Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Pericolose accelerazioni estive

tren de la libertad

In Spagna i Popolari non abbandonano l’idea del progetto di legge Gallardòn, che vorrebbe ridurre considerevolmente le fattispecie per poter abortire. Anzi, i sostenitori della proposta di legge sembra che vogliano approfittare della calura e della sonnolenza estive, per convertire l’ante-proyecto in un vero e proprio progetto di legge, da presentare in Parlamento a luglio. L’obiettivo è giungere a un’approvazione entro la fine dell’anno.
Ma nessuna di coloro che si mobilitò in occasione della manifestazione dello scorso 1 febbraio a Madrid ha intenzione di lasciar passare sotto silenzio questa improvvisa accelerata dei sostenitori della legge che potrebbe riportare la Spagna indietro di decenni. Quel tren de la libertad che portò nella capitale oltre centomila persone è pronto alla lucha e con esso tutte le reti (tra cui Women are Europe) che si sono formate in tutta Europa per dire no a questa legge che sarebbe una mannaia per i diritti all’autodeterminazione delle donne. L’aborto non può tornare a essere clandestino, le donne devono poter scegliere liberamente e veder garantito il loro diritto alla salute.
Il tren de la libertad è diventato un docu-film, frutto del collage del materiale girato da più di 80 registe, che hanno documentato la mobilitazione e la marcia che riempì le strade di Madrid il 1 febbraio. La “prima” è prevista nelle Asturie il prossimo 10 luglio. Qui il trailer. Qui l’elenco delle città spagnole in cui avverranno le proiezioni, gratuite.

Speriamo che questa importante testimonianza di mobilitazione giunga anche in Italia, dove la situazione non è rosea. Basti pensare al numero stratosferico di medici obiettori di coscienza e a come lentamente stiano (e non da oggi) cercando di tagliare le attività dei consultori familiari pubblici, favorendo quelli confessionali accreditati.
Se ci addormentiamo, pensando che da noi non si possa tornare indietro, è finita. Svegliamoci tutt* e difendiamo la Legge 194, chiediamo una sua piena applicazione in ogni parte d’Italia. Ricordiamoci inoltre l’importanza della legge 405 del 1975 che istituì i consultori familiari. Forse non tutti siete a conoscenza di ciò che sta accadendo in Lombardia, dove non solo si paga il ticket per le prestazioni del consultorio, ma sta per entrare in vigore la trasformazione dei consultori familiari in centri per la famiglia. La Regione Lombardia sta procedendo con la “ristrutturazione” dei consultori, che potrebbe snaturare le funzioni attribuite ai consultori dalla normativa nazionale, con il rischio di non assicurare più i servizi sanitari, sociali e psicologici per la salute della donna. Ne parliamo mercoledì 25 giugno a Milano, con Pierfrancesco Majorino, Diana De Marchi e Sara Valmaggi: qui l’evento su FB.

“La maternidad es una vocación como cualquier otra. Debería ser libremente elegida, y no impuesta sobre la mujer.”

Anaïs Nin.

 

Ringrazio Silvia Vaccaro per il suo articolo.

 

Aggiornamenti

Le donne spagnole non si fermano e scrivono una lettera aperta alla vicepresidente del governo spagnolo Soraya Sáenz de Santamaría per chiedere il ritiro dell’ante-proyecto di legge di cui parlavo. Speriamo!

Intanto si organizzano Falò di S. Giovanni per bruciare la proposta Gallardòn.

Si preannuncia un verano calentito 🙂

Say no to the new abortion law in Spain! In tante lingue diverse esprimiamo il nostro dissenso!

In molte città europee si tornerà in piazza per manifestare la nostra solidarietà alle donne spagnole. Qui alcune info sul sito WAE.

verano Caliente

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Basta applicarla

hollandwindmilltulips

Oggi mi riallaccio a un articolo di Giulia Montanelli, che ci riporta la realtà olandese in tema di educazione sessuale, tutela della salute sessuale e riproduttiva della donna, prevenzione e contraccezione.
Il confronto con la 194 e con la legge che istituì i consultori (n.405/75) mostra tutte le crepe di norme che da noi sono state boicottate e applicate solo in parte.
Gli strumenti in Italia ci sono, peccato che ci sia di mezzo l’obiezione di coscienza in dosi massicce e le funzioni e le attività dei consultori siano state tagliate a più riprese ed oggi, in ottica di spending review, vengono ritenute un lusso da ridurre, accorpare e spremere ulteriormente come un limone.
L’educazione sessuale dovrebbe essere una delle competenze dei consultori familiari. Purtroppo i consultori hanno sempre meno risorse da impiegare. In Lombardia, a Milano, ad esempio, i consultori hanno dei progetti di educazione sia rivolti agli insegnanti (che a loro volta devono trasferire le informazioni ai ragazzi) sia agli studenti, che diventano poi “educatori” tra pari, in pratica diventano divulgatori verso i compagni di quanto appreso dal personale dei consultori. Questi progetti sono facoltativi, in pratica è il singolo istituto che sceglie se aderirvi o meno. Per cui in primis spetta alla sensibilità del personale scolastico e del dirigente la scelta se attivarsi o meno. Il problema ulteriore è che le risorse dei consultori familiari pubblici si restringono, mentre i privati accreditati, molto spesso confessionali, dotati di maggiori disponibilità economiche e di personale, hanno un più facile accesso nelle scuole. Sappiamo tutti che i risultati di un insegnamento laico e di uno di stampo confessionale, non sono esattamente identici.
Dobbiamo parlare di più e meglio di contraccezione, fare prevenzione, sfatare miti e pregiudizi e diffondere consapevolezza di sé, del proprio corpo e della salute. Perché questi erano i principi e gli obiettivi delle normative italiane in materia. Dobbiamo far diventare la sessualità un processo di maturazione condiviso, condotto in parallelo, uomini e donne, ragazzi e ragazze. I risultati olandesi, frutto di un approccio aperto e concentrato sull’informazione preventiva, dimostrano che non basta varare delle norme adatte, ma occorre supportarle e applicarle sino in fondo. Crediamoci e lottiamo fino in fondo per non tornare indietro e per sgombrare il campo da falsi miti.

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Bikini niña con foam? No, gracias!!!

Farfalla

Vivendo sotto la dolce “dittatura” di mia figlia, ormai guardo solo Rai YoYo e simili. Sono diventata una notevole esperta in cartoni e in pubblicità per bambini. La cosa che mi crea più sconcerto sono le bimbe ammiccanti di alcuni spot (vedi le scarpe per bambine che ti regalano gli occhiali da sole con gli strass). Una vera e propria distorsione dell’infanzia, bimbe che sembrano in piena adolescenza già a 6-7 anni.

Oggi poi mi capita di leggere questa notizia in cui Carrefour propone nel suo catalogo mare una serie di costumi da bagno per bambine di 9 anni, imbottiti (Bikini niña con foam si legge cliccando sull’immagine del catalogo online). Accade in Spagna, costumi con taglie 9-14 anni. La piccola modella è ritratta mentre sorseggia un cocktail, come se fosse pronta per la “vendita”.
Lo stesso modello di bikini fu proposto nel 2010 in Inghilterra, addirittura per bimbe di 7 anni, dalla Primark, che fu poi costretta a ritirarlo in seguito alle proteste. L’associazione FACUA ha già denunciato Carrefour.
Trovo questi messaggi eccessivi, stiamo andando nella direzione sbagliata, stiamo accorciando e deturpando l’infanzia e plagiando delle bambine. Quale può essere il target?
Se lo scopo è solo vendere, siamo veramente al capolinea. Diamoci una regolata e per favore invertiamo la rotta. DICIAMO NO!

