Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A che punto siamo

su 29 marzo 2016

Women of the world unite

 

Ho trovato molto interessante questo articolo scritto da Jindi Mehat e ho deciso di tradurlo. Ci sono molti spunti, soprattutto in tema di coerenza e di ottica ampia che noi femministe dovremmo portare avanti. C’è una distanza dalla reale condizione di vita di tante donne che va colmata. Non siamo tutte nelle stesse condizioni di partenza e la lotta è ancora lunga. Ma se non riusciamo a capire che ciò che alcuni chiamano libertà, autodeterminazione confina strettamente con nuove formule di schiavitù, arretramenti nei diritti, naturalmente solo di alcune, le più svantaggiate per classe, per nascita, per contesto socio-culturale, non progrediremo, resteremo sempre con delle conquiste tronche, facilmente superabili alla prima folata di vento neoliberal. I nostri corpi sono sempre stati territori di battaglia, il patriarcato e i vari sistemi che nei secoli lo hanno sostenuto, hanno sempre cercato di usare le donne, concepiti come esseri umani di un livello inferiore, se non oggetti deumanizzati. Rigettiamo l’idea che alcune persone ci vogliono far credere, che l’autodeterminazione coincida con la messa a profitto del nostro corpo, della nostra persona, perfettamente in linea con le nuove frontiere della bio-economia. Lottiamo per i nostri diritti, che vanno coltivati e resi fertili per poter continuare a essere vivi e fruibili. Il motto femminista “Il corpo è mio e decido io”, non intendeva rendere le donne strumento ri-produttivo per altri, ma parlava di una maternità liberamente scelta per sé. La maternità che diventa contrattualizzata, con una donna involucro, che perde diritti su di sé, sul feto e sul bambino che nasce, apre un quadro su cui dovremmo interrogarci. Tante cose ormai vengono normalizzate con la mano di bianco data dalla formula magica “in nome della libertà individuale”. Dobbiamo sempre pensare a quale sia il limite e i fattori che rendono la libertà una pura illusione, per mascherare nuove forme di sfruttamento e di discriminazione. Non smetterò mai di ripetere che le Altre non sono aliene da noi, se parliamo di sorellanza, il destino delle donne tutte ci deve interessare, nel senso di care

 

Quest’anno il Vancouver Rape Relief ha commemorato la Giornata Internazionale della Donna con la proiezione del film Suffragette di Sarah Gavron, la storia di un gruppo di suffragette bianche ai primi del Novecento, in Gran Bretagna, mentre combattevano per il diritto di voto. Il film è stato giustamente criticato per aver operato una sorta di whitewashing del movimento delle suffragette britanniche, una “pallida” rappresentazione, è comunque uno sguardo stimolante sulle tattiche e sul sacrificio personale necessari per determinare un cambiamento sostanziale per le donne.

Dopo aver superato qualche esitazione iniziale, la protagonista del film Maud Watts diventa sempre più coinvolta nel movimento delle suffragette in un momento in cui la tattica del movimento si è spostata da forme più morbide di protesta all’azione diretta, tra le quali lanci di mattoni dalle finestre, mettere le bombe nelle cassette postali, sabotaggio delle linee elettriche. Man mano che il suo coinvolgimento aumenta, Watts ne paga le conseguenze, perde il lavoro, il figlio, la sua casa, e viene arrestata più volte.

Insieme a ogni perdita diventa più decisa, come le altre, tra cui il personaggio di Emily Wilding Davison, una suffragetta realmente esistita, morta nel 1913 al Derby di Epsom dopo essere stata colpita dal cavallo di re Giorgio V, per portare l’attenzione al suffragio femminile. L’inazione diventa impossibile in quanto queste donne perdono sempre di più, restano sempre con meno cose da perdere.

La lotta per la liberazione della donna ha avuto altri momenti di forte determinazione, di azione decisa oltre al movimento delle suffragette. Durante la seconda ondata di femminismo, dal 1960 al 1980, le tattiche femministe variavano dalle protestare al concorso del 1968 di Miss America, all’organizzazione di azioni quali Take Back the Night , a picchetti e atti vandalici contro sexy shop e strip club, all’ordinanza Dworkin-MacKinnon per i diritti civili che ha proposto il trattamento della pornografia come una violazione dei diritti civili delle donne, consentendo loro di chiedere i danni in sede civile. Le femministe hanno realizzato significative conquiste, tra cui l’aumento delle protezioni legali contro alcune forme di discriminazione di genere, l’aborto legalizzato e il controllo delle nascite, e la creazione di centri per supportare le vittime di stupro, prima che ci fosse la risposta reazionaria di gruppi di destra e religiosi che hanno annullato questi progressi.

