Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dalle ceneri

su 12 maggio 2015

 

Kalpona Akter, Executive Director of the Bangladesh Centre for Worker Solidarity (BCWS) in her office

Kalpona Akter, Executive Director of the Bangladesh Centre for Worker Solidarity (BCWS) in her office

 

“Come creare il cambiamento dalla tragedia dell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh”. Questo l’incipit di una storia contenuta nell’ultimo rapporto della Nazioni Unite Women PROGRESS OF THE WORLD’S WOMEN 2015-2016 – TRANSFORMING ECONOMIES, REALIZING RIGHTS.

Cosa è successo a due anni di distanza dalla tragedia del Rana Plaza? Qualche buona notizia c’è e speriamo che i cambiamenti siano durevoli e che si diffondano anche in altri Paesi. Qui di seguito la mia traduzione.

 

La mattina del 24 aprile del 2013, migliaia di lavoratori si sono recati a lavorare nell’edificio commerciale di otto piani Rana Plaza, poco fuori Dhaka. Poche ora più tardi l’edificio è crollato, uccidendo 1.137 persone e ferendone altre 2.500. La maggior parte di coloro che sono morti quella mattina erano donne.
Le donne costituiscono l’80 % dei 4,2 milioni di forza lavoro nel settore delle esportazioni di abbigliamento e per molti, questi posti di lavoro sono la prima occasione di autonomia economica e di lavoro fuori casa. Eppure la tragedia del Rana Plaza ha sottolineato ciò che si è rivelato come un’arma a doppio taglio dell’occupazione. L’industria ha creato luoghi di lavoro tragicamente non sicuri, di sfruttamento e pericolosi, dove le lavoratrici devono accettare paghe da fame, disuguaglianza, molestie e violenza.
Oggi, nonostante le donne siano 4 su 5 dei lavoratori impiegati nelle linee di produzione delle 5.000 imprese tessili in Bangladesh, solo una su 20 supervisori è donna.