Proteggiamo l’infanzia, delicata e importantissima fase della nostra vita. Diamo il giusto tempo al bruchino per diventare farfalla.

 

Fonti:

http://hartodecarrefour.blogspot.com.es/2014/05/carrefour-vende-bikinis-para-ninas.html
http://www.elbalcondemateo.es/2014/05/bikinis-con-relleno-para-ninas-de-9-anos/

Ringrazio La rete delle reti femminili per la segnalazione.

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Il giorno dopo e quelli che verranno

Ci siamo, le percentuali del PD sono da giubilo generale, panciute come solo la DC sapeva fare ed è forse anche per questo che vorrei non sentire più che è merito di Matteo. Perché se davvero ci si appoggia a questo passato, vuol dire che c’è poco di cui gioire. Abbiamo il partito plebiscitario che in molti desideravano e hanno costruito, un partito con un’immagine personalistica ben definita (basti pensare che molte schede (naturalmente annullate) portavano il marchio Renzi, come nei tempi felici si scriveva ovunque Berlusconi). Abbiamo la pancina piena di voti e dobbiamo stare attenti a non perdere la testa. Oggi vorrei sottolineare che la vittoria è patrimonio di tutte le anime che il PD contiene, nel bene e nel male. Mi fa venire un po’ di mal di stomaco, sapere che si è compiuto il miracolo di Matteo, che ha saputo intercettare i voti dei forzitalioti e di altri dispersi di centro-destra, attirati dalla rassicurante figura di Matteo il non-comunista, perché questo significherebbe ammettere che siamo diventati un’altra cosa.

Oggi, tuttavia, ho un mio personale motivo di gioia: Renata Briano andrà a Bruxelles. È come se un seme di buona politica sia riuscito a germogliare, nonostante tutto. Sono certa che farà un gran bene.
C’è tanto da fare e il PD ha tante forze positive che vanno ben al di là del potenziale di Renzi. Questi sono i motivi che mi hanno spinta a restare e a continuare ad aver fiducia nel PD.

Dovremo essere capaci di non subire un arretramento in chiave neo-democristiana. Siamo in pochi a non essere ancora stati folgorati da Matteo. Magari domani toccherà a me. Magari riusciamo a contenere la deriva personalistica. Mi dispiace, ma non dirò mai che è tutto merito di Matteo, non è nel mio DNA un approccio del genere.

Tornando al nostro Paese, ora ci aspettano tempi e riforme difficili, forse indigeste, ma visto il successo elettorale, dovremo tenercele così come sono. Questo non vale solo per l’Italia.

Vorrei tornare un attimo con i piedi per terra. Li avete visti i risultati altrove? Avete presente il sogno di Schulz presidente? Probabilmente ce lo dovremo dimenticare, ci toccherà Juncker, con quel che ne consegue. L’inversione di rotta che molti speravano potrebbe restare un miraggio. Perché a saper leggere i dati sotto una lente più attenta, potremmo scorgere una rinascita popolare, che molti davano per moribonda, di cui Renzi potrebbe benissimo esserne un sintomo. Scricchiola sotto il peso della Troika il risultato generale e dimostra come non c’è molto di cui gioire.

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Al di là del rosa

Red Water Lilies

Siamo qui a poche ore da queste europee. In Italia non c’è solo la dicotomia tra europeisti ed euroscettici, ma questa tornata elettorale è caricata di un aspetto ulteriore, che in qualche modo ha deformato la trasmissione dei contenuti: una verifica governativa, la ricerca di un plebiscito delle urne che legittimi un esecutivo auto-generatosi e auto-insediatosi. Il 26 avremo la risposta.
Al di là di questo aspetto, nel corso di questa campagna elettorale si è parlato tanto di pinkwashing, una sorta di lavaggio del cervello e di martellamento mediatico su quanto siano rilevanti e importanti le donne in politica. Ancora una volta siamo cadute in trappola, adoperate come strumento politico-pubblicitario dal meccanismo partitico. Il mondo politico maschile sembra essersi accorto di noi solo oggi, interessato a trainare le liste con uno specchietto elettorale, un po’ di smalto e rossetto per nascondere un’avversione profonda a molte delle istanze che tutte le altre donne, fuori dai partiti, portano avanti. Perchè appare abbastanza chiaro che poche di quelle donne candidate ci vorranno e ci potranno aiutare realmente. Ho sempre pensato che la scelta del voto dovesse passare per i contenuti programmatici e per il background del candidato. Per cui seguirò anche questa volta questa regola personale. Ho oculatamente selezionato le mie preferenze, basta ragionare autonomamente e documentarsi. Le persone valide ci sono, basta sceglierle con attenzione. Chi parla di sorellanza, non conosce bene le dinamiche di partito, perché molte donne (parlo di militanti e non) scelgono non per affinità di genere, bensì per interessi personali. Mi spiego meglio. Tra un candidato inadeguato e una donna capace, si sceglie spesso di sostenere il primo, se questo può assicurarti un vantaggio all’interno del partito o fuori. Così si creano correnti non in stile rosa, bensì in funzione delle probabilità di trarre vantaggi diretti dal sostegno a un candidato.
Penso che l’unica cattiva abitudine da sradicare sia appunto questa modalità di scelta.

Finché non saremo in grado di fare diversamente e di applicare un ragionamento appropriato, i risultati saranno sempre deludenti e naturalmente mai a vantaggio delle donne e tantomeno della collettività.

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A che punto siamo arrivati

Anarkikka for #noDesigual

Anarkikka for #noDesigual

L’antefatto. Una donna si prova un abito Desigual davanti allo specchio, prende un cuscino, lo mette sotto al vestito simulando un pancione. Appare la scritta #tudecides. La ragazza prende dei preservativi e li fora con uno spillo, sorride allo specchio. Sullo schermo appare la scritta “Feliz día de la madre”.
Ok, fin qui potrebbe trattarsi di una trovata pubblicitaria, che per quanto discutibile, andrebbe presa per quello che è. Il punto sta nelle parole adoperate.
Infatti #tudecides appare troppo vicina, per essere una semplice coincidenza, al #Yodecido coniato dalle donne spagnole per contestare il provvedimento di legge antiabortista Gallardon. Il motto Yodecido è stato adottato in tutta Europa per manifestare solidarietà nei confronti delle donne spagnole e per campagne di sensibilizzazione a sostegno dell’autodeterminazione della donna e della libertà di scelta.
Si tratta di una nemmeno tanto subdola strumentalizzazione della campagna Yodecido per fare una pubblicità, tra l’altro con messaggi alquanto inappropriati. Il fatto di bucare il preservativo indica l’idea di voler imbrogliare il partner, come se la maternità fosse in qualche modo un raggiro e un’idea egoistica della donna. Altro che autodeterminazione, qui di comunica l’idea di voler “fregare” l’uomo. Ne vien fuori un mix indigesto di tutti i peggiori stereotipi e pregiudizi maschilisti.
Insomma, si usa uno slogan che imita una battaglia femminile per fare marketing e per vendere. Siccome si sono accorti che questi temi, insieme a quello della violenza sulle donna, sono sempre più diffusi e popolari, che ora hanno deciso di sfruttare la corrente. Sempre sulla nostra pelle.
Mi chiedo che messaggio diamo alle più giovani? Anche se c’è la frase in carattere minuscolo “no lo intentes en casa”, mi sembra alquanto miserevole spacciare per autodeterminazione e per emancipazione questo messaggio.
Pur di vendere si arriva a manipolare qualsiasi cosa, mercificando e banalizzando ogni cosa.

