiranti lavoratori verrebbero inclusi in un’unica graduatoria, non differenziata, cioè, per genere e per nazionalità. Il sistema violerebbe le norme sulla libera concorrenza? Embé! Infrangiamole! Il principio della non discriminazione è più importante del rispetto delle regole del mercato”.

Sarebbe auspicabile quanto scrivi, soprattutto andrebbe assicurata la trasparenza nel mercato del lavoro, un reale funzionamento dei centri per l’impiego, a cui si è privilegiata una gestione privatistica della collocazione lavorativa. In un contesto di lavoro scarso, si è affermato un accesso al lavoro sempre più per reti e sulla base di relazioni personali. Questa è un’abitudine storica italiana, ma con la contrazione dei posti disponibili, la situazione si è aggravata. I risultati non sono sempre stati a vantaggio di una migliore qualità del lavoro, anzi. Per non parlare poi di certi metodi di reclutamento di personale che hanno interessato anche il pubblico. Forse la prima richiesta dovrebbe essere maggior trasparenza e un taglio drastico ai metodi di reclutamento familistico.

Punto 2. “Si dovrebbe procedere alla riduzione massiccia dell’orario di lavoro a parità di salario. Ciò consentirebbe di ridistribuire su una più ampia platea di soggetti gli impieghi disponibili. Questa misura dovrebbe essere affiancata dalla promozione di un processo di socializzazione e da un mutamento culturale tale da produrre lo smantellamento dei ruoli di genere. Gli uomini sarebbero così indotti a svolgere le stesse mansioni domestiche e di cura delle donne. La riduzione dell’orario di lavoro si tradurrebbe pertanto in una più equa ripartizione non solo degli impieghi produttivi, ma anche di quelli riproduttivi e in una più ampia disponibilità di tempo libero, soprattutto per le donne. La produzione dovrebbe essere cioè riprogettata e adattata a lavoratori e a lavoratrici che si assumono in ugual misura responsabilità di cura”.

Sarebbe auspicabile, sarebbe un’inversione culturale rivoluzionaria. Penso che questo potrebbe accadere solo in un sistema con una forte dirigenza statale, in un contesto statale che ri-assuma su di sé un forte ruolo di indirizzo economico, esattamente il contrario della deriva liberale in atto da qualche decennio. Un differente utilizzo del tempo lavorativo, ormai dilatato in modo abnorme (spesso senza ricavarne benefici in termini remunerativi), lasciando spazio al tempo per la vita, consentirebbe di sviluppare attività sociali, comunitarie e partecipative, indispensabili per sfuggire a un’alienazione da lavoro che oggi ancora esiste, solo assume forme più subdole e meno riconoscibili. Saremmo dei cittadini/e meno passivi/e.

Punto 3. “Si dovrebbe diminuire in modo significativo anche l’età pensionabile”.

Questo prevederebbe l’approntamento di una copertura di spesa, attuabile solo se per esempio si intraprendesse una seria lotta all’evasione fiscale. Non mi sembra che ultimamente si vada in questa direzione, purtroppo. C’è da fare un bel lavoro “a monte”.

Punto 4. “L’intera normativa sul lavoro che in questi due decenni ha introdotto la precarietà ed ha sottratto diritti alle lavoratrici e ai lavoratori dovrebbe essere abrogata, a partire dalla legge Poletti che ha sancito la totale liberalizzazione del contratto a termine e dal Jobs Act (legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 e relativi decreti attuativi sui licenziamenti).

Si dovrebbe introdurre un reddito di esistenza universale e incondizionato, esteso agli immigrati. La sua erogazione potrebbe configurarsi come un potenziale contropotere, che incrinerebbe le condizioni di forte subordinazione dei precari. Garantire infatti un reddito stabile e continuativo a prescindere dalla prestazione lavorativa significherebbe ridurre il grado di ricattabilità dei singoli lavoratori/trici e incrementare il loro potere contrattuale. Significherebbe anche affermare il diritto di scegliere l’attività lavorativa e di riappropriarsi della quota di ricchezza sociale che si è contribuito a creare per il fatto stesso di esistere e di esercitare costantemente le proprie capacità di apprendimento e come remunerazione del lavoro produttivo di valori d’uso. La disponibilità di un reddito costituirebbe, soprattutto, uno strumento importante per l’esercizio dell’autodeterminazione, in particolare per le donne, in maggioranza prive di un’occupazione retribuita, consentirebbe alle vittime di sfuggire più agevolmente alla violenza dei partner e alle mogli prive di lavoro di separarsi più facilmente dai compagni nel caso in cui il matrimonio o la convivenza fossero diventati fonte di infelicità.

Si dovrebbe però scongiurare il fatto che l’introduzione di tale misura si risolva in una rinuncia da parte delle donne ad esercitare un’attività extradomestica che ritengono gratificante per evitare la fatica del doppio lavoro e in un disimpegno ancora maggiore degli uomini nello svolgimento delle incombenze domestiche e nell’assistenza a bambini, anziani, infermi. Ne deriverebbe il rafforzamento dei tradizionali ruoli di genere e, forse, un ulteriore ridimensionamento dello stato sociale.

Si dovrebbe soprattutto evitare che i datori di lavoro accentuino la loro predilezione per gli uomini nelle assunzioni, consolidando e irrobustendo la struttura familistica e patriarcale dell’organizzazione produttiva.

Per sfuggire a queste conseguenze è fondamentale, a mio avviso, affiancare a questo provvedimento la riduzione dell’orario di lavoro e innescare un processo di decostruzione dei generi e delle funzioni ad essi attribuite”.

Ripeto quanto ho detto al punto 2. Condivido le tue considerazioni su reddito di esistenza universale e incondizionato. Sarebbe da invertire l’attuale sistema che vede lo stato ritirarsi, disimpegnarsi, legittimare una gestione privata di molti aspetti delle nostre vite, in un sistema lavoro che decentra le regole e i diritti, che privilegia la contrattazione decentrata, a livello di fabbrica o peggio ancora ad personam, a discapito di quella centralizzata. In questo contesto, si comprende quanto siano diventate aleatorie le regole all’interno del mercato del lavoro. La tendenza attuale va verso una pericolosa nebulizzazione dei diritti.

Punto 5. “Si potrebbe eventualmente prendere in considerazione la creazione diretta da parte dello Stato o dell’Unione Europea di nuova occupazione qualificata, socialmente utile ed ecocompatibile e si dovrebbe procedere alla riconversione secondo tali principi dell’intera economia”.

Concordo, ci dovrebbe essere un nuovo impegno dal centro.

