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Come distorcere la realtà della violenza fondata sul genere

su 15 aprile 2017

© Irma Gruenholz


Nel corso della trasmissione Nemo – Nessuno escluso del 13 aprile, viene presentata prima la storia di violenza di Lidia Vivoli, la sua testimonianza toccante di sopravvissuta e il suo timore di essere uccisa dal suo ex che sta per uscire dal carcere. Nessuna tutela per le donne che vivono sulla loro pelle la violenza maschile. Oliviero Toscani rileva giustamente un problema di educazione e di cultura alla base della violenza di genere. Fin qui tutto estremamente efficace e utile a fornire una informazione corretta.
Subito dopo viene trasmesso il servizio “Donne che odiano gli uomini” a cura di Serena Orzella, nel corso del quale si presentano due casi di violenza su uomini per mano di donna. Esprimiamo la nostra solidarietà e sostegno a questi uomini vittime di violenza, perché ci deve essere giustizia in ogni caso di violenza, qualunque sia la sua origine.
Poi viene intervistato Fabio Nestola a proposito della violenza femminile contro gli uomini.
1.020 i “casi” esaminati, tra i 18 e i 70 anni, proiettati sull’intera popolazione di genere maschile:
– 5 milioni uomini vittime di violenza fisica, 6 milioni di violenza psicologica;
– 3 milioni “e rotti” le vittime maschili di violenza sessuale perpetrata da donne;
– 2 milioni e mezzo i casi di stalking.
Uno strenue sostenitore dell’affido condiviso, ma ricordiamoci che dovrebbe essere sempre privilegiato l’interesse del minore, soprattutto in caso di presenza di gravi indizi sugli atti di violenza del padre o per condanne in via definitiva per reati di maltrattamento, violenza sessuale o altri reati che possono afferire alla violenza domestica. Le conseguenze maggiori di scelte poco corrette pesano sulle spalle delle donne e sui loro figli. A questo link potete trovare alcuni approfondimenti in merito.
Torniamo all’indagine citata. Il carattere scientifico della ricerca dipende innanzitutto da come viene costruito il campione e da quanto sia realmente rappresentativo dell’intera popolazione che vuoi analizzare. Ci sono delle regole, da seguire scrupolosamente. Analizziamo qualche dettaglio dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile pubblicato in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, reperibile sul sito.
Come riportato a pagina 34:

“La raccolta di dati e dichiarazioni attraverso un campione spontaneo ha avuto come limite il problema della rappresentatività del campione stesso.” (…) L’unica fonte di informazioni è costituita dalle dichiarazioni degli interessati, pertanto non è possibile effettuare alcuna verifica attraverso atti giudiziari, referti medici, registrazioni audio-video o altri documenti. La fondatezza delle dichiarazioni non può pertanto essere testata, esattamente come accade per interviste telefoniche e sondaggi face-to-face.”

Non serve aggiungere altro. Inoltre, leggiamo:

“I questionari, in forma anonima, prevedevano la compilazione in versione cartacea o elettronica. I questionari compilati via web sono stati raccolti ed archiviati tramite un software che impedisce l’invio multiplo dallo stesso ID, per ridurre la possibilità che un singolo soggetto potesse compilare più questionari”

ma ciò non esclude che lo stesso soggetto possa aver compilato più questionari con ID diversi. A pagina 37 rileviamo in cosa consisterebbe la fattispecie più rilevante di violenza sessuale:

“è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo.” “I compilatori, pur riconoscendo alla donna la libertà di interrompere il rapporto sessuale in qualsiasi momento, riferiscono di rimanerne mortificati, umiliati, depressi.”

C’è una bella differenza tra questo e le violenze sessuali ai danni di una donna? O forse siamo noi a non capire. Vi lasciamo scoprire le altre domande a riguardo.
Quindi ci chiediamo quale sia lo scopo di questa indagine, lo scopo del servizio che sceglie di avvalersene senza a nostro avviso approfondire di cosa si tratti?
Significa inviare un messaggio deviante, manipolatorio, distorsivo della realtà della violenza fondata sul genere. Una distrazione dal fenomeno numericamente più rilevante (violenza maschile sulle donne) e la strumentalizzazione di casi reali di violenza su uomini.
La violenza va sempre condannata, senza se e senza ma. Ma ciò non ci deve distrarre, non ci deve impedire di riconoscere che esistono tipi di violenza fortemente radicati a causa di una serie di stereotipi e pregiudizi, una cultura patriarcale che è ancora viva e vegeta. Altrimenti parlare di violenza in termini generali ci porterà a nascondere le radici di ciascuna forma di violenza, allontanandoci da un serio ed efficace contrasto.

L’OMS rileva a livello mondiale che: gli omicidi delle donne, in una percentuale che varia dal 40 al 70% a seconda degli Stati, sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner (o ex). Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo (o ex) varia dal 4 all’8% a seconda dei Paesi.

Negare questo significa non riuscire a focalizzare quali sono le persone maggiormente vittimizzate nelle relazioni affettive. Esiste anche una violenza femminile che viene esercitata su donne e uomini, ma la violenza di genere ha una sua specificità che non può essere negata o invisibilizzata da certe rappresentazioni. Non possiamo fare finta di niente di fronte a un tentativo di costruire un sistema di false accuse, che serve a ridimensionare, a negare il fenomeno della violenza contro le donne e le sue specificità.
Non ci stiamo, perché qui l’unica cosa certa è che si continua a veicolare il messaggio secondo cui stiamo ingigantendo un problema. Il rischio è che non si creda più a una donna che denuncia una violenza, che diventi sempre più difficile essere creduta e ottenere giustizia.
Questo è il risultato quando si manda in onda una statistica fatta con metodi discutibili che serve solo a confondere le cose, a dire che tutto sommato la violenza è pari, e che quella basata sul genere è una questione in fondo molto meno rilevante di come viene raccontata dalle perfide e infide donne, da quelle streghe femministe.
Tra una sentenza che recita che se lei non ha urlato non c’è stata violenza, con queste pseudo indagini, con un paese reazionario che non vede l’ora di trovare un appiglio per screditare le donne, per vanificare le loro denunce, con un sistema che rivittimizza le donne all’infinito, che non rende giustizia quasi mai, che condanna ad appena 18 mesi (per gravi maltrattamenti in famiglia e non per tentato omicidio) un uomo che getta acido muriatico sulla moglie, con l’abitudine a ridurre la violenza contro le donne a meri fatti di cronaca e non a un problema strutturale e culturale, che cosa possiamo sperare?
Non si arriva a una ricostruzione attendibile della realtà con una indagine che reca nelle sue premesse un (pre)giudizio sulle donne. Non si compie un passo in avanti, al contrario se ne fanno molti indietro. Si legittima un immaginario che tende a confondere la percezione dell’opinione pubblica. Intanto le donne continuano a morire per mano di un uomo, quest’anno abbiamo già superato la doppia decina.
Quando parliamo di backlash e di tentativi di restaurazione maschilista e patriarcale ci riferiamo anche a questo tipo di comunicazione poco attenta a verificare fonti, gli impatti e le conseguenze di certi contenuti.
Questo è ancora più grave se a farlo è una rete del servizio pubblico. Nessuno deve essere strumentalizzato, nessuna donna, né persone come William Pezzulo. Pretendiamo che si faccia informazione e non disinformazione proiettando dati non attendibili. Pretendiamo una assunzione di responsabilità da parte di chi lavora nel servizio pubblico.


Ringraziamo il blog de Il Ricciocorno per le fonti e gli approfondimenti. Qui un’analisi approfondita sull’indagine.
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