 

Approfondimenti:

(1)

(2)

(3)

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Abituarsi a non pensare con la propria testa

 

Claude Monet - San Giorgio Maggiore Venezia

Claude Monet – San Giorgio Maggiore Venezia

 

Leggendo questo articolo, mi è sopraggiunta un’idea. Tutto questo affannarsi a dare la colpa della cattiva informazione, a un certo modo di fare giornalismo, non porta a capire le motivazioni che sono alla base di tutto questo fenomeno di appiattimento globale.
Queste modalità e questo ingrigirsi della penna, deriva essenzialmente da due fattori: le risorse scarse dell’editoria contemporanea, con annesso oligopolio, e la graduale e inesorabile pigrizia di buona parte dei cittadini italiani: a mala pena riescono a masticare le notizie trite e condensate di un’Ansa e riportate su uno di quei quotidiani gratuiti che si leggono in metro la mattina. Da qui, la sbagliata rinuncia a priori a spiegare bene le cose.
In questo deserto dei Tartari è facile proporre la vulgata quotidiana, omologata e predigerita. L’importante è non scomodare troppo gli stomaci già ulcerosi del cittadino medio e il buon umore dei nuovi politici tutti decorosamente allineati. Chi non lo è, fa parte dei rapaci notturni, meglio definiti gufi.
Ecco che le europee sono l’ennesima prova di costruzione di una dimensione fantastica da domenica sportiva, due fazioni e nulla più. I contenuti sono latitanti, nascosti e fruibili solo da quella esigua parte che non si rassegna a consegnare il proprio cervello al capo di turno. Ogni riferimento è puramente casuale. Quindi tutti in silenzio, raccolti in una reverenziale quiete, assistiamo al susseguirsi di notizie, a cui seguono smentite e correzioni, critiche e complimenti in un turbinio confuso. Tanto che alla fine, ci si arrende all’evidenza di non aver capito a che punto siamo. Non abbiamo nemmeno lasciato spazio all’alternativa, presi come siamo nella lotta tra europeisti ed euroscettici. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione la via di mezzo, la rimodulazione. Questo perchè ci hanno spiegato che non si può stare a metà, perché altrimenti si è doppiogiochisti e non si prende le parti di nessuno, come invece ci chiedono di fare. Io di solito prendo le mie parti, non amo abbracciare in toto ed esclusivamente una parte, così, tanto per simpatia e per fede dogmatica. Sono abituata a seguire la mia testa e a vagliare di volta in volta. Se poi è una cattiva abitudine ditemelo, magari ho bisogno di una purga cerebrale. Visti i tempi, non mi sorprende più niente.

Non si può parlare di TTIP, non si possono affrontare i temi sulla povertà (poi ci roviniamo la giornata), non si accenna al fatto che potremmo trovarci le larghe intese anche in UE, tra PPE e PSE, non si possono chiedere le coperture finanziarie, non si può parlare di detrazioni del coniuge a carico. Il lavoro diventa un oggetto confuso, relegato in un futuristico Act. Non si parla di diritti civili e di salute riproduttiva e delle posizioni su tali materie da parte dei candidati alle europee. Si sussurra lo slittamento del pareggio di bilancio, ma senza troppa enfasi.
Insomma, è tutto un sussurro, hanno messo la sordina e noi ci deliziamo in questo clima onirico crepuscolare. Quella dell’ultima spiaggia è una delle sirene che ci dovrebbero incoraggiare ad abbandonarci fiduciosi all’uomo magnifico.
Dov’è finita l’agorà? Si parla di postdemocrazia, che si potrebbe riassumere con l’assioma “divieto di discorso sui fini”. La critica non è un impedimento al discorso democratico, ma dovrebbe essere la linfa che ne dimostra la vitalità.

Vi consiglio questa lettura, che aiuta a smuovere un po’ i nostri stanchi neuroni.
Ancora una volta è una questione che gira attorno alla “scelta”.

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Non li conto più

oro

Non conto più i casi in cui si sta cercando deliberatamente di attaccare la salute delle donne e la libertà di autodeterminazione. Con un’audizione pubblica, il 10 aprile sono state presentate a Bruxelles le firme raccolte nei 28 paesi membri per la campagna Uno di noi, che fa riferimento al Movimento per la Vita.
Si chiede all’UE di non sostenere più, né a livello politico né a livello economico, le attività che potrebbero compromettere gli embrioni umani, la ricerca sulle cellule staminali embrionali e i servizi di aborto sicuro erogati dalle ONG nei Paesi in via di sviluppo. Obiettivo primario è il riconoscimento giuridico dell’embrione umano, che equivarrebbe a sancire il diritto “alla vita e dell’integrità” sin dal concepimento.
Il parlamento europeo dovrebbe esprimersi entro il 28 maggio. L’Italia ha garantito la maggior parte delle firme della petizione.
Per i dettagli vi suggerisco questo articolo di Cecilia M. Calamani.
Ma veniamo al cuore di tutto: 120 milioni di dollari ogni anno, questa la cifra annuale che l’UE elargisce alle ONG per la protezione della salute riproduttiva delle donne. Ho come la sensazione che in ballo ci siano altri obiettivi, altre questioni, che vanno ben oltre l’etica e il suolo comunitario. Si tratta, ipotizzo, di chiudere i cordoni della borsa per tutti i programmi rivolti all’aiuto e alla tutela degli ultimi, delle comunità più povere, in cui la maternità spesso coincide con la morte? La Laiga sostiene che in questi Paesi muoiono quasi 800 donne al giorno per problemi legati alla gravidanza o al parto. Vorrei capire se questo coincide con la tutela della vita. Insomma, alla fine si tratta quasi sempre di creare una voragine tra ricchi e poveri, non importa dove essi siano. Con buona pace della fratellanza e della solidarietà tra i popoli.

Ne parla anche Womenareurope qui.

 

AGGIORNAMENTO DEL 29.05.2014

Good news: Bruxelles respinge petizione per la tutela degli embrioni. Ue non darà seguito a richiesta dell’iniziativa ‘Uno di noi’.

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Impressioni di WAE!

Riporterò qui la mia esperienza dell’incontro che si è tenuto domenica 6 aprile a Milano, della rete Womenareurope.

