Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Mamme da spot

su 3 gennaio 2015
Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Ce ne sono tanti di spot che hanno come tema la maternità, la cura dei figli, e alcuni sono veramente da far accapponare la pelle. Da qualche giorno devo sorbirmi l’ultimo spot della Mellin, quello della mamma di Amélie, per capirci (qui lo spot, se volete farvi un’idea). Più lo vedo, più mi convinco che c’è qualcosa che non va, forse più di una cosa che non va. Per carità, non mi preme entrare nei meandri della disputa allattamento naturale o artificiale, io ho avuto entrambe le esperienze, ma sono per la libera, personalissima scelta, soprattutto perché ogni figlio è una storia a sé e l’allattamento non deve diventare l’ennesima croce sulle spalle delle donne. Basta con questo martellamento. Lasciateci scegliere come meglio crediamo!

In questo spot della Mellin, mi ha destato un po’ di sconforto la frase: “diventi mamma dal primo momento in cui lo scopri”. Ci rendiamo conto? No, no, non è assolutamente così, non lo diventi allora e potresti in teoria non diventarlo mai, se non lo desideri in quel momento o in futuro. Nessuno può importi un ruolo. Nessuno davvero. Nessuno può affermare che diventi madre dal momento in cui fai il test di gravidanza e questo risulta positivo. Mi sembra un messaggio pericoloso. Poi c’è il solito “istinto di mamma” che dovrebbe portarti sempre a fare le scelte giuste, come quella di comprare un barattolino blu di latte in polvere “per trovare la tranquillità”. Chi sbaglia deve flagellarsi e considerarsi una pessima madre? La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico. Sono le aspettative che pesano e distorcono la realtà, rendendoci più insicure, confuse  e incelofanate in un pacchetto di donna o di madre, da cui diventa difficile uscire o da cui è difficile prendere le distanze, per affermare il proprio modo di essere e di vivere le esperienze. Sempre in una raffigurazione che ci vuole descrivere come non siamo, ma come conviene che siamo. Una convenienza che ci assegna mansioni, ruoli, competenze, predisposizioni, inclinazioni naturali a priori.

Siamo alla fantascienza della maternità e dell’essere donna. Di questo passo, avremo buttato alle ortiche decenni di riflessioni e di prese di coscienza. Soprattutto, avremo ricreato quel mito della donna=mamma, perfetta e sempre pronta, paziente e senza limiti, da cui dovremmo aver preso le distanze da un pezzo. Invece ecco che cercano di strizzarci dentro un ruolo, dentro un immaginario perfetto, monoliticamente declinato al femminile, unica figura sacrificale.

Faccio troppo poco? Sono poco paziente? C’è chi fa più e meglio di me? Me ne frego, faccio quel che posso e che mi sento di fare. Non sono un’automa o una schiava. Chi ha fiato solo per criticare noi donne è pregato di tacere!!! Anche perché, di solito, in questi quadretti familiari, il padre sta sempre ben lontano dal biberon ed è sempre mammina e solo mammina a occuparsi del pargolo. Quando riusciremo a demolire questo modello di rappresentazione di cura???

Ringrazio Narrazioni Differenti per questo post, che tocca, tra gli altri, anche il tema dell’allattamento, in relazione al prossimo Expo.


