Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

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Capitalismo e oppressione delle donne

Girl-working-in-Manchester-cotton-mill

 

Ho già tradotto e pubblicato su questo blog altri pezzi di Simon Copland (qui), di cui consiglio una lettura, sono tutti strettamente collegati. Oggi si parlerà del nesso tra capitalismo e oppressione delle donne (qui l’originale). Buona lettura! Al termine qualche mia considerazione.

 

Vorrei affrontare le critiche femministe alla teoria di Engels sull’oppressione delle donne. Questa critica è stata condotta da Simone de Beauvoir, che nel suo Il secondo sesso (qui) con argomentazioni complesse, con un approccio che io definisco “naturalistico” all’oppressione di genere, riconosce che l’economia ha avuto un ruolo nell’oppressione delle donne, ma sostiene che questo si è verificato solo perché gli uomini hanno usato la loro superiore forza fisica per approfittare dei cambiamenti nella situazione economica. Lei sostiene:

 

“Senza strumenti adeguati, non era in grado di sentire di esercitare alcun potere sul mondo, si sentiva perso nella natura e nel gruppo, passivo, minacciato, giocattolo nelle mani di forze oscure; riusciva a pensare a se stesso solo identificandosi con il suo clan: il totem, il mana, la terra erano realtà del gruppo. La scoperta del bronzo ha consentito all’uomo, nell’esperienza di duro lavoro di produzione, di scoprire se stesso come creatore; che domina la natura, non aveva più paura di essa, e di fronte a ostacoli da superare trovò il coraggio di vedere se stesso come una forza attiva autonoma, per raggiungere l’auto-realizzazione come individuo.”

 

In altre parole, lo sviluppo degli strumenti e l’agricoltura hanno dato l’opportunità all’uomo di realizzare quanto avevano cercato di fare da sempre, opprimere le donne – principalmente attraverso il dominio della natura. Alcune voci primarie del femminismo, come Sherry Ortner (che si basa sul lavoro di de Beauvoir qui ) sostengono che le donne – soprattutto per la loro capacità di fare figli – erano considerate più legate alla natura rispetto agli uomini. Perciò gli uomini hanno espresso il loro dominio non solo sulla natura, ma anche sulle donne (ne avevo parlato anche qui, ndr).
Queste teorie fanno parte del patriarcato. Ci sono molte definizioni di patriarcato, ma in sostanza si basa sulla tesi per cui gli uomini hanno oppresso le donne per tutta l’eternità, con una oppressione che ha operato piuttosto autonomamente rispetto alle condizioni economiche. Le femministe danno diverse motivazioni per questo (collegamento donna-natura), ma ciò che è fondamentale è che l’oppressione delle donne opera attraverso i periodi storici, con gli uomini che sfruttano le circostanze economiche per lavorare insieme per continuare a opprimerle. Le circostanze economiche quindi non sono la causa, ma uno strumento per opprimere le donne.
Lascerò queste teorie da parte, per il momento.

Se vogliamo esplorare la connessione tra il capitalismo e l’oppressione delle donne non possiamo trascendere la forma tradizionale corrente di espressione familiare – il matrimonio. Il matrimonio oggi è in gran parte visto attraverso la lente dell'”amore”. Tuttavia, questo non è sempre stato così.

Torniamo al livello di analisi della sessualità umana. Questo racconto si basa su ciò che Helen Fisher chiama “The Sex Contract“; l’idea, basata sulla teoria della selezione sessuale di Charles Darwin, secondo cui le donne richiedono agli uomini di essere in grado di fornire per loro e per la loro prole, mentre gli uomini non forniranno tali risorse a meno che le donne non gli sappiano garantire la fedeltà. Uomini e donne si impegnano in un contratto – le risorse per la fedeltà. Questo è il ‘nucleo familiare‘ di cui avevo cominciato a scrivere nel mio ultimo post.