Incontrarsi di persona, condividere idee, progetti, pensieri per me ha rappresentato un’occasione per uscire dal mio guscio quotidiano e fare squadra. Al termine della giornata, la mia sensazione era di aver ricevuto da ognuna delle donne presenti una sferzata incredibile di energia, di voglia di fare. Ne sono uscita arricchita e piena di nuovi spunti di riflessione. La condivisione aiuta a cambiare i propri orizzonti e punti di vista personali. Questo è successo e ne sono molto contenta.
Ho notato che è mancata la partecipazione della componente dei movimenti femminili più legati alla realtà dei centri sociali. Questo probabilmente spiega in parte l’esigua partecipazione della fascia 20-30. Mi è sembrata totalmente assente la fascia under 20, che evidentemente non siamo riuscite ad intercettare o a coinvolgere. La mia fascia 30-40 anni, ahimè, latita e partecipa poco: per fortuna ci sono delle mie coetanee eccezionali, che domenica scorsa mi hanno resa fiera della mia generazione. Non siamo poi messi così male.
Non seguirò l’iter preciso della giornata, ma vorrei annotare qui i punti che secondo me aiutano a dare un’idea di quanto ricco e variegato sia stato il dibattito.
L’incontro nazionale di domenica arriva dopo le giornate del 1 febbraio e dell’8 marzo, dopo i fatti di Spagna e la legge Gallardón, la bocciatura della mozione Estrela in UE. Il clima attorno ai diritti di autodeterminazione delle donne e i ripetuti tentativi, da più fronti, di smantellarli ci richiamano e ci spingono a tornare a mobilitarci e a farci sentire, in prima persona e come gruppi. I diritti acquisiti non lo sono mai per sempre, vanno alimentati e curati. L’idea della rete serve proprio a riunire le nostre forze, per non disperdere le nostre energie e l’efficacia delle nostre azioni. Occorre rompere la frammentarietà dei singoli movimenti e associazioni, cercando di condividere ciò che realizziamo sul territorio.
È emerso quanto sia difficile il rapporto con le istituzioni, che sono fondamentali se si desidera ottenere cambiamenti reali, effettivi, miglioramenti e tutele certe. Probabilmente dovremmo cercare di trovare i nostri interlocutori politici e istituzionali a livello europeo.
Troppo spesso si cerca la vittima, quando si parla di IVG: la donna, l’embrione. Questo è strumentale a creare dei sensi di colpa che gravano unicamente sulla donna, laddove si dovrebbe richiamare anche un ruolo/responsabilità maschile nell’ambito riproduttivo.
Sul tema dell’aborto, l’assenza di una riflessione pubblica ha rimosso questo tema, per cui manca una informazione adeguata anche in contesti centrali come le scuole mediche e professionali di specializzazione. Andando in pensione la generazione di medici che ha sostenuto la 194, rischiamo che aumentino le difficoltà di applicazione della legge. Occorre prevedere una formazione scientifica in merito, in grado di rispettare le singole posizioni del personale medico e paramedico, senza mettere a repentaglio la tutela della salute della donna, che va comunque garantita. Non dimentichiamoci il giuramento di Ippocrate e ciò che accade quando l’obiezione raggiunge i livelli di alcune regioni italiane.
Si è fatta strada una certa visione ideologica sul tema dell’aborto, quando invece si dovrebbe tornare alle origini, come sottrazione della sessualità dall’obbligo riproduttivo: la libertà di essere madri o di non esserlo.
Il tema della precarietà lavorativa e del reddito estende le sue ricadute in tutte le scelte, diventando precarietà sentimentale, affettiva, nei rapporti con l’altro. Il diritto a un’esistenza libera da pressioni, dalle angosce di sopravvivenza, può avere importanti riflessi sulla vita, di uomini e donne.
Si è accennato anche a una sorta di diritto universale alla maternità, con un tentativo di stabilire un reddito garantito.
Si è ricordato che, accogliendo il ricorso della LAIGA e dell’Ippf (International Planned Parenthood Federation), il Consiglio d’Europa ha riconosciuto che l’Italia non garantisce l’effettiva applicazione della Legge 194. La professoressa Marilisa D’amico ci ha illustrato il lavoro che è stato fatto per giungere a questo verdetto. Vedi qui.
Anna Pompili, ginecologa LAIGA, ha sottolineato la centralità della formazione per gli operatori del settore, che gli permetta di acquisire metodiche nuove. L’aborto è una scelta libera, e deve essere garantita la libertà di scegliere. Dobbiamo uscire dai sensi di colpa.
Anna Picciolini di Libere Tutte e Il Giardino dei ciliegi (Firenze), ha sostenuto che l’aborto è un problema di potere. La dichiarazione di scelta della donna rompe gli equilibri di un contesto che è sempre stato viziato da una mentalità patriarcale. Se la prima parola e l’ultima spettano alla donna, viene meno il potere di decisione esclusivo dell’uomo. La donna diviene consapevole del suo potere e della sua responsabilità, su cui si poggia la sua libertà.
Carla Ceccarelli, in rappresentanza delle donne democratiche PD, ha presentato la mozione per la salvaguardia e la valorizzazione dei consultori, che sta girando per il territorio milanese nei consigli di Zona, dopo un primo passaggio in Regione.
Nadia De Mond di Donne nella crisi, ha parlato delle iniziative (di cui anche una ad Atene) a sostegno delle donne in questo periodo di crisi economica. Non dimentichiamo gli effetti devastanti dei tagli alla Sanità greca di cui avevo scritto.
Monica Lanfranco di Genova, rivista Marea, ha lamentato la mancanza di conoscenza della radice storica del movimento femminista/femminile. Forse sarebbe opportuno far conoscere il contesto culturale e storico che portò al varo della 194, che ricordiamo è a tutela della maternità e per una procreazione autodeterminata e consapevole. Per non tornare all’aborto clandestino dobbiamo essere presenti, farci sentire, perché la memoria che fugge via è il cancro del nostro tempo. Dobbiamo riprendere il tema dell’autodeterminazione sui corpi, della sessualità, coinvolgendo maggiormente gli uomini.
Durante un intervento è stato ribadito che nessuna di noi è contro la vita, ma appunto perché siamo per la vita, nessuna di noi vuole imporre la nostra scelta a un’altra donna. Io riconosco all’altra donna la capacità di scegliere liberamente, perché alla base c’è un rispetto reciproco. La 194 è una legge per la vita, che protegge la salute delle donne. Nessuno può decidere al posto di una donna.
Esiste un diritto a vivere e non un diritto a nascere.
Ci siamo interrogate sul divario generazionale in merito a sessualità, autodeterminazione, aborto: cosa ha rappresentato per le generazioni degli anni ’70 e cosa rappresenta per le ultime generazioni. È cambiato il ruolo della donna, la società, il mondo del lavoro, le istituzioni, la rappresentanza femminile. Per questo Lea Melandri ci invita a tornare sulla nostra storia e su cosa possiamo ancora utilizzare del materiale del passato e cosa va rinnovato. La generazione che produsse la 194 si appassionava ai temi della sessualità e della maternità. Oggi dovremmo riuscire a spostare la questione femminile al rapporto uomo-donna, con una responsabilizzazione degli uomini sul tema della sessualità.
Luciana Bova da Reggio Calabria ci ha parlato delle iniziative che stanno portando avanti, attraverso ad esempio l’idea dei “consultori in piazza”, soluzione itinerante che rappresenta un importante passo per riappropriarsi degli spazi pubblici e parlare alle persone in modo diretto di sessualità consapevole. Questo significa creare spazi di democrazia partecipata, all’esterno, per farne una discussione pubblica e politica. Si parla in modo diretto con tutti, soprattutto con i più giovani, per avvicinarli a temi importanti come quello della contraccezione. Le donne del sud hanno una carica trascinante, coinvolgente. Le iniziative di Reggio ci insegnano che una nuova forma di mobilitazione è non solo possibile, ma è indispensabile. Gustatevi il loro flash mob alla Lorenzin.
A tal proposito è necessario riaffermare che la donna è un soggetto di scelta, di decisione, non deve essere vista come il contenitore di un altro oggetto che servirà poi al mondo della produzione.
Giulia del Collettivo Altereva di Torino ci ha parlato di cosa sta accadendo nei consultori piemontesi e di come stanno cercando di resistere al tentativo di Cota di far entrare il Movimento per la vita. Guardate cosa si inventano queste ragazze in gamba a Casale Monferrato e al Convegno di Federvita in Piemonte. A mio avviso sono una vera bomba! Concordo con Giulia quando afferma che molte donne strumentalizzano le tematiche femministe, utilizzandole come “taxi per la rappresentanza” e aggiungerei per la propria carriera politica o di potere. Questo offusca e vanifica l’attività di coloro che credono veramente nelle battaglie femministe. Quindi condivido l’auspicio che la nostra rete sia trasparente, aperta e sappia andare oltre le parole. Dobbiamo essere concrete al massimo.