Punto 6. “Si dovrebbe introdurre un salario minimo europeo e pretendere il superamento del blocco dei contratti nella pubblica amministrazione contro il quale i sindacati hanno già depositato un ricorso al Tribunale di Roma, sollevando la questione di legittimità costituzionale”.

C’è bisogno di più Europa, ma realmente “socialista” e unitaria.

Punto 7. “Ritengo poi indispensabile estendere e riconfigurare il welfare state, o meglio, organizzare un commonfare imperniato sulla cooperazione sociale nella gestione dei beni comuni”.

Concordo. Qui la mia opinione sul commonfare.

Punto 8. “Ciò comporta preliminarmente l’abrogazione della norma sul pareggio di bilancio inserita nella Costituzione dal Parlamento italiano nel 2012 e la disapplicazione dei trattati europei di impianto neoliberista, a partire da quello sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, noto come fiscal compact, che prevede fra l’altro l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità e il dovere di avere un deficit pubblico strutturale non superiore allo 0,5% del PIL. Si dovrebbero altresì modificare le disposizioni che regolamentano il funzionamento della Banca d’Italia, obbligandola ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti. Ne deriverebbe il calo degli interessi su BOT e CCT e, dunque, la riduzione del debito pubblico e la salvaguardia dell’Italia da ulteriori manovre speculative. In assenza di questi provvedimenti, assisteremo – temo – ad un’ulteriore contrazione della spesa pubblica e all’accelerazione del processo di privatizzazione e di smantellamento del welfare state. Altro che espansione!
Si dovrebbe poi procedere alla ristrutturazione del debito pubblico e proclamare il diritto all’insolvenza”.

Speriamo nelle capacità del nuovo governo greco per trovare la chiave di un cambiamento di ottica e di mentalità.

Punto 9. “Si potrebbe, come proposto dagli intellettuali neo-operaisti, istituire una “moneta del comune” intesa come riconoscimento e remunerazione del lavoro vivo incorporato nelle attività di riproduzione e come potere d’acquisto da spendere nei servizi sociali (sanità, istruzione, cura…, ma anche trasporti) offerti all’interno di un circuito di valorizzazione consacrato alla produzione di valori d’uso e non di scambio.

Su questo punto non saprei come procedere per una concreta attuazione. Ma penso che ci voglia un cambiamento nella nostra percezione del lavoro, dei beni e dei servizi.

Punto 10. “Le politiche di welfare dovrebbero includere anche l’estensione della durata del congedo di paternità per nascita di un figlio. Il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro dovrebbe essere di pari durata di quello di maternità o, almeno, di tre mesi da fruire dopo il parto della partner. Il padre del bambino, proprio come la madre, dovrebbe percepire un’indennità sostitutiva di importo pari a quello della retribuzione. Il congedo parentale (facoltativo) dovrebbe essere fruito da entrambi i partner e comportare la corresponsione di un’indennità pari o di poco inferiore all’importo della retribuzione. Finché verrà retribuito al 30% del salario, ne fruiranno solo le madri, che, com’è noto, percepiscono di solito una remunerazione inferiore a quella dei compagni”.

Su questo aspetto, tra gli altri, si concentra la relazione Tarabella.

Punto 11 “Si potrebbero sperimentare forme di socializzazione del lavoro domestico e di cura che coinvolgano anche gli uomini e nuove modalità abitative che incentivino la cooperazione nell’attività di riproduzione”.

Da attuare senza che vi sia sopraffazione da parte di coloro che hanno magari uno status economico-sociale più elevato. Ho ascoltato un’esperienza di questo tipo, con più nuclei familiari uniti in una specie di comune (in questo caso di stampo cattolico), ma mi è sembrato che alcuni lavori e oneri di cura e di assistenza ricadessero in qualche modo su alcune famiglie in particolare. Dobbiamo evitare che si creino fenomeni di servitù volontaria.
Inoltre si dovrebbe passare da una mentalità individualistica a una maggiormente collettiva.

Punto 12. “Si dovrebbero promuovere forme di autorganizzazione e di autogestione”.

Un esempio: la Ri-Maflow.

Punto 13. “Si dovrebbe abrogare la legge Bossi-Fini che, collegando la concessione del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro, obbliga gli stranieri ad accettare qualsiasi impiego ed impone loro l’assoggettamento alle peggiori forme di sfruttamento. Si dovrebbe applicare il principio della libera circolazione di tutti in qualsiasi parte del mondo e quello dello ius soli per i figli degli immigrati nati nel nostro Paese”.

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Punto 14. “I titoli di studio conseguiti dai migranti nel loro Stato dovrebbero essere riconosciuti in Italia”.

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Punto 15. Agli immigrati dovrebbe essere garantito il godimento di tutti i diritti sociali assicurati ai cittadini italiani.

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Per gli ultimi tre punti, in primo luogo dovremmo porre fine alle barriere, alle propagande che contrappongono Noi/Loro, a una trincea a difesa di separazioni assolutamente indegne di un paese e di una Europa civile e democratica.

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Produci, consuma.. sin da piccolo!

bimba studio

 

Il mondo è pieno di “battaglie” più o meno importanti. Oggi ho scoperto che c’è chi si batte per eliminare i compiti a casa. Un mostro che soffoca i poveri alunni!! Attenzione pericoloso, maneggiare con cura.
Ho letto questo articolo e sono in linea di massima d’accordo con le sue linee generali. Ma vorrei sottolineare che i compiti sono un modo per far acquisire ai propri figli una graduale autonomia nello studio. Altrimenti ci troveremo un mucchio di adolescenti o di ragazzi alle soglie dell’università, che non sapranno da che parte iniziare per preparare una tesina, un esame, una ricerca, un lavoro che implica uno studio sistematico e organizzato. I compiti a casa non sono stati ideati per capriccio, ma per preparare i bimbi e i ragazzi a un tipo di studio in cui la concentrazione, l’organizzazione, il metodo sono gradualmente acquisiti e diventano gli strumenti per poter affrontare ciò che ti verrà richiesto non solo all’università, ma soprattutto nella vita. Si impara a fare da sé, a ragionare da sé, a riflettere, attraverso lo sforzo personale, sbattendo la testa sui libri, un po’ ogni giorno. Lo studio di gruppo, che in alcuni casi è importantissimo, non permette di sviluppare le stesse capacità. Per cui io sono per un sistema misto. Personalmente penso che il lavoro da soli a casa serva a consolidare ciò che si è appreso in classe, che dia la possibilità di soffermarsi su alcuni punti e di evidenziare eventuali aspetti non chiari, da approfondire successivamente con l’insegnante. Con i compiti a casa impari a organizzarti il tempo, a capire quanto ti serve per ciascuna materia, a velocizzare e a razionalizzare il tuo studio, insomma a fare cose che ti serviranno in futuro. Naturalmente, anche i compiti a casa dovrebbero essere dispensati con intelligenza e devono rientrare in un progetto educativo ben strutturato dall’insegnante. In pratica, gli insegnanti dovrebbero saper strutturare la didattica in modo tale da massimizzare al meglio i risultati del tempo di studio a scuola e a casa.
Torniamo al desiderio di cui parlavo all’inizio del post.
Ho riflettuto a proposito e sono giunta a una conclusione. Sapete il motivo? I figli devono essere “compiti free” sia durante la settimana, ma soprattutto nei weekend, per poter seguire i genitori nei loro tour di acquisto, shopping, montagna, sport, perché così l’economia gira. Se i genitori e i figli son bloccati a casa dalla “zavorra” dei compiti, non possono sufficientemente adempiere al loro ruolo di consumatori compulsivi. I compiti tagliano una fetta di consumo. Chissenefrega del domani, dell’autonomia dei figli nello studio ecc. NULLA!! Siamo talmente ciechi e sordi!