24 responses to “Mamme da spot

  1. Paolo ha detto:

    Posto che ci sono anche persone come la mamma di amelie e vanno rispettate come le altre, ci sono donne (e uomini) che vogliono dei figli, donne che non li vogliono, donne che li vorrebbero e non possono averne, donne che prima non li volevano e poi cambiano idea e decidono di portare avanti una gravidanza non programmata e tenere il bambino, e vanno rispettate come chi decide di abortire o darlo in adozione. Detto questo, la pubblicità tende a edulcorare tutto e ad essere parecchio melensa e capisco che faccia incazzare, sono in larga misura d’accordo, e anch’io nell’incipit ci ho visto un che di “pro-life” inteso comei fanatici anti-aborto che mi ha dato fastidio, io sono pro-choice.
    rifletto però sul fatto che il prodotto in questione è il latte in polvere cioè un surrogato del latte materno scelto da chi non ha la possibilità (o la voglia) di allattare al seno, un surrogato le cui proprietà nutritive sono considerate, a torto o a ragione (non lo so) non equiparabili a quelle del latte materno. Ora tu pubblicitario devi rendere questo prodotto accattivante per un pubblico di donne probabilmente madri di neonati o future madri che magari volevano allattare al seno e non possono (per motivi di lavoro o che so io), devi convincerle che se sceglieranno il latte in polvere (il TUO latte in polvere ovviamente) questo non le renderà madri meno amorevoli di chi decide, potendolo fare, di allattare al seno fino a due-tre anni, devi persuaderle di questo,purtroppo la mellin ha scelto la via più sdolcinata e irritante…irritante almeno per noi e per quelle donne che non si riconoscono nella mamma di amelie.
    Poi va da sè che il latte in polvere possono darlo anche i papà

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  2. Paolo ha detto:

    e ovviamente io non salto su quando sento la parola “istinto” ma preferisco parlare di amore (materno in questo caso, ma anche paterno) che ci può essere a prescindere da come si allatta il pupo

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  3. Annamaria Arlotta ha detto:

    Ottima analisi. In particolare mi è piaciuta l’affermazione: “La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico.” E’ proprio così, in tutti gli ambiti siamo “le donne”, non persone ognuna con le proprie caratteristiche. Sexy e mamme, i due calderoni della rappresentazione della donna! Ed è anche vero che parlando di maternità i toni sono sempre enfatizzati.
    La cosa grave è che la riproposizione degli stereotipi e l’amplificazione dei significati servono a vendere un prodotto. La parte emotiva viene manipolata per rifilare il loro latte in polvere! Sei una brava mamma se compri Mellin, insomma. Non dovrebbe essere permesso giocare su insicurezze e tirar fuori miti per vendere qualcosa, mi sembra disonesto.

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  4. […] letto un’analisi approfondita sul blog di Simona Sforza, la quale analizza proprio gli stereotipi presenti su questo nuovo spot targato […]

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  5. Andrea ha detto:

    A mio avviso la Mellin (e compagnia) vivono proprio su espressioni quali: “sono per la libera, personalissima scelta, soprattutto perché ogni figlio è una storia a sé e l’allattamento non deve diventare l’ennesima croce sulle spalle delle donne. Basta con questo martellamento. **Lasciateci scegliere come meglio crediamo!**” (Gli asterischi li ho messi per dare enfasi).

    L’allattamento NON è una scelta, ma un diritto, un diritto sia della madre che del bambino. Dire che è semplicemente “una scelta” è svilente per tutte le madri che allattano e insultante per tutte quelle che avrebbero voluto allattare, ma non ci sono riuscite. Le uniche che trovano sollazzo in questa “scelta” sono quelle che, appunto, hanno SCELTO di non allattare.

    Nel ridurre l’allattamento a semplice “scelta” non si fa altro che equiparare il latte artificiale e il materno… sono uguali, al massimo il materno ha qualche extra in più, ma se non c’è… va bene uguale. Se l’allattamento non procede benissimo dall’inizio, non vale neanche la pena di perderci tempo… tanto… sono uguali.

    Paolo (se non sbaglio) ha usato, correttamente, la parola “surrogato” riferendosi al latte artificiale, perché di questo si parla, di un surrogato che, sì, in alcuni casi salva una vita, ma in altri è solo un ripiego. La letteratura è piena di studi che spiegano perché il latte artificiale sia inferiore al materno (di fatti le formulazioni cambiano in continuazione), ma quand’anche fosse che il latte artificiale è uguale al materno, l’allattamento non è solo nutrimento, ma ben altro.

    Per inciso, parlo da padre di due bambini cresciuti con il biberon e trovo io per primo insultante sentir parlare di “scelta”.

