Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Le nostre scelte riproduttive ci appartengono

su 30 agosto 2016

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Ci risiamo. Ieri quando ho letto questo pezzo di Enrica di Narrazioni Differenti mi è venuto un déjàvu. Speravo che l’idea che la Ministra Lorenzin coltiva dal 2014 si fosse arenata. Invece no.

Fertility day: la bellezza della maternità e paternità. Affrettatevi, siamo deperibili, prodotti soggetti a scadenza. È sotto i nostri occhi il magnifico Piano nazionale di fertilità del Ministero della Salute. Viene in mente l’immagine di una popolazione assimilata a un campo da preparare per la semina intensiva. Come i piani di bonifica del Duce. Peccato che siamo esseri umani e non acri di terra.
Scarsa natalità? Calo demografico? Una soluzione degna del Ventennio in versione 2.0, quando si incentivavano le nascite e si chiamavano i figli Benito. Una “rieducazione” non richiesta alla maternità, un grande piano nazionale di fertilità con tanto di fertility day il 22 settembre 2016. Cosa facciamo, mettiamo le donne in batteria, come le galline?
Se poi affrontiamo la questione della maternità in età sempre più elevata, la Ministra dovrebbe anche ricordarsi che si diventa mamme più tardi perché studiamo più a lungo, perché il lavoro è precario, scarso, mal retribuito e la stabilizzazione stenta ad arrivare, se arriva. Quindi, se da un lato la fertilità è maggiore da giovani, non è detto che vi siano anche adeguate condizioni di vita.
Siamo un paese in cui i servizi di sostegno scarseggiano e le politiche di conciliazione e di condivisione sono chimere. Insomma, anacronismo e una distanza abissale dalla realtà.
Tra cartoline e fertility game, per lo Stato italiano siamo ancora patrimonio dello Stato, destinate a sfornare figli per la patria. Peccato che non ci si renda conto del contesto, del perché non facciamo figli o della possibilità di scegliere o meno di diventare genitori. Non è mica un destino obbligato.
La nostra fertilità ci appartiene in toto e non è assolutamente un bene comune, per cui nessuno può sostituirsi a noi nelle nostre scelte di riproduzione. Tanto meno lo Stato. Ricordiamo che la Legge 194/78 riconosce alla donna la possibilità di interrompere volontariamente la sua gravidanza.
Essere genitori in Italia non è proprio una passeggiata semplice.
Spesso basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate, se non fuori dal mercato del lavoro. Diventare madre è uno di questi motivi. Non ci siamo ancora liberate dal gender gap.
L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”.
L’inchiesta de L’Espresso del 2015 parla chiaro: “negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.
Ripristinare la normativa contro la pratica delle dimissioni in bianco è stato solo il primo passo, occorre ostacolare le modalità che vengono messe in campo per “invitare” le donne a dimettersi “volontariamente”.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro (ovviamente questo vale per uomini e donne). Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi di un figlio o di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro. Sono state presentate anche proposte di legge a riguardo, per fornire sostegni in questi casi.
Quando parliamo di sostegni non parliamo di bonus o di assegni una tantum subordinati a Isee irrealistici. Parliamo di un sistema strutturato, che incentivi a lavorare e dia sostegni concreti, anche di deduzione fiscale significativa. Parliamo di congedi di paternità retribuiti e con durate pari o simili a quelle previste per le donne, per incentivare la condivisione. Parliamo di servizi a prezzi calmierati. Parliamo di permettere a tutti di scegliere soluzioni part-time. Soluzioni che incentivino l’emersione dal nero delle donne che lavorano, rendendolo conveniente, restituendo in questo modo alle lavoratrici i loro diritti.
Non parliamo solo di nidi, perché sappiamo che non sono una soluzione sufficiente (certamente i costi attuali sono troppo elevati e gli orari sono spesso incompatibili con orari di lavoro full-time). Parliamo di flessibilità e incentivi per i genitori, non solo per le mamme.
L’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Serve un approccio redistributivo della ricchezza, che permetta di vivere in condizioni dignitose. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno. Si tratta di soluzioni che generano discriminazioni e una volta terminate lasciano il vuoto.
Ci piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. È questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo. Un figlio ha dei “costi” crescenti, di varia natura.
Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini attivi e non passivi.
Chiediamo alla Ministra Lorenzin come si possono mettere al mondo e crescere i figli se si è senza lavoro, si è precari e la rete dei servizi è spesso carente?
“Negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fare?
Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di diffondere questa consapevolezza e aiutare in modo strutturale le persone. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento o ricollocamento lavorativo con annessa formazione, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800. Vogliamo davvero tornare indietro?

Dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne.
Auspichiamo un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale.
Sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, fondato su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale.
Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.
Ripristiniamo il Fondo nazionale per le Consigliere di Parità, figure che intervengono nelle discriminazioni collettive e individuali nel mondo del lavoro e promuovono concrete politiche di pari opportunità di genere.
Meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Le risorse di trovano attraverso una seria lotta all’evasione.
Quali potrebbero essere le soluzioni alternative per una efficace azione informativa ed educativa?
Vi ricordate i consultori? Ebbene, se funzionassero ancora, con le caratteristiche originarie (luoghi nati dal lavoro delle donne, come spazi per le donne, per una sessualità vissuta liberamente, senza le coercizioni di stampo patriarcale) e fossero attivi e presenti con sufficienti e adeguate risorse sui territori (ricordiamo che la copertura prevista non è stata mai raggiunta), forse non avremmo bisogno di una campagna ministeriale ad hoc e di un ennesimo giorno dedicato a un tema che dovrebbe essere parte della cultura di base di ciascun individuo.
E non è certo accettabile che questa campagna, così strutturata, con questo approccio, possa essere diffusa dai consultori o dalle scuole.
Preoccuparsene in questo modo non so che senso possa avere, se a monte, nei restanti 364 giorni non si fa educazione a una sessualità consapevole e responsabile, nelle scuole e nei centri frequentati dai ragazzi, anche e soprattutto in pre-adolescenza. Incoraggiare le persone a prendersi cura della propria salute, fare prevenzione, diagnosi precoci di eventuali patologie è una cosa sana (se non è finalizzato a un disegno riproduttivo “obbligato”), ma allora perché non investire seriamente nei consultori e nei servizi preposti? Certe informazioni devono essere fornite in modo capillare e permanente, è un lavoro di cui devono occuparsi i consultori laici, perché la laicità deve essere nel dna di uno Stato che vuole trasmettere i giusti messaggi ai propri cittadini. Non lasciate che il lavoro e le caratteristiche originali dei consultori vadano lentamente disperdendosi e che al loro posto restino solo delle campagne una tantum, con approcci di questo tipo. La cura e la conoscenza di sé, del proprio corpo, dei propri desideri non la si fa con un fertility day, ma si diffonde consapevolezza, si diffonde un messaggio che sappia accogliere ogni scelta e non sia ansiogeno come quello di una clessidra, che per chi ha costruito la campagna può anche sembrare innocuo, ma non lo è. Non si può entrare a gamba tesa, a freddo, nelle esistenze delle persone, il lavoro da fare è più ampio e strutturato. Soprattutto lasciando sempre libertà di scelta, se diventare o meno genitori. Facciamo entrare dei messaggi di questo tipo nelle scuole, perché ci sia consapevolezza, ma non si veicolino ruoli e destini predeterminati. La resistenza a una educazione sessuale e affettiva con un approccio laico, tra i NoChoice e la fantomatica teoria gender, produce disastri. Se questa è la modalità con cui si intende fare propaganda, non ci stiamo.

Provvediamo a varare una nuova legge sulla fecondazione assistita che aiuti chi vuole diventare genitore (che sia veramente accessibile anche in termini di costi), che sani gli errori, i danni e la voragine lasciata dalla Legge 40, svuotata dagli oltre trenta pronunciamenti della Corte.
Insomma, recuperiamo ciò che c’è e investiamo in modo lungimirante. Non è parlando di “prestigio della maternità” o di “prepare una culla nel tuo futuro” che si esce dalla denatalità.
Non puntiamo il dito sulle donne, sui loro uteri e sugli ovuli che non si trasformano in prole per la patria. Puntiamo a comprendere tutti i fattori che oggi influiscono sulle scelte, tutte, non solo quella di fare o meno un figlio.
Non ci preoccupa che si facciano meno figli, ma che le prospettive per tutti siano sempre più difficili, incerte e che non vi siano proposte politiche che vadano a migliorarle. La questione non è “fare più figli”, ma che futuro dargli, nel caso decidessimo di diventare genitori.
Come abbiamo visto la questione va ben oltre il mero approccio o dato biologico. Richiede il coinvolgimento di più Ministeri e di ragionare in più ambiti. E la sessualità non è unicamente destinata alla riproduzione della specie. Pensavamo che almeno questo fosse chiaro e assodato. Non tutto ciò che è biologicamente predisposto deve essere per forza realizzato o considerato fondamentale per definire un individuo “completo”. Seguendo le indicazioni del Ministero, visto che siamo biologicamente portati a riprodurci, a questo punto dovremmo anche massimizzare i risultati, accoppiandoci più volte, con più persone il 22 settembre. Buon settembre a tutt*!

 

Per approfondire

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

https://simonasforza.wordpress.com/2015/01/08/no-quiero-hijos/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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2 responses to “Le nostre scelte riproduttive ci appartengono

  1. Paolo ha detto:

    sarebbe anche una buona iniziativa per sensibilizzare sulle malattie che mettono a rischio la fertilità che è un problema esistente però è circondata di una retorica da ventennio fastidiosa a dire poco.

    Mi piace

  2. […] piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio […]

    Mi piace

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