“Dobbiamo incanalare le energie, tornare in piazza a parlare con le persone, lavorare su piccoli progetti/azioni” come si augura Eleonora Cirant. La posizione di Eleonora e la sua chiave di lettura mi è sembrata molto lucida: credo che sia la strada giusta da percorrere. Vi suggerisco il suo post sull’incontro del 6 aprile, che ho trovato perfetto. Anche quando ci interroghiamo sulla rappresentanza femminile nelle istituzioni, dobbiamo accertare di che qualità sono le donne che vengono scelte, altrimenti rischiamo che non vengano portate avanti le istanze per le donne.
Diana De Marchi del PD e di Usciamo dal silenzio ha proposto l’idea di stilare una carta di impegno sui temi femminili, da far sottoscrivere alle candidate politiche, in modo da esplicitare una loro posizione su questi fronti.
Essere donna non significa automaticamente essere brave, per questo forse le quote di genere non sono sufficienti da sole a garantire un buon risultato e una rappresentanza efficace. Se oggi la 194 è in pericolo, forse abbiamo sbagliato strategia. I temi della 194 sono rimasti in un alveo unicamente femminile, senza farlo diventare un problema di civiltà. Non si tratta di problemi di donne, non dobbiamo restare in un contesto di genere o di generazione: è una battaglia di civiltà, che avvantaggia uomini e donne, di età trasversali.
Il corpo della donna occupa spazio, la volontà di normarlo e di stringerlo in vincoli e catene è un modo di controllare la società, rientra in un ritorno di un pericoloso autoritarismo.
Libere di scegliere, concepire e abortire, legando insieme i temi della contraccezione, della maternità consapevole e dell’IVG. La libertà di disporre di sé e di trattare con l’altro sesso rispetto al proprio corpo.
Dalla giornata del 6 aprile siamo uscite con l’idea di formare una rete per condividere le esperienze di operatori/operatrici e movimenti e le informazioni in tema di contraccezione, sessualità consapevole, educazione sessuale, IVG legale e sicura per tutte. In pratica sarà un hub, un inizio di relazione per condividere successi e non, idee, progetti e pratiche.
La rete che vorremmo creare deve essere inclusiva, non gerarchica, aperta alle differenti posizioni e strategie per portare avanti le questioni femminili, per una sessualità libera e consapevole, per la tutela della salute riproduttiva delle donne.
Ci siamo date come impegno la redazione di un manifesto che tenga insieme i temi principali, le cose da fare, su cui possiamo facilmente convergere e sui quali concentrare i nostri sforzi futuri.

Alcuni contributi video e audio della giornata:

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/due-contributi-dalla-riunione-di-wae-raccolti-da-lanfranco-luciana-bova-e-assunta-sarlo/

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/registrazione-audio-assemblea-wae-del-6-aprile-a-milano/

 

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L’attrattiva europea

serata Europa

Ieri 1 aprile, ho partecipato a un incontro dal titolo “In Europa: lavoro, diritti, democrazia“, con la partecipazione degli eurodeputati Patrizia Toia e Antonio Panzeri. La serata è stata ricca di spunti e vorrei riassumervela.

Ma vorrei fare una constatazione preliminare. Il tema europeo è poco attraente, la sala non era piena e il pubblico era composto da persone fortemente motivate e abituate a una partecipazione politica attiva. Mancava nettamente la componente giovanile, il che la dice lunga. Triste dover ammettere che le giovani generazioni latitano quando ci sono queste occasioni e ci si chiede dove siano e perché il PD fatichi a interloquire con loro. Forse la disaffezione a certi temi è più grave di quanto si pensi e anche la voglia di confrontarsi è un po’ in sordina. Avremmo probabilmente dovuto mantenere un contatto più diretto e costante con i temi europei e non riprenderli solo a ridosso delle elezioni. Abbiamo lasciato spazio a posizioni euroscettiche, che hanno usato l’UE come capro espiatorio dei nostri problemi e della crisi. Non abbiamo saputo chiarire che fuori dall’Euro non c’è il paradiso, ma un deserto di lire svalutate.

Abbiamo dimenticato il lungo periodo di pace che l’Unione ci ha garantito. L’Unione ha rappresentato un motore potentissimo di democratizzazione di molti paesi (Spagna, Portogallo, Grecia e Est europeo). Negli ultimi anni si è affermata anche in Europa una visione liberista, individualista, nazionalista, a salvaguardia degli interessi dei singoli stati, che ha influito anche sullo sviluppo o mancato sviluppo del progetto europeo. Il metodo comunitario, con un ruolo centrale della politica, con un Parlamento e una Commissione forti, è stato soppiantato da una prassi che ha visto la supremazia del Consiglio e quindi subordinata alle volontà dei singoli governi statali. Senza la dimensione politica è difficile far crescere le comunità, avvicinare i cittadini all’Europa. L’On. Toia ha sottolineato la necessità di un progetto meno oligarchico dell’Europa, con una gestione federalista che valorizzi le autonomie e sappia fare da volano per le economie in sofferenza. Nell’ultima legislatura è emersa l’inadeguatezza della costruzione, sono state compiute scelte sbagliate, c’è stata una perdita di competitività delle imprese italiane. L’Europa si è preoccupata di debito e PIL, di meri numeri e fiscal compact da rispettare, senza interrogarsi su come un Paese cresce e produce. Occorre ribadire che l’origine della crisi finanziaria ed economica è stata negli USA.