Come ho sostenuto l’ultima volta, il determinismo biologico di questo racconto non è corretto. Eppure le basi economiche del matrimonio moderno sono sorprendentemente solide. La domanda è, però, come ha fatto questa struttura a permanere con la nascita del capitalismo industrializzato?
Il capitalismo industrializzato ha la capacità di cambiare radicalmente i rapporti di genere all’interno della società (qui). Con la crescita del numero di operai che raggiungevano le città per lavorare, perdevano a loro volta quelle piccole quantità di proprietà privata. Il capitalismo industrializzato divenne una sorta di equalizzatore – tutti, uomini, donne, erano ora lavoratori. Le donne erano diventate forza lavoro, ora la loro oppressione avviene attraverso lo sfruttamento capitalistico. Ecco perché Engels (qui) aveva previsto che il capitalismo avrebbe visto la fine della famiglia proletaria.
Perciò come mai nonostante ci fosse tutto questo disperato bisogno di forza lavoro nelle fabbriche, le donne sono tornate a casa? Molti sostengono che i lavoratori cercarono di tenerle lontane dalle fabbriche. Heidi Hartmann (qui) per esempio sostiene che i sindacati dominati dagli uomini si sono organizzati per tenere alti i salari per gli uomini, soprattutto attraverso l’esclusione delle donne dal posto di lavoro. Eppure, molti altri non sono d’accordo con questo (qui). Nel loro saggio “Ripensare l’oppressione delle donne“, Johanna Brennero e Maria Ramas sostengono che i sindacati erano troppo deboli per vincere battaglie contro l’inclusione delle donne, e in molti casi hanno effettivamente lavorato pesantemente per portare benefici per i diritti economici delle donne. Allora, qual è la loro risposta? Brennero e Ramas tornano indietro a argomentazioni di tipo biologico, sostenendo che mentre un approccio deterministico biologico (che domina la narrazione standard) è falso, gli:

 

“Eventi biologici connessi con la riproduzione – la gravidanza, il parto, l’allattamento – non sono facilmente compatibili con la produzione capitalistica, e renderli tali richiederebbe spese in conto capitale in congedi di maternità, strutture di cura, assistenza all’infanzia, e così via. I capitalisti non sono disposti a fare tali spese, in quanto aumentano i costi del capitale variabile senza incrementi analoghi della produttività del lavoro e quindi riduzioni nei tassi di profitto. In assenza di tali spese, tuttavia, la riproduzione della forza lavoro diventa problematica per la classe operaia nel suo complesso e soprattutto per le donne.”
Questo era il problema. Nelle prime fasi del capitalismo industriale uomini, donne e bambini finirono tutti in fabbrica. Tuttavia, man mano che le persone affluivano nelle città, si registravano picchi di mortalità infantile. A Manchester (qui) per esempio sono stati registrati 26.125 decessi per 100.000 mila bambini di età inferiore a un anno. Questo era tre volte il tasso di mortalità che si registrava nelle aree non industriali.
Con il sorgere del capitalismo industriale i lavoratori sono stati derubati del controllo del processo di produzione, e, inoltre derubati della loro capacità di incorporare la riproduzione nelle esigenze della produzione. In termini più semplici, essere costretti a lavorare per lunghe ore nelle fabbriche malsane ha reso molto più difficile per i lavoratori occuparsi adeguatamente dei loro figli. E, come sostiene Tad Tietze (qui), “questo ha creato gravi problemi per la capacità del sistema di garantire la riproduzione della classe operaia.” I capitalisti hanno assistito alla morte della generazione successiva di lavoratori.

Brennero e Ramas sostengono che la creazione del “sistema famiglia-nucleo familiare è emerso come la risoluzione a questa crisi.” L’idea del “sistema famiglia-nucleo familiare” è stato introdotto da Michèle Barrett nel suo libro L’oppressione delle donne oggi (qui), descritto come una struttura (qui):

 

“in cui un certo numero di persone, di solito biologicamente correlate, dipendono dai salari di alcuni membri adulti, soprattutto quelli del marito / padre, e in cui tutti dipendono principalmente dal lavoro non retribuito della moglie / madre per la pulizia, la preparazione del cibo, la cura dei figli, e così via. L’ideologia della “famiglia” è quella che definisce la vita di famiglia come “‘naturalmente’ basata su una stretta parentela, come correttamente organizzata attraverso un soggetto di sesso maschile che mantiene la famiglia con la consorte e i bambini a carico, e come un rifugio privato al di là della sfera pubblica del commercio e dell’industria”.

