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Sanità: la necessità di una visione strategica, programmatica e analitica dei fabbisogni territoriali

su 12 aprile 2019


Lo scorso 8 Marzo, il Forum per il diritto alla salute in Lombardia ed il Movimento Culturale per la difesa ed il miglioramento del Servizio Sanitario Nazionale hanno organizzato un Primo convegno di studio sugli “Ospedali della Città Metropolitana: Presente e Futuro”.

Dopo una analisi della situazione milanese e lombarda si è affrontata la situazione assai dibattuta della soppressione degli Ospedali San Carlo e San Paolo e la costruzione di un nuovo ospedale a Ronchetto sul Naviglio a Milano. Qui trovate il comunicato stampa a margine dell’incontro e un allegato.

Le tre ipotesi emerse al tavolo


La salute, insieme all’istruzione, è un ambito fondamentale e cruciale, che necessita di un approccio attento e una programmazione adeguata.

Abbiamo voluto approfondire in particolar modo la questione della chiusura dei due poli ospedalieri, porgendo qualche domanda a uno dei relatori, Edgardo Valerio, medico ed ex dirigente sanitario milanese.

 

Un bilancio sintetico sulla riforma sanitaria Maroni e sulle condizioni dei servizi socio-sanitari dell’area metropolitana milanese.

In linea generale non mi piace chiamare “riforma” la normativa, sostanzialmente anticostituzionale, varata da Maroni per modificare la Sanità lombarda. È vero che riforma ha un significato letterale neutro, per cui anche i cambiamenti della natura dello stato di Hitler possono essere chiamati così. Io rimango più legato al termine di riforma applicato a cambiamenti di natura progressista che aumentano i diritti dei cittadini e vanno verso un loro miglioramento. Quindi in genere parlo di controriforma Maroni. Questa manovra ha profondamente destrutturato la Sanità Lombarda, salvaguardando in primis, anzi aumentandoli, i posti di Direzione di nomina politica. Per dare un esempio le ASL avevano 4 direttori (Generale, Sanitario, Sociale e amministrativo) ma gli ospedali avevano solo 3 direttori: mancava quello “sociale”; ora sia le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), un po’ meno numerose delle vecchie ASL, che le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), un po’ più numerose delle Aziende ospedaliere, hanno quattro direttori. Quindi nel totale i posti che la politica può dividersi sono complessivamente aumentati! Ma questa è la parte meno grave! Ci sarebbe molto da dire, ma forse qui ritengo opportuno citare alcuni fatti: i distretti di fatto, come previsti dalla normativa nazionale, non esistono più. Esistono solo nella ATS e corrispondono alle ASST. Ma hanno natura completamente diversa. Non gestiscono alcun Servizio. Le ASST, come quella nostra dei Santi Carlo e Paolo, gestiscono gli ospedali e tutte le attività di prevenzione, diagnosi e cura dirette alle persone singole (dalle vaccinazioni alla riabilitazione) nel territorio, ma in realtà la Regione Lombardia non ha dato alcuna organizzazione se non la previsione di presidi ospedalieri territoriali a altre strutture, ancora in gran parte sulla carta. La Sanità territoriale è rimasta ancella dell’ospedale e non parte fondamentale di una rete sanitaria di cui l’ospedale è una parte importante per specializzazione, intensità di cura e formazione.

Inoltre, non vi è alcuna formale previsione di un programmazione territoriale e ospedaliera. La proposta di cui si parla ultimamente, il nuovo ospedale previsto in Ronchetto dei Navigli al posto del San Carlo e del San Paolo, non è all’interno di una valutazione epidemiologica delle priorità e delle necessità di un territorio, ma solo frutto di valutazione prettamente economiche, scevre di veri riferimenti alla situazione locale e dell’intera area della città metropolitana.