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Nessuno spartiacque

quadro

Ieri in Consiglio di Zona 7, nell’ambito delle iniziative della Settimana rosa contro la violenza sulle donne, ho partecipato alla presentazione di alcuni dei progetti e degli sportelli che il Comune di Milano mette a disposizione a sostegno delle donne maltrattate e soggette a violenze. Un incontro organizzato dalla Commissione cultura e dalla Commissione diritti e politiche sociali di Zona 7, per informare la cittadinanza sui servizi territoriali disponibili e per fare un bilancio della situazione. Ho registrato una partecipazione a stragrande maggioranza femminile e con la fascia under 40 quasi del tutto assente. Nadia Muscialini, responsabile di Soccorso Rosa (per info: qui, qui, qui e qui), centro antiviolenza presso l’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, ci ha fornito i dati del servizio. Nei primi nove mesi del 2014, gli accessi di donne che hanno dichiarato di essere state vittime di violenza sono stati 420, di cui 186 sono poi giunti a denuncia formale e sono approdati all’iter giudiziale. Si tratta di un percorso che non tutte scelgono, o quantomeno ci vuole un po’ di tempo prima di arrivarci. L’età delle donne si è abbassata: sono sempre più i casi di giovani tra i 13 e i 15 anni. Sorprende l’incremento di donne oltre i 60 anni, che probabilmente grazie alle campagne di informazione antiviolenza, decidono di uscire dall’ombra di una violenza domestica durata decenni. Nel 2014 c’è stata un’impennata dei casi di donne italiane, il 98% del totale (sarebbe da approfondire anche i motivi per cui le donne migranti che si rivolgono agli sportelli sono diminuite). La perdita del lavoro, le difficoltà economiche, i matrimoni interculturali le cause addotte, che creano “fantasmi nelle menti maschili che portano a compiere atti di violenza”. Poi spiegherò la mia visione. C’è una stretta collaborazione delle forze dell’ordine della Polizia municipale (attraverso un servizio di tutela di donne e minori) alle attività degli sportelli e dei servizi comunali antiviolenza. Solo in un caso una donna è stata affidata a una struttura protetta. Solitamente si cerca di allontanare il maltrattante, di assegnare la casa familiare alla donna e di affidare i figli alla madre. In questo modo si cerca di non penalizzare la donna, ci hanno spiegato. Nadia Muscialini ha anche presentato il progetto Di Pari passo nelle scuole secondarie di primo grado contro la violenza di genere, per fornire ai ragazzi gli strumenti per decodificare messaggi e stereotipi di genere. È intervenuta Benedetta Rho, operatrice del Centro di mediazione sociale del Settore Sicurezza e coesione sociale di Milano, qui i dettagli. Le funzioni di questi sportelli, sono essenzialmente volte a fornire un “ascolto di base”alle persone, cercando di individuare precocemente fenomeni di maltrattamento e di violenze domestiche celate in conflitti familiari generici. Da gennaio a fine ottobre del 2014 sono giunti 42 casi di stalking, 25 maltrattamenti, 20 maltrattamenti sospetti, 57 lesioni o minacce intrafamiliari. Quest’anno si sono registrati 6 casi di uomini violenti che si sono rivolti al servizio per avviare un percorso di “cura” del loro problema. Alcuni uomini si rendono conto di avere problemi di questo tipo e iniziano a chiedere aiuto. Potrebbe essere un buon segnale, anche se non mi hanno saputo dire i risultati di questi interventi. Si cerca di monitorare i vari casi, le vittime come i maltrattanti (la cui età oscilla tra i 30 e i 50 anni). Una volta riscontrato un maltrattamento o una violenza si rimanda alle strutture idonee per proseguire l’iter. Ci sono operatori che lavorano anche nelle carceri (Bollate, Opera e San Vittore) per seguire gli uomini condannati per reati di violenza sulle donne, in modo tale da accompagnarli in un percorso dentro e fuori dal carcere, per evitare che il reato si reiteri. Non ci sono dati nazionali sulle recidive di questi reati. Benedetta Rho ha parlato della sua esperienza e ha registrato un 2% di casi recidivanti. Il Comune di Milano ha creato una rete di servizi che seguono in modo diverso e complementare le donne vittime di violenza. Devo fare le mie considerazioni critiche. Ieri pomeriggio ci sono stati due errori di fondo, intrecciati tra loro. Il primo è stato quello di privilegiare le violenze domestiche, trattando come marginali e residuali tutte le altre forme di violenza materiale e psicologica di cui una donna può essere oggetto. Nessuno può mettere in dubbio che per numero e per incidenza la violenza tra persone unite da legami familiari o affettivi sia in netta maggioranza, e che questo tipo di violenze hanno una durata temporale considerevole (si parla di un tempo di circa 6 anni prima di giungere a una denuncia del maltrattante). Mi rendo conto che le soluzioni alle violenze domestiche sono peculiari e tarate su questo tipo di fenomeno. Ma operando un distinguo, creando uno spartiacque tra le violenze, si rischia di creare violenze di serie A e di serie B. Questo accade perché non si va alle radici comuni della violenza. In questo blog ho cercato di scandagliarle il più possibile, analizzando i fenomeni e le cause. Ieri pomeriggio si parlava di una generica cultura che alimenta la violenza, si parlava di fattori economici e di crisi quali scatenanti. Posta in questi termini la questione può assumere contorni classisti, come se fosse solo una questione di ignoranza, di povertà e di precarietà. In realtà sappiamo bene che non è così e che se parliamo unicamente in questi termini è perché vogliamo allontanare da noi i mostri. Questi mostri sono interclassisti e sono presenti anche a livelli culturali elevati. Quei mostri possono entrare nella vita di tutte le donne, indipendentemente dalla condizione sociale o economica di appartenenza. Quei mostri si insidiano tanto tra i professionisti, quanto tra gli operai, tra i disoccupati, tra i precari, tutti, nessuno può sentirsi “puro”, incontaminato. Nessuno può chiamarsi fuori. Anziché parlare di cultura in termini generici, nominiamo la cultura patriarcale, spieghiamo in cosa consiste, analizziamo le sue radici e la sua tenacia e pervasività nella nostra società. Ieri ho sentito un vuoto. Il patriarcato è un fardello troppo pesante da nominare e da includere nel dibattito. Il patriarcato assomiglia a un fantasma del passato, mai passato, una presenza purtroppo tuttora forte e viva che ingombra le nostre vite. Ecco che è importante la presenza e la testimonianza  viva di un pensiero femminista. Ieri ho cercato nel mio intervento di far emergere questi punti critici, ma non ci sono riuscita. Mi sono sentita un po’ sola. Ma non per questo demordo. Senza una analisi completa del fenomeno non si riesce a capire come mai la percezione della violenza di genere in Italia ha caratteristiche tanto preoccupanti, quali emergono dal rapporto Rosa Shocking di Ipsos (qui). Altro fattore che ieri ho sottolineato è come i fondi ministeriali antiviolenza abbiano subito una ripartizione poco uniforme (qui un approfondimento), privilegiando i progetti regionali già operativi (che comprendono anche i servizi all’interno degli ospedali o gli sportelli comunali ad hoc), a discapito degli operatori “indipendenti”, come quelli appartenenti a D.i.R.e, Donne in Rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza e case delle donne. Bisogna far girare tutte le informazioni, far arrivare alla gente ogni dettaglio, far sapere come i soldi vengono distribuiti. Altrimenti viviamo in un mondo che è perfetto solo in apparenza. Non accontentiamoci, andiamo a fondo SEMPRE!

