Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La rivoluzione di cui abbiamo bisogno

su 10 febbraio 2016

donna al voto

 

Parto dalla notizia di Bernie Sanders che sta dando non pochi pensieri alla campagna di Hillary Clinton. A quanto pare le nuove generazioni di donne non la amano e preferiscono il progetto di Bernie, una bella testimonianza del bisogno di un’alternativa, di un cambio di paradigma in un sistema che ormai dà tante cose per scontate e stride con la realtà di tanti cittadini e cittadine. E noi donne esigiamo di più, ci radicalizziamo, chiediamo che si osi di più quando le nostre vite subiscono degli schiacciamenti, quando ci troviamo all’angolo, quando siamo emarginate, quando non riusciamo più a guardare fiduciose al futuro. Molte giovani democratiche non ci stanno al trucco di una donna privilegiata, che ha sempre stentato sul terreno delle donne, che in passato è stata molto tiepida, distante. Certe cose non si possono imparare semplicemente studiando, mettendosi a tavolino con qualche stratega da campagna elettorale, il risultato rischia di essere posticcio. E poco importano le insinuazioni irricevibili della storica femminista Gloria Steinem “molte donne vanno ai comizi di Sanders non per lui, ma per incontrare maschi giovani”. Pura violenza, che nessuno, tanto meno una femminista, dovrebbe permettersi di usare. Le ragazze hanno bisogno di altro, di poter credere in un cambiamento che parla di eguaglianza e di rivoluzione socialista. Non sono sogni, come li ha liquidati Hillary stizzita. Sono la testimonianza che ci può essere un’altra visione e un progetto che parli in modo diverso. Certe cose non si possono gestire, appiccicare, o sei o non sei. Le diversità per quanto riguarda le visioni del mondo non si possono camuffare facilmente. E non basta suggerire alle donne di essere la persona giusta, che l’ora di una donna alla Casa Bianca è giunta. In questo mondo in crisi, che crolla, con un sistema economico che erode le nostre vite, abbiamo bisogno di orizzonti diversi. Ci dobbiamo svegliare e dobbiamo rifiutare schemi che tutelano sempre gli stessi. Sul sito di Sanders leggiamo:

“The American people must make a fundamental decision. Do we continue the 40-year decline of our middle class and the growing gap between the very rich and everyone else, or do we fight for a progressive economic agenda that creates jobs, raises wages, protects the environment and provides health care for all? Are we prepared to take on the enormous economic and political power of the billionaire class, or do we continue to slide into economic and political oligarchy? These are the most important questions of our time, and how we answer them will determine the future of our country.”

Contro i poteri oligarchici e le disparità socio-economiche crescenti. Perché occorre fare scelte coraggiose, anche in temi di ambiente e di immigrazione, perché non bisogna dimenticare la storia e il nostro passato da migranti. Un contributo importante quello di Sanders, che richiama i democratici alla riflessione. Anzi, come sottolinea qui The Nation: “Americans are waking up to this reality, and they are demanding change.”

E richiama a un ragionamento complesso e articolato anche qui in Italia.

Dignità, è questa la parola chiave e l’obiettivo a cui dovremmo guardare e mirare. Una vita dignitosa per tutti, perché l’obiettivo deve essere migliorare la vita di quelle persone che vivono con sussidi di trecento euro al mese, se va bene. E di donne sole che vivono in queste condizioni ce ne sono tante. La lotta per la dignità significa garantire un minimo di condizioni per uscire da quell’incertezza e dalla povertà, quella vera. Significa aiutare le bambine a conoscere l’importanza dello studio e consentire loro di avere un’istruzione pubblica di buon livello. Significa consentire di uscire da un destino predefinito, dando le stesse opportunità a tutt*. Perché in un contesto di opportunità “diminuite” anche far valere i propri diritti risulta difficile e questi si affievoliscono, non si può continuare a tacere. E siamo noi donne coloro che più subiscono le conseguenze negative di un contesto in cui si allargano sempre più le distanze tra chi ha e può e chi ha meno e non può.

 

 