 

Siccome i capitalisti non erano disposti, né in grado, di fornire servizi per i genitori che gli permettessero di allevare i loro figli (congedo di maternità retribuito, asili, etc.) e servizi per la casa (cameriere, servizi di pulizia, etc.) essendo tutto troppo costoso per la classe operaia, le donne sono state costrette a tornare in casa per occuparsi dei figli e dei doveri domestici in senso lato. Come sostiene Tietze (qui): “La famiglia capitalista doveva quindi essere consapevolmente costruita, con tutti gli elementi coercitivi e consensuali di quel processo – un processo che coinvolge vari elementi, in termini di ideologie, di leggi, di politiche, di normative, di riorganizzazione del lavoro, e di strategie di relazioni industriali, tra cui gli tutto ciò che concerne il salario familiare, etc. “La struttura della famiglia-nucleo familiare ha dovuto essere sviluppata in modo da garantire la sopravvivenza del sistema capitalista.

Questo non significa che le donne hanno smesso di lavorare, ma quando l’hanno fatto hanno affrontato particolari svantaggi. Brennero e Ramas sostengono che c’erano particolari classi di donne che lavoravano in questo momento; quelle con bambini, che erano rimaste vedove e quelle sposate con uomini con redditi instabili. “Queste donne hanno costituito un pool di manodopera particolarmente indifesa e disperata,” scrivono. Con responsabilità domestiche che rendevano difficile l’organizzazione sindacale e una possibilità di mobilità ridotta che rendeva difficile trovare posti di lavoro migliori, le donne sono state costrette in salari bassi, spesso con lavori part-time. Da qui si vede lo sviluppo del salario-divario di genere – un divario che continua fino ad oggi.

Qui sta la radice dell’oppressione femminile sotto il capitalismo – radice che vediamo ancora oggi. Mentre alcune donne hanno sfondato il “soffitto di cristallo” (qui) la maggioranza continua a soffrire, sia a causa di una situazione di svantaggio storico (qui) che hanno affrontato nel mercato del lavoro, ma anche a causa di una classe capitalista che non è disposta a fornire le risorse necessarie per allevare i bambini (che è ancora in gran parte visto come un lavoro da donna). Il congedo di maternità retribuito è stato oggetto di una lotta enorme, mentre i servizi di assistenza all’infanzia sono costosi e difficili da trovare. Questo lascia le donne ancora in svantaggio.

Mentre queste radici sono economiche, non possono spiegare il sessismo nel suo complesso. Queste radici economiche hanno creato anche realtà culturali. Ci sono molti esempi di questo, ma prendiamone in esame uno: la percezione della sessualità femminile. La repressione della sessualità (attraverso idee secondo cui le donne avrebbero una bassa libido (qui), alla medicalizzazione della sessualità femminile attraverso la “malattia” della ninfomania) è forse la più grande forma di oppressione ideologica delle donne. Ci (gli uomini in particolare) hanno convinti sin dai primi anni della nostra vita, che la sessualità femminile è irregolare, inaffidabile, incostante e, pertanto, nasce il diritto degli uomini di controllarla. Ciò è stato radicato culturalmente, ed è evidente attraverso gli alti livelli di violenza sessuale e fisica che hanno come bersaglio le donne (qui). Eppure, se ci pensiamo bene, questo ha una base concreta. Quando le donne sono tenute ad essere monogame l’oppressione collettiva della loro sessualità è “logica” (anche se non morale). Questo è solo un altro modo per assicurarsi che le donne adempiano ai loro ruoli economici.
Qui si annidano il sessismo e la misoginia della nostra società – un sistema con radici concrete che si esprime culturalmente ed economicamente. Qualsiasi tentativo di sconfiggere l’oppressione delle donne non può mancare di affrontare sia la cultura sessista, che la sua base economica. Non possiamo fare una cosa senza l’altra.

 

lavoro-femminile

 

Il capitalismo e il neoliberismo sono incompatibili con l’affermazione di una società egualitaria, in cui le donne abbiano pari tutele e diritti, pari accesso a ogni ambito della vita economica e sociale di un paese. Ogni qualvolta ci si orienta verso la folle idea che alla fine questo sistema tende a riequilibrarsi da sé, si ottiene semplicemente un allargamento della forbice tra chi può, ha potere, detta le regole e chi deve semplicemente sottostare, in forme e modalità molto simili allo schiavismo. Come donne dovremmo capire che questo sistema è altamente nocivo, dovremmo capire che ci sono tanti segnali di un patriarcato che sfrutta questo modello per poter continuare a mantenere il controllo su di noi. Più siamo divise, spaccate e parcellizzate in tante micro realtà, più è probabile che il controllo su di noi risulti efficace, paralizzando ogni istanza di cambiamento reale e diffuso.

