Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Di cosa abbiamo veramente bisogno

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“Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40 per cento possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti.” Così leggiamo in questo recente articolo.
Spreco che non interessa a nessuno di coloro che riducono la conciliazione/condivisione all’arte di arrangiarsi. Manca la cultura d’impresa, manca il coraggio di scelte radicali, non si tratta di tethering, di adoperare strumenti tecnologici innovativi o di giornate aziendali “solidali”. Parliamo di cose serie, di quante chiedono flessibilità (che non significa schiavismo) e ricevono come risposta un invito alle dimissioni. Grandi, medie e piccole aziende, la situazione non cambia se non c’è la giusta sensibilità. Parliamo di quante si vedono sbattere la porta in faccia quando chiedono un part-time per un familiare malato. Sì, nemmeno se chiedi di lavorare 6 ore per un periodo circoscritto ti viene consentito. La porta è aperta e non si ha scelta.

Perché al contrario di quanto si pensi o si teorizzi, il part-time in alcune situazioni è l’unica soluzione per poter restare nel mondo del lavoro. Pensiamo sia preferibile essere costrette a lasciare il lavoro oppure preferiamo agevolare le donne che desiderano lavorare part-time? Al di là del fatto che i servizi (sui quali bisognerebbe lavorare con maggior convinzione e realismo) non si adattano affatto ai tempi del full-time e di percorrenza delle distanze casa-lavoro-scuola. Al di là del fatto che solo chi ha un familiare da accudire conosce l’impegno necessario. Facile parlare quando si ha qualcuno che se ne occupa al tuo posto e si hanno le disponibilità economiche perché qualcuno si occupi della gestione del quotidiano e della casa.
Basta regolare il tempo parziale e renderlo conveniente, non sarà preferibile per tutt*, ma a qualcun* servirà e sarà l’ancora di salvezza. Se poi ragioniamo in termini di produttività reale e lo diffondiamo nella nostra cultura aziendale ferma all’800, forse il tempo parziale non verrà più considerato il ghetto delle donne, e sarà scelto anche dagli uomini. Anche perché non tutti possiamo permetterci di esternalizzare i servizi di cura. Ammesso che esternalizzare poi sia il desiderio di tutt*, soprattutto quando si vorrebbe fare i genitori non soltanto la sera alle 21 o nel weekend.

Ogni tanto un po’ di sincerità non guasta e occorrerebbe chiedersi perché la nostra cultura insegue il mantra del lavoro come metro del senso della nostra vita. Forse bisognerebbe emanciparsi dall’idea che lavorare tanto paga in modo proporzionale. Spesso non è così, basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro. Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi anche di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro.
Per questo guardo con attenzione a questa proposta di legge: “Politiche regionali di sostegno obbligatorie, con aiuti quali sollievo programmato e d’emergenza, sostegno psicologico, informazione, formazione ai caregiver; accordi con i datori di lavoro per favorire orari flessibili e con compagnie assicurative per offrire polizze mirate e scontate. Sono alcuni punti della proposta di legge-quadro sui caregiver, cioè quanti devono assistere un familiare non autosufficiente.”

Le pressioni che le donne subiscono non sono eccezioni rare, ma sono molto diffuse, anche se si continua a ridimensionare queste storie. Raccontiamo e non stiamo zitte! “negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fate? Continuate a sostenere che ci lamentiamo troppo????

Dobbiamo scegliere formule che siano realmente innovative.

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Sapete che non sono molto d’accordo sull’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Se durante le primarie milanesi si parlava di reddito di cittadinanza, quindi si aveva un approccio redistributivo della ricchezza, che permettesse di vivere in condizioni dignitose attraverso l’erogazione di un reddito minimo indipendente dal tempo di lavoro prestato o da prestare, oggi, a distanza di qualche mese ce lo siamo già dimenticato. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno.

Mi piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. E’ questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo.
Stessa perplessità su soluzioni tampone per famiglie in difficoltà, che se diventano l’unico “sistema” producono effetti non propriamente volti a disinnescare il vortice della difficoltà. Non è scaricando in modo permanente sulla beneficenza e sulla solidarietà dei singoli cittadini che si risolvono i problemi. Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini non passivi. Dobbiamo uscire da meccanismi che rischiano di alimentare le situazioni di disagio. Che senso ha continuare a fare figli se si è senza lavoro, si è precari in tutti i sensi? Ne vedo troppe di queste situazioni e in gran parte non sono affatto temporanee, ma finiscono col durare decenni, coinvolgere più di una generazione.