Con la prossima legislatura il PSE potrebbe avere la maggioranza in Parlamento e quindi i meccanismi potrebbero cambiare rispetto al quinquennio precedente, caratterizzato da un PPE molto forte. Altro elemento di squilibrio è stato un allargamento dell’UE forse troppo precipitoso, che ha aperto a economie molto diverse. La struttura europea non ha saputo attrezzarsi per tempo e adeguarsi a queste nuove sfide: non abbiamo operato una convergenza fiscale, economica e del mercato del lavoro. Non abbiamo messo in sicurezza l’edificio, prima che arrivassero le tempeste. Panzeri esorta ad andare oltre l’austerità, per un rilancio di una nuova politica economica, che metta al centro il lavoro e salari dignitosi. Inoltre, auspica che si proceda verso una politica estera e di difesa comuni, che siano in grado di essere attive in momenti di crisi come quello ucraino. È importante che permanga una libera circolazione delle persone, perché se sono solo i capitali a muoversi, il progetto europeo è fallito. Panzeri guarda all’UE come un importante strumento per risolvere le crisi: risolvere i problemi dei paesi confinanti con l’Unione equivale a risolvere anche parte dei problemi dei nostri paesi. Il ruolo europeo dev’essere forte, visto il ritiro progressivo degli USA da molte aree di crisi. Dobbiamo essere lungimiranti, specialmente in un contesto in cui Russia e Cina giocano un ruolo crescente a livello geopolitico ed economico.

Dalla serata emerge un Panzeri che ha le idee chiare sulle strategie di politica estera, recupera precedenti storici, analizza le dinamiche interne ed esterne all’Unione, si dimostra immerso a pieno titolo in un contesto sovranazionale. Dimostra di avere una capacità di analisi e di lettura non comuni. Dovremmo averne cento di politici di questo tipo. Dobbiamo completare il progetto europeo, dobbiamo interrogarci su quale Europa vogliamo si crei, con che strumenti. La cessione di sovranità se accompagnata da meccanismi democratici non può essere vista come un pericolo. Dobbiamo interrogarci su quali strumenti mettiamo in campo per la crescita e per uscire dalla crisi.

Patrizia Toia porta sul campo alcuni spunti importantissimi su cui lavorare:
Eurobond, recupero dei capitali evasi e portati nei paradisi fiscali, lotta al dumping fiscale, maggiore trasparenza fiscale. È necessario smetterla di interrogarsi su quali paesi vengono avvantaggiati da determinati progetti per lo sviluppo, il sostegno all’innovazione o su temi come il “made in”: lo sviluppo è una questione comune, non dei singoli stati.
L’Europa ci ha consentito una sicurezza democratica e sociale non da poco. Dobbiamo raccontare questi e tutti gli altri aspetti positivi dell’Unione. Affinché non siano gli euroscettici ad avere la meglio e ad affossare l’intero progetto europeo.
Vi allego il manifesto del PES per le prossime europee. #knockthevote FOR MARTIN SCHULZ!

 

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Radici comuni

Torno a parlare di Ungheria in primo luogo perché il 6 aprile si terranno le elezioni politiche. Secondo i sondaggi, il partito favorito è Fidesz del tanto discusso primo ministro Viktor Orbán, al governo dal 2010, forte di una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Il principale raggruppamento d’opposizione è Unità, guidato dal socialista Attila Mesterházy e dovrebbe prendere circa il 28% dei voti.

L’altro grande partito d’opposizione, è il tristemente noto Jobbik, la formazione di estrema destra di Gábor Vona. Il Jobbik oscilla attorno al 17%, ma potrebbe diventare il secondo partito.

Potrebbe superare lo sbarramento del 5% anche il partito Lmp, su posizioni verdi, liberali ed europeiste.
Il secondo motivo per cui torno sull’Ungheria è proprio per segnalarvi la storia di uno dei fondatori del Jobbik Csanád Szgedi: un entusiasta e fiero combattente antisemita e antirom. Come molti altri ebrei ungheresi ha scoperto solo da adulto le sue origini ebraiche. Dopo la Shoah, molti sopravvissuti ai campi di concentramento hanno pensato che non avrebbero mai potuto essere accettati nei rispettivi paesi come cittadini con pari diritti e che sarebbero sempre stati discriminati. Ecco il perché molti scelsero di emigrare e chi rimase, soprattutto nei paesi sovietici, ha cercato di nascondere le sue origini: avevano paura, non volevano farsi notare o semplicemente desideravano dimenticare il passato. L’obiettivo era una veloce assimilizzazione e conversione cristiana. Oggi Szgedi frequenta la sinagoga, ha smesso di frequentare le vecchie amicizie e si interroga sulle motivazioni che lo hanno potuto spingere sulle sue precedenti posizioni e idee.

Questo articolo di Anne Applebaum spiega bene la storia di Szgedi e svela i meccanismi distorti dell’intero Jobbik.

Questa storia ci insegna quanto fragili possano essere le nostre convinzioni, le nostre presunte radici etniche. Se ognuno di noi iniziasse a pensare che apparteniamo a un’unico grande gruppo, il genere umano, non ci sarebbero tanti conflitti, odi, lotte, divisioni e genocidi. Questa storia è la dimostrazione del fatto che alla base di certe ideologie c’è solo una profonda ignoranza, non solo culturale, ma storica e familiare. La rimozione a volte aiuta a superare i traumi, ma non permette di affrontare il futuro con il bagaglio indispensabile che ci deriva dalla conoscenza e dall’analisi del nostro passato.

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Ordine nel disordine?

confini

Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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Come cambiano in fretta le stagioni

Rileggiamo insieme un testo, tratto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012 sulla situazione in Ucraina, al punto 8:

(L’UE) esprime preoccupazione per il diffondersi di sentimenti nazionalistici in Ucraina, che trova espressione nel seguito del partito Svoboda, il quale è così diventato uno dei due nuovi partiti rappresentati in seno alla Verchovna Rada; ricorda che le idee razziste, antisemite e xenofobe contrastano con i valori e i principi fondamentali dell’Unione europea; rivolge quindi ai partiti di orientamento democratico presenti in seno alla Verchovna Rada un appello a non associarsi né formare o appoggiare coalizioni con il citato partito;

Teniamo presente che oggi, nel nuovo governo ucraino, al partito Svoboda sono state assegnate le seguenti cariche:
Oleksandr Sych – Vice Prime Minister
Andriy Mokhnyk- Minister of Ecology
Ihor Shvayka – Minister of Agriculture
Ihor Tenyukh – Minister of Defence

A voi le conclusioni. La situazione è molto più complessa di quanto possiamo immaginare.

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La nociva semplificazione analitica

La vicenda della Crimea viene vissuta in Spagna come un precedente per la questione dell’indipendenza della Catalogna, dove il 9 novembre si svolgerà un referendum a riguardo. Ne parla José Ignacio Torreblanca in un suo post.

La Spagna viene relegata ai margini del dibattito europeo, che ora si è spostato verso est. La questione catalana è un problema delicato, che non ammette soluzioni facili, ma richiede un approccio solido e serio dal punto di vista politico, intellettuale e umano. Ora però i riflettori sono puntati sulla Crimea e su come affrontare il tentativo della Russia di annettere la regione ucraina, anche qui attraverso un referendum. L’elemento centrale è che questa consultazione popolare avviene sotto l’egida russa ed è stata indotta tramite l’occupazione militare. I pericoli sono la spaccatura, la guerra civile, la destabilizzazione dell’area. Per scongiurare il peggio, oltre agli aiuti economici sarebbe auspicabile un grande accordo politico tra gli attori ucraini coinvolti, di cui si dovrebbero rendere garanti gli USA, UE e Russia; assieme all’invio degli osservatori OCSE.