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    • simonasforza ha detto:

      Mi dispiace se parlando di scelta ho insultato qualcuno/a. Resto per la libera scelta, sulla modalità di allattamento, di svezzamento, di nutrizione e di educazione. Ripeto la libertà di scelta dovrebbe garantire che non vi siano pressioni inutili e pericolose sulla madre. Nessuno, tanto meno la sottoscritta, colpevolizza nessuna madre. Come madre ho vissuto entrambe le esperienze, allattamento naturale e artificiale. Come figlia, sono stata allattata esclusivamente con latte in polvere. Penso di potermi esprimere in modo sincero e imparziale. La scelta alla donna, sempre.

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      • andrea ha detto:

        Il bambino quindi non ha voce in capitolo. Se la madre SCEGLIE di dargli un surrogato, va bene così?
        E poi… quanto siamo sicuri che la madre effettivamente stia facenso una scelta libera e non pilotata?

        Ripeto di nuovo, parlare di scelta è sminuente per tutti (madre e bambino). Se poi io decido di rinunciare a u mio diritto (e decido anche per mio figlio) mi sta benissimo, ma non nascondiamoci dietro un dito pensando che tutte le scelte siano equivalenti, perché non lo sono.

        Se poi le circostanze sono tali che la scelta è obbligata, quello è tutto un altro paio di maniche.

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    • simonasforza ha detto:

      Non comprendo il motivo per cui tu attribuisca un significato negativo al termine “scelta”.

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      • andrea ha detto:

        Perché la scelta si fa tra due cose equivalenti. Allattare o non allattare NON sono scelte equivalenti.
        La “scelta” è un concetto di gran lunga meno importante e impegnativo di “diritto”.

        Da notare come la tipa della pubblicità Mellin trova la tranquillità nella scatola blu… A naso, direi che lei ha fatto una “scelta”… Questa la dice lunga sul tipo di spot di cui si parla.

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    • Paolo ha detto:

      le madri che hanno scelto di non allattare al seno (o non potevano) non sono nè migliori nè peggiori di quelle che allattano al seno. Questo, andrea va ribadito

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      • andrea ha detto:

        No, le madri che hanno SCELTO di non allattare senza esserne costrette hanno SCELTO di dare un surrogato al proprio figlio tramite un oggetto di plastica senza che ce ne fosse bisogno. Fin tanto che si parlerà che l’allattamento è solo una scelta, allora le case produttrici faranno sempre soldi a palate.
        Non si può fare di tutt’un erba un fascio, Equiparare donne che hanno SCELTO di non allattare con quelle che non hanno potuto è a dir pocono insultante in quanto si conclude che quelle che hanno allattato, magari facendo grandi sfosrzi sono semplicemente delle cretine in quanto quello che hanno fatto non era necessario e si sono sacrificate (se di sacrificio si può parlare) per nulla. Quelle che poi hanno provato e provato, ma non sono riuscite, sono cretine doppie.

        Equiparare scelta e diritto, e dire che scegliere di allattare e non poter allattare siano la stessa cosa è un qualcosa che non va MAI fatto.

        Come ho detto, la ricerca su questi argomenti è molto vasta e facilmente accessibile.

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  6. simonasforza ha detto:

    Rispondo ad Andrea:
    “Se la madre SCEGLIE di dargli un surrogato, va bene così?” Sì va bene così. Chi altro dovrebbe decidere? Come tutte le scelte sui figli, ciascuno si assume le proprie responsabilità. Senza pressioni esterne, si spera. Ogni mamma e ogni donna ha le sue ragioni e le sue motivazioni valide e forti.

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  7. Silvia ha detto:

    Sono d’accordissimo. Sono mamma da poco e naturalmente faccio più caso a tutto ciò che riguarda famiglia e bambini, e proprio lo spot della Mellin mi aveva fatto accapponare la pelle! mi sono accorta che ancora il ruolo di genitore è appiccicato alla donna come se la donna non potesse fare nient’altro..e poi penso al mio amico, che ha perso tragicamente la moglie a un mese dalla nascita della loro figlia: come si deve sentire guardando certi spot o leggendo certe riviste, dove il padre praticamente non esiste? già che fare il genitore è una sfida continua, se poi sei da solo e la società ti considera meno che niente….che tristezza.

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  8. […] letto un’analisi approfondita sul blog di Simona Sforza, la quale analizza proprio gli stereotipi presenti su questo nuovo spot targato […]

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