Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Cuori pensanti contro l’indifferenza, per il Giorno della Memoria e oltre

su 24 gennaio 2020


Scelgo di aprire questa mia riflessione con voi con due contributi della Senatrice Liliana Segre.

“Ricordo ancora quando mi dissero che non potevo più andare a lezione – ha raccontato la senatrice agli studenti – Non capivo il perché e continuavo a chiederne il motivo ai miei genitori. È stato terribile sentirsi additare per la strada dagli altri bambini che dicevano ‘Guarda, quella è la Segre, quella che hanno cacciato da scuola perché è ebrea’. Ancora oggi, nonostante tutto, alcune mie conoscenti, signore anziane come me, si parlano tra loro dicendo ‘Conosci la Segre, la signora ebrea’, e devo dire con rammarico che ancora oggi mi sento quella bambina cacciata da scuola a causa delle leggi razziali. Un’indifferenza che non mi ha mai abbandonato, per tutta la vita”. (fonte)

La Senatrice a vita ha raccontato agli studenti di Milano la sua storia, dall’esclusione dalla scuola in seconda elementare nel 1938 in seguito alle leggi razziali, alla fuga con il padre in Svizzera; e poi la deportazione dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano. In una Italia che vara le leggi razziali nel 1938 e sceglie di condividere l’orrore compiuto e intrapreso da Hitler.

La Senatrice in un altro suo intervento, rievoca:

“Nel 2020 coincide l’ottantaduesimo anniversario delle leggi razziste del 1938, e ancora nel Paese emergono diffusi segnali della rinascita di correnti razziste, xenofobe, nazionaliste, quando non apertamente fasciste o neonaziste. Questo è motivo di grande sconforto. Ci eravamo illusi, allora, che le dottrine di morte fossero state talmente squalificate dalla storia da non avere più alcuna possibilità di essere ascoltate. Purtroppo non era così. Purtroppo il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie e quei sentimenti osceni che erano stati tenuti nascosti per decenni li sento di nuovo risuonare come una musica tragica. Per questo oggi sono idealmente con voi nel chiedere “INTOLLERANZA ZERO” per trasmettere ancora una volta il testimone di un impegno che non è contro qualcuno, ma PER preservare gelosamente i beni comuni della convivenza civile, della democrazia, della libertà, del rispetto delle minoranze, dell’uguaglianza davanti alla legge. Oggi sono conquiste che diamo per scontate, sono un dato di natura come l’aria che respiriamo. Se solo tutti sapessimo – come sa chi fu privato di quell’aria – che valore hanno, le custodiremo non soltanto con forza ma anche con amore.”

 

L’indifferenza di cui parla la Senatrice Segre va strettamente riconnessa con cosa è per noi è empatia e quando scatta o perché a volte non riusciamo a metterla in pratica. Perché qualcosa che non ci coinvolge in prima persona ci coinvolge meno o per niente e quindi ci rende impossibile provare a cambiare le cose in quanto ne avvertiamo la pericolosità e il danno che cagionano simili mentalità o idee.

E quindi per me, acquistano oggi ancora più valore e vigore queste parole, come quando lessi per la prima volta gli scritti di Etty Hillesum:

“Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato.” (3 luglio 1942 – pag. 138, Diario 1941-1943- Adelphi 2002)

Il mondo in sfacelo attorno ad Etty la portò a scandagliare la sua vita, il senso dell’esistenza e trovò la sua chiave di resistenza e un nuovo atteggiamento verso la vita: nell’altruismo radicale, sintetizzato nelle ultime parole del suo diario: “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”. Una missione, un’obiettivo di vita che matura in un paio d’anni e si fa sempre più forte, ma soprattutto richiama tutte le nostre forze; così scrive nel giugno 1942:

“Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati, oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare a se stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile.” (pag. 127, Diario 1941-1943- Adelphi 2002)

In questo passaggio c’è un tentativo di spronare in modo schietto e anche duro, per far reagire ciascuno partendo da sé, che si sia credenti o meno. Un percorso che prima di essere collettivo è in primis personale, di liberazione da meccanismi mentali che ci fanno solo da zavorra e che diventano nocivi.

 

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