Questi eventi hanno avuto una vasta eco in Spagna e come al solito, nella semplificazione imperante, nelle analisi frettolose e confezionate con l’accetta, l’idea della secessione catalana non è più così remota. In Ucraina siamo di fronte all’ennesima violazione del principio di sovranità nazionale, con ingerenze forti dall’esterno. Catalogna e Crimea sono due episodi che devono essere presi in considerazione separatamente, in quanto è impossibile assimilarli. Altre analisi sull’argomento non sarebbero d’aiuto: l’obiettivo deve essere aiutare l’Ucraina a trovare la propria strada per una convivenza pacifica e unitaria. Per il bene della pace e della sicurezza europee.

 

Aggiornamento del 20 aprile 2014:

A quanto pare il percorso del referendum catalano si è bloccato. Qui la notizia su El País.

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Better together?

Questo (naturalmente senza il punto interrogativo) è il motto della campagna dei laburisti unionisti, in vista del referendum del 18 settembre prossimo, in cui si gioca l’indipendenza della Scozia. L’approccio degli unionisti è tiepido, insicuro, fragile nelle argomentazioni, forte solo di uno scetticismo verso la possibilità che prevalga il fronte separatista, capeggiato da Alex Salmond. Invece, stando ai sondaggi, il divario si assottiglia sempre più e cresce il sostegno allo Scottish national party, anche se Londra non sembra preoccuparsene più di tanto. La lunga campagna referendaria potrebbe giocare brutti scherzi agli unionisti. Quasi tutti i partiti sono contrari alla divisione, tranne il già citato Snp  e lo Scottish green party. Gli unionisti hanno sollevato questioni di tipo procedurale e giuridico riguardanti, ad esempio, il rapporto tra Edimburgo e l’UE. Ma agli entusiasti dell’indipendenza, questi appaiono problemi secondari e facilmente superabili. Mai sottovalutare questi fenomeni..

Vi suggerisco l’ottimo articolo di Alex Massie su Spectator.

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La destra dai modi “gentili”

Florian Philippot, classe 1981, francese, vicepresidente del Front National e leader dell’organizzazione del partito di Marine Le Pen. Un rampante stratega che cerca di migliorare il look a un partito che continua a incarnare ciò che sta estremamente a destra, ma che aspira a incamerare tutti coloro che sono assetati di risposte sui temi quali disoccupazione, sicurezza e immigrazione. Da qualche tempo è in atto un restyling del partito e si cerca di edulcorare le pillole amare di un partito che è geneticamente intriso di idee pericolose. Si cavalca l’onda del malcontento, si invoca l’uscita dall’euro, l’avvio di un “protezionismo intelligente” si aspira ad introdurre limiti nel libero mercato UE e di gettare a mare Schengen.  Il FN si aspetta di fare il botto alle europee. Intanto, Philippot, che dice di ispirarsi a De Gaulle, è candidato sindaco per le prossime elezioni della cittadina di Forbach,in Alsazia, ai confini con la Germania. La destra dal volto gentile che non vuole più far paura e che racconta una storia diversa, facendo perno sul patriottismo. Il FN potrà cambiare il pelo, ma la vecchia destra fascista non perderà mai i suoi connotati. Vigiliamo, che è meglio.

Vi suggerisco a proposito l’articolo di Mathieu von Rohr su Der Spiegel.

Aggiornamento del 31 marzo 2014: ecco i risultati elettorali.

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Locomotive a più velocità

Il prossimo 17 marzo Renzi sarà ricevuto dalla Merkel, non sarà una visita semplice, ma ci sono delle novità sul versante tedesco, che potrebbero ammorbidire la Cancelliera di ferro.

Un documento interno del governo tedesco, pubblicato in esclusiva dalla Süddeutsche Zeitung, per la prima volta riconosce che il surplus di export fatto registrare dalla Germania negli ultimi anni ha danneggiato la stabilità dell’Eurozona. “Un’eccessiva e duratura diseguaglianza dei bilanci commerciali fra i singoli Stati europei costituisce un danno per la stabilità dell’Eurozona”. Finora solo i paesi colpiti dalla crisi, come Italia, Portogallo, Spagna, Francia ma anche gli USA avevano sostenuto che i surplus eccessivi conseguiti da un solo paese producono inevitabilmente indebitamenti rilevanti in altri paesi. La Merkel aveva sinora respinto qualsiasi richiesta di “imbrigliare la locomotiva produttiva tedesca”, indicando come motivi del successo l’abilità dei suoi imprenditori, un costo del lavoro competitivo, la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti, la capacità di sostenere l’export. Tutte queste considerazioni hanno creato i presupposti per le politiche di austerity finora applicate, per risanare i conti pubblici e far ripartire le economie dei Pigs. Oggi si riconosce che quelle disuguaglianze andavano tenute sotto controllo. Il rallentamento dei Brics, impone una sterzata alla Germania, se vuole continuare ad avere dei mercati di consumatori per i suoi prodotti, e tutti sappiamo che quei mercati sono principalmente europei.

La Commissione europea il 5 marzo ha invitato la Germania a varare iniziative che facciano crescere le importazioni. Bruxelles sta indagando sull’ipotesi che la Germania abbia infranto le regole europee, producendo uno squilibrio tra i paesi membri, che si realizza nel caso in cui uno Stato abbia per lungo tempo un disavanzo o un attivo superiori al 6% del PIL. La Germania ha sempre fatto finta di ignorare questo limite.

Per questo l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta a cogliere l’occasione, nel caso si procedesse verso un riequilibrio dell’export tedesco.

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Ucraina a caccia di idee. Modello Finlandia?

Ucraina lingue

 

Mentre l’Ucraina è nel caos e la minaccia di un intervento russo rimane attuale, l’occidente ha la responsabilità di impegnarsi per trovare una soluzione costruttiva alla crisi”. Ad affermare questo è il politologo statunitense di origine polacca Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Gli USA devono far capire a Putin di essere pronti a usare tutta la loro influenza perché l’Ucraina unita e indipendente rimanga tale. Brzezinski suggerisce di prendere esempio dalla soluzione che venne applicata alla Finlandia del secondo dopoguerra. I due Paesi devono rispettarsi reciprocamente e Kiev deve poter intrattenere stretti rapporti economici sia con Mosca che con l’UE, ma non deve partecipare a nessuna alleanza militare che Mosca consideri ostile. Il modello finlandese che ebbe buoni frutti, potrebbe essere un ottima soluzione in grado di bilanciare gli equilibri geostrategici tra est e ovest. Non si deve dimenticare l’aspetto economico, che qui gioca un forte ruolo geoeconomico: la crisi ha avuto tra le sue origini i grossi problemi finanziari dell’Ucraina. L’UE era stata molto tiepida e Mosca aveva generosamente offerto la sua stampella. Putin, preoccupato di perdere terreno sul piano euroasiatico e di veder intaccato il suo sbocco sul Mar Nero, sta dimostrando di voler e saper giocare duro, sfruttando il reale o provocato malcontento degli ucraini di etnia russa, specie in Crimea.