I disservizi dell’assistenza socio sanitaria, i cittadini di Milano e del nostro municipio (7 ndr) li sentono già ora con i due ospedali ancora esistenti: tempi d’attesa, riduzioni delle sedi, impossibilità di interagire tramite le istituzioni comunali con la ASST Santi Carlo e Paolo. Peraltro la controriforma Maroni ha spostato l’interlocuzione con le istituzioni a livello della ATS di Milano e città metropolitana, con il potere decisionale sanitario ben ancorato in giunta regionale. Alla faccia del Sindaco che è e rimane Autorità Sanitaria Locale.

Il bacino di utenti (quantificazione?) come verrebbe investito dalla chiusura dei due ospedali e l’apertura di una nuova struttura? La razionalizzazione in che direzione va (posti letto, prestazioni, picchi di affluenza, categorie fragili bambini e anziani)?

Il bacino d’utenza dei due ospedali è enorme. Dobbiamo pensare che per quanto riguarda la sola Milano esso comprende sicuramente la zona 6, 7 e gran parte della 8 (il gallaratese tutto). A questo bisogna aggiungerei i Comuni limitrofi a partire da Settimo, Corsico, Buccinasco, Rozzano e altri. E qui parliamo di alcune centinaia di migliaia di abitanti.

Il problema non riguarda, se non marginalmente, il numero dei posti letto, che verrebbero ricreati a pochi km dal San Paolo, ma tutta la rete dei servizi per i cittadini che persistono attualmente, o nel tempo sono stati accorpati nella sede dei due ospedali in dismissione.

I cittadini hanno perso sedi di erogazione dei servizi territoriali (pensiamo al poliambulatorio di via Novara, ad esempio), accorpati all’interno delle sedi degli ospedali. Tutti questi servizi poliambulatoriali e sociosanitari finiranno in blocco a Ronchetto dei Navigli? Per i posti letto per acuti non sarebbe un grave problema, ma per tutta l’attività territoriale già in difficoltà questa è una ipotesi da scongiurare. Ma se la Regione pensa, come dichiarato dall’assessore Gallera della Regione (FI), di cedere le due strutture come compensazione per gli investimenti, al momento non è dato sapere cosa succederà di loro.

L’opposizione, di centrodestra, in consiglio comunale di Milano, aveva presentato una proposta di cambiare la destinazione d’uso non solo dell’area di Ronchetto dei Navigli ai fini della costruzione di presidi sanitari ma anche di variare anche in commerciale le aree dei presidi in essere. Tale proposta è stata bocciata dal Comune, che la ha subordinata ad una valutazione epidemiologica delle necessità sociosanitarie del territorio ed ad una contestuale realizzazione di quanto previsto dalla stessa valutazione. Meno male! Al momento infatti né Regione Lombardia, né ATS Milano né ASST hanno presentato alcuna valutazione in tal senso, che peraltro a tuttora non risulta neanche presente.

La realizzazione del progetto al momento ha una sua giustificazione sostanziale legata alla necessità di costruire un ospedale a Milano avanzato dal punto di vista tecnologico, che tenta di tenere testa alle previsioni di creazione da parte del privato di nuovi ospedali tecnologicamente allo stato dell’arte.

A ciò si aggiunga che oramai la letteratura ritiene che la vita media di un ospedale non raggiunga i 30 anni e che i due ospedali da dismettere sono difficilmente e con costi enormi adattabili alle necessità di una moderna Sanità pubblica. Peraltro i due ospedali dovranno comunque essere sottoposti a rilevanti interventi manutentivi nelle more della costruzione del nuovo. Quindi è chiaro che non si può essere a priori contrari alla costruzione di Ospedali idonei al trattamento corretto della popolazione. Rimane però altrettanto stringente il problema legato al che fare dei vecchi (a Legnano e Garbagnate gli ospedali dismessi hanno di fatto rappresentato situazioni di abbandono), ma soprattutto del mantenimento di una efficiente organizzazione territoriale atta a garantire i bisogni della popolazione. Ad oggi, anche “grazie” alla già citata controriforma Maroniana, la situazione è già deficitaria ed in peggioramento a prescindere del progetto di cui si sta discutendo.

