Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La scuola che non c’è. Come la narrazione edulcorata ci porta a nascondere la realtà.


Così la ministra Lucia Azzolina, su Radio anch’io:

“Guai a pensare che la scuola non sia attività produttiva e a sacrificarla: è la principessa delle attività produttive, senza formazione non abbiamo futuro”.

“Sono convinta” che con la chiusura delle scuole “rischiamo un disastro educativo, sociologico, formativo, psicologico. Un bambino che deve imparare a leggere e a scrivere, non può farlo da dietro uno schermo. Dobbiamo essere molto prudenti, i ragazzi hanno diritto ad un pezzo di normalità nella loro vita”

Forse ci vuole un bel bagno di realtà. C’era una volta la scuola che prima di ogni altra cosa ti insegnava a leggere e a scrivere, perché le basi dovevano essere solide prima di poter passare ad altro. Così si passavano almeno due anni a fare quasi esclusivamente questo lavoro, affiancando man mano altro, ma sempre con un esercizio mirato a rendere autonomi i bambini nella lettura e scrittura, rigorosamente in corsivo, lo stampatello per la lettura. In seconda elementare eri già abbastanza veloce per ogni attività necessaria per progredire nello studio. La maestra usava pochissimo i libri, dettava e dettava esercizi e noi imparavamo a scrivere e a diventare veloci e precisi, potevamo farne tanti senza stancarci perché allenati e aiutati dalla scrittura in corsivo. Veloci anche nella lettura perché c’era esercizio sia a casa che a scuola. Ci sono dei tempi giusti che devi dedicare, non puoi tagliarli o saltarli. C’è lo studio di gruppo (viene meglio se in classe si è pochi e non le classi pollaio a cui siamo abituati) e quello individuale, meglio sempre se c’è la possibilità di concentrazione, quindi ambiente poco rumoroso e tempi che devono adattarsi a ciascun bambino. Ci vuole allenamento. Chiedo ad Azzolina di provare ad immedesimarsi negli studenti che devono esercitarsi quotidianamente in lettura e scrittura a casa, dopo 8 ore a scuola, soprattutto ora in era covid. Fattibile? Ce lo dica la ministra.

Giusto per farvi capire perché sono tanto perplessa. Mi trovo a Milano, nel 2020.

Esperienza personale. In due mesi di scuola in presenza solo 3 righe scritte in corsivo. Tutto il resto in stampatello. È così dalla prima elementare. Corsivo questo sconosciuto. Poi ci si lamenta che fanno fatica a scriverlo. Lo credo, senza esercizio quotidiano! Ovvio che si arriva in terza elementare in queste condizioni da analfabetismo di ritorno. Sappiamo quanto importante sia il corsivo per lo sviluppo di alcune aree del cervello. Direi che non ci siamo proprio. Magari in tutto questo c’è una ratio, nessuno scrive più a mano, siamo ormai digitali al 100%. Dipendenti da uno strumento digitale, una protesi, mai autonomi. Ma come dico sempre a mia figlia, c’è un tempo per ogni cosa, ma per imparare alcune cose, come la scrittura, non puoi rimandare troppo. In passato imparavamo a usare la macchina da scrivere, il PC ma era qualcosa di successivo, in più, dattilografia era una materia. Che poi uso del PC implica un’autonomia anche nelle capacità di districarsi tra programmi, applicazioni, funzioni, procedure, risoluzione dinamica dei problemi. Analfabetismo vuol dire avere difficoltà a comprendere le procedure, anche un testo di istruzioni breve. Analfabetismo che viene da lontano, e deriva proprio da una mancanza di consolidamento delle nozioni e saperi di base. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a sbatterci la testa anche per ore sui problemi e sulle cose nuove. Questo è l’apprendimento principale.

La ministra poi dimentica un altro pilastro importante: imparare a far di conto, a partire dalle 4 operazioni. Stesso discorso precedente, ma un po’ più articolato. Ci vuole esercizio e consolidamento di ciascuna operazione, che riguarda anche la complessità della stessa, insomma devo essere in grado di risolvere operazioni semplici e complesse, naturalmente commisurate alla classe. Imparare a far di conto non è una corsa ad affastellare operazioni, ma acquisire una sicurezza, una piena comprensione del senso/metodo/tecnica di un’operazione, prima di passare a imparare la successiva. Passare alla divisione se si vede che in molti zoppicano sulla moltiplicazione e tabelline non ha molto senso.

Ma molte di queste problematiche dipendono anche dal fatto che spesso si succedono maestre diverse ogni anno. Quindi metodi e didattica differenti, approcci e capacità di trasmissione dei saperi diverse.

Ed anche per la matematica vale la regola: tanto esercizio.

Scienze, storia e geografia vanno studiate di pomeriggio, ma anche qui tornerebbe utile l’abitudine allo studio pomeridiano quotidiano, ma è difficile quando torni a casa alle 5.

Abitudine, autonomia, esercizio, gradualità, tempi a misura di bambino, tempi ragionevoli di studio a scuola e a casa. A casa, perché tanto poi alle medie sarà così e non si potrà dire, non sono “abituato”. La scuola elementare dovrebbe accompagnare gradualmente i bambini ad acquisire queste capacità. Altrimenti è normale non riuscire a star dietro un impegno che aumenta.

E poi, ministra, la normalità nella scuola in era covid ce la siamo abbondantemente giocata.

Poi la prego di fare uno sforzo di onestà: diciamo che la scuola è stata percepita e vissuta dai genitori come un servizio, dai datori di lavoro come un’attività funzionale al sistema produttivo, stampella pubblica per permettere ai genitori di andare al lavoro e ai padroni di produrre profitto. Negli anni la politica e i diversi livelli amministrativi hanno di fatto cercato di garantire questo, sorvolando su ciò che invece la scuola avrebbe dovuto garantire: un’istruzione di buon livello, accessibile a tutti, utile a porre le basi indispensabili per affrontare i livelli universitari e successivi. Una mia amica ha giustamente parlato di “istituzionalizzazione del baby parking”. Educazione e formazione orpelli, accessori secondari.

I tempi infatti hanno via via negli anni ricalcato i tempi del lavoro, con buona pace della sostenibilità di tale orario da parte dei bambini. Anzi se un full time fa 40 ore settimanali, 8 ore al giorno, alcuni scolari ne fanno 8+2 (pre e post scuola). Ma i tempi non sarebbero nemmeno un problema se modulati e organizzati con attività diversificate, variegate, anche facoltative per accogliere le esigenze di tutti. Certo se pensi di fare tante ore di lezione frontale e interrogazioni non so quanto possa essere utile e sostenibile. Ma i genitori questo non lo sanno, nemmeno si pongono il problema.

E se volete vi posso raccontare di altri segnali che dovrebbero farci capire che non va proprio tutto alla perfezione. La formazione di qualità va costruita e garantita sul campo. La ministra dovrebbe trascorrere maggior tempo a scuola e iniziare a capire che precarietà degli insegnanti, classi pollaio e strutture inadeguate non vanno d’accordo con una scuola realmente formativa e di buon livello per tutti, capace di fare la differenza per il futuro di intere generazioni, in grado di ridurre l’abbandono e la dispersione scolastica, di non lasciare nessuno indietro, come si suole dire continuamente ma non viene mai tradotto in realtà. In questa pandemia cerchiamo di rallentare e di capire se davvero basta la bacchetta magica di “un tempo pieno in presenza”, per garantire gli obiettivi fondamentali della scuola. Magari questo modello e questi moduli scolastici hanno bisogno di un check up, una sorta di tagliando dopo anni dalla loro introduzione.

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Il tortuoso cammino dalle parole ai fatti

 

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L’indice sull’uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) QUI ci informa che negli ultimi 10 anni, i progressi per il raggiungimento della parità tra donne e uomini sono stati nel complesso poco significativi in tutta Europa e in alcuni Paesi addirittura si è tornati indietro. Il punteggio complessivo dell’indice per l’UE è salito da 51,3 su 100 nel 2005 a 52,9 nel 2012. L’indice viene aggiornato biennalmente.