Oggi Bruxelles deve in fretta mettere in piedi un pacchetto di aiuti economici, per evitare che l’Ucraina precipiti in un caos finanziario autodistruttivo. L’Occidente deve spingere affinché le forze democratiche non cadano vittime della sete di vendetta e si scelga la via della moderazione e dell’unità. Il nodo sta nel capire quanto moderati potranno rivelarsi i leader delle proteste. L’UE ha mostrato (a partire da novembre, quando sono falliti i negoziati per un accordo di associazione) di non avere l’esperienza degli USA nella gestione dell’egemonia internazionale. A peggiorare la situazione, la Germania, leader (riluttante e suo malgrado?) dell’UE, ha sempre agito per i propri interessi economici ed energetici, mantenendo un forte rapporto bilaterale con la Russia. Oggi, assistiamo a segnali confusi e contrastanti da parte dei leader tedeschi. La Germania, da strenue fautrice di un modus operandi fondato sul diritto e la difesa dei diritti umani, oggi appare indecisa sulla linea da seguire e da applicare a questa circostanza. Questo non giova all’UE intera. C’è una sorta di abisso tra la politica estera tedesca e quelle che dovrebbero essere la visione e l’approccio unitario dell’UE.

La comunità internazionale deve bilanciare la necessità di garantire che l’Ucraina non diventi il campo di battaglia di questi interessi egemonici divergenti. Da questo episodio deve scaturire il concetto che NATO e Russia hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi è necessario un impegno di USA e UE affinché Putin capisca di non essere l’unico attore sulla scena.

Spunti di riflessione e di analisi: ringrazio Ana Palacio per questo interessante articolo.

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Una risoluzione contro la violenza

Lo scorso 25 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Lotta alla violenza contro le donne”.

Il testo contiene la richiesta di una direttiva e una serie di proposte per la definizione di nuovi strumenti legislativi connessi a sette temi principali: standard minimi di difesa delle vittime di violenza, prevenzione e controllo della violenza sulle donne, creazione di sistemi nazionali coerenti ed equivalenti fra loro, coordinamento a livello UE della lotta alla violenza sulle donne, condivisione delle buone pratiche, creazione di un forum della cittadinanza e delle associazioni, creazione di un supporto finanziario per il meccanismo di uguaglianza di genere.

Un gruppo di eurodeputate, tra cui Patrizia Toia, in occasione della presenza dei commissari nei dibattiti in Aula, ha richiesto che l’Unione Europea abbia un ruolo più attivo nel far ratificare la Convenzione di Istanbul.

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Iniziamo dalla parità retributiva

Vi riporto la lettera dell’europarlamentare Patrizia Toia, in merito alla quarta giornata europea per la parità retributiva che si celebra oggi. In un contesto italiano veramente terrificante, penso sia opportuno riflettere. Noi donne penalizzate ma necessarie, in un continuo sbilanciamento di ruoli e trattamenti. In un contesto in cui si fa strada il regime dei contratti aziendali, risulta sempre più arduo garantire dei diritti uguali per tutti e tutte.

Per la seconda volta si è scelto come data il 28 febbraio, che corrisponde al 59° giorno dell’anno, perché 59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo.

In Europa, infatti, secondo i dati pubblicati oggi dalla Commissione Europea, le donne continuano a lavorare 59 giorni a salario zero.

Il differenziale retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’intera economia, è rimasto quasi immutato negli ultimi anni ed è ancora del 16% circa (attestandosi al 16,4%, come l’ anno precedente).

Il divario retributivo di genere è la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne nell’intera economia dell’Unione, espresso come percentuale del salario maschile.

Gli ultimi dati indicano appunto, per il 2012, un differenziale retributivo medio del 16,4% nell’Unione europea e confermano una stagnazione dopo la lieve tendenza al ribasso degli ultimi anni rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti.

In Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Austria, nei Paesi Bassi e a Cipro si registra una costante riduzione del divario, mentre altri paesi (Polonia, Lituania) hanno invertito la tendenza al ribasso nel 2012. In alcuni paesi, come l’Ungheria, il Portogallo, l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda e la Spagna, negli ultimi anni il differenziale retributivo di genere è aumentato.    

La tendenza al ribasso è riconducibile a una serie di fattori, come l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione e l’impatto della recessione economica, che è stato più forte in alcuni settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria). Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile esclusivamente ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne.    

In una relazione del dicembre 2013 sull’attuazione delle norme UE sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di impiego (direttiva 2006/54/CE), la Commissione ha constatato che la parità retributiva è ostacolata da una serie di fattori: sistemi retributivi poco trasparenti, assenza di chiarezza giuridica nella definizione di “lavoro di pari valore” e ostacoli procedurali. Riguardo a tali ostacoli, ad esempio, le vittime di discriminazioni retributive non sono sufficientemente informate su come presentare un ricorso efficace e non sono disponibili dati sui livelli salariali per categoria di dipendenti. Una maggiore trasparenza dei sistemi salariali permetterebbe raffronti immediati tra le retribuzioni dei due sessi, favorendo così le rivendicazioni da parte delle vittime.    

La Commissione sta attualmente valutando i possibili interventi a livello europeo per accrescere la trasparenza salariale e ridurre così il differenziale retributivo di genere, contribuendo a promuovere e facilitare l’effettiva applicazione del principio della parità retributiva.    

Vale la pena di ricordare che la parità retributiva è sancita dai trattati sin dal 1957 e trova attuazione nella direttiva 2006/54/CE sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.    

Oltre a monitorare la corretta applicazione della normativa, l’Europa è intervenuta costantemente su tutti i fronti per colmare il divario retributivo. Tra gli interventi voglio ricordare l’iniziativa Equality Pays Off (L’uguaglianza paga) portata avanti nel 2012 e nel 2013, che ha sostenuto i datori di lavoro impegnati a ridurre il divario retributivo di genere con l’organizzazione di seminari e formazioni, le raccomandazioni specifiche per paese formulate ogni anno nel quadro del semestre europeo, che richiamano l’attenzione degli Stati membri sulla necessità di affrontare il problema del divario retributivo, le giornate europee per la parità retributiva, lo scambio di buone prassi, il finanziamento di iniziative degli Stati membri attraverso i Fondi strutturali e le azioni della società civile.    

Vi segnalo anche alcuni esempi di buone pratiche che promuovono la parità retributiva a livello nazionale, presenti in altri Paesi dell’UE:    

nel 2012 il Parlamento belga ha adottato una legge che obbliga le imprese a condurre, ogni due anni, analisi comparative della struttura salariale. Il Belgio è anche il primo paese dell’UE ad avere organizzato (nel 2005) una giornata per la parità retributiva;    

il Governo francese ha rafforzato le sanzioni per le aziende con più di 50 dipendenti che non rispettano gli obblighi in materia di parità di genere. Per la prima volta, a seguito di un decreto del 2012, nell’aprile 2013 due imprese sono risultate non conformi alla normativa sulla parità retributiva;    

la legge austriaca sulle pari opportunità impone alle imprese di presentare relazioni sulla parità retributiva. Le disposizioni, introdotte gradualmente, si applicano attualmente alle imprese con più di 250, 500 e 1 000 dipendenti, mentre quelle con più di 150 dipendenti dovranno adeguarsi a partire dal 2014;    

con la risoluzione dell’8 marzo 2013, il Portogallo ha introdotto misure volte a garantire e promuovere la parità tra uomini e donne sul mercato del lavoro, in termini sia di opportunità che di risultati, anche attraverso l’eliminazione dei divari salariali; tali misure includono l’obbligo per le imprese di rendere conto in merito al differenziale retributivo di genere.    

Allego le statistiche in merito al divario retributivo.

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