Si è fatta una ricognizione sull’attuale situazione dei servizi, grado di benessere e soddisfazione dell’utenza? Quali esigenze sono state rilevate?

No , come già detto. Il Consigliere Comunale Rosario Pantaleo è l’unico che ha fatto, nella mozione che lo stesso ha presentato su questo progetto, una ricognizione dei Servizi sanitari e sociosanitari esistenti (senza però entrare nel merito del loro funzionamento, ndr) chiedendo che fossero almeno mantenuti. Dalla Regione Lombardia nulla ancora.

Si prevede una consultazione con la popolazione?

Al momento non è prevista dalla Regione, ma ritengo utile che tale consultazione venga fatta e che passi attraverso le associazioni dei cittadini, le organizzazioni sanitarie ma soprattutto nei Municipi milanesi interessati e nei Comuni coinvolti. Ma questa è una nostra richiesta. La consultazione dovrà essere conquistata dai cittadini e passare da forme condivise formali. Non ci si può fermare a raccolta di firme. Bisogna fare in modo che venga istituita una commissione con poteri decisionali degli Enti interessati (Regione Comuni, municipi e associazioni).

Il San Carlo è un presidio ospedaliero fondamentale per la salute delle donne, in particolar modo per l’applicazione della 194, che prevede anche uno dei pochi percorsi post-IVG proposti alle donne. Con un’unica struttura quali prospettive ci sarebbero?

La risposta a questa domanda segue il problema generale. Formalmente non si sa se e cosa dovrebbe cambiare e come. Questo è inaccettabile.

Stesso discorso vale per i consultori territoriali di pertinenza dei due ospedali che dovrebbero chiudere, per i quali al momento non sono previste ipotesi di rilancio e di riqualificazione sostanziale in termini di personale e dotazione tecnica.

Servizi di assistenza sanitaria di base (medico di base e guardia medica, ambulatori) inesistenti o di qualità bassa, tale da vedere spesso i P.S. come unico presidio funzionante (soprattutto per rispondere alle peculiari esigenze di bambini e anziani). Come si può gestire il flusso in un unico ospedale, considerando che in aree altrettanto vaste e popolate non è prevista una gestione di questo tipo. Si prevede un incremento delle convenzioni con il privato?

Anche questa problematica non è stata approfondita e merita una attenta discussione con la Regione secondo le modalità già dette. L’assistenza di base, con la cosiddetta guardia medica, è uno dei campi in cui il SSN è più in difficoltà e questo si ripercuote sul funzionamento degli ospedali. Ovviamente anche questo fa parte dell’analisi dei bisogni delle popolazioni interessate. Ma indica anche come sia assurdo progettare interventi quali quelli di cui parliamo, al di fuori di una seria valutazione dei bisogni delle popolazioni di tutta la Lombardia. Basti pensare che l’ultimo piano regionale di riorganizzazione degli ospedali è del secolo scorso (approvato con L.R. 3 settembre 1974 n.55 ). Appare ovvio che se il progetto va avanti così com’è previsto da Regione Lombardia, il rischio di un aumento di convenzioni con il privato è reale.

Assistenza sanitaria di base, servizi ambulatoriali e consultoriali. Criticità e punti di intervento. Carenze, disservizi, tempi di attesa: quali priorità e su quali leve puntare per risolvere questi problemi?

Questa domanda è cruciale, meriterebbe una approfondita valutazione, necessita di uno spazio ad hoc, con il coinvolgimento di più competenze. Ma indubbiamente vuol dire affrontare il punto in cui siamo arrivati, in uno dei Servizi Sanitari Nazionali più efficaci del mondo e di cui sono fiero, ma che proprio su questi punti ha le sue peggiori criticità.