L’indice sull’uguaglianza di genere si articola su sei domini principali (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute) e due satellite (violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali). Si basa sulle priorità politiche dell’UE e valuta l’impatto delle politiche in materia di uguaglianza di genere nell’Unione europea e da parte degli Stati membri nel tempo.

Qualche passo in più si è registrato in termini di “potere” e di accesso ai vertici aziendali e istituzionali: si passa da un valore 31,4 su 100 nel 2005 a 39,7 nel 2012. Sostanzialmente lo squilibrio permane. L’Italia quota 21,8 su 100.

Permane un elevato livello di segregazione di genere nel mercato del lavoro, in pratica siamo schiacciate in mansioni e lavori tipicamente femminili, sanità, servizi sociali istruzione.

Siamo più istruite degli uomini, ma anche più “segregate”, facciamo fatica a espanderci in tutti i settori di studio e di specializzazione. La situazione è aggravata da una decrescita per quanto riguarda la possibilità di accedere a una istruzione/formazione permanente.

Se guardiamo il dominio della salute, l’indice medio europeo è elevato, 90 su 100, l’Italia giunge a quota 89,5. Un dato da tenere sotto controllo, perché in tempi di crisi, alcuni Paesi hanno optato per un rafforzamento dei servizi sanitari pubblici, mentre altri hanno tagliato o posto a carico dei cittadini i costi sanitari, in precedenza gratuiti. Si comprende come per le donne questo aggravamento dei costi di assistenza sanitaria possa incidere negativamente a lungo andare sulla loro salute, sia in termini di prevenzione che di cura. Tutti noi conosciamo gli effetti disastrosi di anni di austerity sulla sanità greca e sulla salute della popolazione. Il tavolo della salute non può essere il tavolo da gioco della finanza e degli esperimenti di un’economia attenta solo alle ragioni del denaro.

Ma se osserviamo l’ambito “tempo” che dovrebbe misurare la distribuzione dei tempi di cura e di lavoro tra uomini e donne, comprendiamo il vero stato della situazione: il punteggio è di 37,6 su 100 per la media europea, 32,4 su 100 per l’Italia (suddiviso nei sotto-domini: care 40,4, social 26, segnale del fatto che possiamo contare poco sui servizi sociali). Niente a che vedere con il 61,3 della Finlandia. Se sembra migliorare la condivisione della cura dei figli, sul versante delle altre incombenze quotidiane domestiche il divario non sembra restringersi.  Questo dato risulta ulteriormente pesante, se lo associamo alla decisione annunciata lo scorso 1 luglio da parte della vicepresidente della Commissione Europea Timmermans di ritirare la direttiva sul congedo di maternità. Ne avevo già parlato qui. Un pessimo segnale dall’Unione Europea e dalla sua leadership. Indice di una scarsa attenzione e capacità di incidere in politiche di pari opportunità. Perché oltre le relazioni e le statistiche, occorre saper avviare azioni concrete, investendo misure concrete per sostenere e salvaguardare i diritti delle donne. Che senso ha misurare dei dati, se poi la politica e le istituzioni europee non sono in grado di varare iniziative mirate, vincolanti per gli Stati membri, al fine di garantire un humus più agevole per le donne?

Abbiamo un gap salariale medio del 16%, con significativi peggioramenti in caso di maternità. Questo espone le donne a un maggior rischio povertà, soprattutto in vecchiaia, quando le pensioni risulteranno proporzionalmente più basse rispetto a quelle degli uomini. Abbiamo di fatto una incapacità di incidere sulle politiche degli Stati membri, che spesso varano provvedimenti in materia di equità di genere che restano lettera morta, un puro esercizio di letteratura giurisprudenziale.

Non si comprende come si possa pensare di migliorare queste percentuali, se di fatto non ci sono interventi efficaci a sostegno della partecipazione e permanenza delle donne nel mercato del lavoro (l’indice EIGE medio è 72,3, l’Italia è a quota 57,1). Nel nostro Paese poi siamo ben lontani dagli obiettivi Europa 2020, che prevedeva di raggiungere il 75% delle donne occupate. Da questo deriva anche il valore dell’indice denaro, che rappresenta l’indipendenza economica delle donne. Un lavoro sicuro e tutelato ha benefici su molti aspetti e decisioni nella vita di una donna e non solo.

Guardiamo al nostro Paese. A livello nazionale nel 2012 siamo al 41,1 su 100 (indice EIGE). Qualche passo in avanti è stato compiuto: nel 2005 eravamo a 34,6, nel 2010 a 39,6. Se guardiamo i vari diagrammi per ciascun ambito, si nota una certa stagnazione, oltre a essere al di sotto della media europea. Eppure leggendo i riferimenti normativi nazionali, non siamo proprio rimasti fermi, evidentemente i risultati concreti non si sono visti.

Nell’analisi di dettaglio dell’Italia viene fatto un bilancio degli interventi legislativi posti in essere.

Si richiama il codice nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne, il decreto 198 del 2006, 59 articoli che cercano di armonizzare e razionalizzare le leggi vigenti (11) in materia di gender equality. Si promuovono le pari opportunità in differenti settori: etico, sociale, relazioni economiche, diritti civili e politici. L’obiettivo dichiarato è di promuovere l’empowerment delle donne, assicurare la loro libertà di scelta e migliorare la qualità della vita per uomini e donne. È stato introdotto il principio del genere per il varo dei diversi provvedimenti legislativi, di ogni grado.

Nel 2010, il governo ha adottato un decreto per adeguarsi alla Direttiva europea 2006/54/EC in materia di pari opportunità nell’occupazione e nel mondo del lavoro.

Nel 2007, la Direttiva 2004/113/EC ‘Implementing the principle of equal treatment between men and women in the access to and supply of goods and services’ è stata recepita dalla legge 196/2007.

Il governo ha adottato numerose norme per incrementare la partecipazione delle donne alle attività politiche, alcuni esempi: la legge 90 del 2004, sulle elezioni dei parlamentari europei; la 120 del 12 luglio 2011, sull’accesso ai vertici delle società quotate e dal 2012 ha stabilito un 20% minimo di donne (la famosa Golfo-Mosca); la legge 215/2012 su previsioni volte a garantire la parità nei governi locali e regionali; e la direttiva sulle pari opportunità per le donne della P.A. del 23 maggio 2007. Si menziona anche la legge del 28 ottobre 2010, che ha approvato il primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking.  

A livello regionale, la Sicilia ha prodotto nel 2007 un documento programmatico per l’arco temporale 2007-2013 che aspirava a promuovere l’implementazione del “principio delle pari opportunità per tutti” all’interno del piano strategico delle Municipalità siciliane; previsioni per l’imprenditoria femminile.
In Puglia nel 2008, la legge regionale dell’ordine marzo 2007 è stata rafforzata. È stato istituito l‘Ufficio Garante di Genere’, per monitorare l’implementazione della legge 7/2007, creando un database di donne che desiderino aspirare a incarichi manageriali, fissare un budget regionale dedicato alle donne, un reportage annuale sulla condizione femminile nell’area. È anche responsabile per dettare le linee guida in materia di politiche di genere pugliesi attraverso il Centro regionale per le donne.

In Liguria nel 2008, il governo regionale ha varato la legge 26 del 1 agosto, integrando le politiche per le pari opportunità esistenti in regione.

Nel 2012 l’Abruzzo ha sottoscritto un Accordo sulle Pari opportunità con province e municipalità per la promozione della work-life balance, la diffusione della cultura delle eguali opportunità, la promozione di forme di flessibilità e ridisegno degli orari di lavoro, il coinvolgimento delle donne in politica, il supporto e il coordinamento regionale dei centri antiviolenza.

Insomma virtuosi, ma se guardiamo la pratica, ci rendiamo conto che la favola non è come può sembrare. Purtroppo le norme non sono sufficienti a garantire un sensibile miglioramento.

