Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Colpire il quotidiano

su 14 novembre 2015

Paris

 

L’instabilità, il terrore, la sensazione di insicurezza, la paura, lo stato di guerra permanente, la sospensione dell’ordinario, la tensione continua convengono perché congelano la situazione, permettono di restringere le libertà (di opinione, di espressione, di manifestare, di movimento), i diritti, permettono di controllare le persone in maniera più stringente, consentono chiusure inimmaginabili, consentono enormi business spregevoli, interventi militari che non fanno altro che rinnovare e acuire il ciclo della violenza e dell’odio. Si sprigiona un’atmosfera di diffidenza e vengono pronunciate parole prima bandite, cala la nebbia sulla ragione e prevalgono le istanze di separazione tra noi e gli altri. Piano piano qualsiasi speranza di un cambiamento e di una soluzione positiva si allontanano. Vengono accantonati tutti i venti di miglioramento, di eguaglianza e di apertura. Improvvisamente si rinnegano fratellanza, sorellanza, appelli all’unità e tutto sembra disgregarsi. Forse quei valori erano più fragili di quanto pensassimo, e quelle parole erano solo un esercizio per sembrare più civili, per far intendere di aver compreso la lezione della guerra con tutti i suoi disastri.

Fino a ieri eravamo contrari ai muri, oggi cosa accadrà? Quanti cambieranno idea? Quante speculazioni e strumentalizzazioni verranno messe in campo? Di quante ci renderemo complici? Quante pantomime verranno rappresentate? Quanto durerà il nostro NO ai conflitti?

Strano che ci svegliamo ancora una volta sorpresi, ma di cosa? Siamo dentro questa guerra e non da oggi o da ieri, lo siamo da tempo, a meno che quello che succede in Siria, Libano, Somalia, Sudan ecc. non ci sia sembrato una questione di secondo piano, che non ci riguardasse. Non può accadere che il problema diventi tale solo perché è accaduto nel cuore dell’Europa.

Siamo stati indifferenti alle condizioni di vita delle seconde generazioni, degli immigrati in generale, abbiamo coltivato una sorta di segregazione, altro che integrazione, li abbiamo discriminati facendoli sentire ospiti, spesso indesiderati. Li abbiamo ignorati e lasciati senza futuro. Il risultato è sotto i nostri occhi. Abbiamo adoperato per anni i regimi totalitari a nostro uso e consumo per i nostri affari neocoloniali, i nostri traffici di armi. Ci andava bene così, che ci fossero persone e popoli senza diritti e senza futuro. Facciamo anche finta che le armi si siano materializzate da sole. Chiudiamo un occhio sui paesi che finanziano l’Isis perché alla fine finanziano anche le nostre economie. E ancora una volta sembriamo sorpresi di ciò che accade, ci svegliamo in questo clima di terrore diffuso, ma non lo capiamo o facciamo finta.

Non è l’Islam, non è questo il problema, ma chi adopera e strumentalizza la religione per ingaggiare questi uomini senza futuro, a cui non sono state date alternative di vita. L’Islam non è questo, per favore cercate di conoscere e capire che queste stragi non esprimono i valori dell’Islam.
Esprimo la mia solidarietà ai francesi per i morti di Parigi, ma cogliamo questa ennesima tragedia per interrogarci e non alimentare altro odio indiscriminato. La guerra l’abbiamo coltivata anche noi per anni con il nostro egoismo, indifferenza e falsa apertura. Da un lato parlavamo di integrazione, ma dall’altra si praticava segregazione e il razzismo e la diffidenza nei confronti di chi era straniero. Abbiamo creato ghetti, non solo quartieri, ma anche scuole, classi, quindi dove si doveva trasmettere cultura e valori. Abbiamo lasciato che si creassero spaccature incolmabili, anfratti in cui la “cultura distorta del terrorismo” si poteva facilmente infiltrare e attecchire. E ora assisteremo alle danze anti-islamiche, odio solo ancora odio, altre guerre che verranno giustificate da quanto accaduto. Basta con tutta questa superficialità e violenza indiscriminata. Se solo avessimo dato pieno senso alle parole libertà, uguaglianza, fratellanza per tutti/e. I valori vanno praticati e resi vivi. Questo simbolo di pace va praticato ad ogni costo. 

Hanno colpito il quotidiano, come sempre accade con il terrorismo. Hanno voluto congelare la nostra capacità di pensare con la nostra testa, di agire liberamente, di sentirci solidali, uniti, spingere per una reale uguaglianza dei popoli, per frontiere libere. Non lasciamo imbrigliare tutto questo nelle catene dell’odio, diamo una risposta coraggiosa in un momento oscuro come questo, non lasciamo che la paura e le divisioni prevalgano. Rispondiamo con un impegno affinché diritti, libertà, uguaglianza siano assicurati a tutti, nessuno escluso, ché la convivenza interculturale, interreligiosa è un beneficio e una ricchezza per tutti. Dobbiamo esserne convinti e percorrere questa strada consapevolmente, non solo come abitudine e prassi pulisci-coscienza. Ricordiamoci della parola inclusione. Perché non dire finiamola con l’odio e con i conflitti? Forse ci sarebbe utile un po’ di silenzio, senza quei tamburi che chiamano alla guerra. E’ già successo, qualcuno ricorderà com’è andata. Saremo in grado di costruire qualcosa di migliore, di convogliare le nostre forze verso qualcosa di positivo e non verso la solita distruzione?

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One response to “Colpire il quotidiano

  1. Giuseppe Vitale ha detto:

    Non dimentichiamo che Hollande si è comportato da gendarme nei confronti della Siria. Non voglio giustificare i terroristi ma se hanno colpito proprio tra le strade di Parigi una ragione c’è. E mi dispiace per noi tutti, lontani dalle questioni di politica estera che quasi nessuna attenzione dedichiamo a notizie che giudichiamo estranee alla nostra vita quotidiana. I morti nel teatro e nei bar della capitale francese stanno ora a ricordarci di quanto, invece, il nostro sia un un unico villaggio dove quel che accade a migliaia di chilometri in realtà sta accadendo tra le mura di casa.

    Mi piace

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