Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Riconoscere valore, dare esistenza

su 18 settembre 2018


Non avrei voluto tornarci su. Un po’ per non voler alimentare le consuete atmosfere da trincee contrapposte, un po’ perché ho già in passato lungamente cercato di spiegare il mio punto di vista, partendo da me. Ed è da qui e solo da qui, da questa piccola finestra, che posso partire ed esprimermi, perché oltre mi sostituirei alle altre donne. Se c’è una cosa che ho imparato dal femminismo è la sospensione e la rinuncia ad atteggiamenti e pensieri giudicanti, la necessità di un esercizio costante di ascolto, un partire da se stesse senza la presunzione, l’intenzione, l’abitudine a sostituirsi all’altra. Le esperienze sono molteplici, diverse, uniche anche se sembrano simili, i caratteri, le possibilità diverse e mutevoli, le scelte mille, le soluzioni variegate.

Mi sono trovata davanti a questo articolo.

“la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù.”

“Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione.

(…) Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.”

Mi ha fatto piacere constatare che l’autore di questo articolo fosse un uomo, perché sembra a volte che ce la cantiamo e ce la suoniamo da sole.

Due giorni fa sono stata contattata per una indagine Doxa proprio sul tema lavoro. Mi sono trovata a rispondere alle domande che di solito leggo nelle statistiche, mi è stato anche chiesto se le leggessi. Sono anni che le leggo, le analizzo e ne scrivo (qui uno dei miei ultimi scritti). Ma siamo sempre lì. Lo so che ci sarà qualche voce femminile che mi dirà che un lavoro se non è retribuito non può definirsi lavoro. Lo so che ci faremo ancora del male tra di noi. Lo so che continueremo a lapidare le donne. Lo so che molte donne mi diranno che senza busta paga si è parassite e improduttive. Eppure, forse basterebbe chiamare le cose con il loro nome. Sapete, nell’indagine Doxa c’era anche qualche quesito che serviva a rilevare l’ascensore sociale, i titoli di studio ecc. Mi sono accorta ancora una volta che non solo è fermo, ma non fanno manutenzione da un pezzo. Mi sono resa conto che mentre rispondevo alle domande era come quando ho compilato il modulo per confermare le mie dimissioni. Una x in una casella e poi tutti a casa.

La sensazione di un disinteresse si fa strada, e poi le leggi per toglierci anche quelle poche briciole, per schiacciarci. Siamo quelle delle “rendite parassitarie” come dice Timperi. Siamo quelle da annientare, e in questo gioco al massacro partecipano anche tante donne. Perché siamo sempre in prima fila quando si tratta di essere le prime e più efficienti nemiche di noi stesse. Sempre pronte a ferirci, sempre pronte a strapparci di mano un sogno, una speranza, un desiderio.

Questo articolo ci ricorda come siamo messe, finché non dimostreremo un po’ di solidarietà tra noi, saremo sempre ferme. Prima o poi dovremo affrontare questo passaggio, quanto meno parlarne. Per farlo occorrerà far tesoro di tutte le riflessioni che ci hanno regalato le donne delle generazioni precedenti, poi dovremo perdonarci, dovremo accettare le scelte delle altre, anche se non le comprendiamo o non le condividiamo, anche quelle che scelte non sono, dovremo accogliere le storie di ciascuna come un unicum e rispettarle, dovremo non anteporre le soluzioni ai desideri di ciascuna, dovremo essere capaci di smontare certezze che ci siamo costruite per poter andare avanti, dovremo non avere l’ansia di poter dover far tutto, dovremo abbandonare l’idea che un tipo di vita e di occupazione sono migliori di altre, dovremo smantellare modelli di lavoro costruiti dagli uomini e a loro convenienti, dovremo rifiutare la minestra e la ricetta che ci è stata imposta quando secoli fa siamo entrate nel mondo del lavoro retribuito. Dovremo sovvertire il sistema non solo di produzione, ma anche di welfare pubblico, che al momento si assottiglia sempre più e che necessità una ristrutturazione. Il lavoro che doveva emanciparci e liberarci non è stato la chiave delle nostre catene. Questo dobbiamo ammetterlo. Ci ha elargito qualche briciola, ma la sostanza che appesantisce la qualità delle nostre vite non cambia.