Ringrazio Valeria Luzzi e Alice Arienta, che presiedono le due commissioni di Zona 7 e che hanno organizzato questo incontro.

Aggiornamenti

Ho trovato questo articolo sui centri per recuperare gli uomini maltrattanti. Ecco, stiamo attente al rischio “che si provi a reintrodurre sottobanco l’approccio della mediazione dei conflitti per i casi di violenza contro le donne”. Insomma, vale il solito consiglio, “maneggiare con cura” ed evitare derive, strumentalizzazioni e depistaggi.

Mi ritrovo con quanto sostiene in merito, Marisa Guarneri della Casa delle donne maltrattate di Milano (LINK):

LA QUESTIONE MASCHILE
Mi sembra siamo dentro una questione maschile che si differenzia dalla posizione politica “la violenza è un problema degli uomini”. Questa posizione ribaltava simbolicamente il senso delle responsabilità: dalle vittime a cui si chiedeva conto della violenza subita, a chi la violenza la agiva . Posizione politica liberatoria e feconda che ha portato a molte riflessioni e prese di posizione interessanti (v. Maschile Plurale). Oggi mi sembra che il significato di questa posizione è mutato, porta altri significati e responsabilizza il maschile rispetto a come e perché le relazioni uomo /donna svoltino nella violenza e nelle uccisioni di donne, figli, parenti ecc. L’analisi del fenomeno, in tutte le sue caratteristiche, mi ha stufato da tempo. I risultati non cambiano le donne continuano a morire e molto male. Il maschile dilagante mi rappresenta una serie di Istituzioni – magistratura, forze dell’ordine, welfare, rapporti di vicinato ed amicali, famiglie come incapaci di affrontare la questione e quasi stupiti che le cose vadano così come vanno! La rabbia non mi lascia, anche dopo tanti anni di vicinanza con le donne che la violenza l’hanno incontrata e ci si sono scontrate duramente. Ed al lora questi cori di magistrati e politici addolorati mi parlano di complicità, copertura, mediazioni al ribasso ai danni d elle donne. Eccola la vera questione maschile : ritrarsi quando la situazione si fa difficile, non saper dare giudizi netti e fare atti coraggiosi verso chi la violenza la compie, e non la riconosce come propria, anche se appartiene alla mia parrocchia .
Marisa Guarneri 22.10.2014

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STEREOTIPI VECCHI E NUOVI

Negli ambienti che si occupano di “violenza di genere” circola un nuovo stereotipo. Fare azioni a favore dei maltrattanti (uomini che hanno fatto, fanno, vorrebbero fare violenza alle donne) fa bene alle donne ed alla società. Sulla società sorvolo per il momento, ma per quanto riguarda le donne come per ogni stereotipo, la favola diventa realtà provata e crea entusiasmo.
Che bello si sente dire – specialmente dagli uomini – abbiamo trovato la risoluzione del problema violenza, ci si può occupare e riabilitare questi uomini.
Ovviamente non è vero, ma vediamo perché.
Non è solo questione di statistiche (andiamo a vedere i risultati concreti delle varie iniziative in Italia e non solo), ma di metodi che nell’ebbrezza della nuova esperienza si dimenticano di proteggere le vittime di quegli stessi uomini che seguono..
Si sfumano i confini della segretezza e dell’anonimato che sono indispensabili al percorso delle donne. Certo in buona fede…
I percorsi di lui e di lei si confondono nella collaborazione fra le diverse Equipes, e spunta, mai domata, la mediazione che riduce a conflitto la più grave delle violenze.
Ultima, ma non meno importante …che sollievo per le Istituzioni finanziare progetti che mettono al centro gli uomini e fanno delle donne una variabile dipendente e finalmente più silenziosa.
La trappola è ben orchestrata, i Centri antiviolenza si ritrovano sullo sfondo e quasi in dovere di collaborare a questi progetti.
Sembra scortese e fuori moda non partecipare a progetti, iniziative e dibattiti su questo tema. Per alcuni soggetti para-istituzionali la scelta è strumentale, per altri soggetti può essere una buona soluzione per non affrontare a partire da sé il rapporto maschilità/violenza.La vicenda di Maschile Plurale insegna. In sintesi rimettere al centro gli uomini è una risposta che può essere difensiva e questo, dico la verità, non mi interessa, ma è anche un pericolo simbolico e pratico per le donne.

Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza. Sinceramente mi sembra lontano dal desiderio che stava nel convegno “Le parole non bastano” del 2012 promosso dalla Casa delle Donne Maltrattate di Milano e Maschile Plurale di allora. Proposta e progetto che vedeva nella relazione fra uomini e donne lo strumento per combattere la violenza contro le donne stesse e per una nuova e più vera identità maschile.

