Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

In che anno siamo? L’oggettivazione delle donne e una cultura ferma al passato.


 

È passato un decennio da quando Lorella Zanardo mise in rete il documentario Il corpo delle donne, un lavoro realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di svolgere non solo una precisa ricognizione, ma anche un’analisi dotata di un nuovo sguardo, per diffondere consapevolezza su quella che era l’immagine delle donne nella tv italiana. Arrivò come una doccia ghiacciata ma necessaria, perché fino ad allora, diciamocelo, eravamo rimaste anestetizzate da 20 anni di tv commerciale di un certo calibro.

E oggi? Oggi che dovremmo essere più consapevoli e in grado di reagire immediatamente a ogni nuova riproposizione di quei modelli e di quella rappresentazione? Ci ritroviamo in prima serata questo, un redivivo programma mediaset, che è una involuzione e una conferma che siamo ancora fermi/e a 10 anni fa. Stessa pappa, stessa minestra, stesse inquadrature ginecologiche, stessi immaginari, stessi ruoli, stesse costruzioni di una cultura che davvero non ci permette di fare nemmeno un passettino in avanti. Il vertice del gender gap del WEF sarà per noi sempre una montagna ardua da scalare anche per questo. Non si può non cogliere ciò che sottolinea Lorella Zanardo quando denuncia ancora una volta quello che la tv italiana ci somministra:

“questi programmi non aiutano. Ma il dramma è che in questi anni uomini e donne PROGRESSISTI hanno difeso questa roba: in nessun altro Paese lo avrebbero fatto, mi sono trovata in mille occasioni a discutere con simil- intellettuali che considerano questi programmi divertenti; gente che è così idiota da non considerare che chi guarda questi programmi spesso non ha strumenti educativi. Programmi che non liberano i corpi ma che bensì li oggettivano. Il Corpo nudo non è mai il problema!Il problema è come i corpi vengono inquadrati. Il presentatore è adorato dalla sinistra ed è stato l’ospite top della Leopolda.”

Questo è Ciao Darwin anno 2019:

Sappiamo che un certo tipo di mentalità, di retrogusto culturale è trasversale e ha simpatizzanti a destra come a sinistra. Ed è bello notare quanto tra le donne sedicenti progressiste ci sia una capacità di “separare”, di far finta di nulla, a seconda della convenienze, per non scomodare il padrone.

A volte suggeriscono alle femministe di “farsi una risata”, ebbene non c’è davvero nulla di divertente, perché quando si trattava di buttare giù il re della tv commerciale andava bene, oggi invece non si fa una piega e anzi. Quando si invitò Bonolis alla Leopolda, presi posizione cercando (spesso invano) di far capire dove fosse il problema:

“Il problema è la credibilità, la cultura che si esprime scegliendo di invitare Bonolis, la coerenza con una pratica di cambiamento a parole ma che, scegliendo come interlocutore un esponente della cultura nociva che produce solo involuzioni, viene meno, si incrina tutto. E ci andiamo di mezzo tutte, perché è un problema se non capiamo il punto. La cultura si cambia prendendo le distanze da certi modelli. I disastri di certe trasmissioni li conosciamo, Zanardo evidenzia un cortocircuito non solo nella comunicazione ma anche di scelte culturali. Al centro di tutte le pratiche politiche ci deve essere coerenza. Quale esempio potrà mai costituire Bonolis? Un’idea di progresso capace di smantellare stereotipi e ruoli ingessati dal patriarcato? Allarghiamo lo sguardo ed otterremo un quadro più chiaro. Soprattutto ci si aprirà un modo di leggere le critiche che potrà aiutarci a cambiare in meglio. Se non si riesce, avremo perso in partenza e davvero non riusciremo mai a produrre una cultura politica che sappia costruire e fare la differenza.”

A quando questo miracolo?

Quando ci decideremo a lavorare su un’offerta televisiva diversa? Quando comprenderemo l’importanza di investire finalmente nelle scuole per una educazione ai media, per costruire consapevolezza, per dare ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per comprendere e decodificare ciò che ci viene proposto dalla tv, ma anche da tutti i media. Imparare a leggere oltre la superficie. Manca un lavoro capillare, strutturato e permanente su questo, educazione alla cittadinanza è anche questo. A partire dalla corretta declinazione di genere, ma soprattutto al contrasto di hate speech o alle colpevolizzazioni e alle giustificazioni, contro ogni forma di sessismo e soprattutto dando una rappresentazione piena e realistica delle donne, in ogni molteplice ruolo e contesto. Questo è fondamentale, come mi ha insegnato Lorella Zanardo, attraverso un video del Geena Davis Institute on gender in media, “If she can see it, she can be it.” La parità, le medesime opportunità, la consapevolezza del proprio valore e capacità, la costruzione del sé e delle aspirazioni avviene anche se cambiamo prassi nei media. Non è un problema il nudo, ma l’oggettivazione con tutto ciò che reca con sé e che plasma la nostra percezione di noi stesse.