Forse occorrerebbe uscire da sé e ampliare l’ottica, liberarsi di catene e di ansie da prestazioni, con il bilancino alla mano. Il reddito fuori casa non sempre toglie le catene, altrimenti non ci sarebbero certi fenomeni e come donne avremmo raggiunto altri traguardi. Io mi guardo in giro e non ritrovo benessere ma equilibrismi. Essere qualcosa che gli altri ci suggeriscono non è mai gratificante. Io posso parlare però esclusivamente per me e guardare cosa accade fuori da me. Esistono innumerevoli donne che pur lavorando perpetuano modelli opposti all’autodeterminazione e profondamente arcaici.

Se l’autonomia economica genera vantaggi, più capacità di autodeterminarsi, non si spiegherebbe la violenza economica su donne che lavorano, negarla non si può .

Forse c’è qualcosa che ci inchioda di più profondo dell’assenza di un reddito proprio, una cultura che rende possibile il controllo anche laddove si potrebbe ipotizzare una maggiore possibilità di liberarsene e di sottrarvisi. La cultura genera prassi che rendono di fatto tutto più complicato e meno scontato. Non è per sentito dire che ne parlo.

Spiegatemi perché si continua a voler invisibilizzare una quota di produttività. Perché non si riesce ad andare oltre le statistiche e attuare politiche che valorizzino e inizino a comprendere quali meccanismi reggono il sistema. Chiediamoci perché tanta resistenza al trovare fondi per un congedo di paternità obbligatorio di durata pari a quello materno, perché continuano a ripeterci la frase “basta organizzarsi”, perché seri strumenti di work life balance sono ancora chimere e rarità, perché le donne sono sempre più chiuse in una dimensione privata e come gli struzzi hanno perso l’energia e l’abitudine ad alzare la testa, perché il welfare è ancora prepotentemente qualcosa di femminile e di autogestito, perché non è visibile, gratuito e lo si dà per scontato. Non è che se si parla di reddito alle casalinghe ci vogliono fregare, ci stanno già fregando da tempo e forse non ce ne accorgiamo nemmeno.

Spiegatemi perché si continua a mantenere un modello lavorativo di stampo maschile.

Due anni fa scrivevo:

“La nostra gestione simultanea dei due globi di vita pubblico-privato, familiare-produttivo, produzione-ri-produzione, hanno cercato di trovare un equilibrio, un’equiparazione tra questi ambiti. Per molto tempo abbiamo visto differenza e uguaglianza come due cose separate, inconciliabili, inseguendo la seconda, rifuggendo dalla memoria della prima.

Per poter entrare e permanere in certi contesti lavorativi abbiamo dovuto assecondare il fatto che il modello maschile si rifiutasse di integrare la differenza sessuale nella cultura del lavoro creata dagli uomini. L’accettazione e l’integrazione esigevano la negazione di ogni specificità, soluzione diversa, e l’invisibilità del genere con cancellazione della differenza. Quindi abbiamo avuto l’accesso, ma la parità è rimasta teoria, poco reale. Al contempo, in lavori tipicamente femminili, sono state riversate alcune capacità sviluppate in ambito domestico.”

Forse occorrerebbe guardare ciò che abbiamo accettato passivamente e a cui abbiamo rinunciato a dare un’altra forma, un altro corso. Perché farci sopraffare dall’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa agli altri, per interpretare ruoli che ci ingabbiano. La libertà è nella nostra testa, nel non dover “per forza”, nell’insubordinarsi a meccanismi mentali indotti da una cultura secolare.

Cristina Borderías, nel suo “Strategie della libertà”, Manifesto Libri, 2000, scrive: “Produzione e riproduzione esigono dalle donne logiche di accettazione e di esercizio di valori radicamente contrapposti. Per questo la doppia presenza ha significato non solo la difficoltà di accumulare due giornate di lavoro o di assicurare una presenza simultanea nella famiglia e nella professione, ma necessità di tenere insieme e mettere in relazione le logiche dispari delle due culture del lavoro.”

Quindi è necessario cambiare i tempi, trovare una nuova forma di organizzazione sociale e di regolare i compiti di pubblico e privato. Trovare un nuovo centro, ma che ciascuna possa definire.

Pretendere un intervento pubblico nei servizi di sostegno al care, significa colmare una grave fonte di discriminazione tra donne di censi diversi.

La divisione sessuale del lavoro (produzione-uomo; riproduzione-donna) non è mai passata di moda, e le condizioni socio-economiche attorno la alimentano. La gestione emergenziale, ognuna per sé, reggere a ogni costo, dimostrare sempre qualcosa in più per poter esistere, avere un posto nella società, nella famiglia, nel lavoro.

Sarebbe da proporre un nuovo contratto sociale, in cui si dovrebbe creare una rinegoziazione dei tempi del lavoro tra uomini e donne.