Parliamone… gli stereotipi vanno combattuti, sempre.
Marisa Guarneri  6/10/2014

Per affrontare il tema della violenza domestica, colgo lo spunto di Lea Melandri e vi propongo la lettura di questi passaggi di Antonella Picchio.

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Informiamo e informiamoci

cruci sess La notizia dei manifestanti pro-life che tornano in piazza il 25 ottobre a Milano ed episodi come quello accaduto al pronto soccorso di Voghera (qui un bell’articolo di Chiara Lalli) ci spingono a non stare tranquilli. Ignoranza e omissione di servizio sono fenomeni in pericoloso aumento. Il fatto di ignorare (in buona o cattiva fede non importa) cosa sia la “pillola del giorno dopo” denota l’approssimazione con cui si ricoprono certi ruoli e su come la sanità seleziona i suoi dipendenti. In Lombardia il monopolio di un modo, di stampo confessionale, di tutelare la salute, diventa estremamente invasivo e pericoloso. Così come la decisione di mettere un numero chiuso sulle IVG. In questo modo una legge dello stato viene di fatto aggirata, applicata male e crea delle forme di violenza legalizzata sulla pelle delle donne. Questa infermiera che si prodiga a “salvare vite”, mi ha ricordato tanto il sistema americano delle false cliniche per abortire (qui). Solo che da noi questa “libera iniziativa filantropica” degli operatori sanitari, volta a scoraggiare le donne, avviene in strutture pubbliche. Immagino che i casi di queste due ragazze non siano isolati e che già in passato la stessa infermiera avesse elargito i suoi consigli indesiderati e non previsti dal suo ruolo. Sarebbe interessante fare un’indagine anche altrove. Non importa se tale comportamento fosse dettato dalla coscienza o dalle credenze religiose dell’operatrice sanitaria. Il dialogo che ha pensato di offrire, non era richiesto e soprattutto non è giustificabile se l’effetto finale è stato quello di allontanare, scoraggiando le pazienti, e di fatto non fornire il servizio. Ci sarà un protocollo da seguire in questi casi? Oppure, è tollerabile che motivazioni personali possano incidere sull’attività clinica? Ok, siete obiettori, allora le strutture devono affiancare anche personale non obiettore, affinché sia assicurato un diritto previsto dalla 194. Tutto questo produce un aggravio di costi e una più complicata gestione del personale e dei turni? Che si voglia o no, occorre intervenire e sanare la situazione. Lo stato dovrebbe vigilare sulle percentuali di obiettori o di dipendenti come l’infermiera di Voghera. Spero che ci sia un provvedimento esemplare. Altrimenti si continuerà a fare gli struzzi e a pagare per servizi che non ci sono o che sono soggetti a valutazioni personali, del tutto aleatorie. Dobbiamo combattere portando informazione corretta, consapevolezza e conoscenza laddove si fa solo disinformazione e terrorismo psicologico. L’ignoranza è una brutta bestia (basta vedere il risultato di questa indagine)! L’idea del consultorio in piazza o del cruciverba (nella foto) hanno proprio questo scopo: far riflettere e rendere le persone consapevoli della propria sessualità e del proprio corpo. Per combattere, argomentando con contenuti solidi, le false informazioni diffuse su certi temi. L’ultima parola deve restare delle donne; la scelta di una persona non può essere violata e manipolata da nessuno!

p.s. 07/10/2014

Vi segnalo il contest Liberi di Amare, organizzato da AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) di Roma e Cocoon Projects. Una gara di idee che coinvolge direttamente i ragazzi di tutta Italia e li invita a presentare progetti creativi e innovativi per promuovere efficacemente una sessualità consapevole e felice, basata su una cultura di prevenzione e salute.

Aggiornamento 07/10/2014

Alla fine l’infermiera ha scelto di “dimettersi volontariamente” (qui).