Poi ci troviamo Salvatore Negro, come neo assessore regionale pugliese alle Pari opportunità, uno dei principali detrattori dell’emendamento sulla parità di genere, culminato poi nella bocciatura del medesimo emendamento 50&50 nella legge elettorale regionale. Insomma non tira una buona aria per le donne.
Qualche giorno fa avevo scritto un post lettera a Michele Emiliano. Mi aveva risposto così su Twitter:

Il 25 giugno
@sforzasimona ho tutelato i diritti delle donne da sindaco e lo faró anche da Presidente della Puglia nella direzione che indichi.🎀
https://mobile.twitter.com/micheleemiliano/status/614133622950490113?s=04

Diciamo che aveva in serbo una amara sorpresa.
Si comprende che i fatti dimostrano quanto spesso le parole siano vuote, adoperate esclusivamente per avere solo una apparente infarinatura di equità e parità. Forse anziché continuare a varare nuove norme, basterebbe semplicemente applicare l’art 3 della nostra Carta Costituzionale, rimuovendo quegli ostacoli che ci rendono cittadine ancora un passo indietro ai cittadini.

Il report EIGE poi si sofferma sull’importanza del contesto culturale, sociale e istituzionale nel combattere la violenza contro le donne. Alti livelli di eguaglianza di genere rendono le donne più propense a denunciare, anche grazie a una maggiore fiducia nella giustizia istituzionale e nelle forze di polizia.

Stesso discorso quindi vale per l’inaccettabile superficialità con cui si affronta il problema della violenza contro le donne a livello nazionale. Siamo chiaramente fermi a una marginalizzazione della questione, le donne continuano ad essere uccise e a subire violenze, ma gli interlocutori istituzionali e le loro proposte risultano inadeguati. Se ne parla sempre meno e sentir dire che “la colpa è delle donne”, è come se si commettesse violenza due volte. Quando crederete alle parole di una donna che chiede aiuto? Quando smetterete di giudicare le donne sotto un metro diverso, quando verremo difese in tempo, prima  che sia troppo tardi?

Non abbiamo ritenuto necessario e urgente avere un dicastero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne. Che da bravi uomini ci porteranno su un palmo di mano verso la piena uguaglianza. Non siamo inadeguate, come qualcuno paternalisticamente vorrebbe indurci a pensare, e non abbiamo bisogno di essere educate e indottrinate. I nostri temi resteranno marginali se non riusciremo ad avere delle rappresentanti degne e combattive. Non sediamoci ai tavoli per raccontare quanto siamo state brave a giungere a ruoli di rilievo, ma lavoriamo affinché altre, tantissime donne possano partecipare e far sentire la propria voce. Facciamo valere il nostro saper fare e pensare differente. Noi stesse dobbiamo renderci attive e cercare di cambiare le cose. Siamo considerate una forma di welfare gratuito, che viene dato per certo. Iniziamo a praticare una condivisione dei compiti di sostegno familiare e chiediamo che venga riconosciuto questo lavoro invisibile. Coltiviamo quel cambiamento culturale necessario.

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Senza nome, senza volto

Matisse - Viso senza volto

Matisse – Viso senza volto

 

La comunità internazionale in questi giorni si è mobilitata per l’attacco a Charlie Hebdo. Contemporaneamente, e purtroppo già da molto tempo, i media occidentali sembrano dare meno importanza e rilievo a ciò che accade per esempio in Nigeria ad opera del gruppo terroristico Boko Haram. Nessuna insurrezione di massa, nessuna indignazione collettiva. Ci siamo forse dimenticati le studentesse ancora prigioniere? Quanto è durato l’interesse per #BringBackOurGirls?
Sono in pochi a dedicargli ancora attenzione. Ringrazio Narrazioni Differenti per questo recente post.
Riporto da un articolo di Internazionale:

“Ignatius Kaigama, l’arcivescovo della diocesi di Jos, capitale dello stato di Plateau, nella Nigeria centrale, in un’intervista alla Bbc ha accusato l’occidente di ignorare la minaccia del gruppo terroristico Boko haram. “La comunità internazionale dovrebbe avere lo stesso spirito e la stessa determinazione mostrati dopo gli attacchi in Francia”, ha detto l’arcivescovo dopo una nuova serie di attentati che ha colpito il nordest della Nigeria a Potiskum e Maiduguri, in cui in totale sono morte 23 persone.

 

Tutti noi dovremmo dare un forte segnale, per queste bambine che non diventeranno mai donne. Per ricordare le loro giovani vite rese strumento di morte e di terrore. Perché questi episodi non si moltiplichino e non si faccia uso delle anime e dei corpi di altre innocenti. Per chi non ha scelta.
Perché non basta sfilare per Parigi, se non c’è niente di sincero dietro. Che senso ha quando laicità e libertà si sbandierano solo all’occorrenza, una tantum, ma nella prassi quotidiana sono spesso ripudiate da molti di quei capi di stato e rappresentanti che sfilavano ieri a Parigi e non solo?
Mi dispiace, ma oggi non mi interrogherò su donne velate o su coloro che hanno un volto e un nome, sulle storie conosciute e riportate in questi giorni dai media. Non mi preoccuperò di scandagliare lo scontro tra civiltà e culture; né le difficoltà di una integrazione fallita nelle nostre tronfie società occidentali che si ergono a faro dell’intera umanità; né i miraggi di successo che si sono scontrati con una realtà che non fa regali a nessuno, se non nasci bene. Lascio queste analisi a chi ha o dovrebbe avere conoscenze e saperi specifici. Vorrei però esprimere ciò che penso.
Non c’è un noi e loro, no. Se iniziamo ancora una volta a tracciare la linea di confine commettiamo un errore enorme, perché strumentale a demarcare le parti. Un fronte ideologico a vessillo e a giustificazione di una guerra e di un nuovo scontro. Penso che forse occorrerebbe tornare all’essenziale, agli esseri umani, al valore della loro vita, prima di interrogarci sui costumi (legati al tempo storico) e sulle culture. Perché valori e culture sono elementi che vanno costruiti costantemente e non si possono imporre. Perché rischiamo di perderci le persone in carne ed ossa, con le loro aspettative, le loro storie e le loro unicità. Perché potremmo giungere a chiuderci a riccio senza tentare di comprendere la situazione che stiamo vivendo. Ammassare individui di qua o di là, in base alla cultura, alla religione, all’etnia ha sempre portato a tragedie immense. Ecco, nel mio piccolo penso che si debba fare un passo verso l’essenziale, verso l’importanza e verso l’unicità di ciascun essere umano.

Detto questo, qui, oggi, da questo micro spazio, voglio semplicemente ricordare tutte quelle bambine, ragazze e giovani donne che hanno subito sulla loro pelle le violenze e le conseguenze di queste folli azioni terroristiche. Bambine imbottite di esplosivo per esplodere a comando, svuotate della propria identità, della propria possibilità di scegliere, disumanizzate, rese armi azionate a distanza, piccole donne a cui è stato strappato un futuro, vittime di gruppi terroristici senza scrupoli. Le loro storie, i loro sogni, i loro nomi, le loro voci, i loro sorrisi e le loro lacrime, i loro volti che nessuno conoscerà mai e di cui nessuno si interesserà mai abbastanza. Ecco, oggi lo dedico a loro, a chi non c’è più e a coloro che ci auguriamo tornino presto a riabbracciare i loro cari. Che possa arrivarvi il mio abbraccio ovunque voi siate!

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BUONE FESTE

@Anarkikka

@Anarkikka

 

AUGURI A TUTT@ VOI!!!