Se i servizi pubblici mancano o sono carenti, non sempre potremo sperare nell’azione taumaturgica di un imprenditore lungimirante e benefattore, perché questo potrebbe non avvenire mai. Sarebbe auspicabile che si giungesse a integrare più fattori e servizi che vadano a rendere possibile e concreto un equilibrio tra vita privata e lavorativa, con sostegni ai genitori, entrambi equamente responsabili dell’educazione e accudimento dei figli. Per questo penso e torno a ribadire quanto sia fondamentale un’azione organica statale.
I nostri servizi territoriali pubblici sono in profonda sofferenza, e avrebbero bisogno di tornare al centro delle nostre battaglie, chiedendo allo stato investimenti e progetti organici, ma soprattutto attenzione e cura di quanto già esiste. Penso a quanto sarebbe utile assicurare una educazione alla contraccezione, rendendo a tutte accessibili i vari metodi contraccettivi (possibilmente gratuiti). Sto parlando soprattutto di consultori che potrebbero e dovrebbero tornare ad essere il primo presidio per le donne, non solo per prestazioni socio-sanitarie, si potrebbe pensare a un punto di incontro per poter avere uno spazio di confronto tra donne, su vari temi, perché anche se non sono mai stati in un numero congruo, come previsto dalla normativa, sono un presidio territoriale fondamentale. Si potrebbe pensare di sviluppare all’interno dei consultori dei team in grado di fornire l’assistenza alle donne che vivono una situazione di violenza, con sportelli di facile accesso (al momento ci sono delle figure per un supporto psicologico, ma non sono specifiche). Lo so, l’orientamento generale sembra andare in tutt’altra direzione, i consultori tendono a perdere le loro caratteristiche e peculiarità, per divenire punti generalisti, centri polifunzionali per la famiglia, in senso ampio, amplissimo. Nei consultori pubblici mancano gli ecografi (come se il tempo e la tecnologia si fossero fermati) e a nessuno sembra interessare; in quelli privati accreditati non è così. La ratio di una scelta così suicida non è comprensibile, se non richiamando l’obiettivo sottaciuto, arrivare a una lenta dismissione degli stessi, una volta resi inefficienti e inutili. Negli anni li abbiamo abbandonati, e non accetto che si continui a non vedere questo grave errore. Il decentramento nella gestione politica-amministrativa della materia sanitaria ha creato non poche differenze nei servizi della penisola. Abbiamo permesso che spuntassero altri attori privati a fornire servizi che in uno stato sano, consapevole e interessato alle problematiche delle donne non dovrebbero prosperare. Uno stato che tende a ritirare il suo impegno dal sistema di welfare, poi vede l’avanzata di soggetti privati, spesso legati a logiche tutt’altro che laiche e spesso con interessi non propriamente puri e lontani da logiche di lucro, laddove invece sarebbe meglio avere una presenza pubblica forte, in grado di fare programmi lungimiranti e capillari, l’unica in grado di garantire un servizio quanto più universalistico e equo possibile. Non vogliamo servizi a macchia di leopardo. Inoltre, torno a ribadire la necessità di un monitoraggio (valutativo) imparziale e oggettivo di tutte le attività che si svolgono sui nostri territori, a cura di enti privati accreditati o indipendenti (consultori, centri antiviolenza ecc.), che forniscono servizi per noi donne, sarebbe una garanzia per noi tutte, onde evitare di incappare in strutture che non applicano interamente le normative nazionali (vedi la legge 194) o non offrono servizi di buona qualità.

