Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Donne schiave sessuali e bottino di guerra

Tutto ciò che sta accadendo alle nostre sorelle (e non certo da oggi), bottino di guerra e ridotte in schiavitù dall’Isis, ci riguarda direttamente e ci chiama a svegliarci dal torpore e dall’indifferenza. Le donne e le bambine yazide sono vittime di quella che viene definita la “teologia dello stupro”, secondo la quale gli abusi sessuali sono considerati atti di purificazione dei miliziani. Sono le “sabaya“, le schiave rapite, vendute o donate ai combattenti (con tanto di listini prezzi e contratti d’acquisto). Addirittura ho letto in un articolo che “un gruppo ultra-radicale avrebbe inoltre indetto una sorta di concorso a premi imperniato sulla memorizzazione delle sure del Corano: ai primi tre classificati andrebbe come ricompensa appunto una schiava”. In questa guerra assurda e folle sono ancora una volta le donne e le bambine a subire le conseguenze più atroci. Siamo tornati al mercato delle schiave. Si legge in questo articolo:

ISIS demands nothing less than the conversion of all Christians and Yizidis to Islam under penalty of death for men and enslavement for women and children.

Le Nazioni Unite hanno già dall’estate 2014 lanciato l’allarme di questo genocidio di donne e bambine (QUI). Ma le cose non sono cambiate. Non sarebbe il caso di fermare questo genocidio, queste violenze? Dove sono i difensori dei diritti umani?

Qui in “Occidente” o nel mondo laico tendiamo a restare distanti, come se queste cose non ci riguardassero. Se ne parla molto poco. Si tratta della stessa “rimozione” che a volte si commette quando si parla superficialmente di prostituzione. Ragioniamo a compartimenti stagni. Questa estate Amnesty International ha di fatto preso posizione sulla prostituzione. Ha commesso due errori: separare la tratta e lo sfruttamento dalla prostituzione, adottando il termine “sex work”; neutralizzare la violenza definendolo un lavoro, e come fa giustamente notare Stephanie Davies-Arai (qui), ha rimosso la disuguaglianza di genere, attraverso l’uso del termine neutro “sex work”, che poi neutro non è, come dicevo qui.

Mi piace il passaggio:

“By reframing ‘lack of choice’ as ‘choice’ their policy essentially supports the rights of a mythical group of women who are somehow equal to men in terms of status, opportunity and economic independence.”

E’ il discorso che facevo nel mio articolo QUI, si potrà parlare di libera scelta solo quando il punto di partenza (condizioni socio-economiche-culturali) sarà uguale per tutti. Amnesty, parlando di scelta, ha di fatto deciso di rimuovere “la mancanza di alternative”, per supportare un ipotetico gruppo di donne che si trovano sullo stesso piano dell’uomo.

Amnesty states in its policy background document: “the term “sex worker” is intended to be gender neutral, as both men and women provide commercial sexual services.”
As it is overwhelmingly women and girls who are bought by men, any policy which is constructed out of a denial of that truth is meaningless. If we stop for a moment and imagine that that statement reads ‘it is overwhelmingly black people who are bought by white people’ it’s clear that no Human Rights organisation would be trying to obscure that fact in any policy.
Once the foundation of gender inequality is removed, Amnesty is able to reframe ‘sex work’ as a free choice between consenting adults: “Amnesty International believes individuals are entitled to make decisions about their lives and livelihoods, and that governments have an obligation to create an enabling environment where these decisions are free, informed, and based on equality of opportunity.”

Violenza e sfruttamento di genere, donne schiavizzate, oggettivizzate, disumanizzate, mercificate hanno dappertutto un comune denominatore culturale patriarcale e maschiocentrico. Questo vale in tutto il mondo, anche quando si accampano motivazioni religiose come nel caso dello Stato Islamico. Alla base c’è sempre un potere maschile che si esprime attraverso la sopraffazione nei confronti di donne e bambine, considerate “esseri inferiori”.

E da noi? Cosa si pensa? Come vengono considerate le donne e i loro corpi?

Rendendo possibile, ammissibile l’acquisto di un corpo di un essere umano, per soddisfare un presunto bisogno (irrinunciabile e irrefrenabile come molti lo dipingono) e diritto maschile al sesso, nessun’altra battaglia sui diritti sarà concepibile, perché tutti saremo considerati mercificabili, consumabili, sacrificabili. Concepire la prostituzione come un lavoro è come dare il via libera alla lesione di tutta una serie di diritti umani fondamentali. Il problema centrale e urgente resta quello di difendere i diritti delle donne, tutte, senza distinzioni e senza limiti geografici, perché tutte abbiano un’alternativa e una vita libera da violenza e sofferenza. Che facciamo, difendiamo i diritti solo di alcune donne? Dobbiamo cercare di dare uno spaccato reale della prostituzione e non costruire tutte le nostre argomentazioni sul mito delle prostitute felici e autodeterminate. A coloro che con tanta leggerezza parlano di regolamentazione, di prostituzione come lavoro chiedo: “Perché di solito si tende ad omettere i motivi che portano le donne in prostituzione? Perché non vi impegnate a combattere le differenze economico-sociali che sono spesso la causa di tutto? Perché non si fa alcun riferimento al fatto che l’industria del commercio di sesso violi i diritti delle donne? Perché non si parla delle “abitudini” violente e sadiche dei clienti? I clienti come al solito scompaiono, la domanda è ininfluente e sembra che restino solo le donne che chiedono di prostituirsi per pura scelta personale.
Siamo messe male. Se questo vuol dire essere libere.