Nel 1975, il 90 % delle donne islandesi ha partecipato ad uno sciopero generale, di un giorno, rifiutandosi di lavorare, cucinare, o occuparsi dei figli, chiudendo o paralizzando l’attività nei giornali, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle banche, e nei viaggi aerei per dimostrare l’importanza sottovalutata del lavoro delle donne.

Da allora, il femminismo individualista è diventato mainstream, senza capire che certe conquiste non erano equamente distribuite, che le donne occidentali, bianche, di classe media, eterosessuali erano state avvantaggiate in modo sproporzionato. E mentre la vita per alcune donne è (un po’) migliorata, il femminismo mainstream continua a ignorare le lotte della parte più vulnerabile, e il loro incessante lavoro collettivo verso la liberazione anche delle donne.

L’adozione di metodi moderati ha sostituito quelli più diretti, radicali, perché la vita per le donne è migliorata sufficientemente, per abbastanza donne? Oppure, è che la convinzione – un’idea che non regge se misurata a confronto con la realtà globale – sia parte di ciò che tiene le donne lontane da un cambiamento sociale su larga scala? Se osserviamo attentamente come le donne vivano male in tutto il mondo, dovremmo chiederci perché ciò non si ritiene abbastanza grave da giustificare un’azione decisiva. Cos’altro deve accadere prima di essere pronte a fare di più?

 

Lasciateci mangiare brioche

Le società funzionano quando i poteri rispondono alle esigenze delle persone emarginate. È difficile conciliare i persistenti livelli della violenza maschile contro le donne, e il modo in cui le società, i sistemi legali e governi di tutto il mondo rispondono quando le donne si fanno avanti chiedendo una responsabilizzazione, con la convinzione che i nostri interessi, la sicurezza e la libertà rivestono una grande importanza per tutti.

Le società che desiderano affrontare seriamente la violenza maschile contro le donne non dovrebbero essere cieche sulla realtà di genere, dove gli uomini commettono il 95 % di tutti i crimini violenti, e il 98 % di tutti i crimini sessuali violenti (qui) , invece di sfornare campagne che colpevolizzano le donne (qui) , che incoraggiano le donne a mettersi al riparo, limitando i nostri comportamenti (qui) . Se gli interessi delle donne contassero, le denunce di aggressioni sessuali da parte delle donne non incontrerebbero sospetti, non si richiamerebbe l’idea delle false accuse per vendetta e non sarebbero trattate come ingannatrici, come manipolatrici in cerca di attenzione.

Se le società facessero veramente gli interessi della metà femminile della popolazione, una situazione come quella che abbiamo in alcune parti del mondo di oggi, in cui la violenza maschile contro le donne è in aumento così rapidamente, avrebbe ricevuto una decisa e permanente risposta (qui). Invece, con quasi il doppio delle donne uccise dal proprio partner a partire dal 2001 (qui) , rispetto ai 911 americani uccisi in Iraq e durante le guerre afgane, una risposta proporzionata è vista come irrealistica, estrema, incomprensibile. E mentre io non sto sostenendo un intervento militare, vale la pena chiedersi: in assenza di una sorta di guerra sulla guerra alle donne, quali elementi le donne dovrebbero portare al fine di convincerci che i nostri interessi ci riguardano?

 

La fiducia crolla

Le società hanno meno probabilità di raggiungere momenti rivoluzionari quando operano sulla fiducia reciproca e su una visione condivisa del bene comune. Queste società sono di solito, quelle tradizionali, strettamente solidali in cui la maggior parte delle persone pensano che le cose si stiano svolgendo più o meno nel modo in cui si suppone che ciò accada. Il cambiamento sociale su larga scala diventa possibile quando la fiducia si rompe.