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Non solo eterologa

Alex Alemany

Alex Alemany

Perdonatemi se nel giro di pochi giorni vi parlo nuovamente di fecondazione, ma lo scorso 16 settembre ho partecipato a questo incontro che mi ha fornito alcuni spunti su cui occorre riflettere. Vi segnalo questa intervista, rilasciata a margine del seminario, dall’avvocato Marilisa D’Amico. In Lombardia sappiamo tutti cosa è accaduto. La Regione si è trincerata dietro questioni economiche, dicendo che non ci sono risorse sufficienti per rendere la fecondazione eterologa gratuita o con il pagamento di un ticket accessibile a tutti. Qui potete trovare la presentazione della delibera in Regione Lombardia e il testo scarno della delibera. La Regione Lombardia, pur avendo firmato il documento in Conferenza Stato-Regioni, pur non essendoci un vuoto normativo (così come ribadito dalla Consulta con la sentenza 162 del 2014) nella sua delibera “in attesa di un intervento legislativo”, ha “autorizzato” l’eterologa e sancito che i costi dell’eterologa, a differenza della fecondazione omologa, sarebbero stati a carico dei pazienti. In questo modo si crea una inaccettabile discriminazione tra malati più o meno gravi (ricordo che nel documento prodotto dalla Conferenza Stato-Regioni “Le Regioni e le PP.AA. considerano che omologa ed eterologa, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, risultano entrambe modalità di PMA riconosciute LEA”, quindi da considerarsi nei livelli essenziali di assistenza). La Regione Lombardia si è arrogata il diritto di autorizzare qualcosa che era già stata autorizzata dai giudici costituzionali. Inoltre, non inserendo l’eterologa tra i L.E.A., ha dichiaratamente disatteso un documento che il rappresentante di Regione Lombardia aveva firmato in sede di conferenza stato regioni del 4 settembre. Ditemi se non è politica ideologica questa! Ma quando si leggono certe dichiarazioni, si trasmette un messaggio di sostanziale resa di fronte alle scelte di una politica miope e discriminatoria. Edgardo Somigliana, responsabile del centro di procreazione medica assistita della fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano (ex-Clinica Mangiagalli) ha caldamente consigliato (qui l’intervista): “Per ora continuiamo a consigliare di andare all’estero alle coppie che hanno urgenza. Perché tutto diventi “reale” da noi ci vorrà probabilmente almeno un anno”. Tra i relatori del seminario, il Prof. Maurizio Mori, Ordinario di Bioetica presso l’Università degli Studi di Torino, ha più volte ribadito la sua posizione. Dopo lo smantellamento della legge 40 a colpi di sentenza della Consulta, è necessario ripensare tutto e avere il coraggio di legiferare in modo “lungimirante”, perché le leggi devono avere un respiro ampio, riuscire ad anticipare i cambiamenti del futuro, e non arrabattarsi alla ricerca di compromessi che si preoccupano unicamente dell’oggi. Al di là delle considerazioni su una maggiore longevità della popolazione che secondo Mori consentirebbe una genitorialità in età più avanzata, concordo sulla palese discriminazione tra uomini e donne: oggi un uomo può tranquillamente diventare padre a qualsiasi età, cosa che per una donna è ancora un tabù. Io sono sempre dell’idea che la genitorialità dev’essere una scelta personale consapevole e non un soprammobile o una medaglietta da appuntarsi al petto. Non è una questione di età, ma di quello che ci si sente dentro, è questo che va ben valutato e deve restare di ambito “personale”. Il nodo centrale della Legge 40 è contenuto nell’art. 4 (qui il testo completo), laddove la fecondazione assistita diviene un rimedio a un problema medico e nel suo divieto di eterologa non contempla single e coppie omosessuali. La nascita dei figli secondo la legge 40 e la sua disciplina in merito alla fecondazione assistita diventa una mera soluzione medica all’infertilità di coppia e non una libera scelta personale e sociale. La fecondazione assistita dovrebbe essere un diritto del cittadino, che sceglie di diventare genitore. Questo dovrebbe valere sia per i single che per le coppie, qualunque sia la loro composizione. Da tutta questa vicenda emerge una classe politica “presa per le orecchie” dalla Consulta, che ha dovuto intervenire in quanto il Legislatore non è stato in grado di disciplinare la materia in modo adeguato e conformemente ai principi costituzionali. La Consulta pur ribadendo il ruolo centrale e primario del Legislatore, ha scritto una sentenza (sentenza della Corte Costituzionale n. 162/2014”) per sanare il divieto di eterologa (vedi punto 2.3 qui). Il principio ispiratore di una norma dovrebbe essere dare spazio all’autonomia e alla responsabilità dei singoli e della scienza, non ingabbiare i cittadini. La genitorialità dovrebbe essere considerata una scelta incoercibile dell’individuo. Oggi, ci troviamo di fronte a una sorta di regionalismo dei diritti, con un probabile flusso migratorio dell’eterologa tra regioni, alla ricerca della regione più “amica”. Il tutto per complicare la vita a queste coppie, alle quali si chiede di continuare a girare per poter avere delle risposte. Il tutto con il limite dei 43 anni di età per le “riceventi”. Vi immaginate cosa significa dilatare i tempi? Il bambino nato da eterologa potrà conoscere l’identità del padre o della madre biologici una volta compiuti i 25 anni. Il donatore verrà consultato e sarà libero di rivelare o meno la propria identità. Si potranno conoscere dati e valori genetici del donatore solo per esigenze mediche del nato. Vedremo se ci saranno ricorsi alla delibera della Regione Lombardia e speriamo che vengano sanati tutti i “difetti”. Guido Ragni, Presidente della Fondazione per la ricerca sulla infertilità di coppia, ha parlato della fecondazione nei centri pubblici, facendo uno degli interventi migliori e più concreti della giornata. Analizzando i dati sulla fecondazione (qui e qui) la situazione vede un incremento dei cicli effettuati in strutture private, specialmente al sud. C’è una sorpresa: la Lombardia ha delle buone performance e sembra gestire buona parte delle PMA nel pubblico, salvo accorgersi che si tratta di un bluff, perché i numeri del pubblico includono anche le strutture private convenzionate. Per cui non si può certo stare tranquilli. Anzi! Ma l’eterologa è solo la punta dell’iceberg di una materia mai curata, analizzata e affrontata adeguatamente. Altro aspetto, sempre grandemente tralasciato dai dibattiti in materia di PMA, è rappresentato dalla diagnosi preimpianto. Avete presente tutte quelle malattie genetiche, tipo talassemia o fibrosi cistica, che sarebbero “aggirabili” con una semplice indagine preimpianto? Ancora oggi, dopo che nel 2009, una sentenza della Consulta consentiva nuovamente questo tipo di diagnosi, nessuna struttura pubblica consente (tranne a Cagliari) di eseguire gli esami necessari, costringendo di fatto le coppie a rivolgersi al privato, con ovvi costi e problematiche. Ma ci rendiamo conto? Questo è un risultato disastroso. La scienza progredisce e noi chiudiamo gli occhi e poniamo dei paletti assurdi! Se i genitori sono entrambi portatori di talassemia minor, avrà ben il 25% di probabilità di generare un figlio malato. È meglio avvalersi della scienza e concepire un figlio che non sia affetto da una malattia genetica grave o accorgersi della malattia con una villocentesi, dopo settimane di gestazione e costringere le coppie a scegliere solo allora? Non sarebbe meglio aiutare le persone, senza inutili torture? Voi cosa scegliereste? Non venite a dirmi che le malattie genetiche sono casi isolati! Questo non è egoismo o eugenetica! Si tratta di semplice buon senso e di diritti sostenuti anche dalla nostra Costituzione. Insomma, la Legge 40 è stata svuotata, non c’è vuoto legislativo, ma in questo marasma si infiltrano mille tentativi volti a limitare o a vanificare un diritto alla genitorialità. Forse sarebbe opportuno che a livello centrale si operasse con una certa celerità e razionalità al fine di effettuare gli opportuni interventi per sgombrare il campo da una miriade di problematiche, in gran parte causate da un regionalismo cieco e che ha creato solo discriminazioni. Altro che efficienza federale! Segnalo che a Milano è attivo lo sportello Sos infertilità, un aiuto per districarsi in tutte queste complicazioni. Al momento non ci sono donatori di gameti femminili, anche perché la donazione di ovuli presuppone dei trattamenti che sono ben più complicati della donazione di sperma (qui un articolo che ne parla). Per cui forse sarebbe utile ragionare su questo versante e trovare dei metodi per incentivare questa pratica. Altro territorio inesplorato è quello di embrioni o gameti già depositati all’estero e che si potrebbe ipotizzare di far rientrare in Italia. Come fare? Altri articoli sul tema 1 2 3 4 5

Aggiornamento 31 ottobre 2014

è stato rimosso il limite dei 43 anni per l’accesso all’eterologa (qui).

