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L’efficacia simbolica del divario di genere

su 20 febbraio 2015

 

Dati OCSE

Dati OCSE

 

Ho recuperato un interessante e ben documentato articolo di Máriam Martínez-Bascuñándi pubblicato su El Diario (qui). L’ho tradotto e lo condivido, perché lo ritengo utile per le nostre riflessioni.

 

La discussione accademica sulla giustizia di genere ha mostrato evidenze empiriche per dimostrare che oggi permane una diseguaglianza strutturale che attraversa le nostre società, causando gravi squilibri di potere tra uomini e donne. In relazione a ciò, la grande domanda che ne deriva è da dove ha origine questa struttura di diseguaglianza e come possiamo identificarla?

Sappiamo che esiste una struttura economica che genera specifiche forme di ingiustizia distributiva di genere, e che comprende lo sfruttamento basato sulla disuguaglianza di genere in termini di salari, carenza di potere, emarginazione e privazione. Sicuramente, una delle principali manifestazioni di questa ingiustizia distributiva specifica di un determinato genere, ha a che fare con il mantenimento di una struttura sociale di base che perpetua la divisione sessuale del lavoro.
Secondo Iris Marion Young (qui) la divisione sessuale del lavoro è radicata in una ripartizione dei compiti per ruoli di genere. Questa divisione sessuale del lavoro è parte della struttura economica delle nostre società che considerano normale che le donne debbano investire primariamente le proprie energie nei compiti di cura della casa, dei bambini, delle persone non autosufficienti e di tutti gli altri membri della famiglia.
Questa divisione del lavoro porta alla disparità, come quella di tutte le persone che lasciano il lavoro dopo un anno dalla nascita del figlio, l’85% sono donne. O che ogni 26 donne che scelgono il part-time per “conciliare” (casa-lavoro, ndr), solo un uomo compie la stessa scelta (qui).
O come dice l’ultimo rapporto OCSE (qui), le donne tra i 25 e i 34 anni acquisiscono maggiori titoli universitari rispetto agli uomini, ma il loro livello di occupazione (qui) è più basso perché molte di loro sono costrette ad assumere il tradizionale ruolo di “badanti” (qui).

A causa di ciò si alimenta un immaginario sociale che identifica la donna in un determinato tipo di attività, mentre si genera un sistema di aspettative che le vengono imposte, moltiplicando le difficoltà per poter sviluppare altre competenze o dedicare il suo tempo ad altre attività che non siano in primo luogo di cura. Questo insieme di aspettative, di immagini, di stereotipi, di norme sociali e istituzionali costruiscono un ordine culturale responsabile del fatto che le donne partono con uno svantaggio competitivo in termini di potere, di lavoro, di riconoscimento o di prestigio culturali.
Questo dimostra che il genere è una categoria ibrida radicata sia nella struttura economica che nell’ordine culturale delle nostre società. Pertanto, per eliminare la discriminazione di genere in modo efficace dobbiamo combattere su entrambi i fronti. Il fronte economico e quello simbolico. Comprendere la natura bidimensionale del genere è la chiave per comprendere la complessità della discriminazione di genere e perché tuttora si verifica (qui).
Tuttavia, nello stesso modo in cui sembra che la struttura economica sia qualcosa di tangibile, misurabile, facile da identificare e da spiegare, non è così con l’altra faccia della discriminazione di genere che la rende bidimensionale, e si riferisce all’ordine simbolico. Per Nancy Fraser, il genere dal punto di vista simbolico dovrebbe essere visto come un modo di codificare modelli onnipresenti culturali di interpretazione e di valutazione, che sono fondamentali per capire il motivo per cui le donne continuano a subire discriminazioni. Questo modo di codificare i modelli culturali, rientra in quello che molte teoriche femministe, come Fraser, hanno designato con il termine “androcentrismo” (qui).