Grazie per essere approdati da queste parti durante questo 2014 🙂

Un abbraccio forte e ci ritroviamo nel nuovo anno ormai prossimo! ❤

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Figli e donne per la patria

1922 donna

Non voglio parlare solo di bonus bebè, ma è un buon tema dal quale partire per fare qualche riflessione.
Quel che non si comprende è che tutti i bonus hanno un costo sociale enorme, ma nascosto. Sono solo azioni pubblicitarie, che nascondono tagli da tante altre parti. Come molti hanno fatto notare, si tratta solo di operazioni di marketing, con alla base un’ideologia populista che parla alla pancia di una popolazione appiattita sugli annunci fatti al TG. Le donne italiane assuefatte ad essere etichettate come “intellettualmente limitate”, dalle stesse donne, come la Barbara della domenica pomeriggio, alla fine ci credono e se ne convincono. Non siamo questo, ma è quel che resta nell’immaginario.
Ci si mette anche la Lorenzin, dispensando consigli sull’impiego del bonus…
Rispetto all’indignazione e alla mobilitazione di Se non ora quando, oggi non assistiamo a nulla di tutto ciò, tutto è silente. Si ode qualche critica, ma sempre e solo da parte di persone già fortemente coinvolte, attive. Nonostante la lenta, ma inesorabile dispersione di Snoq, ormai spentasi, non c’è stata un’analisi e un lavoro dopo, compatto, critico, concreto, vivo, legato alla realtà. Probabilmente lo abbiamo fatto, ma in piccoli gruppi, le cui voci non si sono propagate.
Non suscita indignazione nemmeno la superficialità con cui si maneggiano le pari opportunità nelle sedi governative.
Se oggi l’ennesimo bonus bebè crea consenso e ha un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quindi, anche noi, cerchiamo di smontare i fronti contrapposti casalinghe/lavoratrici. Cerchiamo di lavorare senza barriere o pregiudizi.
Quel che mi irrita maggiormente di questo ennesimo bonus, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter.
Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita.
Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne?
Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro, no alle dimissioni in bianco e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne.
La precarizzazione dei contratti di lavoro, incentivata dalle ultime riforme, penalizza fortemente le donne.
Qualcuno dei legislatori ha mai provato a cambiare lavoro continuamente? Località, mansione, tipologia? Ha mai fatto la “trottola”, con un figlio piccolo e nessun aiuto, o con un familiare malato, con servizi sociali semi-inesistenti? La stabilità lavorativa aiuta anche a gestire più serenamente le difficoltà familiari quotidiane. Per non parlare poi del clima familiare.
Intanto iniziamo a fissare parità di salario uomo-donna. Perché noi donne non siamo necessariamente tutte incubatrici dei futuri figli della patria. Il resto vien da sé.. Ognuna avrebbe modo di scegliere in base alle sue esigenze e non sarebbe vincolata a una norma ad hoc, il bonus, subordinata a una scelta precisa, la maternità.
Questi sono aspetti molto concreti, ma su cui spesso ci si divide e ci si schiera. Quando sarebbe preferibile stare unite. Questa tendenza a legiferare per il particolare e non per l’universale, crea automaticamente delle discriminazioni. La legge targettizzata è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.
Ma allora perché sembra che alla maggior parte delle persone vada bene questo tipo di soluzione parziale delle questioni?
Non a tutti sta bene così, ci si interroga, ma sembra unicamente un parlare a vuoto. Perché?
Questa difficoltà di incidere nella realtà e di unirci per un cambiamento radicale, merita una riflessione.
Elena, rispondendo a un post che avevo pubblicato su Facebook, mi ha dato lo spunto per farlo.
C’è da registrare una profonda divisione, distanza tra i luoghi del femminismo, come anche del mondo ambientalista, rispetto ai luoghi decisionali reali o della vita quotidiana. I rischi sono di compiere analisi di analisi, che servono solo a un circolo chiuso. Il distacco non è un dato odierno, ma credo congenito. Consideriamo la libertà e l’emancipazione delle donne. Per molte sono sufficienti queste semplici enunciazioni, tradotte in un qualche diritto socio-politico sbriciolato e pronto all’uso. Mordi e fuggi, divori e poi passi ad altro, alla successiva urgenza, al successivo bisogno. Assente è la consapevolezza di come si arriva a quel diritto o libertà, che comporta una consapevolezza di sé e una presa di coscienza che certi punti di arrivo presuppongono una assunzione di responsabilità in prima persona. Quindi come colmare il buco? Come trovare un linguaggio che includa anche altri ambiti, se vogliamo meno elitari e chiusi, come costruire nuovi luoghi reali di azione? Ahimè è un vero arcano. Innanzitutto è un problema legato allo stare in gruppo, alle sue dinamiche e al naturale istinto verticistico, gerarchico, laddove ci sono forti resistenze a lasciare spazi ad altri/e. Aprire la finestra e ricambiare l’aria è molto complicato. Implica una messa in discussione del proprio ruolo, per molt* è difficile mettersi a disposizione, rinunciando alla propria figura. I personalismi sono una brutta piaga. Di solito sono le stesse persone affette da queste manie egocentriche ad accusare gli altri appartenenti al gruppo di scarsa democrazia interna. Il passaggio verso la realtà è pieno di ostacoli. Non è detto che aprendo spazi di azione nel proprio quotidiano/territorio si ottengano risultati apprezzabili, si rischia di rimanere comunque confinati a relazioni asfittiche e autoreferenziali. Qualche giorno fa annotavo la prassi “dell’armiamoci e parti”, che in un gruppo è devastante, perché viene meno il “fare insieme”. “Coagulare l’impegno” (uso l’espressione di Elena), per raggiungere obiettivi concreti, è veramente difficile, perché ognuno tira l’acqua al proprio mulino, oppure ti risponde che non ha tempo ed energie. Alla fine ognuno pensa a sé. Tutto finisce quando trovi il tuo posticino al sole e vieni assorbito dal flusso consueto, ordinario.
I miei tentativi di allargare, approfondire il confronto, progettare sono spesso fallimentari o mi lasciano un po’ di sconforto, ma non per questo mollo. Ma è anche e soprattutto una questione di autorevolezza, o meglio di “corsie referenziali” privilegiate. Nessuno ti ascolta seriamente se non hai un titolo, una posizione sociale e professionale dalla quale parlare. Per questo credo che i discorsi restino chiusi, in cerchie elitarie autoreferenziali. Si dà la parola solo a coloro che sono già a qualche titolo nel giro di quelli che contano. Anche se parlano di aria fritta, quella viene percepita come aria di montagna, pura e alta. Se solo riuscissimo a scendere un po’ sulla terra e lasciassimo un po’ di spazio ai non “referenziati”, giusto quel tanto che basta per un ricambio d’aria? Non è solo una questione di ricambio generazionale, perché il morbo è trasversale alle generazioni. Dovremmo aprire, coinvolgere e rischiare anche qualche critica. Perché, a volte ho l’impressione che i “guru” della situazione abbiamo paura dell’allargamento per non rischiare critiche e non perdere la vista dall’alto tanto faticosamente conquistata.
Spesso il fallimento dipende dal fatto che non tutti gli attori sono realmente coinvolti al 100%. Non ci si crede realmente, spesso la partecipazione non va oltre a quello che si farebbe in un club di bridge. Ma non per questo si demorde. Si cerca di far girare le idee, di fare piccoli passi per una maturazione culturale propedeutica a un futuro cambiamento, che non può prescindere dalle variabili economiche, produttive e istituzionali. Sempre che tutto non si perda e non si dissolva strada facendo. Per questo sono cruciali le convinzioni personali, altrimenti si fa moda e suppellettili di analisi e parole. Penso che scrivere (lo so, spesso sembrano parole al vento) possa servire a far passare le idee tra le persone e tra le generazioni. Ma presuppone l’esistenza di un percorso personale, un partire da sé. Se non scatta quella scintilla, le parole ti passeranno attraverso, senza lasciare traccia. Non è una missione donchisciottesca, se ci crediamo sino in fondo. Il cambiamento nella realtà passa attraverso il cambiamento di mentalità, delle idee e della cultura, quelle che girano e non restano chiuse nei “salotti buoni” asfittici.
Dobbiamo spingere per portare il dibattito fuori, far girare le idee là fuori. Non per leggerci o parlarci tra noi. Dobbiamo osare il femminismo, viverlo e diffonderlo. Sovvertendo le regole della veicolazione del pensiero e delle pratiche. Questo significa includere nei nostri dibattiti anche fattori economici e che fanno capo al sistema capitalistico. Altrimenti è tutto inutile, se non si parla di crisi del patriarcato, delle forme classiche del capitalismo e del modello culturale occidentale.