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Non siamo in uno stato di diritto

FAIZA MAGHNI

FAIZA MAGHNI

Torno sulla fecondazione eterologa. Un diritto declinato in base al censo, diventa una violenza legalizzata. Questo può accadere e accade quando un governo rinvia nel tempo una decisione che renda omogenea su tutto il territorio nazionale l’applicazione di un diritto, così come da sentenza della Consulta. La fecondazione eterologa può essere gratuita, come in Emilia, ma può arrivare a costare fino a 3.000 euro a trattamento, come è stato deciso in Lombardia.
Vorrei capire i motivi di questo accanimento. Come si può costringere le persone a “provare” di essere affette da “sterilità irreversibile”, anche ammettendo che sia semplice dimostrarlo. Penso che chi richiede una fecondazione eterologa non si stia sottoponendo a una serie di trattamenti duri sul piano fisico e psicologico, non lo farebbe se potesse procreare senza l’aiuto della scienza. Questo aiuto è un diritto, non può diventare un privilegio.
Insomma, per evitare questa offerta eterogenea, discriminazioni geografiche e di censo, cerchiamo di mettere ordine e rendiamolo un diritto certo per tutte le coppie che desiderano avvalersi dell’eterologa.
Penso che quando una giunta regionale arriva a prendere decisioni di stampo confessionale (mescolando così politica e religione) il risultato si nutre di una volontà di osteggiare un’aspirazione legittima, con un chiaro intento persecutorio di cui le istituzioni non dovrebbero essere affette. Queste coppie non soffrono già abbastanza? C’è chi un paio di anni fa argomentava così la scelta di ticket molto onerosi, ma come si può fare certe affermazioni sulla pelle delle persone?

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Una donna di troppo

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Ci sono incontri e casualità che mi portano a pensare. Qualche giorno fa alla Ladyfest ho incontrato Daniela Pellegrini. Quando la senti parlare capisci che la pasta di cui è fatta è preziosa, che le sue parole e i suoi pensieri sono stati il frutto di anni di riflessione, di letture e di confronti/scontri. Lei che già negli anni ’60 aveva intuito la necessità di superare il dualismo sessuale o sessuato (basato sui ruoli attribuiti attraverso la cultura) maschio/femmina e in generale in ogni contesto umano.

“Bisogna uscire dalla relazione/scissione del ‘due’ ed entrare in una terza posizione. La terza posizione sta a significare un ‘relativo plurale di ogni differenza’, e perciò di ogni ‘parzialità’ di soggetti e soggettività”.

Qualche giorno fa mi trovavo in biblioteca alla ricerca di un libro e mi sono imbattuta nel suo lavoro Una donna di troppo (Fondazione Badaracco – Franco Angeli 2012, parte della collana Letture d’archivio curata da Lea Melandri): casualmente era appena stato acquisito dalla biblioteca rionale. Penso che non sia per caso, penso che questo testo mi sia arrivato per dirmi qualcosa.
Ho iniziato a leggerlo e subito ho avuto mille sollecitazioni, scoperte e mi sono sentita meno sola.
La sua scrittura, a volte ostica per i mille richiami al mondo dell’antropologia, della psicanalisi, di tutti i mondi di cui Daniela si è nutrita, mi ha rinfrancata e mi ha dato la misura della distanza con quel modo di costruire un movimento. Ho avuto la sensazione di quanto si fosse impoverito il movimento nel tempo. Quel lessico, quella ricerca, quella profondità e quella capacità di analisi e di approfondimento oggi sono merce rara. Tutto era curato, anche ciò che era improvvisato mostrava un livello e una capacità di profondità notevoli. C’era l’energia, la fiducia, l’istinto, la passione, mai l’urlo o la rabbia che soffoca qualsiasi riflessione.
La sua è una collezione di documenti di una vita politica, vissuta appassionatamente in prima persona, a partire dai tasselli proto-femministi dei primi anni ’60, passando per l’esplosione del Movimento delle donne, per giungere vicino ai nostri giorni. C’è, a rileggere quelle carte, la sensazione che qualcosa sia inevitabilmente mutato, ma non in una direzione utile e sperata. Così, l’emancipazione si è incanalata nell’integrazione della donna in quel mondo confezionato dagli uomini, con tutte le implicazioni e i compromessi di cui parla Daniela e da cui voleva tenersi lontana.
L’autrice tenta la ricerca e la definizione di un metodo per l’emancipazione delle donne. La prassi seguita all’epoca da numerose realtà associative prevedeva l’istituzione di particolari accorgimenti pratici al fine di inserire le donne nella società, “così com’è costituita nel momento in cui essa agisce”. Tutto questo sarebbe funzionale al superamento delle impasse dei compiti femminili che frenano l’azione extra-familiare. Al contempo si richiedono dei “trattamenti di favore”, perché al momento questi “freni” non sono ancora stati superati, ma sono riconosciute come sostanzialmente inscindibili dall’esser femmina. Insomma, la donna stretta in questa morsa non ci guadagna nulla. Ecco che la Pellegrini critica il metodo di integrazione: “significa immettere la donna nella società così com’è , di tradizione decisionale maschile, con degli accorgimenti che, non eliminando l’inconciliabilità dei ruoli prefissati, ne permettono la coesistenza nelle sole donne”. L’integrazione obbliga la donna a trovare un compromesso, a barcamenarsi tra le due dimensioni, ricavandone solo un “doppio aggravio”, con la conferma di non essere in grado di “adeguarsi al mondo maschile” e con ben poche possibilità di autodefinirsi e autodeterminarsi. Da qui la necessità di abbandonare le strutture teoriche create dagli uomini, “per valutarci libere dalle panie e limitazioni che i due poli sessuali, interpretati da altri e non da noi stesse”.
Possiamo dire che quest’analisi è tuttora molto attuale, siamo ferme. Non siamo riuscite a sviluppare inediti strumenti e chiavi di lettura, soluzioni alternative che superassero i ruoli predeterminati. Siamo state lusingate dal canto delle sirene dell’integrazione e abbiamo abbandonato la ricerca di nuove soluzioni culturali. La questione femminile non è riuscita a diventare un “problema” sociale complessivo, quella “rivoluzione ontologica” che coinvolge tutto l’essere. Ci siamo accontentate delle briciole.
Tornerò sul volume di Daniela Pellegrini, perché, come ho già detto, sono molteplici le sollecitazioni che mi ha fornito.

Ringrazio Nicoletta Poidimani per l’intervista a Daniela Pellegrini.