Concepire la schiavitù e la privazione dei diritti per alcune è una cosa assurda. A me pare un mix letale, tanto vale mettere in cantina tutte le lotte… A queste persone dico: “dovresti batterti contro quel sistema che ci toglie i diritti e ci rende tutti schiavi. Invece tu scegli di consentire che esista un “campo libero” senza regole, in cui consenti di mercificare solo una parte di esseri umani (perché sacrificabili e perché tanto pensi che non toccherà mai a te).” Siamo diventati delle amebe, incapaci di empatia. Facciamo le radicali e libere, ma con la vita degli altri.. semplice vero? A questo è ridotto il femminismo?

Come ci ricorda Kate Farhall, citando Catharine MacKinnon  in questo articolo:

In 2006, feminist lawyer Catharine MacKinnon published a collection of essays entitled Are Women Human? in which she asserts that, internationally, women are treated as “things” rather than people. She argues it is this dehumanization of women, their treatment as objects, which underpins various forms of oppression from domestic violence to trafficking to rape in war.

La deumanizzazione delle donne, considerarle alla stregua di oggetti, è alla base delle varie forme di oppressione che vanno dalla violenza domestica alla tratta e allo stupro in guerra.

Dovremmo recuperare la nostra capacità di non separare i fenomeni. Ci riteniamo veramente culturalmente evoluti se continuiamo a considerare “normale” e ineluttabile comprare un corpo di donna per sesso? Cosa c’è di differente tra uno stupro in zone di guerra (ricordiamo tutti ciò che avvenne in Bosnia) e lo stupro quotidiano che avviene a casa nostra a danno delle tante donne vittime di tratta? Sappiamo anche come le organizzazioni criminali internazionali si prodighino a fornire schiave sessuali a militari o operatori di pace, seguendo i campi di battaglia. Non lasciamo le storie e le vite di queste donne e bambine nell’ombra, come se fosse un effetto collaterale e ineluttabile qui e altrove nel mondo. Se siamo contro la mercificazione, l’oggettivazione, lo sfruttamento, lo stupro, lo schiavismo, dobbiamo combattere tutto ciò sempre e in ogni luogo, in ogni sua forma. Non possiamo separare gli ambiti, sarebbe incoerenza. Difendiamo i diritti umani sempre e non permettiamo che la cultura patriarcale permetta di conservare “territori”, angoli di umanità in cui questi diritti non valgono e sono ignorati.

Chiudo con le considerazioni di Kate Farhall:

(…) Una donna non dovrebbe essere la moglie, la sorella o la figlia di un uomo per fargli capire che lei merita di essere libera dalla violenza e che è degna di rispetto in quanto essere umano. Gli uomini devono essere incoraggiati a combattere l’oppressione delle donne non perché questo è ciò che i “veri uomini” fanno, o perché possono trarre qualche vantaggio personale dalla maggiore uguaglianza tra i sessi, ma perché le donne sono esseri umani. Ma la rivoluzione è notoriamente difficile, e un cambiamento sociale radicale spesso e volentieri è raro e lento nel suo progresso. Per il momento forse ci dovremmo accontentare di includere gli uomini nelle conversazioni femministe. (…)

Nella speranza che tali conversazioni non siano contaminate da retaggi patriarcali introiettati.

AGGIORNAMENTO 26 agosto 2015

Mi scuso per l’immagine che avevo adoperato in precedenza per questo post. Ho fatto girare una immagine non corretta e me ne prendo la responsabilità. Mi sono affidata a un’immagine usata su una testata giornalistica, Huffington Post.

http://www.huffingtonpost.it/2014/10/10/isis–donne-vendute-al-mercato-_n_5966074.html

Sono colpevole? Sì, così come tutti quelli che adoperano immagini tratte da giornali.

A voi la libertà di non leggermi più.

Il contenuto di questo post resta valido, a mio avviso. Non neghiamo la realtà. La prossima volta sarò più accurata nella scelta dell’immagine e cercherò di non cadere in trappole mediatiche.

Oggi ho imparato tante tante cose.

p.s. un consiglio è non limitarsi alle illustrazioni, ma in proporzione alle capacità di ognuno, provare a leggere anche il testo.

26 commenti »

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