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Il corpo delle donne e le loro scelte

su 11 giugno 2015

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I no-choice in ogni loro manifestazione sono lì presenti a ricordarci che i nostri diritti sono fragili e che non è possibile liquidare certe marce e presidi come qualcosa di anacronistico, senza ripercussioni su nessuno. Ogni qualvolta uno di questi gruppi, più o meno numeroso, si intromette nella vita di una donna, noi dovremmo sentirci tutte toccate in prima persona, perché dobbiamo dire basta a queste periodiche violenze dei no-choice. Le loro marce, le loro veglie, i loro manifesti e i loro gadget, le loro battaglie oggi anche sui social, sono tutti palesi tentativi di sostituirsi alle donne, ridotte a mero ruolo di incubatrice, i cui diritti sono ridotti a briciole, come irrilevanti inezie rispetto al destino superiore del feto. Madri a ogni costo, anche contro la propria volontà, perché in quanto donne noi non dovremmo poter decidere su noi stesse e su quanto avviene dentro di noi. Si comprende quanto si intenda svuotare le donne di una piena capacità decisionale e di potestà su se stesse. I diritti riproduttivi hanno una valenza molto ampia, investono la donna in quanto essere umano, eguale e pienamente titolare di diritti inviolabili. Inviolabile e inalienabile come il diritto a interrompere la gravidanza se non si desidera portarla a termine. Lo ha sancito anche la relazione Panzeri di marzo scorso. Ogni volta che questo viene messo in dubbio e si chiede di limitare la donna nell’esercizio di un suo diritto, si sta compiendo di fatto una discriminazione sulla base del genere e su un destino biologico che per alcuni viene prima di tutto. Questi manifestanti no-choice di fatto compiono una violazione dei confini del diritto a manifestare, perché con le loro azioni arrecano grave danno alle donne, che così vedono svilire la tutela della 194 che le rende libere di scegliere. Si permettono di fare questo tipo di violenze perché tuttora nel nostro Paese si pensa che le donne debbano e possano essere rieducate, riportate a un ordine maschiocentrico, sacrificabili, con diritti di secondo livello. I no-choice trovano spazio dappertutto, hanno sostegni enormi e hanno il coraggio di dire che loro sostengono la vita accompagnandosi ai neofascisti. Naturalmente della vita della donna loro non sanno che farsene, quella è solo l’incubatrice. Il 13 saranno a Bologna. Per fortuna la Favolosa Coalizione (qui) si sta preparando a rispondergli. Chiediamo che questi soggetti non trovino più sostegni, spazi negli ospedali e nei consultori che beneficiano di contributi pubblici. Chiediamo investimenti e potenziamenti dei consultori, per attività di contraccezione e servizi per tutelare la salute delle donne. Chiedere l’abrogazione della 194 significa riportare tutto alla clandestinità. Per tutte le donne italiane che non si rendono conto o hanno la memoria corta, ho tradotto questo pezzo di Sarah Ditum (QUI l’originale). Teniamoci stretta la 194, lavoriamo sull’abuso di obiezione di coscienza e lottiamo perché anche le donne irlandesi possano avere pieni diritti sul proprio corpo. Qui la petizione organizzata da Amnesty (qui). I diritti se non sono uguali per tutte le donne, saranno più fragili e attaccabili. Un accesso pieno e una informazione efficace in tema di contraccezione sono fondamentali. Guardiamo avanti, cerchiamo di migliorare, di progredire e di garantire servizi adeguati. Abbassiamo i costi della contraccezione, facciamo educazione a una sessualità consapevole e avviciniamo precocemente le donne ai servizi per la loro salute sessuale e riproduttiva. Non sottraiamo diritti, ma sosteniamoli e aiutiamo le donne a essere pienamente libere e consapevoli.

autodeterminazione

 

Ci sono due particolari che emergono dall’ultima serie di statistiche sull’aborto diffuse dal Dipartimento della Salute (qui). La prima è che, per le donne in Inghilterra e Galles, l’aborto continua a diventare più sicuro e più accessibile. Sempre più aborti si svolgono nelle prime dieci settimane di gestazione. Questo è un bene, perché implica che le donne sono sempre più in grado di ottenere le cure mediche di cui hanno bisogno il più presto possibile. Per la prima volta, gli aborti medici rappresentano il maggior numero dei casi – questo è un bene perché significa che un minor numero di donne hanno dovuto subire procedure invasive per interrompere le loro gravidanze.

Il tasso di aborto continua a scendere. Questo è generalmente inteso come desiderabile, anche se il numero “giusto” di aborti verso cui una società dovrebbe tendere non è necessariamente “meno” ma piuttosto dovrebbe coincidere con “lo stesso numero di aborti che le donne vogliono”. La legge sull’aborto del 1967 – elusa, imperfetta e difettosa, come è (qui) – sta lavorando per le donne, per quello che basta. Le donne hanno bisogno di una migliore legislazione, ma mentre aspettiamo, questa norma farà, se non pensiamo troppo ai casi in cui fallisce, se non restiamo sgomenti davanti al fatto che l’aborto in Inghilterra e Galles rimane criminalizzato secondo la legge del 1861 sui reati contro la persona ed è legale solo se viene rispettata rigorosamente la condizione che due medici concordino su quanto la donna ha già compreso.

Subject to the provisions of this section, a person shall not be guilty of an offence under the law relating to abortion when a pregnancy is terminated by a registered medical practitioner if two registered medical practitioners are of the opinion, formed in good faith –

(a) that the pregnancy has not exceeded its twenty-fourth week and that the continuance of the pregnancy would involve risk, greater than if the pregnancy were terminated, of injury to the physical or mental health of the pregnant woman or any existing children of her family; or
(b) that the termination of the pregnancy is necessary to prevent grave permanent injury to the physical or mental health of the pregnant woman; or
(c) that the continuance of the pregnancy would involve risk to the life of the pregnant woman, greater than if the pregnancy were terminated
(d) that there is a substantial risk that if the child were born it would suffer from such physical or mental abnormalities as to be seriously handicapped.

(fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Abortion_in_the_United_Kingdom)

 

E poi c’è l’altro dato, contenuto nel tasso di aborto per le donne non residenti, che è aumentato leggermente nel 2014. Molte di queste donne sono arrivate da Irlanda e Irlanda del Nord – con un breve viaggio aereo, e nel caso dell’Irlanda del Nord non si tratta di un altro paese, ma di un regno completamente diverso quando si tratta di diritti delle donne e dei corpi delle donne. In Gran Bretagna, le opzioni delle donne sono limitate e condizionate, ma almeno ci sono opzioni. In Irlanda, non ce ne sono: in Irlanda una donna incinta che vuole decidere su ciò che accade all’interno dei confini della propria persona, deve come prima cosa lasciare il suo paese.

Come emerge nel rapporto pubblicato da Amnesty (qui), le donne in Irlanda sono trattate come “contenitori porta-bambini”. Questa non è una iperbole: un’ossessione teocratica che implica lo sfruttamento della carne femminile e che ha portato le donne irlandesi a vivere sotto uno dei regimi più restrittivi al mondo in materia di aborto. In Irlanda del Nord, la legge sull’aborto del 1967 non è mai stata applicata, e nella Repubblica d’Irlanda, l’aborto è coperto dall’ottavo emendamento della Costituzione (qui), in cui si afferma che “il diritto alla vita del nascituro” è “uguale [al] diritto alla vita della madre “- e si noti che secondo l’ottavo emendamento una donna è legalmente considerata una “madre ” solo per il fatto di essere incinta, che lei lo voglia o no. Lei è istantaneamente inclusa all’interno della sua relazione con il feto.

Il risultato di tutto ciò è che l’aborto è illegale in quasi tutte le circostanze tranne nel caso di rischio diretto per la vita della donna incinta. Ciò significa che non è previsto l’aborto per le vittime di stupro e incesto. Vuol dire negare l’aborto nei casi di anomalie fetali incompatibili con la vita (qui). Nessuna possibilità di abortire per le donne la cui salute viene compromessa dalla gravidanza, fino a quando non sarà effettivamente a rischio della vita. Nessun aborto per le donne vittime di relazioni violente o con uomini abusanti. Nessun aborto per le donne che non possono permettersi di prendersi cura di un bambino. Nessun aborto per una donna che possa essere mantenuta in vita per adempiere fino all’ultimo il suo compito di diventare una “madre”.

L’atmosfera è quella di paura. Conosciamo i nomi di alcune delle donne che hanno subito le peggiori conseguenze di questo sistema di brutalizzazione: Savita Halappanavar (qui), morta di setticemia e di E.coli dopo un aborto spontaneo, a causa del fatto che i medici si sono rifiutati di interrompere la gravidanza; La signorina Y (qui), immigrata che è stata costretta a continuare una gravidanza derivante da stupro, alimentata a forza, nel corso di uno sciopero della fame e poi sottoposta ad un cesareo giudiziario. Ma ci sono anche tutte le altre, le donne senza nome: le donne che si recano in Inghilterra per gli aborti, con l’aiuto di una rete di sostegno all’aborto (Abortion Support Network), e quelle che non compaiono tra coloro che sono aiutate da ASN perché si pagano il viaggio e si organizzano da sole, rendendo solitario il percorso per un ottenere un trattamento che dovrebbe essere un loro diritto.

E poi ci sono quelle che non fanno nemmeno il viaggio. Non solo l’aborto è limitato in Irlanda, ma anche le informazioni sull’aborto sono strettamente vincolate grazie al Regulation of Information Act (qui), che considera un reato per i medici e i consulenti fornire informazioni complete su come accedere all’aborto. Mara Clarke, fondatrice di ASN, spiega che questo crea un clima di paranoia attorno alla gravidanza sia per le donne che per i professionisti: “Nella nostra esperienza, molte donne hanno troppa paura di dire a un professionista che essere incinta, e molte altre hanno avuto l’esperienza di essere ostacolate dai medici … Non sappiamo se la mancanza di cure informate sia causata dal fatto che i medici hanno paura di subire ripercussioni o perché siano contrari all’aborto – ma in entrambi i casi non si tratta di un modo corretto di comportarsi da parte di medici professionisti nei confronti dei pazienti in difficoltà”.

Un mare sottile si trova tra la vita e la possibilità per le donne e l’impotenza e la paura; tra l’essere approssimativamente considerata una persona agli occhi della legge, e l’essere considerata una incubatrice. L’abuso di cui sono vittime le donne irlandesi non può più andare avanti. L’ottavo emendamento deve essere abrogato, e alle donne in Irlanda del Nord devono essere dati gli stessi diritti di ogni altra donna nel Regno Unito. Il diritto all’aborto è un diritto umano, e fino a quando le donne in Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda non potranno esercitare tale diritto e non avranno i mezzi per esercitarlo, è chiaro che i loro governi continueranno a considerarle come qualcosa di meno che umano.


2 responses to “Il corpo delle donne e le loro scelte

  1. cristinadellamore ha detto:

    In Irlanda qualcosa si muove sul fronte dei diritti di tutti (matrimonio paritario), forse ci sarà spazio anche per ottenere il minimo indispensabile sull’aborto.
    E in Italia, che ne è della 194?

    Piace a 1 persona

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