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Radici

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Siamo tutti talmente concentrati sull’identikit dell’uomo violento, da dimenticarci tutto il contorno. Lo spiega bene Lea Melandri in questo articolo, apparso il 28 aprile sul Corriere, in cui riprende alcuni passaggi del libro di Claudio Vedovati “Il lato oscuro degli uomini”.

“La costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cui nasce la violenza stessa. (…) consente alla cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé”.

In poche parole, si allontana e si isola quel “prototipo” difettoso, senza parlare di un contesto culturale patriarcale che ha dato supporto e vita alla maschilità. Soprattutto questo manichino del violento diventa un modo per esorcizzare qualcosa che invece può coabitare con noi stessi. Questo categorizzare non aiuta ciascun uomo a guardare dentro di sé, ad analizzare e a risolvere quello che Michael Kaufman chiama “paradosso del potere maschile”, un potere che gode di privilegi ma che è anche «fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli uomini stessi», che esercita il controllo ma che è costretto a una vigilanza continua.
A mio avviso si tratta di un processo che dovrebbe coinvolgere anche l’universo femminile, perché si tratta di modelli che vengono tramandati non soltanto da modelli paterni, ma anche da modelli materni che non riescono a sciogliere dei nodi culturali pesanti all’interno della famiglia. Secondo me, non sono comportamenti che nascono dal nulla o per una natura impazzita. Anche inculcare il mito del successo a tutti i costi può provocare danni permanenti nel rapporto dei propri figli con gli altri. Rincorrere la perfezione, sia in chiave maschile che femminile, può essere devastante. Una mancanza, un fallimento possono scatenare un fattore arcaico sopito di violenza, che non essendo mai stato messo a fuoco e analizzato, spunta al primo colpo, al primo cedimento dell’impianto perfetto. Molti ricercano dei surrogati, ma a mio avviso sono solo dei palliativi, perché ormai il processo è innescato.

 

(…) L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passione per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza (…)

Abbiamo costruito un modello sociale che porta in sé gli elementi distorsivi del passato patriarcale e quelli contemporanei del “tutto il meglio subito”, del successo e della perfezione. Siamo macchine di produzione perfette e infallibili, inquadrati in schemi e mentalità atte alla produzione, abituati a rapporti umani che assomigliano sempre più a un prodotto in serie e a una suppellettile nuova da aggiungere al nostro guardaroba di vita. Tutto questo cumulo di tensioni e di aspettative porta inevitabilmente ad avere delle bombe innescate pronte ad esplodere, come un vaso pieno d’acqua, pronto a traboccare. Ci sono persone incapaci di gestire queste bombe interiori, andrebbero aiutati a guardarsi dentro e a non rifiutare a priori l’esistenza di queste problematiche.
Siamo di fronte a un problema culturale, che esigerà un processo lungo di cambiamento e di cura, che deve coinvolgere l’intero tessuto della società. Finchè l’informazione avrà questi connotati e questi pregiudizi, sarà difficile scardinare certi retaggi e paraocchi che ci annegano in questo vortice di violenza senza fine. Vi consiglio questo articolo de Il ricciocorno schiattoso.

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Ordine nel disordine?

confini

Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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Come cambiano in fretta le stagioni

Rileggiamo insieme un testo, tratto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012 sulla situazione in Ucraina, al punto 8:

(L’UE) esprime preoccupazione per il diffondersi di sentimenti nazionalistici in Ucraina, che trova espressione nel seguito del partito Svoboda, il quale è così diventato uno dei due nuovi partiti rappresentati in seno alla Verchovna Rada; ricorda che le idee razziste, antisemite e xenofobe contrastano con i valori e i principi fondamentali dell’Unione europea; rivolge quindi ai partiti di orientamento democratico presenti in seno alla Verchovna Rada un appello a non associarsi né formare o appoggiare coalizioni con il citato partito;

Teniamo presente che oggi, nel nuovo governo ucraino, al partito Svoboda sono state assegnate le seguenti cariche:
Oleksandr Sych – Vice Prime Minister
Andriy Mokhnyk- Minister of Ecology
Ihor Shvayka – Minister of Agriculture
Ihor Tenyukh – Minister of Defence

A voi le conclusioni. La situazione è molto più complessa di quanto possiamo immaginare.

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Locomotive a più velocità

Il prossimo 17 marzo Renzi sarà ricevuto dalla Merkel, non sarà una visita semplice, ma ci sono delle novità sul versante tedesco, che potrebbero ammorbidire la Cancelliera di ferro.

Un documento interno del governo tedesco, pubblicato in esclusiva dalla Süddeutsche Zeitung, per la prima volta riconosce che il surplus di export fatto registrare dalla Germania negli ultimi anni ha danneggiato la stabilità dell’Eurozona. “Un’eccessiva e duratura diseguaglianza dei bilanci commerciali fra i singoli Stati europei costituisce un danno per la stabilità dell’Eurozona”. Finora solo i paesi colpiti dalla crisi, come Italia, Portogallo, Spagna, Francia ma anche gli USA avevano sostenuto che i surplus eccessivi conseguiti da un solo paese producono inevitabilmente indebitamenti rilevanti in altri paesi. La Merkel aveva sinora respinto qualsiasi richiesta di “imbrigliare la locomotiva produttiva tedesca”, indicando come motivi del successo l’abilità dei suoi imprenditori, un costo del lavoro competitivo, la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti, la capacità di sostenere l’export. Tutte queste considerazioni hanno creato i presupposti per le politiche di austerity finora applicate, per risanare i conti pubblici e far ripartire le economie dei Pigs. Oggi si riconosce che quelle disuguaglianze andavano tenute sotto controllo. Il rallentamento dei Brics, impone una sterzata alla Germania, se vuole continuare ad avere dei mercati di consumatori per i suoi prodotti, e tutti sappiamo che quei mercati sono principalmente europei.

La Commissione europea il 5 marzo ha invitato la Germania a varare iniziative che facciano crescere le importazioni. Bruxelles sta indagando sull’ipotesi che la Germania abbia infranto le regole europee, producendo uno squilibrio tra i paesi membri, che si realizza nel caso in cui uno Stato abbia per lungo tempo un disavanzo o un attivo superiori al 6% del PIL. La Germania ha sempre fatto finta di ignorare questo limite.

Per questo l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta a cogliere l’occasione, nel caso si procedesse verso un riequilibrio dell’export tedesco.

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I danni dell’oblio

Parto dallo splendido ma dolorosissimo articolo di Barbara Spinelli uscito oggi su Repubblica.

Mentre noi ci perdiamo sul fondo del secondo governo in meno di un anno, abbiamo perso di vista il resto e con questa amnesia abbiamo rimosso anche cosa ha rappresentato in passato (ed oggi) il neoministro dell’economia Padoan, che il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse si sperticava nell’elogio delle politiche di austerity: “Il dolore sta producendo risultati”. Se lo paragoniamo ai dati diffusi dal Lancet e da Emergency sulla distruzione della sanità greca, causata da anni di torchio da parte della Troika, ci sembra assurdo che ci siamo imbarcati una personalità simile in seno al nostro nuovo governo. Per cosa è arrivato lì? Per controllare ed appurare che anche da noi sia possibile tenere sotto controllo la situazione, adoperando qualsiasi mezzo?

Riprendo uno stralcio dell’articolo:

“La smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo”.

Un pugnale che affonda nelle nostre membra e che purtroppo resta nell’ombra. Si preferisce non parlarne. Le teorie di cui è stata resa cavia da esperimento la Grecia sono una sorta di applicazione delle leggi di selezione naturale dei popoli, laddove solo i più forti, o meglio, i più fortunati sopravvivono. E sono i bambini e gli anziani, vi prego di guardare le cifre e non solo (qui). Non riesco a intravedere altro, se non una volontà di prendere la Grecia come emblema sacrificale. Il risanamento dei bilanci come prassi per plasmare ed educare i popoli. Cosa può giustificare un comportamento tanto disumano? Nulla. E se restiamo in silenzio, ne siamo complici.

