Nuvolette di pensieri

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Smart, ma non sempre

su 28 maggio 2015

stress-lavoro-e-matrimonio

 

Parliamo di conciliazione e welfare aziendale, secondo l’ultimo rapporto ISTAT 2015. Fa bene questo articolo pubblicato su InGenere (QUI) a sottolineare che le “misure di “welfare o responsabilità sociale d’impresa” maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione”.
Uno stato che si ritira e riduce la sua azione propulsiva nel determinare miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini, in pratica genera una situazione a macchia di leopardo, con sacche in cui diritti e servizi sono chimere. Pensare che il sistema imprenditoriale italiano, per com’è strutturato, si autoregoli e ottimizzi non solo il suo interesse primario, ma anche il benessere della sua forza lavoro, è chiaramente utopistico. L’intervento statale, che oggi, in un clima sempre più liberista, per molti rappresenta una prassi orribile, è invece l’unico modo per colmare quelle distanze geografiche, quelle differenze che rappresentano un macigno per il nostro Paese. Non si può concepire che ci siano lavoratori agevolati, per cui è facile accedere a misure di conciliazione, e altri che hanno un’unica scelta: abbandonare il lavoro o fare i salti mortali, investendo i propri stipendi in “servizi privati”. Abbiamo imprese che non riescono nemmeno a pensare, immaginare (o lo considerano un inutile dispendio di energie) di poter riorganizzare il proprio lavoro in termini di flessibilità oraria e di formule più smart. Tanto, se un dipendente molla, c’è un mucchio di persone che aspettano di entrare a condizioni sempre peggiori. Quando qualcuno di noi accetta di lavorare senza limiti di orario, sacrificando la propria vita privata sull’altare del lavoro a ogni costo, consente di considerare normale lavorare senza regole. Se ognuno di noi ragionasse in termini collettivi e non egoisticamente, certe forme di sfruttamento legalizzato, considerato inevitabile, non lo sarebbero più, perché accettare tutto pur di lavorare e di avere incentivi non ha senso, è tutto fuorché normale. Arriverà un momento della propria vita in cui tutto questo “sì totalizzante” al capo non sarà più possibile garantirlo, ci saranno fattori personali o esterni che ci porteranno a rivalutare priorità e cose essenziali. Allora ci sembrerà assurdo piegarci e accettare l’assenza di regole sul lavoro. Quando avremo bisogno di equilibrio lavoro-vita privata, allora ci troveremo davanti a un muro o a un bivio, ci accorgeremo che ciò che abbiamo concesso non ci verrà riconosciuto, quasi mai. Anzi, scopriremo la realtà a cui da tempo le donne sono soggette. E non sono quelle “debolucce” (come molti le etichettano) che non ce la fanno, sono donne comuni, reali, che a un certo punto si sentono dire di essere un peso per l’azienda , solo perché hanno fatto un figlio. Le cose cambiano, inevitabilmente, ma proprio perché prima della maternità abbiamo oltrepassato il limite, abbiamo consentito ogni cosa, abbiamo accettato ogni sacrificio. Alcuni capi hanno paura di questo, di non avere più la schiava, che dirà sempre “va bene”, lavorando anche 12 ore, weekend compresi. Non è rendendoci indispensabili zerbini, utilizzabili all’occorrenza e ad oltranza, che ci garantiremo comprensione nei momenti di necessità o nei quali qualcosa nella nostra vita cambierà. Non ci sarà nessun aiuto, ci verrà chiesto di scegliere, altrimenti la porta è aperta, facendoci sentire responsabili in toto della nostra non scelta.
Per cui, senza un’azione di riequilibrio e di incentivo centrale, non cambierà assolutamente niente. Anzi, si creeranno sempre nuove discriminazioni, tanto c’è chi sarà disposto a rinunciare ai diritti in cambio delle briciole, salvo pentirsene quando si troverà a sua volta a dover far fronte ai problemi. Certo sarebbe bello un impegno congiunto imprese-stato, ma se si lascia libertà di scelta su come e se applicare modelli virtuosi, il rischio è che solo pochi lavoratori abbiano condizioni di lavoro decenti e vantaggiose. Che senso ha un’impresa che si impegna nel sociale, nella solidarietà e in progetti a favore della società, ma poi mette alla porta i suoi dipendenti, li costringe a orari massacranti, nega qualsiasi forma di conciliazione lavoro-vita privata? Questa è l’incongruenza, mi comporto bene fuori, faccio vedere quanto sono bravo e sensibile, poi però con i miei dipendenti non mi schiodo e non sono disposto a cedere di un millimetro. Perché questa è la policy. Non accontentiamoci di progetti e di storie virtuose, chiediamo che vi siano le stesse possibilità per tutti. Oppure continueranno a non mettersi la mano sulla coscienza nemmeno davanti a una malattia o alla necessità di seguire un familiare malato. Svegliamoci e cerchiamo soluzioni che valgano per tutti, da Nord a Sud, indipendentemente dal comparto. Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese.

 

Intanto, la Regione Lazio ha deciso di stanziare duecentomila euro per favorire le strategie di conciliazione all’interno delle aziende. Un bando che si rivolge alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti di imprese e piccole e medie imprese. Tempo fino al 5 giugno (QUI la notizia su InGenere).


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