Guardiamoci attorno, e cerchiamo di capire di cosa avremmo veramente bisogno. Allarghiamo il nostro sguardo e impegniamoci per ottenere servizi migliori e accessibili a tutte. Dobbiamo tornare a chiedere che lo stato investa sulle politiche che fanno bene alle donne, semplificando e alleggerendo i carichi che oggi pesano quasi unicamente sulle nostre spalle, in termini di welfare e cura, spingendo verso servizi universalistici, che coinvolgano anche gli uomini nel carico di responsabilità quotidiane. Lavoriamo per colmare il gender pay gap pretendendo la trasparenza delle retribuzioni, permettiamo alle donne di mantenere il lavoro (secondo una recente indagine Istat il 30% delle donne occupate ha lasciato l’impiego dopo la gravidanza) e di rientrarvi a tutte le età (i contributi dimezzati previsti dal Jobs Act per chi assume lavoratrici disoccupate da oltre dodici mesi o donne di qualsiasi età senza lavoro da almeno 24 mesi o il ddl collegato alla legge di Stabilità 2016 con cui si introduce lo smart working devono diventare realmente adottabili da tutte le aziende, per poter offrire benefici reali a tutte le donne, il tessuto imprenditoriale italiano non è tutto “virtuoso” e attento a questi problemi). Abbiamo anche l’Unione Europea, che può svolgere un importante ruolo propulsore di diritti e di linee guida per migliorare il nostro paese. Un benessere diffuso parte da un sistema riequilibrato, che va studiato e praticato, a partire dagli attori statali. Nessun* esclus*. Non possiamo pensare di vivere bene in un sistema senza regole che siano garanzia per tutt*, dobbiamo impegnarci in un lavoro certosino volto a riequilibrare le storture di un sistema economico e culturale che genera diseguaglianze, sopraffazione e la riproposizione di modelli affini allo schiavismo. Non lasciamoci affascinare da una libertà che pone al centro i desideri e i bisogni dell’individuo, che non prevede limiti e senza diritti certi per chi è più debole e non ha mezzi per difendersi. Non siamo monadi, siamo parte di un tessuto sociale, non possiamo ignorare i buchi, intesi come gap di genere e di censo, che lo caratterizzano. Non possiamo permetterci ulteriori tentennamenti e divisioni sterili, così non andiamo da nessuna parte. Un segnale di una deriva individualista che mi inquieta? Parlare di libertà e di autodeterminazione della donna associandole alla prostituzione e alla maternità surrogata (qui e qui). Andiamo alle radici di questi temi, senza omissioni o senza perdere la bussola.

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L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

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Altro che i Flintstones

Photograph: Everett Collection/Rex Features

Photograph: Everett Collection/Rex Features

 

In un post di qualche tempo fa ero tornata indietro nel tempo, alla preistoria, cercando di comprenderne il modello di società e di relazioni, seguendo anche un recente studio pubblicato su Science. Come promesso, continuo il mio viaggio. Oggi vi propongo un articolo pubblicato a maggio su The Guardian, a firma di Simon Copland. La situazione è molto complessa e si evidenziano varie teorie e interpretazioni. Buona lettura 🙂

 

Nello studio condotto dagli scienziati della University College di Londra, si dimostrava che uomini e donne nelle prime comunità umane vivessero in una relativa eguaglianza. Lo studio sfata gran parte delle nostre convinzioni sulla storia umana. Mark Dyble, l’autore principale dello studio, ha dichiarato: “l’uguaglianza tra i sessi è uno degli importanti cambiamenti che distingue gli esseri umani. Non è stato mai messo a fuoco realmente in passato.”
Nonostante le dichiarazioni di Dyble, tuttavia, questo non è il primo studio che si avventura su questo terreno. In realtà fa parte di un ennesimo colpo sparato all’interno di un dibattito tra le comunità scientifiche e antropologiche lungo vari secoli. È un dibattito che pone alcune domande fondamentali: chi siamo, come siamo diventati la società che siamo oggi?
La nostra idea moderna delle società preistoriche, o quella che potremmo definire la “narrazione standard della preistoria”, assomiglia un po’ ai Flintstones. La narrazione racconta che siano sempre vissuti in famiglie nucleari. Gli uomini impegnati sempre nella caccia o in altri lavori, mentre le donne restavano a casa a badare ai figli e alla casa. La famiglia nucleare e il patriarcato sono vecchi come la società stessa.
La narrazione è multisfaccettata, ma ha forti radici nella scienza biologica, le cui tracce si possono far risalire alla teoria della selezione sessuale di Darwin. La premessa di Darwin era che a causa della loro necessità di trasportare e nutrire un bambino, le donne abbiano dovuto investire maggiori energie sulla prole rispetto agli uomini. Le donne quindi sarebbero molto più restie a partecipare all’attività sessuale, dando origine a conflitti tra i due sessi in tema di “agende sessuali”. Questo crea una situazione piuttosto imbarazzante. Con le donne che producono questa “ insolitamente impotente e dipendente prole”, hanno bisogno di un compagno che non solo abbia dei buoni geni, ma sia in grado di fornire beni e servizi (cioè riparo, carne e protezione) per la donna e il bambino. Tuttavia, gli uomini sono disposti a fornire alle donne tale sostegno solo avendo la certezza che quei bambini siano i loro – altrimenti starebbero fornendo supporto ai geni di un altro uomo. A loro volta gli uomini esigono fedeltà; una garanzia che la loro linea genetica venga mantenuta.
Helen Fisher lo chiama “il contratto del sesso”, ma gli autori di “Sesso all’alba”, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, sono un po’ più taglienti nella loro analisi: “la narrazione standard delle relazioni eterosessuali si riducono alla prostituzione: una donna scambia i suoi servizi sessuali per avere accesso alle risorse… Darwin sostiene che la tua madre fosse una puttana. Semplicemente questo.”
Qui, come sostengono alcuni scienziati, si trovano le radici della nostra famiglia nucleare e il patriarcato. La nostra gerarchia di genere si basa su un bisogno biologico innato per le donne di essere sostenute dagli uomini. La stessa capacità delle donne di dare alla luce i bambini, le pone in una posizione più bassa all’interno della società.