“Sono felici di poter dare un lavoro dietro una macchina da cucire a una donna, lo sono meno quando si tratta di vederla diventare una caporeparto”, sostiene Kalpona Akter, executive director del Bangladesh Centre for Worker Solidarit, che ha iniziato a lavorare a 12 anni in una fabbrica di abbigliamento. “Molte di queste donne sono costrette a lavorare ambienti malsani e non conformi, perché non hanno la capacità di cambiare le cose”, aggiunge. Il giorno prima della tragedia il Rana Plaza era stato giudicato come pericoloso, ciò nonostante i proprietari della fabbrica hanno ordinato ai lavoratori di tornare al lavoro. “In Bangladesh l’industria dell’abbigliamento non ha mai permesso ai lavoratori di far sentire la propria voce, l’attenzione politica ha sempre puntato alla crescita industriale e di soddisfare le esigenze delle grandi multinazionali”, dice Kalpona. “Questo è il tipo di potere esercitato sui diritti dei lavoratori, che hanno posto le basi affinché un disastro del genere potesse accadere”.
Ciò nonostante il Rana Plaza si è rivelato un punto di svolta. L’indignazione internazionale dopo il disastro ha portato il governo del Bangladesh a annunciare una serie di modifiche alle sue leggi sul lavoro, compreso l’allentamento delle limitazioni per i lavoratori che si associavano al sindacato, l’assunzione di ispettori aggiuntivi nelle fabbriche e l’aumento del salario minimo per i lavoratori del tessile del 77%.
Allo stesso tempo i marchi internazionali di abbigliamento che si rifornivano in Bangladesh si sono impegnati con il Bangladesh, le organizzazioni sindacali internazionali, i movimenti di solidarietà internazionale dei lavoratori e le Ong per dar vita all’Accordo “Bangladesh Accord on Fire and Building Safety”.
L’accordo si propone di affrontare i gravi problemi in materia di salute e di sicurezza nel settore dell’abbigliamento, attraverso un sistema indipendente di ispezioni di sicurezza nelle fabbriche, con la pubblicazione dei risultati. L’accordo protegge anche i diritti dei lavoratori, rendendo le imprese legalmente responsabili nel rendere gli ambienti di lavoro salubri e garantendo la possibilità del lavoratore di rifiutarsi di svolgere lavori pericolosi o di entrare in edifici non sicuri. Ciò che rende questo accordo diverso dai precedenti è che i suoi impegni sono giuridicamente rilevanti, attraverso il ricorso al tribunale presso il Paese di origine delle imprese che hanno sottoscritto l’accordo.
Esso rompe un altra consuetudine, mettendo il lavoratore al centro della riforma per la salute e la sicurezza nelle industrie di abbigliamento. L’accordo è governato unitamente da imprese e rappresentanti dei lavoratori e comprende un ruolo centrale per i rappresentanti indipendenti dei lavoratori nella sua implementazione.
Al momento più di 190 marchi provenienti da oltre 20 Paesi hanno firmato l’accordo, che copre 1.500 fabbriche, che impiegano circa due milioni di lavoratori. Quest’anno la sua rete di 110 ingegneri indipendenti ha eseguito accertamenti in centinaia di siti, identificando più di 80.000 problemi di sicurezza e sospendendo la produzione in 17 fabbriche.
Le conseguenze del Rana Plaza ha consentito ai lavoratori di approfittare dell’allentamento della stretta del governo sulle partecipazioni alle organizzazioni sindacali. “Il disastro del Rana Plaza ha permesso che si creasse una piattaforma per i lavoratori, che gli consentisse di autorganizzarsi,” dice Kalpona. “Negli ultimi due anni circa 200 nuovi sindacati si sono registrati nel settore tessile, in cui il 65% dei leader e degli iscritti sono donne. Nel 2014, queste donne a capo dei sindacati hanno intrapreso la contrattazione collettiva con i rispettivi vertici aziendali, che è un segnale positivo che i cambiamenti stanno iniziando a migliorare i diritti delle donne all’interno delle fabbriche. La sfida è come rendere questi cambiamenti sostenibili. Questi cambiamenti sono notevoli. Nonostante le nuove leggi sul lavoro, solo il 5% dei lavoratori tessili e meno di 300 fabbriche sono sindacalizzate. Il fondo istituito dalle Nazioni Unite per risarcire lavoratori e i parenti dei morti della tragedia del Rana Plaza, che doveva raggiungere i 40 milioni di dollari, è sotto di 9 milioni. Una manciata di primari marchi USA si sono rifiutati di firmare l’accordo giuridicamente vincolante, hanno costituito un sistema di sicurezza parallelo denominato Alliance for Bangladesh Worker Safety, che potrebbe frammentare il supporto politico e aziendale all’Accordo.
Eppure si continua ad essere ottimisti che dalle ceneri del Rana Plaza ci possano essere cambiamenti positivi e durevoli. “Abbiamo creato una voce collettiva sia a livello locale che internazionale e questo continua a generare degli slanci affinché chi detiene il potere sia tenuto a rendere conto del suo operato,” dice Kalpona. Sottolinea come sui social media ci siano continue campagne, petizioni online e azioni da parte dei consumatori guidate da Ong internazionali, sindacati dei lavoratori, volte a mantenere i riflettori accesi sulle aziende di abbigliamento, affinché siglino l’Accordo o si impegnino a pagare risarcimenti pecuniari. “Le donne che hanno perso la vita nel Rana Plaza finalmente iniziano a vedere che le loro voci vengono ascoltate,” dice Kalpona. “E questo è un vero e proprio passo in avanti”.

 

Story: Annie Kelly. For more information on the Bangladesh Accord on Fire and Building Safety, see http://www.bangladeshaccord.org; and on the campaign for compensation for the victims of the Rana Plaza disaster, see http://www.cleanclothes.org/ranaplaza

Photo: Saiful huq Omi/UN Women

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2 responses to “Dalle ceneri

  1. cristinadellamore ha detto:

    Infatti oggi in un negozio del centro – grande catena internazionale – ho visto abiti made in: Ukraina, Morocco e Romania

    Mi piace

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