Per le donne, il personale è veramente politico. Non potremmo essere più strettamente integrate con gli uomini: sono i nostri padri, fratelli, figli, amici, colleghi, capi e, per alcune di noi, i nostri compagni. Molte donne sono economicamente dipendenti dagli uomini a causa del minor valore attribuito al lavoro delle donne, altre sono intrappolate in relazioni violente e di sfruttamento, consapevoli del fatto che le donne corrono un rischio maggiore del 70% di essere uccise dopo aver lasciato i compagni. (qui)

La nostra socializzazione di genere amplifica la potenza di questi legami stretti. Condizionata dalla nascita ad essere gentile, piccola e modesta, alle donne viene insegnato che il loro valore sta nelle loro relazioni – relazioni che dobbiamo mantenere attraverso una costante e incondizionata propensione a mettere i bisogni degli altri prima dei nostri. Incoraggiate ad accontentare e ad accettare, ci viene insegnato a dubitare dei nostri istinti e a dare la colpa a noi stesse invece di chiedere agli altri di prendersi la propria responsabilità. (qui)

Le società certamente cercano di convincere le donne che il modo in cui le cose vanno è inevitabile e immutabile. Con narrazioni religiose che perdono terreno in favore delle giustificazioni fondate nell’essenzialismo biologico, ci è stato detto che i comportamenti sono radicati nelle differenze del nostro sesso biologico – che le organizzazioni e le istituzioni che ci opprimono esistono a causa degli ormoni e questioni congenite. E mentre queste spiegazioni certamente soffocano la speranza che le cose possano essere diverse e consentono che lo status quo permanga immutato, non reggono il confronto rispetto a quello che continuiamo a scoprire sulla natura dei comportamenti appresi e sulle differenze tra il cervello delle donne e quello degli uomini.

Tutto questo ci porta a fidarci? Se dobbiamo credere che gli uomini che sono violenti o sfruttatori lo sono perché non sono in grado di controllare fisicamente se stessi, come ci si può aspettare che ci fidiamo di loro? E perché dovremmo aspettarci che loro lavorino al nostro fianco in buona fede per la nostra liberazione?

Considerando i molti modi in cui le donne sono letteralmente legate agli uomini e l’intricato insieme di giustificazioni che la nostra società usa per spiegarci perché le cose non cambieranno, non è una sorpresa che molte donne non siano disposte o in grado di lottare. Ecco perché è ancora più importante che coloro che possono lottare lo facciano.

 

Spostamento di alleanze

Se la fiducia è necessaria per mantenere lo status quo in una società, un cambiamento rivoluzionario diventa più probabile quando le persone dotate di un potere superiore (finanziario, sociale, e politico) spostano la loro fedeltà dal proteggere i propri interessi ristretti, riconoscendo gli interessi comuni che condividono con le persone emarginate. Queste persone privilegiate reindirizzano l’accesso al potere e le risorse che solitamente servono a mantenere lo status quo per la sua sostituzione, unendosi con quelle persone emarginate che sono sempre stati pronte a fare i sacrifici maggiori.

Il fatto che il movimento femminista mainstream di oggi supporti idee e politiche che ignorano – o attivamente danneggiano – quelle che sono più svantaggiate di noi, denota che ciò che manca è la consapevolezza che la reale misura di come le donne stanno operando è di come le più vulnerabili di noi stanno facendo, e non quanto più accogliente la parte maggiormente agiata può diventare.

C’è una ignoranza ostinata nel tentativo di “sanare” l’oggettivazione sessuale come empowering senza considerare come questo rafforza l’idea che i corpi delle donne esistano in funzione dell’approvazione e della valutazione da parte del sesso maschile, ed i molti modi in cui le credenze incidono sulle donne e ragazze di tutto il mondo (qui). C’è una sorta di miopia pericolosa in gioco quando le femministe occidentali criticano la mutilazione genitale femminile. L’aumento dei tassi di chirurgia estetica fanno parte della stessa dinamica in cui i corpi delle donne vengono mutilati in forme definite da uomini (qui). C’è bisogno di una gretta indifferenza per supportare le industrie di sfruttamento sessuale come la pornografia e la prostituzione, favorendo politiche sbagliate di riduzione del danno che mantengono una classe in gran parte povera, per lo più donne di colore costrette attraverso i soldi a servire sessualmente gli uomini.