Dal rapporto di Lancet, Italia e Spagna non sarebbero lontani dall’inferno greco.

“Alexander Kentikelenis, sociologo dell’università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po’ come avviene per il clima). L’unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma”.

Siamo lontani dalle origini dell’UE, dagli ideali che l’hanno alimentata. Come osserva Barbara Spinelli, stiamo applicando lo stesso trattamento che venne inflitto alla Germania nel primo dopoguerra. Sappiamo anche come andò a finire.

Vi suggerisco di leggere la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis (ringrazio Loredana Lipperini per la lettera e la poesia che segue).

Una poesia di Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

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Un bazuka può innescare una crisi?

Con la sentenza della Corte Costituzionale tedesca (qui), che arriva assieme al pronunciamento della Bundesbank, si sta innescando un processo di scontro duro a meno di 100 giorni dalle Europee. Una sorta di crisi politica e costituzionale silenziosa, ma dalle ricadute imprevedibili. I due organismi tedeschi hanno di fatto accusato la BCE di aver violato l’art. 123 del Trattato dell’Unione Europea (qui). Il nodo della questione riguarda la decisione presa nel settembre 2012, quando Mario Draghi annunciò il programma (operazione di politica monetaria denominata OMTOutright Monetary Transactions). L’OMT si sarebbe spinto molto oltre il mandato della BCE, divenendo un vero e proprio programma di assistenza tecnica dalla vocazione politica. La sentenza della Corte tedesca viene siglata nel nome del popolo.

È normale che due organi di uno dei principali Paesi dell’unione monetaria si schierino apertamente contro un provvedimento che a detta di tutti ha salvato l’Euro?

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo che ho cercato di riassumervi.

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L’orrore di una guerra civile

kiev

Totale solidarietà con gli ucraini, in questo difficilissimo momento storico. Sto provando a chiedermi quali possano essere le conseguenze economico-politiche dell’evolversi della situazione: nel caso si svolgesse a favore dei manifestanti. In questi ultimi anni l’Ucraina è stata una nazione a sovranità fortemente limitata e subordinata alla Russia, a causa delle sue difficoltà economiche. Non dimentichiamo che, al contrario delle altre repubbliche ex sovietiche, l’economia ucraina non ha vissuto il boom che ci si sarebbe attesi. Questo perché pare non essere è energeticamente autosufficiente (ricordate le vicende del gas russo?). La sopravvivenza dell’economia ucraina deve molto ai prestiti che la Russia elargisce (gli ucraini erano convinti di potersi accordare con il caimano pietroburghese per sfruttarlo, ma forse hanno sottovalutato la sua ferocia e i suoi scopi reconditi). Nel caso la fazione filorussa di Yanukovich dovesse soccombere, Putin potrebbe chiudere le paratie. Il passaggio dalla sfera di influenza russa a un possibile accordo con l’UE è ricco di interrogativi. L’UE, o più realisticamente la Germania (che è il vero cuore decisionale e di potere dell’UE) è realmente in grado, in questo momento, di sostenere il peso economico dell’Ucraina (qui)? In questo scenario, quali risorse resterebbero per i Paesi mediterranei dell’UE in crisi? Infatti, il baricentro si sposterebbe verso est, relegando in periferia i Paesi che appartengono al bacino del Sud dell’Europa. La situazione potrebbe divenire ancora più grave e scevra da soluzioni semplici, nel caso in cui Putin prospettasse una “spartizione” di fatto (come fu la Cecoslovacchia) o ideale dell’Ucraina, sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Infatti, la zona orientale, con sbocco sul Mar Nero, economicamente trainante, è a maggioranza russa. L’UE si accollerebbe il resto dell’Ucraina, impegnandosi a risollevarne le sorti?

Sulla crisi ucraina pesa l’andamento della moneta nazionale hryvnia rispetto all’Euro. Ricordiamo che il 21 novembre il presidente Yanukovich aveva bocciato gli incentivi economico-commerciali proposti dell’Ue, segnando l’avvio delle manifestazioni. Il grafico che vi allego segnala l’impennata di questi ultimi giorni, che ha portato la valuta ucraina a perdere ulteriore valore rispetto all’Euro. La Banca centrale ucraina sta cercando di contenere il crollo, di recente ha annunciato che procederà all’erogazione di una seconda rata (da 2 miliardi, la prima era da 3 miliardi) del prestito da 15 miliardi di dollari concesso da Mosca a Kiev, lo scorso  dicembre. Ma ciò non è bastato a rassicurare gli investitori. Alcuni esperti prevedono che sarà necessario svalutare la hryvnia, pena l’esaurimento delle riserve della Banca centrale.

grafico-hryvvnia-euro

Aggiornamento 21.02.14, dal sito de la Repubblica: “In attesa dell’evoluzione della crisi, Mosca frena sulla seconda parte degli aiuti finanziari che dovrebbe concedere a Kiev: nessuna decisione sui 2 miliardi di dollari. E Vladmir Lukin, inviato a Kiev del presidente Vladimir Putin per mediare i colloqui tra il governo e l’opposizione, si è rifiutato di firmare il documento finale sull’accordo”.

Aggiornamento 25.02.14: http://www.internazionale.it/news/ucraina/2014/02/25/tra-russia-ed-europa/

Analisi geopolitica di Daniele Scalea

 

Analisi di Daniele Scalea sulla debolezza NATO e UE

Per seguire la crisi: qui

Per approfondimenti:

http://www.europaquotidiano.it/2014/02/19/perche-e-riesplosa-la-crisi-ucraina-la-cronologia/

http://www.geopolitica-rivista.org/25136/crisi-ucraina-intervista-al-governatore-della-regione-di-donetsk-andrej-sisatskij/

http://www.worldaffairsjournal.org/blog/alexander-j-motyl/free-donetsk

http://www.rferl.org/content/ukraine-donetsk-silence-yanukovych-protests/25193297.html

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Il patto

ellekappa

La mia personalissima lettura dei fatti degli ultimi giorni. Grillo ha di fatto sostenuto l’avvicinamento di Renzi a Silvio, sancendone la legittimità. La profonda sintonia con cui si sugellava l’intesa su riforme costituzionali e legge elettorale, unita all’assoluta disponibilità su lavoro, fisco, pensioni ed economia, segnano un patto che per chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio sarebbe come il veleno. Di fatto se Alfano dovesse fare il prezioso, ci sarebbe comunque Silvio a benedire Renzi. Il risultato è una maggioranza molto ampia, simile a quella precedente alla formazione del NCD, ma più invisibile, occulta, tale da essere utilizzata al momento giusto. Grillo ha permesso questo. Noi del PD non ce ne preoccupiamo, ci va bene così. Siamo talmente impaludati da non accorgerci che questo ci porterà a morte sicura.

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La tecnologia e il cambiamento che (non) fanno paura

Il mio ragionamento parte da questo articolo. La spinta al cambiamento e ad adattarvisi cambia da persona a persona. Ci sono gli entusiasti e coloro che mantengono sempre un certo scetticismo e distanza quando arrivano delle novità. Questo aspetto è amplificato quando si tratta di tecnologie, specie se coinvolgono le nostre abitudini nelle modalità di comunicazione. La resistenza, la riluttanza a priori portano a rimandare le decisioni e ad arrivare in ritardo sulle scelte. Anche un eccesso di prudenza, una sottovalutazione della portata di una novità possono fare danni, soprattutto in un contesto come il nostro, dove ogni cosa viaggia alla velocità della luce. Si rischia di perdere il treno della ripresa anche perché si è giunti tardi a innovare. Attendere immobili è rischioso almeno quanto il seguire la corrente d’istinto. Ma se si resta fermi, il treno ci passa davanti e noi non possiamo fare altro che salutarlo, rimanendo nel pantano. Neofili e neofobi saranno compresenti in eterno, la questione è che non ci si può chiudere a riccio, stare sempre sulle barricate e giustificare il nostro immobilismo nel nome del rispetto della tradizione. Sono solo delle blande autoassoluzioni. In realtà,  ci si condanna a essere periferici. Un Paese senza spinte propulsive al suo interno non ha prospettive. Un Paese che non investe nelle sue fasce più giovani e in chi ha voglia di fare, ma ne soffoca le aspirazioni e tende ad appiattire le aspettative, si è appena infilato in un cul de sac.