Insomma, siamo nel bel mezzo di una diatriba senza fine, ndr.

Gli scienziati usano tutta una serie di altri strumenti per provare e sostenere questa narrazione. Molti adoperano gli esempi dei nostri parenti più stretti. Gli scienziati hanno studiato la monogamia dei gibboni e le gerarchie sessuali degli scimpanzé per evidenziare una naturale espressione dei nostri desideri innati.
Altri scienziati usano la biologia umana. Un esempio comune è la libido apparentemente debole delle donne. Parlando del suo libro “Why Can’t a Woman be More Like a Man?”, uscito l’anno scorso, Lewis Wolpert afferma: “Circa la metà degli uomini pensano al sesso ogni giorno e più volte al giorno, che rappresenta la mia esperienza personale, mentre solo il 20% delle donne pensano al sesso con la stessa frequenza. Gli uomini hanno un maggior numero di probabilità di essere sessualmente promiscui, un richiamo atavico, in cui la procreazione è stata importantissima”.
Se segui la teoria del “contratto del sesso” questo è logico. Un desiderio sessuale basso garantisce che le donne siano più selettive nelle loro decisioni sessuali, assicurandosi di accoppiarsi solo con uomini di alta qualità. Le donne, secondo alcuni scienziati, sono evolutivamente progettate per essere selettive nella scelta dei loro compagni.
Eppure per secoli, in molti hanno messo in dubbio la logica, la biologia della narrazione tradizionale.
Il primo tentativo in questo senso è venuto dall’antropologa Lewis Morgan, con il suo libro Ancient Society. In esso presentò i risultati dei suoi studi sugli Irochesi, una società americana di cacciatori-raccoglitori, nativi americani che vivevano nello stato di New York. Gli Irochesi, osservava Morgan, vivevano in grandi nuclei familiari, sulla base di relazioni poligame, in cui uomini e donne vivevano in uguaglianza generale.
Il lavoro di Morgan ha avuto una visibilità più ampia quando è stato ripreso da Friedrich Engels (famoso co-autore de Il Manifesto comunista) nel suo libro The Origin of Family, Private Property and the State. Engels ha recuperato i dati di Morgan, per sostenere che le società preistoriche vivessero in quello che lui definiva “comunismo primitivo”. Altri antropologi oggi lo chiamano “feroce egualitarismo”: società in cui le famiglie erano basate sul poliamore e in cui le persone vivevano in una uguaglianza attiva (in pratica l’uguaglianza forzata/imposta).
Morgan e Engels non stavano dipingendo l’immagine del “buon selvaggio”. Gli esseri umani non sono stati né egualitari, né poligami a causa della loro coscienza sociale, ma a causa del bisogno. Le società di raccoglitori/cacciatori si son basate in gran parte su piccoli clan non stanziali con gli uomini impegnati nella caccia, mentre il ruolo delle donne era quello di raccogliere radici, bacche, frutta, oltre ad occuparsi della casa. Le persone sono sopravvissute attraverso il supporto del clan, quindi la condivisione del lavoro all’interno del clan era essenziale. Questo ha avuto delle influenze anche sulla sessualità.
Il poliamore ha consentito di creare forti reti di figli adottivi, per cui divenne responsabilità di tutti occuparsi dei figli. Come afferma Christopher Ryan: “Queste relazioni sessuali intrecciate rafforzano la coesione del gruppo e potrebbe offrire una forma di sicurezza in un mondo incerto”. Lo stesso di può dire per le altre gerarchie sociali. Come spiega Jared Diamond, con nessuna possibilità di accumulare o conservare risorse, “non ci possono essere re, nessuna classe di parassiti sociali che ingrassano con il cibo sottratto agli altri”. Caccia e raccolta impongono l’uguaglianza sociale. Era l’unico modo in cui le persone potevano sopravvivere.