Invece di riconoscere che le donne non sono libere fino a quando tutte le donne saranno libere, le femministe mainstream abbandonano a loro stesse le più svantaggiate, rigettando l’azione radicale e collettiva del movimento delle donne delle origini come obsoleta e irrilevante, come resti di un’epoca passata, come se fosse in contrasto con la forza necessaria per stimolare le donne più fortunate ad agire.

 

Crisi

Numerose teorie concordano sul fatto che le rivoluzioni tendono ad accadere in risposta a crisi acute – forti delusioni dopo periodi di speranze in costante crescita. Come ciò si applica alle donne, che hanno vissuto sotto il patriarcato per migliaia di anni, e, oltre a una manciata di momenti rivoluzionari, lavorato all’interno delle strutture di potere dominanti per provare a cambiarle? Vuol dire che semplicemente non abbiamo ancora sofferto abbastanza?

Questo dipende dalla vostra definizione di “noi”.

La violenza domestica, in larga parte violenza commessa da uomini contro le loro partner o familiari, è la più rilevante causa di danni per le donne (qui). Gli studi dimostrano che tra il 35 e il 70 % delle donne ha subito violenza fisica e / o sessuale nella loro vita (qui). Le donne rappresentano il 70 % di tutte le persone in stato di povertà (qui). Le donne e le ragazze sono il 70 % delle vittime di traffico di esseri umani (qui), e il 98 % delle vittime di traffico sessuale. Ai nostri giorni, almeno 200 milioni di donne e bambine hanno subito la mutilazione genitale femminile (qui). Secondo stime prudenti, una donna su quattro del Nord America subirà una aggressione sessuale nel corso della sua vita (qui) . Le probabilità sono molto più alte per coloro che sono più vulnerabili: in Nord America l’83 % delle donne con disabilità subisce aggressioni sessuali nella propria vita (qui), e in Canada il 57 % delle donne aborigene sono state vittime di abusi sessuali (qui).

Come possiamo conoscere questi fatti e non prendere in considerazione le condizioni delle donne che vivono all’interno di una situazione di crisi? Questa è una crisi – una crisi che siamo state abituate a giustificare e ad accettare. Una crisi che si è protratta per così tanto tempo che abbiamo costruito un enorme quantità di storie per spiegare il motivo per cui questo è accaduto, storie per spiegare perchè è così e così sarà per sempre.

Quindi sorelle, ci siamo ancora? Le donne sono abbastanza impoverite? Abusate? Uccise? Siamo pronte a guardare al di fuori delle nostre esperienze ristrette e a riconoscere che la nostra migliore possibilità di liberare tutte le donne è quella di lavorare insieme per ciascuno dei nostri interessi? Siamo pronte a rispondere a questa crisi per ciò che rappresenta, per cominciare a costringere le istituzioni che affermano di sostenere i nostri interessi a fare lo stesso?

Siamo pronte? Se non lo siamo, quanto la situazione deve ancora peggiorare – per quante di noi – prima di riuscire a essere pronte?

 

Jindi Mehat is an East Vancouver-based second wave feminist who is reconnecting with feminism after several tours of duty in male-dominated corporate land. Follow her @jindi and read more of her work at Feminist Progression.

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3 responses to “A che punto siamo

  1. Paolo ha detto:

    io sono molto perplesso sul concetto di “oggettivazione sessuale”. Sono convinto che molte donne (adulte) che secondo alcuni si “auto-oggettivano” in realtà stanno facendo scelte consapevoli legittime quanto lo sono altre scelte. E le femministe occidentali e non solo, fanno benissimo a scagliarsi contro le mutilazioni genitali femminili che vengono praticate su neonate inconsapevoli mentre la chirurgia estetica è fatta da donne maggiorenni e consapevoli quindi ,qualunque cosa si pensi, NON è la stessa cosa.
    Poi non ho capito quel discorso sulla fiducia Sì è vero uomini e donne sono integrati tra loro, siamo mariti e mogli, madri e figli, fratelli e sorelle non si può partire da questo per costruire relazioni migliori, non prevaricanti e contro discorsi assurdi che vorrebbero far risalire alla biologia l’essere casalinga o meno? (che prevedono fiducia e reciproco rispetto)

    Mi piace

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