In alcuni contesti c’è un’assoluta mancanza di una cultura di pianificazione familiare. Ricordo che dal 2010 c’è stato un aumento del 31% delle gravidanze precoci in Lombardia. Ci affidiamo ancora al caso? Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di una parte consistente di persone che non si pongono nemmeno questo problema e vivono nell’emergenza permanente, insieme ai loro figli. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento lavorativo, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800.

Io non penso che dobbiamo creare nuove dipendenze, dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne. Dobbiamo evitare che questo disagio, questo contesto di difficoltà, degrado, a volte accompagnato da violenze familiari, porti queste persone in situazioni di emarginazione permanenti.

Auspico un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale. Con questi numeri è urgente iniziare a progettare un reddito di base di cittadinanza, anche in funzione delle prossime generazioni che (se andrà bene) andranno in pensione a 75 anni. Per contrastare il fenomeno del lavoro in nero senza garanzie e senza diritti, dello sfruttamento e dell’arruolamento tra le fila delle organizzazioni criminali. La libertà dal bisogno è il primo passo per l’affrancamento pieno di una persona e per l’emancipazione materiale e del pensiero.

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Allo stesso tempo dobbiamo cercare di sondare le cause che portano le bambine e le ragazze a crescere nella convinzione che l’unica forma di emancipazione è quella dalla famiglia di origine, per crearne una propria, non importa con chi o come, non importano le conseguenze. Purtroppo lo vedo anche sul mio territorio. Il contesto familiare e sociale spesso influisce ben più della scuola, è come se non si riuscisse a interrompere cicli generazionali in cui il genere femminile ha un destino segnato e predestinato. Il lavoro culturale da fare è enorme. Anche perché quando si è ragazze sfuggono molti dettagli e non proseguire gli studi ha un impatto devastante e irreversibile in molti casi.

Troppe ragazze ancora oggi non vengono aiutate a percepire l’importanza di un investimento nello studio o anche nell’apprendimento di un lavoro, di capacità e abilità che possano essere reinvestite e portare a una reale autonomia. Se vogliamo oggi è peggio degli anni ’60, in cui la percezione dell’istruzione aveva un valore enorme in termini di riscatto personale. Questa regressione coinvolge italiane e ragazze di origine straniera di seconda generazione. Una regressione che ha degli impatti negativi enormi. Vogliamo strappare le ragazze da questi cicli di destini predestinati? Vogliamo fargli capire che forse conviene investire meglio sul proprio futuro, lavorando su prospettive e obiettivi diversi? Vi consiglio questo articolo.

Le risorse per realizzare programmi ad hoc, forme per uscire da situazioni difficili, educare le giovani donne e dargli opportunità diverse di emancipazione ci sarebbero, ma finché la sottrazione di risorse attraverso l’evasione fiscale non sarà percepita come un crimine verso l’intera comunità, le cose non cambieranno. Hanno pienamente ragione Chiara Capraro e Francesca Rhodes nella loro analisi, che vi consiglio di leggere, di diffondere e di tenere sempre presente. È una questione di maturazione culturale e di presa di coscienza.

Azioni di redistribuzione della ricchezza sono necessarie, non accessorie, altrimenti il sistema collassa e non serviranno le collette che i singoli si impegneranno a sostenere. Mi rendo conto che è più facile e più immediato ragionare fornendo aiuti immediati, ma poi? Non possiamo fermarci a soluzioni semplicistiche. Se non si risveglia la coscienza civile e non si investirà su altri fronti e leve, non usciremo mai da un pantano che sarà sempre più soffocante. Interroghiamoci, riflettiamo. Non è utopia, è giustizia sociale, quella di cui si parla anche nella nostra Costituzione.

Sempre sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” attualmente in sede di esame al Senato. Non è il telelavoro introdotto dalla legge Bassanini ter mai decollato. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, e si fonda su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale. Restano in piedi le regole su sicurezza e sul controllo che non può eccedere rispetto a quanto previsto dall’art. 4 della legge 300 del 20 maggio 1970 (QUI). Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.

lavoro agile

 

Chiaramente lo smart working non risolverà tutti i problemi del nostro contesto post-industriale, delle nostre economie, della gig economy che avevo affrontato qui, ma se ben regolato, con i giusti incentivi per le imprese e i correttivi per non slegare il dipendente dalla realtà aziendale, può servire a supportare alcuni lavoratori dipendenti.
Speriamo che il Ddl venga approvato presto e che soprattutto venga adottato dalle aziende. Il lavoro agile come strumento e non come tipologia contrattuale.

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