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Quale ripresa senza occupazione?

Zerocalcare, Neet Kidz

Zerocalcare, Neet Kidz

Siamo tutti in attesa di una notizia che stenta ad arrivare. Tutti ci dicono che l’uscita dal tunnel è vicina, lasciandoci intravedere la luce, ma ad oggi le cose stanno diversamente. Soprattutto se la ripresa non verrà accompagnata da una diminuzione del tasso di disoccupazione, in particolare per quella fascia di “giovani adulti” tra i 25 e i 34 anni, che sembrano aver subito più di tutti gli effetti della crisi. Per non parlare poi dell’incremento dei Neet, dei giovani che non studiano e non cercano lavoro. Se e quando riprenderà a girare la nostra economia, dovremo occuparci di come traghettare oltre il baratro anche la generazione perduta e farla giungere in una zona più tranquilla.

 

Fonte: La Repubblica http://www.repubblica.it/economia/2014/01/20/news/lo_spettro_di_una_ripresa_senza_occupazione_in_italia_contrazione_del_lavoro_per_altri_2_anni-76447522/?ref=HREC1-7 e il rapporto Global Employment Trends 2014 dell’Ilo

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Misura

Ho atteso qualche ora prima di decidermi a commentare le ultime ‘fuoriuscite’ del nostro neo segretario. Abituati come siamo a sentire di tutto di più, non dovremmo meravigliarci del ‘Fassina chi?’. Fassina non è facilmente difendibile, per le plurime dimissioni che ha saputo presentare in pochi mesi. Non spetta a me trovare la pezza per capire e assolvere Fassina. Ciò nonostante, l’atteggiamento di Renzi appare alquanto oltre-misura. Tutto è così tanto sopra le righe, che sembra di trovarsi in un musical di Broadway o all’interno del Rocky horror picture show. Il ruolo del segretario ha assunto toni da macchietta di avanspettacolo. Siamo al dileggio intestino, siamo alla vigilia forse di una implosione, che tutti noi temevamo. Ormai siamo alle soglie di uno smantellamento del PD, del suo svuotamento per un travaso frettoloso in quella immaginifica macchina del Renzicambiaverso. Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che il partito in meno di un mese dalle Primarie ha perso gran parte dei suoi connotati e si sta assistendo alla seduta di trucco e parrucco per fargli cambiare aspetto definitivamente. Concordo, con chi nota che non dovremmo stupirci di questo risultato. Sinceramente, non mi aspettavo tanta premura e sollecitudine. Piuttosto che rottamazione, mi è sembrata solo una pulizia per far posto a nuovi amici o servi fedeli. Altro che new deal, sembra una spartizione tra vecchi compagniucci. La deriva dell’uomo solo al comando non porta da nessuna parte. Renzi e le sue trovate hanno egregiamente sostituito le uscite colorite del caro vecchio Silvio. Il leader carismatico, qualora lo si possa far coincidere con Matteuccio, in talune congiunture aiuta (non sarebbe una novità nemmeno per la sinistra), ma i personalismi vuoti fanno emigrare altrove. Perciò stiamo attenti. La misura non è mai passata di moda. Dov’è finito il bon ton? La sinistra ridotta a battutine, slogan, lanci pubblicitari, loghi e Renzi style mi fa rabbrividire. Chi comincia l’anno in questo modo è già alla fine dell’opera. Non ci resta davvero che attendere le battute finali?

Bersani coraggio e non mollare! Abbiamo un enorme bisogno di te nel PD!

Consigli di lettura: l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica.

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L’importanza di “tenere famiglia”

mamma

A quanto pare stiamo vivendo un ritorno all’ovile da parte dell’uomo, che sembra apprezzare nuovamente i piaceri del focolare domestico-familiare, forse più delle donne. Prendo spunto da questo pezzo del Corriere, per parlare ancora una volta dei problemi legati alla genitorialità, in sistemi sociali diversi per cultura e per misure di sostegno statali. Mille indagini che spulciano nelle abitudini e nelle propensioni di uomini e donne, cercando di rilevare nuove tendenze sociali. La questione non è la riscoperta della famiglia e degli affetti da parte dell’uomo, occorrerebbe interrogarsi sul come e perchè questo avviene, se non doventa un ennesima medaglia sul loro petto, ad attestarne il merito e il successo. Dovrebbe essere una naturale necessità quella di stare in famiglia, quella di iniziare ad occuparsi dei figli, come e quanto una madre.

Facciamo il punto e verifichiamo quanto il nostro stile di vita ci ha guadagnato. In nome del femminismo si sono lasciati passare tanti piccoli peggioramenti della vita di una donna e della sua famiglia. Questo non è femminismo è masochismo. Il femminismo è ben altro e ne abbiamo ancora bisogno, ma non con le distorsioni volute da chi voleva andare in una direzione di autosufficienza e di superbo annientamento dei nostri ruoli storici di donne. Abbiamo svilito la ricerca di maggiori diritti, soffocando e sacrificando la nostra voce più pura e la nostra vocazione ad essere mogli e madri. Abbiamo cercato l’emancipazione ad ogni costo, mantenendo le stesse medesime vecchie abitudini maschili, salvo rare eccezioni. Per decenni abbiamo confidato che subappaltando la cura dei nostri figli a nidi e a tate, così come in passato i padri avevano fatto con noi madri, avremmo finalmente potuto raggiungere quello status sociale, economico e lavorativo che per secoli era stato appannaggio degli uomini. Abbiamo rinunciato alle nostre prerogative in cambio delle briciole, perché alla fine siamo rimaste sempre indietro, perdendo sia sul terreno familiare che lavorativo. Le ricette per il successo non esistono, perché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Chi sciorina ricette ad hoc racconta solo favole. Non possiamo aspirare a far quadrare tutto senza essere disposte a rinunciare a qualcosa. Questo ragionamento vale anche per gli uomini. Fino a quando non ci sarà la consapevolezza che non si può fare tutto bene, non vivremo in pace e ci sarà solo frustrazione o indifferenza. Abbiamo perso decenni, cercando la quadratura del cerchio, quando in realtà si trattava di due rette parallele, ricongiungibili solo all’infinito. Siccome la nostra vita non è infinita, dobbiamo adoperarci affinché sia gradevole oggi e non solo perché abbiamo qualche suppellettile in più. Ci sono donne che nell’illusione della carriera rinviano la maternità e la costruzione di una famiglia, oppure che non ne sentono il bisogno fino a che non avvertono la necessità di un nuovo gingillo da aggiungere tra i propri successi personali. Proprio come fanno alcuni uomini. La tristezza è tanta, perché siamo completamente fuori di testa e poi pretendiamo di dare l’esempio agli uomini. Volersi occupare dei figli non è una scelta di rassegnazione. È una scelta, punto. Dovremmo lasciare la libertà di scelta alle donne e agli uomini di strutturare la propria vita, senza giudicare o etichettare. Non tutti hanno la possibilità di lavorare in modo flessibile o in remoto. Non tutti hanno un datore di lavoro disposto ad agevolare le lavoratrici madri, molti capi sono soliti motivare la scelta così: “per non creare dei pericolosi precedenti e per non rischiare che la piaga della maternità si estenda in azienda”. Altri sostengono che non si possono inaugurare politiche di sostegno alle madri, altrimenti si creerebbe discriminazione in azienda e i signori uomini potrebbero risentirsi. È chiaro che chi ha un part-time è più soddisfatta e riesce a gestire meglio famiglia e lavoro. Ma siccome spesso è un miraggio, dobbiamo arrangiarci con ciò che è a nostra disposizione e nel caso italiano si tratta di molto poco. Si privilegiano i soliti discorsi e soluzioni di circostanza, nei rari casi in cui se ne parla a livello istituzionale. Ciò che mi stupisce è il silenzio di molte donne che fanno politica. Non sembrano temi interessanti nemmeno per le donne ai vertici della politica, che quando tentano di entrare nell’argomento spesso balbettano, perché forse non lo vivono sulla propria pelle. Vogliamo risolvere veramente i problemi in questo modo blando e superficiale, parlandone poco o niente, solo in occasione della pubblicazione dell’indagine o del libro di turno?

