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Mormora l'acqua del ruscello

Per una informazione corretta

su 4 ottobre 2017

 

A proposito della notizia riportata da numerose testate di un provvedimento da parte del GIP di Catania che avrebbe “derubricato a infortunio sul lavoro” la violenza sessuale su una dottoressa che prestava servizio come guardia medica. Occorre fare chiarezza su quanto è stato riportato.
La Procura di Catania che ha disposto l’arresto dell’aggressore 26enne, gli contesta i reati di violenza sessuale aggravata (perché commessa in danno di incaricato di pubblico servizio), di sequestro di persona, di lesioni volontarie pluriaggravate e di danneggiamento.
La dottoressa, tramite i suoi legali, ha presentato denuncia contro il 26enne e ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo. Pertanto non vi è stata alcuna deformazione del reato da parte del magistrato. Tanto è vero che il GIP ha disposto il carcere come misura cautelare, vista la gravità dei fatti commessi e dei reati contestati.
Lo conferma il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, in una lettera inviata all’ordine nazionale dei giornalisti:

“E’ una ‘falsa notizia’ quella riportata da ‘alcuni quotidiani di informazione online’ sulla presunta derubricazione da violenza sessuale a infortunio sul lavoro del reato contestato all’uomo che violentato una dottoressa in servizio alla guardia medica di Trecastagni”.

Pertanto la questione della classificazione come “infortunio sul lavoro” riguarda un ambito lavorativo e non penale, quindi all’interno del rapporto di lavoro tra la dottoressa e la pubblica amministrazione, in questo caso l’ASP di Catania (Azienda Sanitaria Provinciale).
I media hanno deformato le responsabilità in questa vicenda, fuorviando l’opinione pubblica. Un fatto molto grave, soprattutto perché non aiuta a fare chiarezza, ma genera ostilità infondata e cieca.
La dottoressa ha sollevato la questione della mancanza di strumenti idonei a garantire la sicurezza di chi opera negli ambulatori di prima assistenza, l’assenza di telecamere collegate con le forze dell’ordine, nonostante il ripetersi di episodi di aggressioni ai danni del personale sanitario. La dottoressa si è sentita inascoltata anche dalle istituzioni, che già in passato non avevano preso provvedimenti in tema di sicurezza:

“Per l’azienda sono stata vittima di un infortunio sul lavoro”, come ha dichiarato a Repubblica. Ha inoltre riferito che «Abbiamo delle telecamere che praticamente sono a circuito chiuso, cioè sono ridicole. Cioè a che cosa servono? Solo ad avere delle prove se è successo un delitto là dentro? Basterebbe utilizzare dei mezzi come una telecamera… cioè ricollegare quelle telecamere invece di essere a circuito chiuso in un sistema con sorveglianza remota, cosa che abbiamo chiesto, implorato e che non ci è stato dato, sicuramente, non dico che avrebbe evitato l’aggressione, quella una volta che io apro… eh, succede. Però avrebbe limitato il danno, cioè immediatamente sarebbero arrivati i soccorsi». «Io – ha ribadito la donna – chiedo solo di fare il mio lavoro nel rispetto della mia dignità di medico, di tutti i medici».

A questo punto sorge un’altra questione. Come sappiamo esistono i congedi dedicati alle donne che hanno subito violenza. Perché in questo caso non si è adoperato questo strumento? Perché la dottoressa non ne ha fatto richiesta?
Cerchiamo di capire in cosa consiste questo strumento, affinché le donne possano avvalersene.
Il 15 aprile 2016 è arrivata la circolare INPS per rendere applicabile il congedo per le vittime di violenza di genere contenuto nell’art. 24 del decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015. Il congedo è previsto in caso di violenza di genere, quindi di un episodio di violenza motivato in base al genere sessuale che causi alla donna un danno fisico o mentale o una sofferenza fisica o mentale.
La normativa prevede che le lavoratrici dipendenti del settore pubblico (in base alle condizioni dettate dall’Amministrazione cui appartengono) e privato, escluse le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari, possano avvalersi di un congedo indennizzato per un periodo massimo di 3 mesi, anche non continuativo, al fine di svolgere i percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del Comune di appartenenza, dai Centri antiviolenza o dalle Case Rifugio (ex art. 5 bis del D. L. n. 93/2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119/2013). Il congedo può essere fruito su base giornaliera o oraria entro tre anni dall’inizio del percorso. Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa. È possibile inoltre trasformare il rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, nonché l’opportunità di ritornare al tempo pieno. Le collaboratrici a progetto possono chiedere di sospendere il rapporto contrattuale per motivi connessi allo svolgimento dei suddetti percorsi di protezione.
La lavoratrice deve comunicare al datore di lavoro l’intenzione di fruire del congedo con un preavviso di almeno sette giorni, allegando i certificati che attestano l’inserimento in un percorso di recupero. La lavoratrice dovrà presentare domanda (attraverso i moduli ad hoc scaricabili dal sito) alla struttura territoriale INPS, di regola prima dell’inizio del congedo. Si tratta di un piccolo ma importante passo per consentire un percorso con meno intoppi di uscita dalla violenza.
In altri Paesi interventi simili esistono già da tempo e sono inquadrati in un sistema più organico e strutturato, per dare alle donne vittime di violenza un’autonomia economica e la sicurezza di poter guardare al futuro più serenamente.
Se per esempio guardiamo la Spagna, vengono coperte anche le lavoratrici autonome, che hanno diritto a una serie di agevolazioni, incentivi e sospensioni delle tassazioni. Hanno avviato dal 2004 programmi di inserimento lavorativo, incentivi alle imprese che assumono donne con esperienze di violenza, spazi abitativi, sussidi integrativi, facilitazioni per la mobilità geografica. Insomma per lo Stato i diritti economici e lavorativi di queste donne sono centrali, insieme agli interventi di prevenzione, per il cambiamento culturale e al sostegno ai centri antiviolenza.
A distanza di più di un anno dalla circolare Inps, Tito Boeri denuncia che solo “150 donne dal luglio 2015 hanno fruito del congedo per chi è in cura per avere subito violenze”. Intanto, si dovrebbe evitare di patologicizzare le donne che hanno subito violenza, non dovremmo riferirci a loro come “in cura”, ma come donne sopravvissute alla violenza, che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita e di sostegno per poter affrontare e superare il trauma legato all’esperienza che hanno vissuto. Al netto dei termini adoperati dal presidente dell’Inps, resta il problema dell’esiguo numero di congedi richiesti.
Occorre in primo luogo scandagliarne le cause reali, comprendere soprattutto dov’è il collo di bottiglia, cosa impedisce di richiederlo e di usufruirne. Si tratta di una mancanza di informazione a riguardo? Si tratta delle condizioni di lavoro e dei contesti lavorativi che scoraggiano e rendono arduo richiedere il congedo? Si tratta di un problema all’interno del rapporto tra dipendente e datore di lavoro? Alla denuncia di Boeri si dovrebbe accompagnare un interrogarsi su questi aspetti, per poter intervenire e invertire la rotta. Pertanto le istituzioni competenti dovrebbero attivarsi a riguardo, per ricercare le cause e comporre la strategia di intervento, anche avviando una capillare campagna informativa su questo tipo di congedi. Occorre creare consapevolezza sui diritti e sugli strumenti, altrimenti si rischia di vanificare le positive integrazioni legislative apportate. Soprattutto le istituzioni possono e devono coadiuvare il lavoro dei sindacati. È necessario un intervento politico per diffondere una corretta informazione.

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