Cambiare cultura del lavoro serve a cambiare le relazioni tra i generi. Riorganizzare il lavoro nella sua complessità e globalità.

I compiti di cura fanno parte pienamente del sistema economico, anche nell’invisibilità e nella scarsa considerazione di cui hanno goduto. In questo vortice di “lavori” la nostra forza politica è sempre stata silenziata, sbriciolata, la nostra lotta sacrificata su un modello di partecipazione fittizia.

Non sbraniamoci sul reddito alle casalinghe, non restiamo a questo livello di interazione, non arrocchiamoci nella polemica per evitare di discutere di altro. Il punto non è reddito sì vs reddito no, alziamo lo sguardo e riflettiamo su cosa potrebbe essere davvero utile. A mio avviso il senso dell’articolo è riportare alla luce un dato che spesso viene invisibilizzato, è uno stimolo a sviluppare un’analisi, un confronto, al di là della proposta che può essere condivisibile o meno, ma che non deve generare lotte intestine o tra porzioni di popolazione. Dobbiamo essere capaci di analizzare una realtà complessa e fuori dalle banali reazioni. Oltrepassiamo la monetizzazione di ogni minima cosa, chiediamoci cosa continuano a nasconderci. Per esempio, pensiamo al fatto che la retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa. Per questo c’è tuttora il gap salariale di genere e il tentativo di escludere le donne dai lavori meglio retribuiti.

Oggi che sono adulta, sono madre, vorrei solo dire a mia madre di perdonarsi, di non avere più sensi di colpa. Ogni tanto parliamo di quando ero piccola. Io ho ricordi precisi, come se fosse ieri, lei li ha persi nel turbine che è stata la sua vita di insegnante, madre, care giver per decenni. Le mancano questi avvenimenti, i dettagli, le sensazioni, ciò che abbiamo vissuto insieme le è scivolato via per i ritmi indiavolati di quegli anni. Io ho avuto un’esperienza analoga ma per tempi più brevi. Ma so che per ognuna di noi è diverso per ennemila motivi e so che raffronti non si possono, non si devono fare. Qualcosa si perde inevitabilmente, così come qualcosa si guadagna ma ripeto, dobbiamo salvarci e perdonarci, qualsiasi scelta facciamo. E ne possiamo fare di diverse nel corso della nostra vita. Dobbiamo capire che ci sono situazioni e situazioni, circostanze e variabili imprevedibili, fuori dal nostro controllo diretto, cose che lasciamo indietro, bivi che prendiamo.

Precarietà, retribuzioni incerte e basse, tempi di lavoro e modalità di lavoro super-flessibili come si conciliano con l’autodeterminazione delle donne, quanto determinano scelte obbligate e vere e proprie nuove forme di schiavitù?

Quante di noi hanno la possibilità di contrattare nuove forme di vita e di lavoro?

Adele Pesce a metà degli anni ’80 (in Lavoratrici e Lavoratori) parla di dilemma uguaglianza/differenza:

“rivendicare una trasformazione dei rapporti di potere tra uomini e donne nello spazio di lavoro senza omologarsi al modello maschile, cioè conservando e rendendo significativo il valore della propria differenza senza che questo porti a una svalorizzazione del proprio lavoro e della propria identità.”

È giunto il tempo del non giudicare e di smetterla di punirci. Siamo produttivi e produttive in vario modo, al di là di ciò che il sistema capitalistico ci ha fatto credere. Il contributo delle donne è visibile, basta avere occhi per guardarlo. Basta sensi di colpa, basta generalizzazioni, basta con la rassegnazione. La doppia presenza ci dovrebbe consentire di sviluppare soluzioni, modelli, cultura del lavoro nuove e diverse. Dovremmo davvero smetterla di accettare una pappa secolare patriarcale, paternalistica, che regge anche per un sistema che si fonda su un accesso al mondo del lavoro non sempre sano e paritario. Adoperare le variabili a nostro vantaggio, plasmare una flessibilità che non ci riduca in poltiglia e schiacciate dalla precarietà, agire empatia e solidarietà. A volte vedo solo che ci hanno abituato a ragionare per orticelli. Occorre comprendere che “attività produttiva” contiene molte più sfaccettature di quelle che ci hanno abituato a vedere. Si tratta di una rivoluzione in primis culturale. Parliamone, senza fraintendere il senso di emancipazione, con gli occhi che sappiano accogliere e includere le differenze. Riconoscere la realtà è riconoscere il valore di ciascun contributo.


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