A fronte della chiusura dei due ospedali, occorre in parallelo assicurare al territorio dei servizi di qualità e realmente in grado di gestire le più basilari esigenze. Quindi, evitare il pellegrinaggio tra una struttura e l’altra per avere diagnosi e terapia. Pensiamo per esempio in periodi di picco dell’influenza (critici per alcune categorie). Quindi qualità significa avere personale e strumenti adeguati. Significa prevedere a livello territoriale posti letto che vanno oltre il day hospital. Che margine c’è per assicurare tutto ciò? Stiamo andando verso un sistema sanitario pubblico universale in via di dismissione?

Come dicevo prima il nostro è ancora un Sistema Sanitario molto buono. In Regione Lombardia è sopravvissuto malgrado Formigoni, grazie alle pregresse capacità degli operatori ed alle tradizioni della Sanità lombarda. Con la controriforma Maroni, inopinatamente avvallata dal Ministro Lorenzin, e con i sempre più ridotti finanziamenti (da anni il SSN è sottofinanziato) e con il conseguente aumento della spesa dei privati, il suo universalismo è messo seriamente in discussione. Il mio timore è che se permettiamo ad una Sanità privata di avere eccellenze che il pubblico non ha o apriamo ad altre forme di finanziamento di tipo assicurativo, come prospettato anche da alcune parti sindacali e politiche, la dismissione del sistema sanitario pubblico sia alle porte.

Nel frattempo è arrivato un comunicato dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, che, a margine del sopralluogo all’ASST dei Santi Paolo e Carlo con la direzione strategica coordinata dal direttore generale, Matteo Stocco, ha precisato che:

“Il San Carlo non corre nessun rischio di chiusura”, spiegando che l’ospedale “è e rimarrà un polo di riferimento per il territorio, anche dopo la realizzazione dell’ospedale unico, con la riqualificazione di alcuni edifici esistenti e ulteriori servizi specifici che saranno definiti nel dettaglio. Gli allarmismi sono infondati e fuorvianti”.

“A breve – ha aggiunto Gallera – formuleremo una proposta operativa al Comune e al Municipio 7 per la declinazione dei servizi e degli spazi che dovranno essere specificati sulla base dei nuovi bisogni e delle nuove esigenze di carattere socio sanitario. Siamo inoltre in fase di definizione dell’Accordo di programma per la realizzazione del nuovo ospedale unico e presto trasmetteremo al Comune di Milano il piano dettagliato dell’operazione. Non possiamo permetterci di interrompere la corsa all’innovazione che si concretizza con la realizzazione di un nuovo presidio moderno e funzionale, strutturato sulle eccellenze dei due poli esistenti. Ma non saranno smantellati i servizi ad esempio legati alla cronicità, a beneficio dei cittadini che animano questo popolato quartiere di Milano accanto al San Carlo”.

L’assessore ha inoltre confermato gli impegni finanziari che prevedono investimenti pari a 29 milioni di euro complessivi per dotazioni tecnologiche moderne e adeguamenti strutturali degli ospedali dell’Azienda dei Santi Paolo e Carlo.

Sarà tutto da verificare, perché simili affermazioni trovino concretezza e non restino parole sospese per aria, anche perché è chiaro che senza garanzie di una continuità assistenziale territoriale di qualità, potrebbe essere in salita anche la concessione comunale dell’area nel PGT. È proprio in vista di un lavoro di riprogettazione dell’assistenza che occorre cogliere questo momento, soprattutto per quanto concerne anche i poliambulatori e consultori nelle aree periferiche: specialità e servizi di base realmente di buon livello.

La brillante Sanità Lombarda ci dà ulteriormente prova di una mancanza di visione non solo strategica, programmatica, ma anche analitica dei fabbisogni del territorio, interessata più che altro a “razionalizzare” e a risparmiare.

Come cittadina, auspico che si colga questo momento, in chiave di opportunità per avviare un iter di ascolto dei cittadini, degli utenti, un dovere per ogni amministratore pubblico. Ciò che sinora è mancato, si deve tornare a rivendicarlo, come unica strada per non trovarci in pochi anni con in mano le briciole di un sistema sanitario pubblico e universale.


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