Scrive Graziella Priulla nel suo saggio La libertà difficile delle donne, 2016 Settenove:

“L’ostentazione esibita e reiterata del corpo femminile è il contesto che dà valore alla donna in quanto merce e all’uomo che le si accompagna in quanto padrone di un oggetto di valore”

la cultura visuale serve a convogliare e a diffondere proprio questa idea, di commercio e di sapersi vendere, i corpi femminili al pari di merci. Priulla cita anche Walter Benjamin: “Sotto il dominio del feticismo delle merci il sex-appeal della donna si tinge più o meno intensamente dei colori del richiamo della merce.”

Per non parlare poi di quali corpi e di quali modelli estetici la tv si fa veicolo, dando una rappresentazione del tutto fuorviante e lontana dalla realtà, con ricadute non proprio innocue nella vita del pubblico che assiste a queste messinscene, senza alcuno strumento spesso per effettuare una analisi critica.

Aggiunge Priulla:

“Alla base di tanti ricchi e articolati settori di attività c’è l’idea che il corpo così com’è sia inadeguato e dunque vada riplasmato, modificato, messo a norma per adattarlo a una triade imperativa: giovinezza-bellezza-salute. Direttamente o indirettamente il corpo a cui si pensa è quello adatto a stare in vetrina, a favore di telecamera, sotto i riflettori. Intere generazioni vivono la socializzazione attraverso la mediazione simbolica delle figure omologate che popolano lo star system. Anche le donne che fanno politica vengono valutate e selezionate in base a questi criteri. Inchiodate a un’ossessiva, eterna manutenzione che alimenta industrie sofisticate, ci è difficile viverci pienamente e accettarci serenamente. Soffriamo di una rincorsa infinita tra reale e impossibile. Sembriamo condannate a impietosi auto-giudizi e a quotidiane frustrazioni: a provare costantemente lo scarto tra il corpo reale cui ci sentiamo incatenate, e il corpo ideale cui ci sforziamo di somigliare, con un dispendio di energie che potrebbero essere dedicate a ben altre forme di autorealizzazione. L’auto-oggettivazione a livello individuale moltiplica le emozioni negative, riduce la percezione di benessere, aumenta i sintomi depressivi e i disturbi alimentari, crea disfunzioni nelle abilità cognitive. A livello sociale perpetua stereotipi, incentiva le disuguaglianze, ostacola la parità.

La stessa frequente distinzione di genere tra i ruoli e i rituali, assai più che l’impegnativa parità, serve a uno scopo funzionale all’industria: attenuare i segni della disuguaglianza per far credere alla donna/target di essere libera. Di scegliere merci, consumare merci: passaporti per la legittimazione sociale e fonti certe di felicità.

Se la grazia domestica era il modello antico, l’ideale di oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata. La femminilità è presentata come un costrutto che solletica il narcisismo di lei ma alla fine consiste in ciò che lui trova stimolante. Mutandine o tanga, bikini o topless. Pose lascive, allusioni pornosoft, ammiccamenti erotici. Sguardi preorgasmici, bocche socchiuse. Non si sta vendendo sesso, si stanno vendendo le rappresentazioni di soggetto e oggetto.”

@Timo Kuilder

Le inquadrature di pezzi di corpo, fanno parte di una precisa strategia, in pubblicità come in tv.

“La frammentazione del corpo vede la bellezza come somma delle singole imperfezioni, oltre che come passaporto unico per la seduzione. I particolari anatomici vengono inquadrati con ossessiva retorica feticistica. Ci hanno abituati/e a riconoscere come donna anche solo una parte (la testa è la meno importante, non è funzionale alla narrazione: né volontà, né pensiero, ndr vedasi i concetti di face-ism e body-ism). La seduzione femminile è fatta di lacerti da degustare al meglio. Le donne vengono dissezionate da zoomate intrusive che smembrano carni da degustare.”

Non è un problema di corpi, di nudità, ma di come essi vengono strumentalmente usati e il senso di certe rappresentazioni, di cosa si veicola e poi si sedimenta nello spettatore o nella spettatrice. Le donne come oggetti sessuali consumabili, disponibili sessualmente e da predare. Non è possibile ignorare le conseguenze. So già che i commenti saranno del genere, “sei una bacchettona, una moralista”.. ma giacché siamo in grado dopo decenni di studi su questi fronti di analizzare questo materiale, perché non provare a cambiare verso? La restaurazione avviene anche così, pensando che tutti questi contenuti in fondo siano innocui, che il patriarcato è moribondo, che alla fine è conveniente e che dovremmo essere più che liete di questo corso tipico del capitalismo neoliberista. Dovremmo reagire invece tutte e tutti, se davvero ci crediamo nella necessità di un cambiamento che deve partire proprio dalla cultura. Le cose non cambiano da sole, nemmeno se ce le propinano come fonti di liberazione e di emancipazione. Per questa operazione è necessario essere libere, autonome, indipendenti e non sodali con chi gattopardescamente ci vuole illudere e fregare.

Così come chiediamo libri di testo differenti, dobbiamo pretendere che si abbia cura di tutto ciò che i media vecchi e nuovi diffondono.

Scriviamo un racconto diverso, a ruoli e prospettive aperte e libere per le bambine, le ragazze e le donne. Costruiamo un immaginario più vasto e che sappia contemplare e valorizzare la molteplicità dell’essere, del pensare, dell’agire.

 

Per approfondire:

http://www.dols.it/2016/01/24/non-siamo-pezzi/

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