Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quale lavoro, quale equilibrio, quale uguaglianza

su 24 marzo 2017

“Alone We Are Powerless, Together We Are Strong,” 1976.

 

L’economia italiana è penalizzata dalla scarsa partecipazione femminile al lavoro: l’Italia ha bisogno di migliorare le politiche per le famiglie, qualunque sia la loro geometria, e di una maggiore partecipazione degli uomini al lavoro domestico.

L’Italia è il terzultimo paese OCSE, davanti a Turchia e Messico, per livello di partecipazione femminile nel mercato del lavoro: 51% contro una media OCSE del 65%.

OCSE partecipazione lavoro

OCSE partecipazione lavoro

Meno del 30% dei bambini al di sotto dei tre anni usufruisce dei servizi all’infanzia e il 33% circa delle donne italiane lavora part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari (la media OCSE è 24%). Le donne sono spesso percepite come le prime responsabili per la cura della famiglia e della casa. Il tempo dedicato dalle donne italiane al lavoro domestico e di cura – in media 3,6 ore al giorno in più rispetto agli uomini – limita la loro partecipazione al lavoro retribuito.

Le proiezioni OCSE mostrano che – a parità di altre condizioni – se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il PIL pro-capite crescerebbe di 1 punto percentuale l’anno.

Questo è quanto sottolinea l’Ocse per l’Italia in merito al gender gap. La partecipazione al mondo del lavoro è la chiave di volta. Ma come far capire che è essenziale un cambiamento di cultura aziendale e dell’intera società, perché non è una questione femminile e sulle nostre spalle non deve ricadere ogni responsabilità? Si cambia dentro le aziende, si cambia nei servizi pubblici (per l’infanzia e non solo, studiando soluzioni ad hoc per ciascun territorio), nei costi degli stessi, nell’equilibrio vita-lavoro-tempo per sé tra uomini e donne. Si deve cambiare l’organizzazione aziendale per aprire a una rivoluzione dei tempi e dei modelli di lavoro. Occorre incidere sulla parità salariale, sulla trasparenza delle retribuzioni, perché retribuire adeguatamente le donne significa consentirgli di poter gestire al meglio la giornata, avvalendosi di aiuti. Il Censis conferma la differenza tra le retribuzioni, con le donne che nel settore privato percepiscono salari inferiori del 19,6% (nel pubblico il gender pay gap è del 3,7%). Inoltre, come alcuni studi evidenziano, nel calcolo del gender gap hanno un notevole peso la percentuale di donne occupate e il fatto che si basi sul salario orario.

Occorre promuovere politiche che incentivino i padri a usufruire del congedo parentale, con ricadute positive sulla divisione dei carichi di lavoro domestico.

Investire in servizi sociali rivolti a famiglia e minori fa la differenza, purtroppo in Italia abbiamo unasituazione molto disomogenea.

Occorre investire seriamente in servizi e progetti di ricollocamento lavorativo per le donne di tutte le età, che sia in grado di rispondere alle esigenze concrete di ciascuna.

Se invece la “normalità” è essere precarie, sottopagate, fare orari folli, non poter accedere a flessibilità oraria o a forme di smart work, perdere il lavoro senza prospettive per il futuro, l’effetto sarà una situazione stagnante e altamente regressiva per le donne.

Fare le ore piccole al lavoro è notoriamente improduttivo, come se per coltivare un terreno seminato continuassimo a irrigarlo senza sosta per tutto il giorno. Dopo un tot, marcisce tutto.

Flessibilità e orari più a misura umana sono le leve per una genitorialità migliore e in generale per una vita dagli equilibri sani. Passare del tempo, a sufficienza, con i figli è importante, perché delegare non è sempre una cosa positiva. Avere del tempo da dedicare a sé, alle proprie passioni e per staccare dalla routine è essenziale.

Il mondo del lavoro è cambiato, ne dobbiamo prendere atto e ricalibrare tutto.

Chi siede ai vertici deve muovere questa rimodulazione.

In UE si torna a riflettere sul lavoro e sulle politiche sociali, attraverso un percorso di consultazione iniziato a fine 2016 sul cosiddetto Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato di recente dall’Europarlamento. Il documento prevede tre aree: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro; eque condizioni di lavoro; adeguata e sostenibile protezione sociale. Lavoro di qualità e uguaglianza di genere i pilastri per assicurare benessere e inclusione, oltre che di sviluppo economico.

Come qualcuno ha già rilevato, occorre restare vigili affinché i diritti sociali non siano subordinati allo stato di occupazione, ma restino dei diritti individuali certi e garantiti sempre. Anche perché il mondo del lavoro è mutato e reddito/autosufficienza/benessere non possono più essere legati unicamente al lavoro, occorrono altri strumenti per garantirli.

Inoltre per l’occupazione femminile occorrerebbe varare una strategia stutturata centrale che faccia lavorare insieme diverse aree e ministeri. Una rivoluzione del welfare e dei servizi. Basta bonus o soluzioni tampone che non hanno intaccato le disuguaglianze e non mirano certo a creare benessere diffuso. Verifichiamo anche l’uso e i vantaggi derivanti dai voucher per i servizi di asilo nido e baby sitter (che coprono solo in parte i costi e poi occorre sempre pensare ai giorni di permesso se il figlio si ammala). Riflettiamo se queste risorse possono essere utilizzate altrove, per misure strutturali che non siano pannicelli caldi. Troviamo forme di agevolazione fiscale per le spese per la cura sostenute dalle famiglie in cui si lavora in due o nelle quali il coniuge disoccupato cerca attivamente lavoro. Naturalmente occorre razionalizzare l’intero sistema di agevolazioni/interventi.

Investire oggi per ottenere risultati nel futuro, anche se non immediato (e quindi poco appetibile per chi guarda solo ai risultati elettorali). Per non lamentarci poi solo dei dati demografici. Se nel 2016 i bambini nati in Italia sono appena 474.000, registrando un nuovo minimo storico, un motivo (o più) ci sarà.

Osservare i dati del Global gender gap report o dell’Istat non ci aiuterà se non cercheremo di affrontare i problemi. Come pensiamo di intervenire sul fatto che ancora quasi un terzo delle donne tra i 25 e i 49 anni è inattiva? In generale in Italia, il tasso di attività femminile è del 54,1 per cento (uomini: 74,1 per cento), molto basso rispetto alla media europea del 66,8 per cento. In più, meno delle metà delle donne è occupata, solo il 47,2 per cento (Eurostat). Come valutiamo la quota di part time involontario che è doppia rispetto al resto d’Europa (oltre il 60%, con una crescita del 38% dal 2008)? Questo dato stride poi con chi vorrebbe scegliere il part time e non riesce a ottenerlo.

 

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