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Una risorsa da difendere e da valorizzare

L’incontro del 25 giugno (che avevo anticipato qui) ci ha chiarito meglio le idee sul progetto di riorganizzazione della Sanità lombarda, che investirà anche i consultori familiari, trasformandoli in centri per le famiglie. Il processo sembra inarrestabile, Regione e Asl vanno diritti verso l’attuazione del piano. L’assessore Pierfrancesco Majorino ha illustrato le competenze del Comune di Milano in materia di salute, in merito alle quali ha solo una responsabilità formale: con la regionalizzazione della Sanità, ciascuna regione è dotata di autonomia decisionale Questo porta a una disomogeneità dei servizi sul territorio nazionale, con gravi ripercussioni anche sulle politiche di tutela della salute dei cittadini. Il risultato è affidato alla buona volontà delle istituzioni coinvolte e alla loro capacità di creare sinergie e relazioni proficue.
In materia di consultori, purtroppo il Comune si trova di fronte al muro di gomma della Asl. Il Comune in occasione della presentazione del documento di programmazione annuale delle Asl (gennaio 2012 e 2013) ha mostrato le sue perplessità/contrarietà in merito alle scelte di riforma dei servizi. Con esito pari a zero.
In occasione della fase di creazione delle città metropolitane sarà importantissimo definire le competenze di ciascun attore coinvolto, specie in ambito sanitario.
L’assessora regionale Maria Cristina Cantù ha più volte precisato che la trasformazione dei consultori non è mirata a depotenziare i servizi rivolti alla donna, bensì si cercherà di occuparsi di famiglia a 360°. Gli effetti saranno tutti da verificare nei fatti, ma sembra quasi che si vogliano mettere in contrapposizione la salute della donna con quella della famiglia, come se fossero due entità distinte ed estranee. Come se non fossero intrecciate e ci fossero diritti primari e secondari. Noi donne “vinciamo” sempre l’ultimo posto nella classifica delle priorità.
Oggi siamo di fronte a nuove necessità per la tutela della salute, con la sessualità delle giovani donne e delle immigrate che necessitano di risposte e di attenzioni specifiche e mirate. Oggi, se vogliamo, c’è ancor più bisogno di servizi come quelli offerti dai consultori. Purtroppo, si effettua un calcolo meramente ragionieristico, di quadratura dei numeri, di contenimento della spesa. Per cui qualità, relazioni con gli utenti e risultati pratici sono di secondaria importanza, anzi sono fattori irrilevanti ai fini della pianificazione sanitaria. Inoltre, seguendo questo schema fondato meramente sul risparmio ad ogni costo, si vanno a intaccare i servizi di prevenzione, con un grosso impatto sul lungo periodo, in termini di maggiori costi di cura a carico del S.S.N.
Il Comune di Milano è impegnato sul fronte di una più efficiente organizzazione dei servizi sociali, al fine di intercettare meglio i bisogni e fornire soluzioni specifiche. Il Comune cerca di collaborare a stretto contatto con la Asl, ma la capacità del Comune di incidere sui progetti Asl sembra vicina allo zero. Al momento c’è l’idea di creare uno sportello unico di accesso ai servizi (per informare e gestire insieme i cittadini), da realizzarsi attraverso la collaborazione Comune di Milano-Asl. Vedremo cosa si riuscirà a realizzare in questo momento in cui la parola d’ordine non è sperimentare, ma tagliare.
La consigliera regionale Sara Valmaggi, molto impegnata sul fronte per la difesa dei consultori familiari, è intervenuta partendo da un dato di fatto: la legge regionale 44/1976 non è mai stata attuata veramente. Infatti, era previsto 1 consultorio per ogni 20.000 cittadine in età fertile. I dati parlano da soli: in zona 7 si arriva a 1 consultorio per 56.000 abitanti (tra pubblici e privati convenzionati). Il problema è aggravato dal fatto che molti consultori privati accreditati non applicano appieno la Legge 194, in ambito di aborto e contraccezione.
Qui, quiquiquiquiqui e qui alcuni dati del 2013 relativi ai consultori di Milano.
La volontà di risparmiare, concentrando i servizi di varia natura (donne, bambini, anziani, disabili), non contempla l’idea che la prevenzione sia una forma importantissima di investimento nel futuro.
Al momento è in atto una fase di accreditamento dei consultori pubblici e privati, sulla base dei seguenti criteri: la conformità delle strutture ospitanti i consultori, la tipologia di servizi offerti e le professionalità presenti. Sarebbe auspicabile che tra i criteri rientrasse la piena applicazione della legge 194.
Abbiamo chiesto notizie in merito al pagamento del ticket (tipicità lombarda, non prevista nella normativa nazionale) e all’obbligo di prescrizione medica per l’accesso ai consultori, due prassi fortemente criticate. Essendo di pertinenza della potestà regionale e rientrando nell’autonomia organizzativa e finanziaria nell’erogazione dei servizi, sono contemplati come “compartecipazione alla spesa” da parte dei cittadini. Sarebbe auspicabile che i servizi dei consultori rientrassero nei livelli essenziali di assistenza o che quanto meno i ticket siano commisurati al reddito.
Diana De Marchi, membro della segreteria del PD lombardo, è intervenuta riportandoci la sua esperienza di insegnante, sulla necessità di fare prevenzione e informazione presso le giovani generazioni, tornando a svolgere progetti sistematici e permanenti nelle scuole al fine di educare i ragazzi (anche delle medie) a una sessualità consapevole, a un’affettività equilibrata, alla conoscenza dei metodi contraccettivi, delle malattie sessualmente trasmissibili, del proprio corpo e dei propri diritti. I consultori devono tornare a svolgere questo ruolo di formazione specifica permanente e non solo subordinata all’iniziativa di singoli insegnanti o dirigenti scolastici. I consultori familiari pubblici devono essere messi in grado di tornare a svolgere queste attività in modo continuativo e questo può avvenire solo destinando loro maggiori risorse finanziarie e in termini di personale. Fare prevenzione e diffondere una maggiore consapevolezza sono strumenti indispesabili che dobbiamo salvaguardare, perché significa investire sul nostro futuro.
Per anni in Lombardia si è incentivata la competizione tra strutture pubbliche e private, ma con la progressiva sottrazione di risorse al pubblico (in particolar modo sui servizi territoriali come i consultori, non tanto nella creazione di nuovi ospedali) non lo si è messo in grado di attrezzarsi e di fornire un servizio di qualità. L’unico vero obiettivo è stato finora il pareggio di bilancio, a detrimento dello standard qualitativo dei servizi. Vi chiedo come si può chiedere di pagare una visita ginecologica nei consultori, senza che questi siano dotati di un ecografo? Siamo nel 2014. Come si può chiedere a una donna di fare la visita di base in consultorio, andare altrove a farsi l’ecografia e tornare con i risultati? La chiamate prevenzione? Può essere considerato un servizio efficiente? A me sembra solo che ci sia la volontà di un progressivo svuotamento delle funzioni dei consultori pubblici. Alla fine la gente preferirà i centri privati con più fondi, dotati di una strumentazione adeguata e aggiornata, che non costringa gli utenti a fare il ping pong tra due o più strutture.
Ricordiamoci che ogni servizio perso, ogni spazio che si chiude o si ridimensiona diventa difficile da recuperare. Restiamo vigili.

 

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