Esprimo il mio parere da donna femminista: la mia solidarietà, il mio sostegno, la mia adesione non sono a priori, necessitano di contenuti, di elementi concreti pregressi e non solo creati ad hoc in ambito di campagna. Il mio sostegno non può essere in base al genere, bensì su cosa quel candidato o quella candidata mi comunicano, mi trasmettono in termini programmatici e di visione politica e delle questioni che ci riguardano più da vicino. Per me non vale la regola “purché sia donna”, “in quanto donna”, perché non può e non deve essere semplicisticamente così. Inoltre, abbiamo visto come il problema della rappresentanza non sia risolto automaticamente dall’aumento di donne in politica o nelle istituzioni. Questo serve solo a scalare la classifica del Global Gender Gap del WEF. Siamo saliti al 41° posto nel 2015, ma la situazione nei sottoindici come quello del lavoro non è rosea. Si desume che sono altri gli elementi che determinano il cambiamento, tangibile e concreto. E aggiungo anche che la filosofia secondo cui “una donna vale l’altra, purché fossimo rappresentate”, ci ha azzoppate in più di una occasione. Ho bisogno di scorgere una vicinanza di idee e di battaglie, un percorso coerente, dimostrato sul campo della vita politica. Devo poter intravedere una Politica, con la maiuscola, una declinazione più alta, ma sempre con uno sguardo che parte dal basso, capace di immergersi nei problemi e nella realtà, per non perdersi ai vertici e nella stratosfera. La parola rivoluzione, non è vuota, ma è piena di un senso di fare le cose in concreto, con quell’attenzione al fatto che non si può più rimandare, che il diritto a una esistenza dignitosa deve essere al primo posto. Questa Politica richiama #inclusione e #partecipazione. Il tratto distintivo non è la delega e l’affidarsi, si chiede partecipazione.

Ben-essere, pari diritti che si esplicano in una forma solidale e diffusa.

Ribadisco che non è sufficiente essere donna per comprendere e saper rappresentare appieno gli interessi delle donne. Questo dovremmo averlo capito. Come ho detto più volte su questo blog, possiamo fare la differenza, mantenendo la schiena dritta e gli occhi ben aperti sul mondo reale. Un movimento di cambiamento con le energie delle periferie umane, non solo geografiche, protagoniste. Ecco perché mi piacerebbe che anche da noi si riuscisse a guardare verso un Sanders, se dall’altra parte c’è una donna che non ci rappresenta e non ci convince appieno. Madelene Albright anche in questi giorni ripete il mantra: “Sappiate che c’è un posto specifico all’Inferno per le donne che non si aiutano l’un l’altra”. Un incoraggiamento a sostenere le donne va benissimo in linea di massima, ma siccome noi donne siamo esseri umani capaci di ragionare sulla materia contingente e abbiamo bisogno di sostanza, non possiamo sostenere la donna a priori, perché faremmo un grave torto a noi stesse e alle nostre capacità analitiche. In questo contesto sembra quasi uno schiaffo alle capacità di decisione autonoma delle donne. E giustamente questa capacità va rispettata e non soffocata. Non facciamoci mai usare, non prostriamoci, non seguiamo il flusso se quel flusso ci porta alle catene. E non mi interessa se risulterò poco malleabile o allineabile, dirò sempre quello che penso e saprò usare il mio senso critico. L’ho dimostrato anche in questa tornata di primarie milanesi. La mia risposta è tutta racchiusa in un non voler seguire orientamenti preconfezionati o scontati per la mia appartenenza di genere. Nonostante ci si aspettasse questo da me.

Il senso del fare politica parte dal presupposto di un rispetto profondo delle persone. Per alcuni fare politica nasconde interessi personali, tornaconti e obiettivi bassi. Sono sconcertata quando si pensa che io abbia chissà che interessi in gioco. Vi invito a guardare la mia quotidianità, la mia vita in 40 mq di casa, quel periodo di quasi dieci anni passato in case condivise dopo essermi trasferita da Bari a Milano per lavorare (perché nella mia città natale non avevo sostegni e mi sono dovuta rimboccare le maniche da sola), la mia precarietà, la mia cassa integrazione, i miei mesi senza stipendio, la mia esperienza post-maternità e tanti altri piccoli dettagli. Nella mia esperienza da attivista politica e non solo, mi sono sempre battuta per i diritti delle donne, gratuitamente, mi sono messa a disposizione per passione, con l’unico obiettivo di riuscire a diffondere un po’ di consapevolezza, di informazioni, far circolare le idee. Non ho mulini personali a cui portare l’acqua. Se per alcune persone questo non è un impegno utile, ma strumentale, liberi di pensarlo. Ricevo più colpi bassi e critiche che grazie o complimenti, ma vado avanti, convinta tutto questo forse vuol dire che sono abbastanza scomoda, che qualcosa riesco a fare e a smuovere. Se avessi stuoli di sostenitori probabilmente significherebbe che sono nel mainstream e che faccio e dico cose tiepide, facili, scontate. Mi piace vederci chiaro e non ragionare per pregiudizi o sulla base di voci di corridoio. Siccome sono fiera di essere una rompiscatole, non voglio perdere questa mia caratteristica e piacere a tutti i costi..

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One response to “La rivoluzione di cui abbiamo bisogno

  1. alessiox1 ha detto:

    Onestamente la Clinton non mi è mai piaciuta , penso che sia una candidata dei poteri forti e se adesso è in corsa per la casa bianca sia merito di suo marito , possa capire che l’idea di avere una donna alla casa bianca sia molto interessante e questo lo condivido ,ma penso che l’america abbia bisogno di altro.

    Mi piace

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