L’androcentrismo secondo la letteratura femminista (qui), è un modello istituzionale di valore culturale che privilegia i tratti associati alla mascolinità, mentre svaluta quelli codificati come “femminili”. Questo fenomeno rende talvolta anche inconsapevole l’uso di giudizi sulle competenze. Parliamo per esempio di ciò che Adrian Piper (qui) chiamò “discriminazione di ordine superiore”, che si verifica quando le persone sminuiscono gli attributi, le qualità nelle donne, che al contrario, solitamente, sono considerati degni di lode negli uomini, in quanto vincolati ai tratti maschili che la cultura androcentrica privilegia (ma solo negli uomini). Ci riferiamo ad esempio a comportamenti che mostrano l’ambizione, l’assertività o il pensiero indipendente. Da un punto di vista astratto, queste caratteristiche possono essere considerate come doti di qualcuno che si desidererebbe avere nella propria squadra di lavoro. Tuttavia, quando sono le donne a presentare tali caratteristiche, iniziano ad essere valutate come conflittuali, o come segnali di una incapacità di lavorare in squadra. Questo fa sì che a volte le donne sono inibite nel mostrare simili comportamenti, o che lo facciano al prezzo di subire, nei casi pià gravi, un trattamento umiliante e vessatorio, a volte derisorio, venendo etichettate come “poco femminili”.

Questi modelli valoriali androcenrici permeano la cultura popolare e l’interazione quotidiana. Sono diffusi in stereotipi e luoghi comuni, nelle rappresentazioni scritte e visuali, in cui di solito è difficile criticare il contesto in cui appaiono, perché ciò che viene presentato è dato come realtà, trasmesso con forza e accettato in modo subliminale, in modo tale che non venga percepito come discutibile. Questi stereotipi confinano le donne a una natura che spesso è legata in qualche modo ai loro corpi (o al dato biologico, ndr), e di conseguenza, non si può negare facilmente. L’esempio più evidente di questo potrebbe essere la cura e l’oggettivazione dei corpi. Gran parte di questo ordine culturale è dedicato al culto della bellezza femminile, ma, come sostiene Iris Young, lo stesso “camafeo ideal” (questa stessa ricerca di bellezza ideale, ndr) è in gran misura responsabile del fatto che la maggior parte dei corpi delle donne sono considerati “imperfetti” (qui).

Il paradosso consiste nel fatto che quella particolare forma di codifica della realtà distingue le donne come prima cosa perché sono donne, e allo stesso tempo le rende invisibili. Le etichette a partire da rappresentazioni stereotipate, oggettivizzanti e dispregiative dei media, le rendono invisibili o le includono in maniera non egualitaria rispetto alle figure maschili, nei dibattiti pubblici e nelle istituzioni deliberanti.
La rimozione dell’androcentrismo passa attraverso la trasformazione di questo ordine culturale di genere, rimpiazzandolo con modelli che esprimano pari presenza e rispetto per le donne. La teoria della comunicazione politica ci insegna che i fatti non possono essere studiati a partire dal modo in cui vengono presentati. Analogamente, l’ordine culturale non può essere svincolato da una lettura politica che mostra la connessione tra cultura, genere e potere. Al di là della assimilazione acritica dell’esistente, solo partendo da questa consapevolezza possiamo evidenziare i limiti delle nostre società e sondare tutte le sue potenzialità per progredire nella lotta contro la discriminazione di genere.


2 responses to “L’efficacia simbolica del divario di genere

  1. IDA ha detto:

    Sarà, che siamo in una società gerarchica e androcentrica. Tutto è strutturato nello stesso modo, dalla famiglia all’economia, il lavoro e gli spazi pubblici. Ritengo se non si cambia la socieà, le differenze non saranno mai colmate.

    Piace a 1 persona

  2. Paolo ha detto:

    la bellezza femminile è una realtà e non va negata (e alcune “imperfezioni” possono benissimo farne parte)..tutti noi uomini e donne ci prendiamo cura chi più chi meno del nostro aspetto estetico per noi stessi e per il prossimo, fa parte della nostra personalità e non ci rende inferiori
    La critica generica alle rappresentazioni scritte e visuali (che possono benissimo raccontare l’umano e la realtà) non la condivido

    "Mi piace"

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