Inizialmente sviluppate nell’800, queste teorie sono morte con il XX secolo. Con Engels legato a Marx, molte di queste idee si son perse nei meandri della Guerra Fredda. Molte femministe della seconda ondata, guidate principalmente da Simone de Beauvoir con il suo libro Il secondo sesso, hanno messo in discussione le idee di Engels.
Recentemente tuttavia, queste teorie hanno conosciuto una sorta di rinascita. A monte dello studio di Dyble, nuove prove antropologiche e scientifiche sostengono questa sfida alla narrazione classica. Nel 2012 Katherine Starkweather e Raymond Hames hanno condotto un’indagine su esempi di “poliandria (avere più mariti) non classica”, scoprendo che il fenomeno esisteva in molte più società di quanto si pensasse in precedenza.
In un altro esempio, Stephen Beckman e Paul Valentine hanno esaminato il fenomeno della “paternità divisibile” nelle tribù del Sud America: la convinzione che i bambini siano concepiti dall’unione di spermatozoi di più maschi. Questa convinzione che è comune tra varie tribù amazzoniche, richede un’attività sessuale poligama da parte delle donne, e che gli uomini condividono il carico di cura dei bambini.
Poi c’è l’esempio dei Mosua in Cina, una società in cui le persone sono molto promiscue e non esiste alcuna vergogna associata a queste abitudini. Le donne Mosua hanno un alto grado di autorità, i bambini sono accuditi dalla madre e dai suoi parenti. I padri non hanno alcun ruolo nell’educazione del bambino – in effetti nella lingua Mosua non possiede alcuna parola per esprimere il concetto di padre.
In Sesso all’alba, uscito nel 2010, Ryan e Jethá forniscono una serie di prove biologiche per confermare questi dati antropologici. Diamo un’occhiata alle loro controreazioni ai due esempi fatti in precedenza: il comportamento dei nostri parenti più stretti e l’apparentemente bassa libido femminile.
Ryan e Jethá sostengono che, mentre sì, gibboni e scimpanzé sono parenti stretti, i nostri parenti più stretti sono in realtà i bonobo. I bonobo vivono in società femmino-centriche, dove la guerra è rara e il sesso ha un’importante funzione sociale. Sono poligami, con maschi e femmine che hanno entrambi partner multipli. Questo sembra più simile alle società che descrivevano Morgan e Engels.
Quando si parla di “bassa libido” delle donne, Ryan e Jethá semplicemente non sono d’accordo, sostenendo di fatto che le donne si siano evolute per fare sesso con partner multipli. Osservano, per esempio la capacità delle donne di avere orgasmi multipli durante lo stesso rapporto sessuale, fare sesso in ogni fase del ciclo mestruale e la propensione a fare molto rumore mentre fanno sesso – che secondo loro è un richiamo preistorico di accoppiamento, per richiamare altri uomini a partecipare. Questi tratti evolutivi, sostengono, assicurano che la riproduzione abbia successo.
In breve, lo studio di Dyble difficilmente metterà la parola fine a una battaglia che dura da almeno due secoli.
Il documento tuttavia incrina ulteriormente la narrazione standard della nostra preistoria. Una cosa appare chiara: la storia è molto più complessa di quanto di pensasse. Tanto complessa che forse non sapremo mai come fosse veramente. Senza una macchina del tempo è impossibile avere conferme. Ma oggi possiamo essere certi che le cose erano diverse da come ci venivano raccontate dalla narrazione classica. Noi non siamo solo versioni di una moderna famiglia dell’età della pietra.

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