Prendiamo atto di essere molto sole e spesso isolate ed ignorate. Prendiamo atto anche della scarsa propensione alla solidarietà tra donne. Mettiamoci al lavoro e non chiudiamoci a riccio nei nostri problemi, cercando toppe fai-da-te. Non ci sono ancore di salvataggio se non impariamo a collaborare e a dialogare di più tra di noi e con i nostri uomini. Il percorso dev’essere comune.

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La cultura di sinistra non è morta

Carlo Patrignani ci regala un altro incisivo post, che ci porta a riflettere ancora una volta sull’abc della cultura di sinistra, che non è morta, ma che chiede di tornare protagonista, pena lo sconvolgimento dell’organismo società. Ci sono dei valori che sono connaturati all’uomo, per riconoscere e per salvaguardare i quali ci sono voluti secoli di battaglie. Perdere per strada questi principi significa smarrire l’identità e il senso in toto.

“C’é piu’ cultura di sinistra, e socialista in particolare, nel Paese di quel che riluce e ‘crede’ il nuovo Pd del ribelle Matteo Renzi, lanciato verso una modernità asfittica, superficiale, e senza rapporto con la realtà umana”.

“Ci sono, eccome, valori: liberta’, uguaglianza, giustizia sociale, laicita’, che quando e se minacciati, mobilitano, generano la ‘ribellione’ non violenta delle persone”.

“E, in fondo, e’ acquisito il superamento marxista della soddisfazione dei bisogni, cui una certa sinistra era avvinghiata, rispetto a chi invece fece della conquista dell’aborto, come del divorzio, e dell’art.18 dello Statuto; della scuola dell’obbligo e della sanita’ pubblica e delle 150 ore di formazione continua, che non diedero vantaggi economici ma beni immateriali più preziosi, una battaglia, socialista, di liberta’, uguaglianza, giustizia sociale e laicità“.

Trovo molto interessante il richiamo di Patrignani alla posizione di Gramsci in merito alla povertà e all’opportunità dell’elemosina: “L’elemosina e’ un dovere cristiano e implica l’esistenza della povertà”. Il cambiamento perciò passa attraverso il superamento di questa pratica, l’unica strada per la guarigione dalla miseria. Ci sono delle conquiste che danno dei vantaggi più duraturi e cospicui di quanto può avvenire con la soddisfazione del bisogni immediati.

Anche l’editoriale di De Mauro su Internazionale di questa settimana cita Gramsci.

“Trascurare e peggio disprezzare i movimenti così detti ‘spontanei’, cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli ad un pianosuperiore inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi. Avviene quasi sempre che a un movimento ‘spontaneo’ delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti”..

Il pericolo di non saper legger la realtà e i fatti può portare anche a conseguenze molto gravi.

Se “asfaltiamo”, rottamiano e basta,  spesso corriamo il rischio di non adoperare la giusta intelligenza per non smarrire la rotta e le conquiste fatte.

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Il bilancio del PISA

Tanti, troppi dati, classifiche e dibattiti sui livelli di istruzione raggiunti e conseguiti dai vari Paesi. Una specie di concorso di bellezza per modelli spesso molto differenti, pronti a contendersi lo scettro del migliore. Sono da poco stati resi noti i dati del PISA 2012 (Programme for International Student Assessment, ovvero il programma che si propone di valutare gli standard di istruzione degli allievi di tutto il mondo) e sono iniziate le solite danze.

Per approfondimenti segnalo le analisi di Eurotopics (e qui) e di Le Monde qui e qui.

Quando si parla di istruzione non possono esistere le ricette perfette, valide in ogni luogo e in ogni tempo. Piuttosto, occorrerebbe riferirsi alle peculiarità del contesto socio-culturale in cui è incastonato quel dato modello, che può anche dover essere differente istituto per istituto. Un alunno non è un meccanismo perfetto, ma un piccolo tesoro di variabili incastonato in un ingranaggio che spesso può subire dei bruschi stop, degli intoppi da parte di fattori esterni imponderabili, provenienti da quel contesto esterno di cui parlavo. È inutile cercare di replicare metodi, strumenti ‘esotici’ che hanno avuto successo altrove. Occorre che una classe dirigente, degna di questo nome, elabori il suo progetto di istruzione. Trovo calzante l’analisi che fa Tullio De Mauro qui. Per i risultati, non dobbiamo aspettarci tempi brevi, si tratta di cammini che spesso coinvolgono più di una generazione. Ma occorre partire, senza indugiare troppo o lasciar marcire ciò che resta di buono delle nostre infrastrutture per la creazione di saperi. Per iniziare, recuperiamo i saper fare, accanto ai saperi teorici. Rendiamo i sistemi scolastici più aperti, più dinamici e meno spocchiosi.

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Nuovo corso o restaurazione renzi-guidata?

Vorrei tanto che fosse veramente l’alba di un nuovo corso. Sinceramente, a pelle, ho visto riproposte le stesse logiche di sempre. Una spartizione (tranne rari casi) in chiave di restaurazione renzi-guidata per non dare troppo nell’occhio. Tanti ricchi premi per aver ben servito la causa. Ci sono molti importanti spunti “ispirati” dal programma di Civati, ma la sostanza la si vedrà solo tra qualche tempo. Soprattutto, si vedrà se il nuovo manterrà lo smalto e non perderà per strada idee e buoni propositi. Quello che più mi preoccupa è l’ennesima rincorsa degli altri, questa volta nei confronti di Grillo. Un lessico e dei toni in linea con l’arruffapopolo, uno stile che serve ad ammaliare un pubblico che potrebbe essere tranquillamente berlusconiano. Ammainata la bandiera contro Silvo, oggi ci ritroviamo con le stesse dinamiche di gioco.

Trovo molto lucida l’analisi di Davide Serafin.

Al di là delle questioni di quello che sarà o potrà essere, per le quali ci vorrebbe la sfera di cristallo, mi preme soffermarmi su un altro aspetto: come ne escono le donne? Sulla base dei numeri, si direbbe bene. Dovremmo gioire solo sulla base di questioni matematiche? Io ho trovato la riproposizione di logiche che io chiamerei cotillon per un “giusto servigio” al capo. Mi sbaglierò, ma a me pare in gran parte questo. Poi non ci lamentiamo dei nostri ruoli subalterni e perennemente riconoscenti al sommo uomo di turno. I nomi sembrano funzionali a un riconoscimento di un lavoro di sostegno incondizionato. Qualcuno mi può dire perchè? Alcuni nomi della nuova direzione, sia uomini che donne, fanno venire al pelle d’oca. Ci sono donne, nella nuova direzione nazionale del PD, che avrebbero potuto tranquillamente farsi strada per le proprie competenze, senza elemosinare niente. Eppure, salgono sul carro del sicuro (?) vincitore per giungere a destinazione. Il problema non è seguire Renzi, ma non accorgersi che forse il carro non porterà mai a compimento le promesse che più ci riguardano da vicino. Sino a quando non vedrò i fatti, rimarrò di questa idea. Il cambiamento era altrove e molte donne, per puro opportunismo personale, non lo hanno capito. Io continuerò a mantenere uno sguardo critico e a non accontentarmi delle promesse. Sarò una fuori dal tempo e dalle logiche correnti, ma a me piace essere così. Le mie idee non sono in vendita e non sono compatibili con il servilismo dilagante. Io scelgo, non seguo ad occhi chiusi o a scatola chiusa. Continuerò il mio lavoro nel mio circolo PD con l’entusiasmo di chi può dire di non essere aggiogabile.

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